martedì 10 Febbraio 2026
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Texas, 46 migranti morti e 16 feriti ritrovati in un camion abbandonato

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In Texas gli agenti della Homeland Security Investigation, agenzia specializzata nel traffico di esseri umani, hanno trovato i cadaveri di 46 migranti all’interno di un camion abbandonato, insieme ad altri 16 feriti tra i quali 4 bambini in condizioni critiche. Si tratta di una delle stragi di migranti più gravi avvenute in America negli ultimi anni: 3 persone sono state arrestate perché considerate legate ai fatti, ma l’autista del mezzo non è ancora stato rintracciato. Le vittime stavano cercando di attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti.

Divulga dati agli Stati Uniti: il Garante della Privacy contro Google Analytics

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Il Garante della Privacy italiano ha pubblicato un comunicato stampa in cui denuncia esplicitamente come l’uso di Google Analytics (GA) sia illegale, in Italia e in tutti gli altri Paesi dell’Unione Europea. Il sistema non garantisce infatti le adeguate tutele di riservatezza e anzi invia i dati raccolti direttamente a server statunitensi, i quali prendono le suddette informazioni e le mettono a disposizione dell’Intelligence d’oltreoceano. Proprio per questo motivo, GA era già al centro di diverse critiche e di molteplici ammonimenti da parte delle autorità UE, tuttavia la presa di posizione italiana è nondimeno degna di nota, se non altro perché affianca alle dichiarazioni dei fatti concreti.

Nello specifico, il Garante della Privacy ha adottato un provvedimento nei confronti di Caffeina Media S.r.l., azienda che si lega all’omonima testata giornalistica, imponendole di mettersi a norma nell’arco di 90 giorni, pena una possibile multa. Si tratta di un caso isolato, tuttavia l’episodio concretizza un precedente che per estensione potrebbe investire l’intera Rete. Caffeina non è infatti l’unico portale a fare uso di Google Analytics. La capillarità della Big Tech ha assicurato al suo sistema di analisi il monopolio di fatto, con il risultato che siti di consumo, quelli accademici e anche questa stessa pagina che state leggendo finiscono volenti o nolenti con il farvi affidamento. Per comprendere la portata del problema, basti sapere che persino le web page dei partiti e delle istituzioni pubbliche si trovano a regalare i dati a Google, pur di avere un’idea precisa del flusso di persone che visita i loro siti.

A ben vedere, non è però esatto sostenere che sia GA ad essere illegale, piuttosto è il modo in cui viene utilizzato che può incorrere in sanzioni amministrative. I proprietari dei vari siti possono tranquillamente farne uso, tuttavia dovrebbero avere l’accortezza di filtrare i dati che forniscono attraverso misure tecniche supplementari. In alternativa, possono sempre adoperare omologhi che si fregiano di salvaguardare i dati dagli occhi di Washington. L’insidia è che queste soluzioni finiscono immancabilmente per essere soppesate sulla bilancia che contrappone l’efficienza alla sicurezza, con la prima che viene spesso prediletta senza troppe titubanze, soprattutto in quelle realtà che si sostentano muovendosi nel dedalo dell’economia dell’attenzione.

La decisione del Garante della Privacy potrebbe non tradursi in conseguenze immediate e certamente non rappresenta una guerra aperta contro le Big Tech, tuttavia è sintomo di un clima europeo che sta evidentemente cambiando, ancor più nell’ottica amministrativamente ambigua del dover gestire il traffico dei dati tra UE e USA. Senza scomodare la dimensione politica, è facile che, come spesso capita in questi contesti, Google possa decidere di muoversi in autonomia per anticipare i lunghi tempi della legge, offrendo una soluzione pragmatica ancor prima che le singole aziende possano decidere, per etica o per paura, di trasferirsi verso altri orizzonti.

Nel frattanto stanno fortunatamente emergendo associazioni no-profit e gruppi di hacker etici – per esempio l’Irish Council for Civil Liberties (ICCL) e MonitoraPA – che si impegnano attivamente e consapevolmente nel sorvegliare che le tutele garantite agli utenti per legge siano effettivamente applicate. Le loro battaglie tendono a muoversi nei corridoi tecnico-burocratici della politica e quindi sfuggono all’occhio del grande pubblico, tuttavia rappresentano un raggio di speranza all’interno di dinamiche che sembrano altrimenti prediligere il Mercato e le potenze estere a un’opportuna igiene digitale.

[di Walter Ferri]

Maxi-incendio, a Roma 35 intossicati

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Alle 13:30 un incendio è divampato a Roma, in via Bosco Marengo, zona Aurelia. Le prime fiamme hanno bruciato diversi metri di sterpaglie, prima di avvolgere un centro estivo per ragazzi e una rimessa di camper, con la minaccia verso le abitazioni vicine che sono state evacuate. Si sono registrate circa 50 esplosioni di bombole di gas e 35 persone intossicate dai fumi, con i vigili del fuoco al lavoro per domare il grosso incendio, visibile a chilometri di distanza.

Il TAR della Lombardia boccia la sospensione senza stipendio dei medici non vaccinati

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Il TAR della Lombardia ha sostanzialmente bocciato, tramite un’ordinanza pubblicata recentemente, la legge in base alla quale gli operatori sanitari non vaccinati contro il Covid-19 sono stati sospesi dal lavoro e dallo stipendio. L’attuale disciplina normativa pone “il dipendente inadempiente all’obbligo vaccinale dinanzi ad una scelta obbligata tra l’adempimento dello stesso e la sospensione dal servizio senza attribuzione di alcun trattamento economico”, rivelandosi pertanto “sproporzionata rispetto alla realizzazione del fine di tutela della salute pubblica mediante l’erogazione delle prestazioni sanitarie in condizioni di sicurezza”. È questo ciò che si legge all’interno del provvedimento del TAR, che nell’ambito di un ricorso proposto da una operatrice sanitaria sospesa ha deciso di chiamare in causa la Corte costituzionale.

La “questione di legittimità costituzionale dell’articolo 4, comma 5, del decreto legge 1 aprile 2021 n. 44, convertito nella legge 28 maggio 2021 n. 76, per come modificato dall’articolo 1, comma 1, lettera b), del decreto legge 26 novembre 2021 n. 172, convertito nella legge 21 gennaio 2022 n. 3, e successive modificazioni” è stata infatti dichiarata dal TAR “rilevante e non manifestamente infondata nella parte in cui dispone che ‘Per il periodo di sospensione dall’esercizio della professione sanitaria non sono dovuti la retribuzione né altro compenso o emolumento comunque denominato'”. Nello specifico, tale disposizione sarebbe in contrasto con “i principi di ragionevolezza e di proporzionalità di cui all’articolo 3 della Costituzione, anche in riferimento alla violazione dell’articolo 2 della Costituzione”. La nuova disciplina normativa, infatti, ha “eliminato quel meccanismo di gradualità temperata che consentiva al datore di lavoro di ricollocare il dipendente inadempiente all’obbligo vaccinale, nei limiti dell’organizzazione del servizio, a mansioni diverse, anche inferiori, per le quali gli corrispondeva la retribuzione”. Dunque, il dipendente viene adesso posto dinanzi alla sopracitata scelta obbligata, sospettata di essere illegittima.

“Deve infatti ritenersi eccedente il necessario limite di ragionevolezza una regolamentazione che, seppure introdotta in una situazione emergenziale, trascuri il valore della dignità umana, specie ove si consideri che la sospensione da qualunque forma di ausilio economico del dipendente non trova causa nel venir meno di requisiti di ordine morale”. Questo aggiunge il TAR, specificando anzi che “l’effetto automaticamente ed integralmente preclusivo di ogni trattamento economico” rischia di “creare un’irragionevole disparità di trattamento con tutte le altre fattispecie di sospensione dal servizio di natura preventiva, quali appunto quelle della sospensione cautelare del dipendente disposta in corso di un procedimento disciplinare o penale, in cui, sia pure in assenza del sinallagma contrattuale, viene invece percepita una quota della retribuzione, a titolo assistenziale”. In più, non si può nemmeno sostenere ragionevolmente che “la mancata corresponsione di una misura di sostegno per tutto il periodo di durata della sospensione dal servizio sia un sacrificio tollerabile rispetto ai fini pubblici da perseguire”.

Del resto, “al dipendente che, nell’esercizio della libertà di autodeterminazione nella somministrazione di un trattamento sanitario, scelga di non adempiere all’obbligo vaccinale viene richiesto un sacrificio la cui durata non è in grado né di prevedere né di governare” in quanto “le misure precauzionali adottate dal legislatore non si prestano ad essere inquadrate entro una cornice temporale certa e definita, a causa dello sviluppo oggettivamente incerto e ricorrente dell’andamento della pandemia”. Per questo, dunque, “la scelta legislativa di apporre una preclusione assoluta alla percezione di una forma minima di sostegno temporaneo alla mancanza di reddito sembra essere andata di gran lunga oltre il necessario per conseguire l’obiettivo di tutela prefigurato dalla norma”.

Detto ciò, sono sempre più i tribunali che si stanno schierando dalla parte dei non vaccinati tramite diversi provvedimenti giurisdizionali, con cui le criticità alla base delle restrizioni e delle sanzioni nei confronti di questi ultimi sono state messe nero su bianco. Tra disposizioni di reintegro dei lavoratori non vaccinati e dubbi di costituzionalità, negli ultimi mesi i provvedimenti che hanno gettato ombra sulle imposizioni governative sono numerosi. In tal senso, l’attuale ordinanza non è di certo la prima con cui è stata chiamata in causa la Corte Costituzionale. Basterà ricordare che il Consiglio di giustizia amministrativa (Cga) per la Regione siciliana, il massimo organo della giustizia amministrativa operante in Sicilia, lo scorso mese di marzo ha sollevato davanti alla Consulta la questione di legittimità costituzionale relativamente alla disciplina che impone l’obbligo di sottoporsi alla vaccinazione anti Covid per il personale sanitario. Secondo il Cga, infatti, il decreto-legge con cui l’obbligo è stato introdotto potrebbe essere in contrasto con diversi articoli della Costituzione.

[di Raffaele De Luca]

Reportage esclusivo: in Ecuador è in corso una vera rivolta popolare

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“Fuera Lasso, fuera!”. Migliaia e migliaia i manifestanti per le strade di tutto il paese. Indigeni e meticci, neri e bianchi, in tanti sono scesi a manifestare contro le politiche neoliberali di Guillermo Lasso. Siamo al quattordicesimo giorno di proteste in Ecuador. Mezzo paese è bloccato e le principali vie di comunicazione dei trasporti sono chiuse, anche all’interno delle stesse città. Sassi, terra, pneumatici e legni in fiamme: qualsiasi strumento viene utilizzato per sbarrare le strade. Mancano gli approvvigionamenti. Le comunità indigene dell’Amazzonia hanno chiuso più di mille pozzi petroliferi, causando perdite per 186.000 barili diari. Si contano quindi più di 96 milioni di dollari di perdite dirette. Il presidente di Petroecuador dichiara che se continua così, nel giro di qualche giorno potrebbe paralizzarsi completamente la produzione. Mercoledì notte in Tungurahua è stata occupata e chiusa una centrale elettrica, di fondamentale importanza per l’approvvigionamento energetico del paese.

[Foto di Giulia Cillerai e Monica Cillerai, in esclusiva per L’Indipendente]
Bloccare l’economia. Bloccare tutto, queste le parole d’ordine dello sciopero. E in tanti hanno risposto. Ora migliaia di manifestanti provenienti dalle comunità di tutte le nazionalità indigene dell’Ecuador si sono radunati a Quito, nella capitale, per esigere risposte concrete alle loro rivendicazioni. Quando il popolo si ribella, la politica inizia ad avere paura. Ed è ciò che sta succedendo per le strade dell’Ecuador. Il governo ha risposto aumentando la repressione. Poco prima dell’inizio del Paro aveva approvato una legge “sull’uso progressivo della forza”, che di fatto legittima le forze dell’ordine a sparare “se in pericolo”. Ossia, gli arroga il diritto di uccidere. Inoltre, il presidente Lasso ha emesso due decreti di stato di eccezione – derogati sabato 25 in serata – prima coinvolgendo tre province, e poi allargando a sei i territori toccati. Lo stato di eccezione prevedeva un aumento dei poteri dell’esercito e della polizia, che, abbinato al coprifuoco imposto dalle 22 alle 5 del mattino, cercava inutilmente di sedare le protestePer ora si parla di 6 morti tra i manifestanti, 300 feriti (alcuni dei quali in terapia intensiva), almeno 106 detenzioni. Varie persone sono scomparse. La polizia dichiara varie decine di feriti, più di 40 poliziotti e militari “sequestrati” per uno o più giorni dai manifestanti (tutti rilasciati senza violenza), vari mezzi della polizia e dei militari incendiati.

Dopo l’assassinio di un manifestante indigeno nella regione di Pastaza, nel Puyo, ucciso da un lacrimogeno che gli è penetrato nel cranio, la protesta si è radicalizzata nella zona arrivando a bruciare numerosi mezzi e stazioni di polizia e la sede del Banco di Guayaquil, di cui il presidente Lasso è uno dei maggiori azionisti. La stessa cosa è successa vicino a Quito, alla Mitad del Mundo, dove la rabbia scaturita dall’omicidio di due manifestanti ha fatto bruciare un intero convoglio militare. 

La sera di giovedì 23 luglio, inoltre, alcuni poliziotti in moto hanno sparato proiettili veri contro i manifestanti seduti a mangiare fuori dall’Università Centrale, ferendo un ragazzo a una gamba. Anche un furgone che distribuiva cibo è stato attaccato dalla polizia in borghese, ferendo una donna al braccio. “L’uso progressivo della forza” sta diventando omicida. 

Venerdì 24 il presidente Lasso ha fatto un discorso minaccioso, in cui invitava gli indigeni ad andarsene se volevano restare al sicuro. In altre parole, ha dato il via libera alla polizia a sparare. La repressione quel giorno è stata durissima.

Le classi sociali più povere non ce la fanno più: con l’aumento del prezzo della benzina e del diesel voluto dal governo nonostante gli accordi precedenti e il paro del 2019, l’inflazione sta andando fuori controllo. I più toccati sono i campesinos, i contadini, gli allevatori, e tutte le persone che se già prima faticavano ad arrivare alla fine del mese, ora hanno i conti sempre in rosso. Ma abbassare i prezzi di benzina e diesel non sono le uniche rivendicazioni di questo sciopero a tempo indefinito. La CONAIE, la più grande organizzazione per i diritti indigeni dell’Ecuador, ha indetto lo sciopero nazionale, chiedendo al governo risposte concrete e pubbliche ai 10 punti avanzati dall’organizzazione. 

Le rivendicazioni

La riduzione e il congelamento dei prezzi dei carburanti (a 1,50 per il diesel e a 2,10 dollari per il gallone di benzina – ossia 3,78 litri); il rifinanziamento dei debiti del settore agricolo per un anno; il controllo dei prezzi dei prodotti agricoli, come garanzia a contadini e allevatori; la non precarizzazione della giornata lavorativa; la revisione dei progetti estrattivi, con l’abrogazione dei decreti 95 e 151 che promuovono l’aumento dello sfruttamento petrolifero e minerario, e nello specifico impedire ogni forma di estrazione mineraria nei territori indigeni; la regolamentazione dei prezzi dei beni di prima necessità per evitare speculazioni; il rispetto dei diritti collettivi, come l’educazione bilingue e la giustizia indigena; la non privatizzazione dei settori strategici; un bilancio dignitoso per la sanità e l’istruzione; la creazione di politiche di sicurezza pubblica. Questi i punti sui quali l’organizzazione indigena ha avanzato richieste chiare ed articolate.

La CONAIE ha emesso questi 10 punti già vari mesi fa, ma nessuna risposta da parte del governo era pervenuta. Così il 13 giugno è iniziato lo sciopero, con blocchi e manifestazioni in tutto il paese. Anche i settori studenteschi di Quito e di Cuenca si sono uniti alle proteste, chiedendo maggiori investimenti al settore dell’educazione e promuovendo manifestazioni quotidiane a cui si sono unite migliaia di persone. Dopo una settimana di mobilitazioni, Lasso rispose promettendo il congelamento del prezzo del carburante, però al prezzo attuale, mantenendo di fatto i prezzi di tutto altissimi; assicurò l’aumento degli aiuti alle famiglie più povere di 5 dollari; promise il condono dei debiti fino a 3000 dollari. Briciole, rispetto alle richieste del movimento indigeno. A quel punto la CONAIE ha annunciato la marcia su Quito. 

[Foto di Giulia Cillerai e Monica Cillerai, in esclusiva per L’Indipendente]
Il ricordo del Paro del 2019 è ben vivido nella memoria di tutti, sia dei manifestanti che dei politici. La repressione era stata durissima, e aveva lasciato al suolo 11 morti tra i manifestanti, con migliaia di feriti e 1300 arresti. Lo sciopero era durato 11 giorni e aveva causato perdite economiche per centinaia di milioni di dollari. L’unico modo, per i manifestanti, di farsi ascoltare. Il governo però non rispettò gli accordi e abrogò il decreto 883 che eliminava il sussidio statale alla benzina, rivendicazione principale del Paro; dopo pochi mesi cominciò ad aumentare progressivamente il prezzo del carburante. Misure richieste dal Fondo Monetario Internazionale all’Ecuador per poter accedere a prestiti economici. Per questo, ad oggi, la CONAIE non sta accettando il dialogo bilaterale con il governo appoggiato dall’ONU e dall’Unione Europea. Il presidente dell’organizzazione, Leonidas Iza, ha dichiarato mercoledì che prima di dialogare, il governo avrebbe dovuto demilitarizzare la zona della Casa della Cultura e dell’Arbolito in Quito – luoghi simbolo dove il movimento indigeno si è sempre organizzato – nonché permettere l’assemblea pubblica tra le varie organizzazioni sociali e indigene, che devono decidere in merito al dialogo con il governo. Chiedono inoltre il ritiro immediato dello stato di eccezione. 

Un riassunto delle due settimane di sciopero

Lo sciopero è iniziato nelle prime ore del mattino di lunedì 13. Centinaia le strade bloccate. La notte successiva, il leader della CONAIE è stato arrestato da alcuni militari in passamontagna mentre viaggiava in macchina nella regione di Cotopaxi. Su Twitter, il presidente Guillermo Lasso ha annunciato l’inizio degli arresti di coloro che ha definito «autori materiali e intellettuali di atti violenti» durante la giornata di mobilitazione nazionale. Il giorno stesso la protesta si è radicalizzata, sfociando in feroci scontri fuori dal carcere di Latacunga, nella zona di Cotopaxi, dove era stato fermato Iza. Gli indigeni hanno anche “preso in custodia” vari agenti di polizia e un delegato della Fiscalia in distinte zone del territorio, pretendendo la liberazione del loro rappresentante.

[Leonidas Iza, presidente della CONAIE]
A Quito la manifestazione di martedì è arrivata davanti all’unità di Flagrancia (Ufficio della Procura), ed è finita con una macchina della polizia bruciata lì davanti. In serata alcuni camion pieni di manifestanti indigeni provenienti dal Cotopaxi si sono avviati verso la capitale, per pretendere la liberazione del loro leader. Leonidas Iza è stato liberato mercoledì mattina con una denuncia per aver bloccato, in flagranza di reato, i servizi pubblici del paese. Gli hanno concesso misure alternative alla detenzione preventiva, ossia l’obbligo di non lasciare il paese e di presentarsi a firmare due volte alla settimana presso la procura. 

Data l’assenza di risposte concrete alle richieste, la CONAIE aveva annunciato venerdì 17 la marcia su Quito. Nel fine settimana centinaia di camion pieni di manifestanti provenienti dalle comunità indigene di tutto il paese hanno iniziato ad arrivare alle periferie della capitale, battagliando varie volte per riuscire a superare i blocchi dei militari che volevano impedirgli il passo. Sabato 18 nel sud di Quito c’è stata una vera battaglia, a cui si sono unite molte persone dei quartieri popolari della città.

[Foto di Giulia Cillerai e Monica Cillerai, in esclusiva per L’Indipendente]
Domenica, la polizia antisommossa ha perquisito e occupato la Casa della Cultura e il parco dell’Arbolito di Quito, luoghi simbolo dell’organizzazione del movimento indigeno in città. La scusa è stata la necessità di avere spazi per la polizia e i militari, ossia di rendere la Casa della Cultura una caserma. È la seconda volta nella storia che l’autonomia di quello spazio viene violata: l’ultima fu 42 anni fa, in piena dittatura. Gli agenti hanno dichiarato di voler occupare per lo stesso motivo anche l’università Politecnica e l’Assemblea Nazionale. Lunedì 20 centinaia di camion e furgoni, dopo aver superato tutti i blocchi dei militari, hanno iniziato la discesa su Quito con un corteo infinito di mezzi pieni di persone, accolto al suo passaggio da una grandissima solidarietà. Gli abitanti delle strade attraversate dal corteo, hanno regalato acqua, cibo, coperte, e gridavano slogan contro il governo di Lasso. Inoltre, poiché la Casa della Cultura era occupata dalla polizia, gli studenti si sono ritrovati all’Università Centrale, che ha concesso loro di occuparne gli spazi il martedì mattina. Anche l’Università dei Salesiani è stata utilizzata come dormitorio. 

Martedì 21 giugno ci sono stati scontri tutto il giorno. I manifestanti, attaccati dalla polizia all’Università Salesiana, si sono riversati per strada, in una battaglia di posizione in direzione della Casa della Cultura che è durata fino a sera. Mercoledì migliaia di persone sono scese in corteo per le strade del centro e del nord della città, manifestando per ottenere una risposta ai punti richiesti. Nel pomeriggio e in serata è continuata la battaglia di difesa nelle strade tra le due Università e la Casa della Cultura. I manifestanti si sono armati di scudi e pietre, mentre la polizia antisommossa ha sparato lacrimogeni, bombe stordenti e proiettili di gomma. Molti i feriti, troppi i morti. La Guardia Indigena e le prime linee si sono occupate della difesa del corteo, anche se è difficile opporsi ai mezzi corazzati della polizia con degli scudi di legno. Le bombe lacrimogene sono state lanciate fin dentro l’Università, in cui si trovavano anche centinaia di bambini ed anziani.

[Foto di Giulia Cillerai e Monica Cillerai, in esclusiva per L’Indipendente]
Giovedì, come quasi ogni giorno, c’è stata un’assemblea di tutte le popolazioni indigene presenti nelle mobilitazioni; poco dopo i manifestanti sono partiti in corteo e sono riusciti a riprendersi la Casa della Cultura, che la polizia ha quindi dovuto abbandonare. Nel frattempo, i blocchi e le manifestazioni sono continuati in tutto il territorio nazionale. Leonidas Iza ha affermato che lo sciopero non finirà finché non si otterranno risposte concrete, e che se sarà necessario arriveranno altre migliaia di persone su Quito. Ha anche invitato la popolazione della città ad unirsi alle proteste, sottolineando che questa non è una lotta solo per gli indigeni, ma per tutti gli ecuadoriani. Nei giorni scorsi si sono viste anche alcune manifestazioni, poco partecipate, contro lo sciopero nazionale, caratterizzate da insulti razzisti verso gli indigeni. I giornali ufficiali ecuadoriani non danno informazioni reali su quello che sta accadendo e spesso definiscono i manifestanti come “terroristi”. Le persone si informano attraverso media ufficiosi come Twitter, Facebook, e TikTok ma spesso la rete non funziona e i manifestanti accusano il governo di utilizzare strumenti per bloccare il traffico dei dati, limitare e controllare le informazioni.

Un delicato equilibrio politico

L’equilibrio politico è molto precario e il presidente Lasso si è ritrovato quasi senza appoggio in parlamento. Sabato 25 nella seduta dell’Assemblea Nazionale, il blocco di opposizione della UNES infatti ha proposto la destituzione del presidente. La “morte cruzada” è un processo che durerà qualche giorno, e che, se riuscirà, vedrà il paese andare ad elezioni anticipate.

Lasso, impresario e ex-banchiere, tra i maggiori azionisti del banco di Guayaquil, uno dei responsabili della dollarizzazione dell’Ecuador e accusato di frode nei Pandora Papers, non è sicuramente tra i presidenti più amati. Ora, nel Paro, sta commettendo vari altri errori: dall’arresto del leader della CONAIE, all’annuncio dello stato di eccezione che vietava le manifestazioni e gli assembramenti di più di 5 persone – mentre, contemporaneamente, appoggiava pubblicamente le manifestazioni contro lo sciopero nazionale, – fino alla violenta repressione. In molti vogliono vedere cadere il governo.

Guillermo Lasso, Presidente dell’Ecuador

I movimenti indigeni hanno una lunga tradizione nel far cadere presidenti: queste “discese” su Quito per rivendicare i propri diritti, che spesso finivano con il pretendere le dimissioni del presidente di turno, erano usuali prima dell’arrivo al potere di Rafael Correa, nel 2007. Anche nello sciopero nazionale del 2019 molti manifestanti volevano la caduta del presidente Lenin Moreno, accusato di non fare gli interessi del popolo; ma il Paro si concluse con un accordo tra CONAIE e governo, creando, inoltre, non poco discontento tra le basi dell’organizzazione. 

Il fine settimana ha portato con sé due giorni di calma apparente. Quasi sembra che il Paro sia finito, le barricate sono state smontate e non ci sono stati scontri per le strade. Sabato lo stato di eccezione è stato derogato. In molti parlavano di un inizio di “dialogo” e della fine dello sciopero. Ma nelle ultime dichiarazioni Leonidas Iza ha smentito la voce di un incontro bilaterale, e ha ribadito che le mobilitazioni continueranno, nonostante l’aumento della repressione, finché il governo ecuadoriano non risponderà a tutte le richieste avanzate dai gruppi indigeni. Ha ricordato, inoltre, che l’obiettivo del Paro non è quello di far cadere il presidente, ma di avere delle risposte concrete sui 10 punti e ha annunciato la riapertura di alcune strade per poter far arrivare approvvigionamenti nelle città. Infine, il presidente della CONAIE ha affermato di essersi recato all’incontro tenutosi nella Basilica del Voto Nacional di Quito il 25 giugno “per rispetto” del presidente dell’Assemblea Nazionale, Virgilio Saquicela, che ha portato a questo primo contatto tra le due parti. Saquicela ha riferito che durante la riunione è stato proposto di istituire un comitato tecnico con delegati del movimento indigeno e del governo per avviare il processo di dialogo e analizzare ciascuna delle proposte avanzate dai manifestanti. Qualche ora dopo, Leonidas Iza ha fatto sapere che l’incontro non ha toccato un solo punto della lista di dieci richieste che hanno portato la CONAIE e altre organizzazioni alla mobilitazione nazionale e a tempo indeterminato. «Senza la possibilità di toccare alcun punto, ci siamo ritirati», ha detto Iza, che ha aggiunto che qualsiasi decisione di avviare un dialogo sarà consultata con le 53 autorità di popoli e nazionalità indigene che compongono l’organo decisionale della CONAIE.

Ora non si sa cosa succederà. Il Paro continua, non si sa fino a quando. La sua durata ha già superato quella dello sciopero del 2019. Il governo ha paura, e sta aumentando la violenza contro i manifestanti. Solo il futuro potrà rivelare quali saranno le prossime mosse del governo, dell’Assemblea Nazionale, della CONAIE e delle piazze. Però – se e quando – come nel 2019, le migliaia di persone scontente e impoverite dalle politiche neoliberali dei quartieri di Quito si uniranno al Paro, nemmeno la violenta repressione riuscirà a fermare le proteste e ad evitare la caduta del presidente. 

[di Giulia Cillerai e Monica Cillerai]

Aborto, proteste e arresti negli USA

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Venerdì scorso la Corte Suprema degli Stati Uniti ha cancellato la sentenza Roe vs Wade del 1973, che tutelava il diritto costituzionale all’aborto nel paese. Sono così scoppiate violente proteste in tutti gli Stati Uniti, dalla costa est alla costa ovest. A New York i manifestanti, i cosiddetti pro-choice, si sono radunati a Bryant Park, nel cuore di Manhattan e almeno 25 di loro sono stati arrestati. Proteste e interventi della polizia si sono registrati anche a Phoenix, Los Angeles e Washington.

CPR di Caltanissetta: i migranti protestano sui tetti dopo i pestaggi della polizia

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Sabato 25 giugno nel Centro di Permanenza e Rimpatrio (CPR) di Caltanissetta i detenuti hanno messo in atto una protesta sui tetti della struttura per denunciare la grave carenza di assistenza sanitaria e i pestaggi della polizia. La protesta aveva come obiettivo di sollevare l’attenzione dei rappresentanti del Consolato tunisino, affinché si recassero sul posto a constatare la situazione di violenza e degrado cui sono costretti a vivere i migranti all’interno del CPR. Nel corso delle proteste i detenuti hanno anche denunciato di aver subito violenze da parte della polizia: un giovane tunisino sarebbe infatti stato trascinato dietro le telecamere e brutalmente picchiato da alcuni agenti.

A denunciare quanto accaduto è l’ONG LasciateCIEntrare, contattata dagli stessi migranti che intendevano denunciare la mancanza di assistenza sanitaria all’interno della struttura, a fronte di situazioni di necessità anche gravi. Nemmeno a seguito del pestaggio del giovane tunisino da parte degli agenti, denunciano i migranti, è intervenuto il medico a prestare soccorso. A dare ulteriore conferma di tale situazione è un operatore del 118, il quale avrebbe riferito a LaciateCIEntrare che le ripetute chiamate effettuate dai migranti al pronto soccorso di Caltanissetta, per denunciare situazioni di necessità anche gravi, venivano bloccate dalla polizia con la motivazione che la struttura disponeva già di un medico. L’ambulanza, riferisce il comunicato di LasciateCIEntrare, è riuscita a entrare nella struttura solamente alle 18.30.

A fronte di tali abusi, i migranti sono saliti sul tetto della struttura per chiedere un ai rappresentanti del Consolato tunisino di recarsi a verificare con i propri occhi le condizioni di reclusione all’interno del CPR. D’altronde, le gravi carenze gestionali dei Centri di Permanenza e Rimpatrio sono oggetto di diversi report e denunce da parte delle autorità da tempo. La Relazione al Parlamento 2022 riguardante la situazione delle carceri italiane, presentata pochi giorni fa dal Garante dei diritti dei detenuti – nella quale i CPR rientrano a pieno titolo perché veri e propri centri di detenzione amministrativa -, ha sottolineato come l’utilizzo di tali strutture non contribuisca ad aumentare o velocizzare i rimpatri, questione che “apre la questione della legittimità di tale trattenimento quando sia già a priori chiaro che il rimpatrio verso quel determinato Paese non sarà possibile”. Come sottolineato nel rapporto, il problema migratorio “continua ad essere affrontato, nei suoi miglioramenti e nelle persistenti problematicità, in termini emergenziali e non strutturali“, fattore che non contribuisce a trovare soluzioni reali alle problematiche esistenti.

[di Valeria Casolaro]

Cos’è il Golden Power, l’arma usata da Draghi per frenare la Cina

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Il Governo sarebbe stato «convintamente europeista e atlantista», diceva Mario Draghi in occasione del suo insediamento, un proposito che l’attuale Presidente del Consiglio sta difendendo con i denti anche in quei contesti che non finiscono sotto i riflettori. Superato il palcoscenico che si è creato attorno a guerra, pandemia e alti costi della vita, la politica sta infatti sfruttando il cosiddetto “golden power” per frenare l’avanzata dell’influenza cinese.

Con l’anglicismo golden power si vanno a sintetizzare colloquialmente quei “poteri speciali nei settori della difesa e della sicurezza nazionale” che il Governo italiano si è garantito con il d.l. 15 marzo 2012 n. 21, ovvero la possibilità di porre condizioni e veti nell’acquisizione estera di aziende italiane considerate strategiche. Tra la crisi economica, la vulnerabilità imprenditoriale post-pandemica e il rimodellamento della globalizzazione, questi poteri sono sempre più al centro delle strategie estere, in Italia come altrove.

A inizio giugno, l’opzione di intervento è stata sfruttata dall’Amministrazioni Draghi per bloccare i desideri di espansione della cinese Efort Intelligent Equipment (Efort), la quale aveva intenzione di espandere la propria quota azionaria della piemontese Robox, passando così dal 40 al 49%. Stando a quanto riportato dalla stampa estera, l’intenzione di Efort era quella di garantirsi il codice sorgente e i dati tecnici alla base del software che ottimizza la gestione del motion control robotico-industriale.

L’unione non s’ha però da fare e non si tratta di un caso isolato. Se è vero che nel 2019 il Governo Conte aveva firmato l’adesione alla nuova via della seta, è anche vero che l’impegno commerciale con la Cina è stato osteggiato non appena Draghi è salito al potere. Dal 2021 a oggi, la politica ha bloccato cinque differenti progetti di investimento: due riguardavano il campo dei semiconduttori, uno l’attività agroalimentare, uno la vendita di droni militari, infine il caso sopra citato.

Le carte firmate da Conte scadranno nel 2024 e non è detto che verranno rinnovate, se non altro perché le azioni del Governo danno a intendere che l’atlantismo rappresenti la strada maestra da perseguire a ogni costo, anche quando gli avversari degli Stati Uniti ci offrono alternative migliori e a prezzi più contenuti. Allo stesso tempo, l’intervento della politica nel Mercato si sta dimostrando sempre più essenziale nel tutelare la resistenza di un Paese.

In diverse occasioni si è scoperto che la tecnologia cinese – ma anche quella statunitense – ha violato i contratti e le leggi europee pur di raccogliere dati e avvantaggiare i propri interessi nazionali, pertanto la cautela non è affatto ingiustificata. Nonostante l’Italia sia spesso bistrattata per la sua arretratezza nell’abbracciare massivamente il digitale, bisogna dunque ricordare che le imprese nostrane rappresentino comunque un’avanguardia della robotica industriale e che lo svenderle a potenze straniere non farebbe altro che impoverire la nazione.

Non ha senso criticare il golden power in quanto fenomeno, tuttavia è necessario registrare come questo sia sempre più al centro della vita diplomatica europea, spesso utilizzato come strumento geopolitico.

[di Walter Ferri]

Il Cremlino smentisce le accuse di default

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Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha risposto alle accuse della stampa occidentale secondo cui Mosca non sarebbe in grado di ripagare il suo debito in valuta estera andando quindi in default tecnico. «È falso parlare di default» ha asserito, aggiungendo che tali accuse sono «infondate, il pagamento in valuta estera è stato effettuato a maggio». Peskov ha quindi spiegato ai giornalisti che i pagamenti sono stati bloccati da Euroclear a causa delle sanzioni occidentali e che questo «non è un nostro problema».
Il pagamento riguarda 100 milioni di dollari di interessi su due obbligazioni, il cui termine era inizialmente fissato per il 27 maggio. Per il portavoce del Cremlino quindi – come riferisce la ‘Tass’ – non c’è motivo di definire la situazione attuale un default.

 

Madrid, in migliaia in piazza per protestare contro la NATO

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Nella giornata di domenica 26 giugno migliaia di manifestanti sono scesi per le strade di Madrid per protestare contro la NATO, a pochi giorni di distanza dal vertice dell’Alleanza Atlantica che si svolgerà nella capitale spagnola il 29 e 30 giugno. Presenti alla manifestazione dirigenti di Sinistra Unita e del leader del Partito Comunista spagnolo (PCE) Enrique Santiago. Assenti rappresentanti o bandiere di Podemos. Santiago, segretario di Stato per l’Agenda 2030, è stata l’unica personalità di spicco del Governo di coalizione presente alla manifestazione. La protesta ha segnato la fine di un week end di contestazione dei partiti di sinistra contro le politiche dell’Alleanza e il vertice di questa settimana.