martedì 17 Maggio 2022

La Germania si muove per difendere la propria sovranità tecnologica

In un mondo post-pandemico che è grandemente alimentato da legami politici ormai logori e da una furiosa corsa alla digitalizzazione, ci è sempre più comune il notare Governi che decidono di opporsi ad acquisti e assorbimenti di Mercato che vanno a toccare i settori strategici della modernità: difesa, telecomunicazioni, trasporti, energia. Questo diritto – detto “golden power” – è stato esercitato in questi giorni da Berlino, la quale si è trovata dopo una lunga riflessione a intervenire sulla vendita di una delle sue aziende di semiconduttori, “bruciando” una transazione da ben 4,35 miliardi di euro.

Le aziende coinvolte nella faccenda sono la tedesca Siltronic e la concorrente taiwanese GlobalWafers e la battuta d’arresto è stata determinata formalmente da un inghippo procedurale. Le autorità hanno infatti lamentato di non essere riuscite a vagliare tutte le pratiche entro i termini previsti del 31 gennaio 2022, scaricando però la colpa sulle controparti cinesi, le quali hanno formalizzato i requisiti governativi solamente a ridosso della scadenza. Requisiti che, in tutta franchezza, erano perlopiù abbastanza prevedibili.

La Cina è sempre stata esplicita nella sua tendenza ad anteporre le proprie necessità a quelle altrui, quindi non stupisce che l’antitrust del gigante asiatico abbia preteso che la GlobalWafers si impegnasse a rifornire la nazione con i suoi microchip anche dopo l’eventuale acquisizione di Siltronic. Piuttosto, risulta immediatamente chiaro che la sempre presente minaccia statunitense di sanzionare qualsiasi azienda tech che supporti il grande avversario cinese non debba essere stato un grande incentivo per l’establishment, il quale si dev’essere fatto qualche calcolo anche al di fuori del settore finanziario.

Negli ultimi anni si è delineata in maniera esplicita e predominante la tendenza di Berlino a voler salvaguardare la sua “sovranità tecnologica”, ovvero il desiderio estremo di assicurarsi che la propria tecnica non finisca nelle mani extraeuropee, le quali non solo sarebbero in grado di presentare sul Mercato prodotti dal costo più competitivo, ma avrebbero anche occasione di ingigantire un’influenza produttiva che è ormai palese.

La Germania si è resa conto della situazione già nel 2016, anno in cui ha subito una doccia gelida nel non riuscire a bloccare la vendita dell’industria robotica Kuka a degli imprenditori cinesi. Da allora il Governo ha coltivato i poteri del Ministero dell’Economia in modo che una simile situazione non si ripetesse con tanta facilità, quindi ha intensificato ulteriormente i propri sforzi in concomitanza con le quarantene pandemiche.

La crisi economica, la corsa alla digitalizzazione, l’individualismo scomposto delle varie nazioni e la carenza patologica di microchip ha causato un tutti-contro-tutti che ha danneggiato diversi settori tecnologici, primo tra tutti quello dell’automotive, motore trainante dell’economia tedesca. Nel giro di pochi mesi si sono vissuti i lati peggiori della competitività neoliberista, ma è anche emerso quanto i Paesi “evoluti” siano effettivamente dipendenti da materie prime, componenti elettronici e supporto tecnico delle cosiddette realtà in via di sviluppo.

Ecco dunque che, con nonchalance, la Germania ha intensificato i controlli sugli investimenti ed è passata dall’esaminare 78 contratti nel 2019 al verificarne ben 306 nel 2021. Berlino e i Governi che ne seguono le direttive si trovano ora a discutere una posizione difensiva e anti-globale, a diffidare degli innegabili progressi digitali della Cina, ma anche a nutrire malessere verso certe minacce statunitensi. Ne emerge un panorama bizzarro che riflette la tendenza della geopolitica attuale a voler promuovere l’istituzione di un mercato digitale privo di barriere, ma dove gli attori non si privano di barriere doganali e politiche di stampo nazionalista. A mancare è, in tutta evidenza, una politica di cooperazione tra gli stati, tanto più all’interno degli stessi paesi europei. 

[di Walter Ferri]

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