I legislatori del movimento di opposizione ecuadoriano UNES hanno indetto martedì una votazione per rimuovere dall’incarico il presidente Guillermo Lasso, dopo che i rapporti di questi con l’assemblea nazionale dell’Ecuador sono peggiorati per via delle proteste in corso. La soglia dei 92 voti necessari non è tuttavia stata raggiunta. Lasso ha nuovamente sospeso le trattative con il leader indigeno Leonidas Iza. Le proteste, che si protraggono ormai da 2 settimane, hanno portato alla morte di 8 persone e causato carenza di cibo e medicinali e la riduzione della produzione di petrolio.
Martedì 28 giugno
7.00 – Texas, trovati 46 migranti morti dentro camion abbandonato, 16 superstiti: è una delle peggiori stragi della storia recente americana.
8.00 – Bonus edilizi, GdF di Napoli sequestra oltre 772 milioni di euro: 143 persone fisiche e giuridiche coinvolte.
12.25 – G7, trovato accordo per Price cap proposto da Draghi.
14.30 – L’Ordine dei medici di Venezia radia Barbara Balanzoni, medico no-vax, per le sue posizioni su pandemia e vaccini.
16.30 – Scozia, annunciata presentazione disegno di legge per la convocazione di un referendum bis per l’indipendenza a ottobre 2023.
17.30 – Vertice NATO a Madrid, incontro tra Erdogan, Stoltenberg e i primi ministri di Finlandia e Svezia riguardo l’ingresso dei due Paesi nella NATO.
18.00 – Superbonus 110%, stop del governo a proroghe e nuovi fondi ma possibile apertura sulle cessioni.
19.00 – Segretario generale ONU Guterres: “La guerra in Ucraina dimostra che la transizione verde è una priorità”.
Petrolio, gli USA abbandonano ogni cautela ambientale per aumentare la produzione
Allo scopo di aumentare la produzione del cosiddetto petrolio di scisto, gli Stati Uniti hanno scelto di premere l’acceleratore su una tecnica nota come refracking. Anziché creare nuovi pozzi, si induce una seconda ‘esplosione’ ad alta pressione in quelli già sfruttati al fine di estrarre dalle rocce quanto più petrolio possibile. Si stima che il ricorso a questa sollecitazione aggiuntiva possa essere fino al 40% più economico rispetto alla creazione di nuovi siti d’estrazione. Quanto all’impatto ambientale, non si sa molto. Certo è che, in questo senso, il fracking in sé non è un’operazione trascurabile. Ma ora, poco importa. Il greggio oscilla intorno ai 100 dollari al barile, l’occasione di guadagnare tanto senza fare grandi investimenti è quindi probabilmente troppo ghiotta per lasciarsela scappare. Tanto più alla luce delle recenti tensioni tra l’industria petrolifera e la Casa Bianca la quale, riluttante a promuovere nuovi investimenti fossili, è sotto pressione per contenere i prezzi record del carburante.
Ma in cosa consiste il refracking? Innanzitutto, va precisato che non si tratta di una tecnica nuova. L’operazione, adottata dall’industria fossile da oltre un decennio, implica una seconda fratturazione idraulica in giacimenti rocciosi già sfruttati e, quindi, già sottoposti ad un primo fracking: un’attività estrattiva finalizzata a ricavare petrolio e gas di scisto da rocce argillose nel sottosuolo. La tecnica consiste in una prima perforazione finalizzata a raggiungere i giacimenti, nei quali, successivamente, si inietta ad alta pressione una miscela di acqua, sabbia e prodotti chimici di sintesi allo scopo di facilitare la fuoriuscita degli idrocarburi. Alcuni pozzi, e questo è il caso del refracking, vengono quindi nuovamente fratturati per consentire l’estrazione di fonti fossili da un secondo strato geologico. Il processo può anche riaprire fratture che potrebbero essersi chiuse nel tempo e, per stimolare un’ulteriore produzione, un pozzo può essere rifratturato ogni uno o due anni.
Come anticipato, dell’impatto ambientale di una seconda fratturazione si sa poco e niente. Tuttavia, essendo note le conseguenze ecologiche di una singola operazione di fracking, non è azzardato affermare che degli interventi analoghi successivi amplifichino di molto gli impatti dei primi. Ad oggi, le criticità legate a queste pratiche sono almeno tre. In primo luogo, alla luce delle grandi quantità di acqua richieste, va citato l’enorme spreco idrico: basti pensare che ogni pozzo avrebbe bisogno tra i 100 mila e i 27 milioni di litri d’acqua. Segue la potenziale contaminazione delle falde acquifere e del suolo, poiché gran parte del liquido iniettato, contenente in media 14 differenti additivi chimici, non riemerge. Inoltre – come dimostrato da diversi studi – le operazioni di fratturazione possono perfino indurre scosse sismiche lievi e moderate. Secondo altri esperti, invece, ricorrere al refracking eviterebbe tutta una serie di impatti legati alla creazione di nuovi siti estrattivi, come ad esempio nuovo consumo di suolo. Un vantaggio incontrovertibile se solo, parallelamente, non si cercassero ulteriori giacimenti da sfruttare. Senza contare poi che l’operazione, ad ogni modo, implica l’impiego di grandi quantità di metano: un gas serra 25 volte più potente dell’anidride carbonica, nonché dannoso per la qualità dell’aria nelle vicinanze dei pozzi perforati.
[di Simone Valeri]
Secessione, la Scozia verso il referendum bis
Nicola Sturgeon, primo ministro indipendentista scozzese, ha rilanciato la sfida al governo di Londra su un referendum bis per la secessione mentre il primo ministro del Regno Unito Boris Johnson era impegnato nel vertice G7 in Germania. La leader del Partito Nazionale Scozzese (SNP) ha infatti annunciato la presentazione di un disegno di legge locale al Parlamento di Edimburgo per la convocazione di un voto consultivo da tenersi secondo le sue intenzioni il 19 ottobre 2023. Il referendum dovrebbe riproporre lo stesso quesito respinto nel 2014.
Il G7 doveva parlare di crisi alimentare, ma ha deciso solo di inviare più armi a Kiev
Si è appena concluso il 47° vertice G7 della storia, l’incontro che unisce i rappresentanti di America del Nord, Giappone e parte dell’Europa per ribadire la loro coesione, in questo caso rivolta totalmente alla questione del conflitto in Ucraina. Innanzitutto, i leader occidentali riunitisi in Baviera hanno riaffermato la condanna «alla brutale, ingiustificabile e illegale guerra mossa contro l’Ucraina dalla Russia, con il supporto della Bielorussia», manifestando la volontà di continuare sulla linea delle sanzioni a Mosca e dell’invio di equipaggiamenti militari a Kiev. Non sono state presentate, invece, misure o piani alternativi a quello delle Nazioni Unite, in discussione da settimane, per evitare che la crisi alimentare dovuta ai mancati approvvigionamenti ucraini e russi in decine di paesi nel mondo possa causare milioni di vittime. Una questione evidentemente troppo distante dagli interessi immediati dei grandi della Terra.
Sul punto, come di consueto, tante parole e nessuna azione concreta. Al termine del G7, il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi ha citato le parole del segretario generale ONU António Guterres: «siamo ormai vicini al momento della verità per capire se l’Ucraina e la Russia vorranno sottoscrivere l’accordo che permetterà al grano di uscire dai porti». Si tratta del piano avanzato dalle Nazioni Unite in discussione da settimane, che prevede la gestione congiunta da parte di Turchia, Russia, Ucraina e ONU delle operazioni di entrata e uscita dai porti ucraini. Nello specifico, le Nazioni Unite dovrebbero controllare e ispezionare le navi provenienti dall’estero, mentre Ankara dovrebbe scortare le navi nel Maro Nero. Ma le incognite sono tante: innanzitutto il parere favorevole di Kiev e Mosca, a cui si aggiungono poi le condizioni del grano contenuto nei silos da mesi. Ulteriori ritardi eliminerebbero ogni dubbio sull’utilizzabilità dei prodotti alimentari destinati a decine di paesi nel mondo. Dunque, non aver formulato un piano alternativo per la risoluzione di questa crisi, soprattutto alla luce delle riserve espresse dai paesi coinvolti, non può che rappresentare una sconfitta per il G7 e un pericolo per milioni di persone, soprattutto in Africa e in Medio Oriente.
Gli attori del vertice sono parsi decisamente più interessati a parlare di armi e aiuti militari. «Continueremo a coordinare gli sforzi per soddisfare le urgenti esigenze di Kiev in termini di equipaggiamento militare e di difesa», hanno dichiarato congiuntamente i leader occidentali al termine dell’incontro di tre giorni a cui farà seguito il vertice NATO di Madrid. Oltre alla fornitura di materiale bellico, verranno rinnovati l’addestramento e il supporto logistico, di intelligence ed economico nei confronti delle forze armate ucraine. Spazio poi alle sanzioni nei confronti di Mosca, «il cui impatto si aggraverà nel tempo», al centro del “default” che in queste ore sta riguardando la Russia in un contesto di disinformazione da parte della stampa occidentale. «Tutti i leader concordano sulla necessità di limitare i finanziamenti a Putin, ma anche di rimuovere la cause dell’inflazione. Abbiamo dato mandato con urgenza ai ministri su come applicare un price cap sul gas e sul petrolio. La stessa Unione europea accelererà nei prossimi giorni il suo lavoro sul tetto al prezzo del gas», ha dichiarato Mario Draghi in conferenza stampa a Elmau alla fine del G7. Ribaditi, infine, gli obiettivi di collaborazione con la Cina – invitata a fare pressione sulla Russia affinché cessi la sua aggressione militare e ritiri immediatamente e incondizionatamente le sue truppe dall’Ucraina – e di ricostruzione del territorio ucraino, per cui l’Italia rivestirà un ruolo fondamentale alla luce del recente accordo tra Confindustria e il presidente Zelensky.
[di Salvatore Toscano]
Il risvolto inquietante dei cereali per la colazione (di cui pochi sanno)
Il settore dei cereali per la colazione meriterebbe più attenzione da un punto di vista nutrizionale e auspicabilmente anche più controlli e più regolamentazione, in quanto comporta un notevole impatto sulla salute trattandosi di prodotti di uso quotidiano per milioni di bambini e adulti.
Durante varie ricerche sull’industria dei cereali da colazione, ho scoperto con sorpresa che diverse autorità e personaggi di spicco del mondo scientifico negli Stati Uniti (nutrizionisti e medici), Paese in cui questo alimento è nato e si è affermato commercialmente, hanno fatto grande opposizione alle politiche industriali della Kellogg Company e di altri colossi dei cereali da colazione americani, quali Post o General Foods. Una di queste personalità fu il Dott. Jean Mayer, professore di nutrizione ad Harvard divenuto in seguito Presidente e Rettore della Tufts University, un medico che godeva di un’immensa influenza negli USA in questioni di alimentazione anche a livello governativo. Fu infatti Consulente del Governo durante la presidenza Nixon per vario tempo.

Nei mesi e anni successivi al lavoro di Mayer su obesità, zucchero e diabete, le aziende dei cereali come la Kellogg e altre subirono notevoli pressioni da parte dei movimenti dei consumatori e della stampa per ridurre il quantitativo di zucchero presente nei loro prodotti.
Negli Stati Uniti infatti esistono le class action, ossia delle azioni legali di classe da parte dei movimenti dei consumatori, che sotto assistenza di potenti studi di avvocati danno vita a delle cause legali contro grandi aziende e multinazionali, quando ritengano di subire torti o danni alla salute da parte di chi mette in commercio i prodotti di consumo (non solo alimenti). Negli USA spesso le class action hanno portato e ancora oggi portano a dei rimborsi per i consumatori con cifre da capogiro. E proprio nel caso della Kellogg e di uno dei suoi cereali per la colazione ce ne fu una nel 2008 che portò poi nel 2013 alla sentenza di risarcimento di ben 4 milioni di dollari per l’azienda americana colosso dei cereali: la Kellogg aveva mandato in onda in TV uno spot pubblicitario incentrato sul presupposto che uno dei suoi prodotti per la prima colazione, i Frosted Mini-Wheats, aiutasse i bambini ad ottenere voti migliori a scuola.
La scena si svolgeva in un’aula scolastica. In piedi alla lavagna, una maestra domandava alla classe: “Dove eravamo rimasti?” I suoi giovani studenti apparivano stanchi, accasciati sui banchi. Usavano le braccia solo per appoggiarvi la testa. Un ragazzino alzava rapido la mano e agitava le dita, con lo sguardo vivace e infervorato: “Eravamo al terzo paragrafo di pagina 57 e stava spiegando che le strutture in pietra costruite dagli antichi Romani si chiamavano acquedotti; e mentre lo stava scrivendo alla lavagna, le si è rotto il gesso in tre pezzi.” “Giusto”, diceva la maestra meravigliata. Allora una voce fuori campo trasmetteva il messaggio: “Uno studio clinico ha dimostrato che i bambini che hanno fatto una sostanziosa colazione con i cereali Frosted Mini-Wheats hanno migliorato il loro livello di attenzione di quasi il 20%. Li mantengono sazi. Li mantengono concentrati”.
Lo spot circolò in lungo e in largo in TV, su internet e persino sui lati dei cartoni del latte. C’era solo un intoppo: l’affermazione non era vera. Lo studio clinico citato nello spot pubblicitario dell’aula scolastica era stato, in realtà, commissionato e pagato dalla Kellogg. Ma la cosa davvero grave era che lo studio in questione riportava che almeno la metà dei bambini che consumavano scodelle di Frosted Mini-Wheats non presentavano miglioramenti di alcun genere nelle verifiche cui erano sottoposti per valutare la capacità di ricordare, pensare e ragionare prima e dopo avere consumato quei cereali. Solo un bambino su 7 otteneva un incremento del 18%.
L’ente che contestò e bloccò in definitiva lo spot della Kellogg fu la Federal Trade Commission, un ente di controllo e garanzia al servizio dei consumatori americani. La Commissione federale ha agito contro la Kellogg’s dopo che alcuni ricercatori e medici hanno sollevato il problema dell’obesità infantile, strettamente collegato ai messaggi pubblicitari lanciati spesso a sproposito dalle industrie alimentari.
Questa vicenda ci aiuta a comprendere come il mondo dei cereali per la colazione sia ormai un qualcosa di istituzionalizzato nella società dei Paesi occidentali. Nel senso che viene presentato come un fatto o abitudine salutare in ambito alimentare. Sebbene in Italia caffèlatte e biscotti sia forse la colazione più gettonata tra i bambini, quella a base di latte e cornflakes è sicuramente una classica colazione che milioni di bambini consumano ogni giorno. Ma ogni genitore dovrebbe sapere che in genere questi cereali soffiati per la colazione sono in realtà un dolce, non un cereale. Infatti, si tratta di prodotti che contengono tantissimi zuccheri aggiunti, arrivando talvolta ad essere costituiti per il 38% da essi (negli Stati Uniti si può arrivare al 50% di zucchero, come abbiamo visto).
Secondo la pubblicità il modo “per iniziare al meglio” la giornata è fare colazione con una tazza di latte e cereali Kellogg’s. Ma è davvero così? Ho provato ad analizzare al supermercato alcune confezioni di cereali dei marchi più noti, e come potete vedere nelle immagini che vi allego il contenuto di zucchero aggiunto è in molti casi davvero eccessivo.

Crusca e altri prodotti con fibre: più salutari?
Una categoria leggermente differente di cereali per la colazione è rappresentata dai bastoncini di crusca (di avena o frumento), che in teoria si denota come un prodotto un po’ più sano in quanto dovrebbe contenere solamente le fibre del cereale, che sono un elemento nutrizionale di grande valore per la salute. Ma solo in teoria questi prodotti vengono confezionati con le fibre, purtroppo. In pratica anche qui assistiamo ad una preparazione un po’ ingannevole e fuorviante per i consumatori, dal momento che non solo viene aggiunto tanto zucchero anche in questi prodotti (non meno di 20 g di zucchero su 100g), ma vengono addizionati anche con farine di mais o amidi. Pertanto, se il consumatore è convinto di acquistare “bastoncini di crusca di frumento (o avena)”, perchè sul frontale della confezione si ritrova a leggere proprio questa dicitura, nella realtà dei fatti acquista invece un prodotto arricchito di zuccheri e farina raffinata. Ecco ad esempio uno di questi prodotti appena descritti, come si può notare dalle immagini sottostanti:

Il muesli è infatti un ottimo alimento. Ricco di fibre e sali minerali, se associato al latte o allo yogurt diventa un alimento completo, perfetto per iniziare la giornata.
Chi fu l’inventore dei cereali Kellogg’s? Una storia che ha dell’incredibile…
Una storia davvero pazzesca quella dei Kellogg’s Corn Flakes e del loro visionario inventore: il medico John Harvey Kellogg. Egli era un fervente e devoto seguace della Chiesa Cristiana degli Avventisti del Settimo Giorno, un gruppo di cristiani protestanti americani. Inoltre, era un fervente vegetariano e scrisse oltre 50 libri su vari aspetti della salute e che incoraggiavano una dieta vegetariana, esercizio fisico, il prendere aria fresca e sole, bere 8-10 bicchieri di acqua al giorno, l’astinenza dal tabacco, alcol, tè e caffè.
Quello che forse non molti sapranno però è che il signor Kellogg era ossessionato anche dall’idea che i giovani potessero masturbarsi e assecondare i propri naturali impulsi sessuali. Demonizzava la carne come alimento perchè la considerava cibo eccitante che scatena le voglie sessuali e disse apertamente che i cereali invece avevano una salutare azione sedativa sugli impeti ormonali giovanili. Il dottor Kellogg diventò medico nel 1875. Successivamente studiò Chirurgia a Londra e Vienna ed eseguì 22 mila interventi chirurgici nell’arco della sua vita. Si spense all’età di 88 anni.
[di Gianpaolo Usai]
G7: Russia deve sbloccare porti in Mar Nero
La Russia deve “mettere fine, senza condizioni, al blocco dei porti ucraini in Mar Nero”: è quanto si legge nella dichiarazione finale del G7 sul tema della sicurezza alimentare globale. Mosca deve inoltre smettere di “distruggere importanti infrastrutture portuali e di trasporto, terminali e silos per il grano” e di “appropriarsi illegalmente di prodotti agricoli e attrezzature ucraine”, affermano i leader del G7 tramite il documento, con il quale comunicano altresì di “sostenere fortemente l’Ucraina nel riprendere le sue esportazioni agricole sui mercati mondiali nonché gli sforzi delle Nazioni Unite per sbloccare un corridoio marittimo sicuro attraverso il Mar Nero”.
In Sardegna l’eolico è un business senza regole, i cittadini si mobilitano per fermarlo
In Sardegna è iniziata la corsa all’eolico: sono diverse le compagnie che hanno depositato in varie Capitanerie di porto dell’isola richieste per le concessioni demaniali quarantennali per la realizzazione di parchi eolici marittimi. Si tratta di centinaia di pale che potrebbero in alcuni casi superare i 300 metri di altezza, situate a una distanza dalla costa tra le 4 e le 32 miglia. Non vi è un piano nazionale che indichi le zone idonee in cui realizzarli né sono stati effettuati studi sull’impatto ambientale degli interventi, tuttavia, secondo i protocolli delle Capitanerie di porto, sono disponibili soli 30 giorni di tempo per presentare opposizioni ai progetti. Mentre la Regione e il Ministero dell’Ambiente tacciono su quanto sta avvenendo, i cittadini sardi si sono già organizzati per cercare di impedire che la loro isola subisca un potenziale disastro ecologico e turistico.
I parchi eolici marittimi potrebbero sorgere in numerosi punti, da nord a sud dell’isola. Tuttavia, come ha sottolineato la sindaca di San Teodoro in un articolo di Andrea Sparaciari pubblicato oggi su Il Fatto Quotidiano, «l’energia non andrà ai sardi, che non saranno nemmeno indennizzati per il loro sacrificio». A largo di San Teodoro, in piena Gallura, il progetto di impiantare 65 pale eoliche è della società Tibula energia. Le pale sorgeranno in 3 milioni e 182 mila metri quadri di mare tra Olbia e Siniscola e avrebbero una potenza totale di 975 megawatt, sufficienti per un milione di persone, ma tutta la produzione verrà inviata in Sicilia. L’azienda appartiene per metà a Falck Renewables, di proprietà della multinazionale americana JP Morgan, e per metà alla spagnola Bluefloat Energy International. Il direttore generale, la russa Ksenia Balanda, aveva assicurato che nessun progetto sarebbe stato depositato prima della metà del 2023, promessa infranta un mese fa, rendendo di fatto impossibile la preparazione di opposizioni al progetto in soli 30 giorni.
Vi è poi la Zefiro Vento s.r.l., parte della Copenaghen Energy, la quale ha presentato alla Capitaneria di Olbia un progetto – nello stesso giorno della sua costituzione alla Camera di Commercio di Milano – del valore di 9 miliardi e 876 milioni per la realizzazione di 210 pale eoliche da 15 megawatt ciascuna, in una porzione di mare di 1,7 milioni di metri quadri. La potenza totale prodotta, pari a 3150 megawatt, corrisponderebbe a oltre il doppio di quella prodotta dalle centrali di Porto Torres e Portovesme. Il progetto presentato prevede che, qualora il mercato lo consenta – senza, quindi, alcuna preoccupazione per l’eventuale danno ambientale o paesaggistico – il proponente possa «adottare scelte tecnologiche differenti, installando turbine con potenza nominale fino 25 MW, diametro del rotore fino a 320 m, altezza al mozzo fino a 225 m e altezza massima fino a 385 metri». Il parco eolico sorgerebbe inoltre nel mezzo delle rotte di navi cargo e passeggeri che ogni anno trasportano merci e turisti verso l’isola.
Come riferito a Sparaciari da Carlo Deliperi, dell’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico, «Qui siamo in assenza di qualsiasi pianificazione e quantificazione dell’energia utilizzabile. Il Ministero dovrebbe bloccare tutte le richieste, pianificare le aree per la produzione eolica a mare a livello nazionale e, solo dopo, mettere i siti a bando. Così da far guadagnare la collettività, non gli speculatori». Le zone della Sardegna che verranno toccate sono ancora molte: aziende quali Repower, Nora Ventu, Ichnusa Wind Power e Seawind Italia si spartiranno i mari al largo delle spiagge da Cagliari a Sant’Antioco, passando per Capo Teulada e vari punti della costa sulcitana. I cittadini sardi non si sono però dati per vinti: su Facebook e Telegram è infatti già nata l’iniziativa NO Furto eolico in Sardegna!, la quale si propone di presentare migliaia di opposizioni scritte alle Capitanerie di porto prima della scadenza del 30 giugno, per cercare di impedire “un immane furto e disastro ecologico e turistico che durerà 40 anni”.
[di Valeria Casolaro]
Ucraina: missile russo contro centro commerciale a Kremenchuck
Ieri pomeriggio si è verificato un attacco missilistico russo contro un centro commerciale a Kremenchuk, nella regione centrale ucraina di Poltava. Lo ha riferito il Capo dei servizi di emergenza. Ad oggi si contano 18 morti e circa 59 feriti. Dura la condanna dei leader del G7: «condanniamo solennemente l’abominevole attacco a un centro commerciale a Kremenchuk. Siamo uniti all’Ucraina nel piangere le vittime innocenti di questo attacco brutale» hanno scritto in una dichiarazione. Da quel che si apprende potrebbe essere stato un errore di mira, di quelli che l’Occidente chiamava «danni collaterali», perché accanto al capannone colpito c’è una grande fabbrica. In più, consultando Google Map, il centro commerciale risulta «definitivamente chiuso».








