Tre carri armati “Pzh 2000” provenienti dalla base militare di Persano, in provincia di Salerno, sono stati fermati dalla Polizia Stradale di Napoli al casello di Mercato San Severino dell’autostrada Salerno-Caserta, in quanto la ditta privata incaricata del loro trasporto non era in possesso della documentazione necessaria. È questa la notizia circolata nella giornata di oggi che però, relativamente al luogo in cui tali mezzi militari erano diretti, risulta avvolta da un alone di mistero. Secondo una ricostruzione del quotidiano Il Mattino, infatti, i tre carri armati avrebbero avuto come destinazione finale l’Ucraina, tuttavia lo Stato maggiore della Difesa, con una precisazione arrivata successivamente, ha dal canto suo sostanzialmente smentito la notizia.
“Si precisa che i mezzi trasportati, Pzh2000, erano diretti in Germania per un’esercitazione”, ha infatti fatto sapere lo Stato maggiore tramite un comunicato relativo alla notizia pubblicata dal quotidiano. Secondo Il Mattino, però, i tre mezzi bellici “facevano parte di un convoglio di cinque carri armati diretti verso il luogo del conflitto in corso tra Ucraina e Russia” ed in tal senso gli altri due mezzi, che avrebbero passato i controlli, avrebbero successivamente “proseguito il loro tragitto verso Bologna” da dove poi, “attraverso la Germania”, dovrebbero arrivare “in Ucraina”. Una ricostruzione dunque non totalmente contrastante con il comunicato dello Stato Maggiore, essendo la Germania presente anche nella cronaca fatta dal quotidiano, ma differente per ciò che riguarda la destinazione finale. Quest’ultima resta dunque avvolta da un alone di mistero, con le autorità che si sono affrettate a precisare che i mezzi erano diretti in Germania.
Ad essere certo, ad ogni modo, è il fatto che i tre carri armati sono stati spediti nuovamente a Persano in attesa di essere ritrasportati su mezzi in regola con i documenti. Nello specifico, a quanto pare i trattori e i semirimorchi della ditta privata incaricata del loro trasporto erano sprovvisti della carta di circolazione, la prevista revisione periodica era scaduta ed inoltre uno dei conducenti non aveva l’autorizzazione per guidare mezzi di trasporto eccezionali.
Un incendio è scoppiato in un carcere di Tulua, nel sudovest della Colombia, durante una rivolta, provocando un bilancio di almeno 49 morti e 30 feriti. Le autorità governative hanno annunciato l’avvio delle indagini per fare chiarezza sull’accaduto. L’evento riguarda uno dei temi più delicati per la Colombia: la sicurezza delle carceri, che teoricamente potrebbero ospitare 81.000 detenuti a livello nazionale, circa 16.000 in meno rispetto a quelli effettivi.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ce l’ha fatta: ha barattato il suo veto sull’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO con la vita dei curdi. L’intesa è stata raggiunta durante le prime ore del summit nordatlantico in corso a Madrid, dopo settimane di incontri e di muri da parte di Ankara, che non ha ceduto di un centimetro la sua posizione, conscia del ruolo cruciale che sta ricoprendo nelle trattative di Russia e Ucraina relative soprattutto allo sblocco del grano e dei prodotti alimentari fermi nel porto di Odessa. Numerose le richieste avanzate dalla Turchia e accettate da Finlandia e Svezia: dalla revoca dell’embargo sulle armi al mancato supporto alle organizzazioni che chiedono la nascita e l’indipendenza di uno stato curdo (Kurdistan). Si tratta del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e dell’Unità di Protezione Popolare (YPG), i principali attori sul campo e alleati delle potenze occidentali nella lotta allo Stato Islamico del decennio scorso, a cui Europa e America del nord hanno deciso di voltare le spalle.
I membri delle due organizzazioni attive prevalentemente in Turchia, Siria e Iraq, che hanno trovato rifugio in Finlandia e Svezia dalle persecuzioni di Ankara – contraria alla nascita di uno stato curdo – potranno così essere estradati. In base all’intesa raggiunta tra le parti, la Turchia ha già chiesto l’estradizione di 33 sospetti “terroristi” dai paesi scandinavi, ma i numeri sono destinati a salire. Finlandia e Svezia modificheranno, infatti, le loro leggi sul terrorismo, istituendo con la Turchia un meccanismo congiunto permanente che avrà come obiettivo la consultazione in materia di giustizia, sicurezza e intelligence. Venuto meno il veto di Ankara, i trenta membri della NATO hanno potuto invitare formalmente Finlandia e Svezia, accogliendo la loro richiesta e avviando il processo di adesione. L’apertura di Erdoğan verso i due paesi scandinavi è stata accolta con entusiasmo al summit NATO. «Svezia e Finlandia hanno accettato di sostenere la lotta alle minacce per la sicurezza, modificare la loro legislazione, attuare una stretta sul PKK e accettare un accordo sulle estradizioni dei curdi ricercati in Turchia per terrorismo», ha dichiarato il segretario generale dell’Organizzazione Jens Stoltenberg.
Kurdistan
A non esultare saranno sicuramente i curdi, e in particolare le organizzazioni indipendentiste del PKK e dell’YPG, traditi ancora una volta dall’opportunismo dell’Occidente, che vede nella Turchia un alleato fondamentale per contrastare la Russia. L’accondiscendenza della NATO si tradurrà in un silente via libera per Erdoğan per continuare a reprimere le forze curde interne e a bombardare quelle attive al di là dei confini. Negli ultimi mesi, e in particolare da quando gli occhi della comunità internazionale sono puntati sull’Ucraina, la Turchia ha attaccato quasi incessantemente i curdi in Iraq e in Siria, anche ricorrendo – secondo alcune denunce – ad armi chimiche vietate. Si tratta di due dei paesi in cui è presente il gruppo etnico, il più esteso (40 milioni di persone) al mondo privo di un proprio territorio riconosciuto a livello internazionale, vittima di violente persecuzioni nel corso della storia. Tra il 17 e il 18 aprile scorso, l’esercito turco ha lanciato un’offensiva contro le basi del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) nel nord dell’Iraq e ha compiuto una serie di raid anche nel Rojava, nel nordest della Siria. I due territori rappresentano delle esperienze di autonomia e confederalismo democratico che alimentano la volontà di indipendenza da parte dei curdi in Turchia e due pilastri su cui potrebbe fondarsi il futuro stato, riconosciuto a livello internazionale, del Kurdistan. Per questo motivo sono gli obiettivi principali delle offensive militari lanciate da Ankara, che intende creare una zona cuscinetto a sud-est della penisola anatolica.
Dal 2016, Ankara ha lanciato tre grandi offensive verso il nord della Siria, che le hanno permesso di conquistare – nel silenzio della comunità internazionale – centinaia di chilometri di terra, spingendosi per circa 30 chilometri nel paese, in operazioni contro la milizia curdo-siriana Unità di Protezione Popolare (YPG) sostenuta ancora oggi dagli Stati Uniti dopo gli anni della lotta all’ISIS. Gli stessi Stati Uniti che non hanno preso in considerazione l’idea di inimicarsi la Turchia per la causa curda, soprattutto visto l’attuale scenario geopolitico. A dirla tutta, la tendenza degli ultimi mesi sembrerebbe alludere a una sorta di passaggio di consegne da Washington ad Ankara circa il ruolo di partner con il Medio Oriente e, in particolare, con le monarchie del Golfo, complici le relazioni tese tra il presidente statunitense Joe Biden e il principe ereditario saudita bin Salman e il disgelo tra Arabia Saudita e Turchia, ribadito nel recente incontro tra le parti. Il mese scorso, la Siria aveva dichiarato che «le minacce aggressive del regime turco rappresentano una flagrante violazione del diritto internazionale e dell’integrità territoriale e della sovranità del paese». Oggi, mentre le richieste di Erdoğan venivano concretizzate a Madrid, il presidente al-Assad, sostenuto da Mosca, ha riconosciuto in via ufficiale l’indipendenza e la sovranità delle repubbliche di Donetsk e di Luhansk nel Donbass.
Nel corso di una riunione alla Camera dei Deputati tra la maggioranza e l’esecutivo è stato deciso di non prorogare il Superbonus 110% e di non stanziare ulteriori risorse per la misura. Presa in esame, invece, la possibilità di ampliare il meccanismo degli scambi e delle vendite dei crediti d’imposta a persone giuridiche, come le aziende, e banche (con l’esclusione delle persone fisiche), segnando di fatto un dietrofront su una restrizione voluta dallo stesso governo Draghi nei mesi scorsi. I 33,8 miliardi di euro stanziati dall’esecutivo per il Superbonus, relativamente al periodo 2022/2023, sono terminati con mesi di anticipo, alimentando i dubbi fra i cittadini: da un lato i lavori potrebbero non partire, anche per coloro che hanno già attivato la procedura e firmato il contratto con le imprese edili, dall’altro i condomini che hanno già incassato una parte dell’incentivo e rischiano di lasciare il lavoro a metà potrebbero essere costretti dall’Agenzia delle Entrate a restituire il credito con tanto di sanzioni.
In un recente articolo, l’agenzia di stampa britannica Reutersha ribadito ciò che già era nell’aria: la prematura fine del Superbonus potrebbe inceppare definitivamente il complesso sistema di credito d’imposta che coinvolge banche, imprenditori e cittadini, portando a migliaia di fallimenti e licenziamenti. Questo, unitamente all’inflazione e alle scelte restrittive della Banca Centrale Europea (BCE), «potrebbe far precipitare la debole economia italiana verso la recessione». Con un tonfo termina dunque l’esperienza del Superbonus, già rallentata nei mesi scorsi in seguito ai controlli relativi ai casi sospetti di frode che nel frattempo hanno lasciato centinaia di aziende senza retribuzione e, per estensione, migliaia di lavoratori e fornitori. Diversi imprenditori hanno denunciato infatti l’impossibilità di cedere i crediti maturati alle banche, segno di un sistema inceppato che ha provocato malumori e proteste nei confronti del governo Draghi. Nello specifico, le aziende hanno puntato il dito contro le manovre dell’esecutivo, in particolare nei confronti della decisione di limitare gli scambi e la vendita dei crediti d’imposta da una banca o da un’azienda all’altra, un meccanismo su cui si basava il sistema per ricorrere alla liquidità in caso di bisogno ritrattato velocemente a Palazzo Chigi in seguito alle proteste delle ultime settimane.
L’estradizione richiesta dall’Italia per i 10 ex terroristi rossi, arrestati grazie all’operazione “Ombre rosse” nel mese di aprile 2021, è stata negata da parte della Chambre de l’Instruction della Corte d’Appello di Parigi. Quest’ultima, avrebbe basato la sua decisione sul rispetto della vita privata e familiare nonché del giudizio di contumacia, previsto dagli articoli 8 e 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
La NATO aumenterà da 40.000 a 300.000 unità le forze di pronto intervento, specialmente sul fianco orientale europeo dell’Alleanza ai confini con la Federazione russa. Lo ha annunciato il Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, in vista del summit dell’Alleanza che si è aperto ieri a Madrid. Si tratta della «più grande revisione della nostra deterrenza e difesa collettiva dai tempi della Guerra Fredda», ha asserito. L’annuncio si scontra però con un’altra dichiarazione rilasciata sempre da Stoltenberg al vertice NATO: il Segretario generale ha affermato, infatti, che la NATO si impegnerà a ridurre le emissioni del 45% entro il 2030 e ad azzerarle entro il 2050. «Il cambiamento climatico rappresenta un serio rischio per tutti noi. […] Il cambiamento climatico è importante per la sicurezza; quindi, è importante per la NATO» ha affermato. Considerato l’enorme impatto ambientale causato dalla produzione e dall’uso di armi, nonché dallo spostamento di soldati e mezzi militari, i due obiettivi annunciati da Stoltenberg – quello militare e quello relativo agli impegni climatici – appaiono, tuttavia, inconciliabili.
Nello specifico, infatti, la NATO intende non solo aumentare il numero di soldati delle unità di risposta rapida, ma anche incrementare le spese militari e, dunque, la produzione dell’industria bellica. Il tutto tenendo fede agli obiettivi stabiliti dal Green Deal europeo. Le forze di risposta rapida saranno costituite da unità di terra, marittime e aeree, compresa un’unità di forze speciali costituita dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014. Stoltenberg ha quindi specificato che «miglioreremo i nostri gruppi tattici nella parte orientale dell’Alleanza», al confine con la Russia, così come richiesto dai Paesi baltici e dalla Polonia. Molte di queste forze non saranno stazionate permanentemente sul fianco orientale, ma ruoteranno invece attraverso la regione per l’addestramento, come spiegato da Politico. Si tratta di un chiaro messaggio al Cremlino che, tuttavia, non fa altro che aumentare la tensione nel Vecchio Continente.
A ciò si aggiunge l’annuncio dell’incremento delle spese militari per i Paesi NATO: secondo Stoltenberg, infatti, il 2% del PIL in spesa militare «è sempre più considerato come un punto di partenza, non un tetto. Concorderemo anche di investire di più insieme nella NATO, per il bene della nostra sicurezza». Il 2022 sarà l’ottavo anno consecutivo di aumenti per i bilanci della difesa tra gli alleati europei e il Canada, che entro la fine dell’anno avranno investito oltre 350 miliardi di dollari in più rispetto a quanto concordato nel 2014. Una corsa agli armamenti, dunque, che non solo è in contrasto con l’obiettivo – spesso dichiarato dai leader occidentali – della pace e della diplomazia, ma anche con la lotta al cambiamento climatico di cui il segretario della NATO si fa portavoce. Le emissioni e l’inquinamento causati dai conflitti, dalla produzione di armi e dall’ingente impiego di idrocarburi per gli spostamenti sono, infatti, infinitamente superiori a quello che viene normalmente sottolineato dai media e dalle istituzioni politiche. Per questo, il discorso del Segretario dell’Alleanza appare più come un’operazione di greenwashing volta a convincere e rassicurare l’opinione pubblica, che non come un obiettivo concreto ed effettivamente perseguibile.
Nonostante ciò, Stoltenberg nel corso della conferenza al vertice di Madrid ha dichiarato che «d’ora in poi terremo conto del cambiamento climatico quando pianificheremo le nostre operazioni e le nostre missioni, e dello sviluppo di nuove capacità, per assicurare di rimanere efficaci in questo ambiente sempre più duro». Stoltenberg ha quindi fatto sapere che è stato messo a punto un metodo per misurare le emissioni sia civili che militari: la nuova metodologia «stabilisce cosa contare e come contarlo, e sarà messa a disposizione di tutti gli alleati per aiutarli a ridurre le proprie emissioni militari. Questo è vitale perché ciò che viene misurato può essere ridotto». Oltre a contare le emissioni, l’intenzione è poi quella di sostituire – in un non meglio precisato futuro – i veicoli militari attuali con mezzi più avanzati di tipo elettrico, di modo da ridurre l’uso dei carburanti fossili. «Rendendo i nostri equipaggiamenti più efficaci e sfruttando al massimo i vantaggi delle nuove tecnologie possiamo migliorare il nostro settore militare per rafforzare la nostra sicurezza, così come aiutare ad affrontare il cambiamento climatico, e questo aumenterà anche la nostra resilienza» ha asserito, aggiungendo che «non sarà facile, ma si può fare».
Considerato che l’Unione Europea continua a far slittare gli impegni per la decarbonizzazione e la quasi totale impossibilità di applicarla all’ambito militare – soprattutto in tempi brevi – la nuova guerra green targata NATO appare come l’ennesimo tentativo di tenere insieme gli astratti e ideologici impegni europei sul clima con l’esigenza pratica e impellente di contenere in ogni modo possibile la Russia. Anche a costo di andare incontro ad un’estensione del conflitto, considerato il livello massimo di tensione raggiunto. Anche in quest’ultimo caso, si tratterebbe – beninteso – di una guerra (mondiale) green.
Lavoro di squadra, allenamento, fatica, competizione, sconfitte, gioie… Quando si pensa allo sport, sono questi i termini che rimbalzano alla mente, o almeno dovrebbero. Tuttavia, negli ultimi mesi, per ogni ragazzino italiano a cui era permesso praticare sport, ne esistevano tanti altri a cui lo sport veniva negato. Dal 10 gennaio 2022, infatti, con l’entrata in vigore del decreto legge n.229 è stato, di fatto, vietato a tutti coloro che avessero più di 12 anni e fossero sprovvisti di super green pass (previa vaccinazione o guarigione da Covid-19), di accedere alla maggior parte degli impianti sportivi e ricreativi, sia all’aperto che al chiuso. E se da un lato è vero che dal primo maggio 2022, con il graduale superamento del green pass, queste restrizioni sono state alleggerite, dall’altro non vanno di certo dimenticati i mesi in cui è stato impedito a ragazzini sani, tra i più colpiti dagli effetti psicofisici della pandemia, di praticare sport di squadra, con il rischio di esacerbarne ulteriormente le conseguenze negative.
Ne abbiamo parlato con Chiara Boscotrecase, amministratrice nazionale dei canali di comunicazione social di Sport Negato. Un gruppo di genitori e ragazzi, sparsi in tutta la penisola, che disobbedendo in maniera civile e facendo rete, hanno creato una comunità alternativa di sportivi (a distanza e non). Grazie all’hashtag da loro lanciato (#sportnegato), la pagina è riuscita a coinvolgere un numero sempre maggiore di persone (anche vaccinate) che hanno deciso di sostenere la causa, rifiutandosi di scendere in campo senza i loro compagni.
Partiamo dall’inizio: com’è nata l’idea di Sport Negato?
L’idea è nata da Michela Malandrini, una mamma Toscana, con due figli, esclusi dallo sport. Lei ha creato un gruppo Telegram per capire cosa si potesse fare e per cercare di sentirsi meno sola. Io sono entrata nel gruppo per lo stesso motivo: ho una figlia ballerina e volevo trovare un modo per sostenerla. All’epoca eravamo 150 genitori che si stavano conoscendo a causa di un problema comune; non pensavamo di costruire la rete che oggi è Sport Negato. Il nostro intento era quello di far cessare in anticipo l’estromissione dei nostri figli dalla pratica dallo sport e in questo non siamo riusciti. Il che è una follia, visto e considerato che i ragazzi, a cui al mattino era permesso di entrare nelle palestre di migliaia di scuole, erano gli stessi ai quali nel pomeriggio venivano negate le loro passioni. Siamo riusciti, invece, a creare una rete incredibile di oltre 9.000 persone e quindi ad aiutare, nel concreto, tutti i nostri giovani sportivi che, sentendosi esclusi, stavano passando un momento davvero complicato della loro vita. Soprattutto dopo l’anno e mezzo di pandemia che avevano appena vissuto.
[Foto di #SPORTNEGATO in esclusiva per L’Indipendente.]È stato complicato portare avanti la realtà di Sport Negato, in un periodo storico così complesso? Mi spiego meglio: la pagina ha generato molto odio oppure i messaggi che avete ricevuto in questi mesi erano solidali nei vostri confronti?
Inizialmente abbiamo ricevuto tantissimi insulti. Ragazzini di 15 anni che ci scrivevano: “Fatevi la vostra squadra e morite da soli”. Cose dell’altro mondo. Io ho cercato di dialogare e di dare argomentazioni anche a tutti coloro che gettavano odio sulla pagina, non rispondendo con lo stesso tono. Oggi capisco che quella è stata la chiave giusta, perché non ricevo più nemmeno uno di quegli insulti. Per il resto, è stato complicato a causa di tanti motivi. In primis, tutti noi lavoriamo e dedicarsi a questo gruppo, che in poco tempo è diventato più grande di noi, è stato davvero faticoso. Inoltre, serviva rimanere aggiornati costantemente sulle norme e i decreti, poiché in molti facevano riferimento ed affidamento sul nostro lavoro. Io dovevo rispondere a messaggi, commenti, interviste, attivare e seguire le squadre alternative, supportare mia figlia, scrivere articoli e gestire i social. Un lavoro a tempo pieno che mi è costato parecchie notti di sonno. È stato complicato ma, per me e per tutti coloro che hanno aiutato il progetto, non fare sentire soli i ragazzi e i genitori che hanno contattato la pagina – disperati per la situazione che nessuno capiva, se non chi la stava vivendo – era più importante. E di questo sono orgogliosa: dell’umanità trovata in questi momenti difficili.
Volendo quantificare le testimonianze che avete ricevuto, riuscirebbe a dirmi quanti ragazzi e genitori in cerca di sostegno si sono rivolti a Sport Negato?
Più di 10.000 testimonianze tra ragazzi, anche disabili, paraolimpici, sportivi che si stavano giocando i ruoli nelle nazionali o in corsa per i regionali. Io ho passato le notti a rispondere a giovani devastati ed a sostenere genitori che non sapevano più “quali pesci prendere”. Ciò che ha fatto male ai ragazzi, a livello umano, è stato il fatto che nessuno gli abbia dato conforto. Nessuna associazione si è fatta sentire vicina a loro e lo stesso vale per molti dirigenti ed allenatori. Nemmeno le federazioni, tra le prime che noi abbiamo contattato, tanto meno l’autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. Questi ragazzi sono stati buttati e chiusi dentro ad una stanza per due anni, tra DAD, senso di colpa e paura. Poi, una volta usciti da quella bolla, è iniziato il ricatto: sono stati esclusi e discriminati dalle società, che come unica spiegazione davano la colpa alle scelte sbagliate dei loro genitori. A 12 anni, non poter entrare in un qualsiasi luogo ricreativo o su un pullman, per andare a scuola, ha causato e causerà delle conseguenze pesanti nei ragazzi. Oggi, anche la ricerca scientifica ha dimostrato che, a livello psicosociale, i più giovani sono stati coloro che hanno sofferto maggiormente durante la pandemia e io non mi capacito di come abbiano potuto trattarli in questo modo. Questa situazione non si ripara con il bonus psicologo come sembra voler fare il ministro Speranza.
[Foto di #SPORTNEGATO in esclusiva per L’Indipendente.] C’è qualcuno che invece vi ha sostenuti concretamente?
Sì. Moltissimi professionisti si sono autosospesi dal proprio ruolo, lavorando gratis per 4 mesi, contribuendo alla causa. Anche alcuni personaggi pubblici, Alessandro Di Battista, ad esempio, è stato uno dei primi a farlo, ma le iniziative sono state varie: Campo Ribelle e Rimini basket hanno organizzato vari “incontri liberi” che hanno dato la possibilità a tanti ragazzi esclusi di sperimentare nuovamente la bellezza dello stare insieme; Maria Francesca Gaetano, una ballerina della Scala, ha reso gratuite le lezioni online per tutti i ragazzi sospesi, con il progetto “Passi liberi; Paola Caruso è un’insegnante di danza che si è rifiutata di escludere qualsiasi allievo; Adriana Crisci, ex olimpionica di ginnastica artistica, ha creato “Ginnastica Negata”, un gruppo con cui ha sostenuto online ginnasti sospesi, facendo anche da mental coach ai ragazzi. Lei ha fondato anche un comitato italiano di sport libero. E potrei continuare… Sono state emozioni fortissime, sia in positivo che in negativo; la sofferenza è stata enorme, ma l’amore che abbiamo ricevuto non è quantificabile. Dobbiamo molto a tutti loro.
[In foto Adriana Crisci, ginnasta italiana che ha partecipato a varie edizioni dei Campionati europei e mondiali, oltre ai Giochi olimpici di Sydney 2000.] Da quando le restrizioni sono state allentate ha notato cambiamenti nei bambini e nei genitori che prima si trovavano in difficoltà?
Si e no. Molti dei nostri sportivi sono rientrati in situazioni più serene: hanno ritrovato allenatori e compagni, senza essere trattati diversamente. Una parte dei ragazzi si è ritirata dallo sport e non ne vuole più sapere, nonostante il rammarico dei genitori. Altri ancora hanno ricominciato a svolgere le loro attività ma con ritorsioni: allenatori che lasciano in panchina i ragazzi, isolamento da parte degli altri compagni o sguardi poco piacevoli da parte di alcuni genitori. Questo per punire i genitori dei ragazzi sospesi, ne sono convinta perché è lo stesso che ci è stato detto quando abbiamo interpellato le Autorità garanti per l’Infanzia e l’adolescenza. A livello regionale, Trento, Liguria e Toscana ci hanno risposto e pubblicamente hanno esposto la loro preoccupazione nei confronti della situazione che stavano vivendo questi ragazzi. Mentre a livello nazionale, il garante ha dichiarato testualmente che era giusto che i ragazzi venissero emarginati per le scelte dei genitori. A quel punto, noi con l’associazione Avvocati Liberi ne abbiamo chiesto le dimissioni, ma nulla si è mosso.
[Foto di #SPORTNEGATO in esclusiva per L’Indipendente.]Mario Draghi ha dichiarato che il green pass è qui per restare, se in autunno dovessimo imbatterci nella sua reintroduzione, voi continuerete il vostro progetto per lo sport aperto a tutti?
Il primo maggio, noi abbiamo scelto di non fermarci, perché sappiamo che la battaglia non è finita: c’è bisogno che qualcuno dica “ok, forse abbiamo sbagliato”. Fino a quel momento, noi non arretreremo neanche di un millimetro. E se ad ottobre dovesse ricominciare, penseremo ad altri modi per continuare la nostra disobbedienza civile. Siamo tanti, cresciamo di giorno in giorno e non ci fermeremo. Questo deve essere chiaro a tutti.
Chi vuole rendersi utile alla causa di Sport Negato come può contribuire?
L’11 giugno inaugureremo la festa dello sport libero. Stiamo organizzando eventi in ogni regione, per staccare dai monitor, guardarci in faccia, sentirci sereni ed uniti. Genitori e ragazzi insieme. Questa potrebbe essere un’occasione per fare comunità e darci una mano. Oltre a questo, l’aiuto maggiore che ci può essere dato è seguire le pagine social di Sport Negato ed interagire, commentando e condividendo, con ciò che noi pubblichiamo. Così facendo, si contribuisce a dare visibilità ai nostri contenuti e quindi ad aumentare la possibilità che sempre più persone capiscano cosa comporti l’utilizzo di un lasciapassare discriminatorio e cosa è stato fatto sulla pelle dei ragazzi. Gli stessi che dovrebbero rappresentare il futuro del nostro Bel Paese.
Negli ultimi giorni sono arrivate le richieste formali di ingresso nei BRICS da parte di Argentina e Iran. Il Presidente del Paese sudamericano, Alberto Fernandez ha affermato che «aspiriamo ad essere membri a pieno titolo di questo gruppo di nazioni che già rappresenta il 42 per cento della popolazione mondiale e il 24 per cento del Pil mondiale». Da parte iraniana, invece, il portavoce del Ministero degli esteri ha affermato che: «l’appartenenza dell’Iran al gruppo BRICS comporterebbe un valore aggiunto per entrambe le parti». Nel contesto di altissima tensione tra Russia e Stati Uniti, la decisione dei due Paesi di aderire ai BRICS rappresenta una scelta di campo politica nel quadro internazionale.
Filippo Antonio De Cecco, presidente della omonima azienda, andrà a processo a Chieti insieme all’ex direttore degli acquisti Mario Aruffo e l’ex direttore qualità Vincenzo Villani con l’accusa di frode in commercio. Secondo la procura, infatti, i dirigenti avrebbero fatto passare per pugliese del grano di provenienza francese, oltre ad aver acquistato da terzi la semola, diversamente da quanto indicato dal gruppo. La vicenda risale al febbraio scorso: ora il gip di Chieti ha firmato il decreto di citazione in giudizio per i tre manager, dopo aver respinto la richiesta di archiviazione della procura.
Nello specifico, l’accusa contro De Cecco sarebbe quella di aver fatto passare per pugliese una partita di 4575 tonnellate di grano che sarebbero invece state acquistate dalla Cavac, fornitore di frumento francese, con un contratto stipulato nel 2019. Il grano sarebbe poi arrivato nel porto di Ortona il 13 febbraio 2020. Questo quanto emerso dalle indagini dei carabinieri del NAS, che hanno preso il via da una denuncia di un altro ex dirigente dell’azienda, Antonio Di Mella, costituitosi persona offesa nel procedimento. La De Cecco ha dichiarato in una nota di sperare che “la magistratura faccia presto a chiarire la totale buona fede dell’azienda” ed aggiunge che “È falso dire che il grano italiano è il massimo della qualità sempre e comunque, non è così: noi abbiamo sempre cercato di reperire le migliori qualità di grano in Italia ed all’estero”.
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