Digital Omnibus, Bruxelles vara la semplificazione digitale che piace alle aziende

“Produttività”, “riduzione della burocrazia”, “efficacia”, “mercato interno”: con queste parole chiave la Commissione europea ha presentato il Digital Omnibus, una proposta volta a semplificare il quadro normativo sull’intelligenza artificiale per favorire l’imprenditorialità. Una rivoluzione che poggia le sue fondamenta su possibili emendamenti che andrebbero a intervenire anche sul nascente AI Act e sulle norme europee in materia di protezione dei dati, dal GDPR all’e-Privacy Directive. Se da un lato il progetto è accolto con entusiasmo da ambienti industriali e istituzionali, dall’altro suscita forti critiche da parte delle opposizioni e delle organizzazioni civiche. Anche numerosi tecnici sollevano perplessità, in particolare sulle tempistiche di implementazione e sui potenziali margini di ambiguità normativa che potrebbero compromettere la chiarezza e l’efficacia del quadro regolatorio europeo.

“Alti rischi”, bassa priorità

La Vicepresidente della Commissione europea e Commissaria per le tecnologie digitali, Henna Virkkunen

La proposta è stata presentata dalla Commissione europea ieri, mercoledì 19 novembre, con un approccio chiaramente orientato a soddisfare le esigenze del settore imprenditoriale e che mira a contribuire all’obiettivo più ampio di ridurre di almeno il 25% i costi amministrativi entro il 2029. “Le imprese europee, dalle fabbriche alle start-up, dedicheranno meno tempo alla burocrazia e alla conformità, e più all’innovazione e alla crescita”, si legge nel comunicato ufficiale che accompagna l’annuncio. Il pacchetto prevede emendamenti di varia natura, ma tra i più significativi spicca la proposta di rinviare l’entrata in vigore delle disposizioni dell’AI Act relative ai sistemi di intelligenza artificiale classificati come “ad alto rischio”, ossia quelli impiegati in ambiti sensibili come la biometria, i servizi essenziali, il lavoro, la giustizia e le forze dell’ordine.

Le normative europee prevedono – o forse, a questo punto, sarebbe più corretto dire “prevederebbero” – che le aziende distributrici di questo degli strumenti classificati come ad “alto rischio” siano soggette a obblighi regolatori stringenti e a rigorose valutazioni del rischio. Si tratta, tuttavia, di disposizioni che al momento esistono solo sulla carta e che dovrebbero entrare in vigore ad agosto 2026. Con il Digital Omnibus, però, la Commissione propone di posticiparne l’applicazione a dicembre 2027, riservandosi inoltre la possibilità di ulteriori rinvii. Non solo, il piano prevede di non registrare come rischiose quelle IA che, pur rientrando nella categoria, vengono utilizzate esclusivamente per compiti “ristretti” o “procedurali”, una posizione che verrebbe autovalutata e che dipende dal fatto che “il fornitore conclude che non siano ad alto rischio”.

Anche sposando con entusiasmo l’idea che la sospensione delle norme possa giovare almeno al tessuto imprenditoriale, non è affatto certo che le promesse avanzate dalla Commissione riusciranno effettivamente a concretizzarsi. Alcune ambiguità terminologiche e le scadenze indefinite non risolvono le incertezze, inoltre, come sottolineano sui social il giornalista Luca Bertuzzi e la Dottoressa Luiza Jarovsky, entrambe figure di riferimento nella governance dell’intelligenza artificiale, il Digital Omnibus è ora destinato a entrare nel complesso ingranaggio della macchina burocratica europea e a diventare oggetto di intense negoziazioni politiche. Sebbene Germania e Francia — Paesi centrali nell’orientamento dell’agenda UE — si siano dichiarati favorevoli agli emendamenti, permangono forti dubbi sulla possibilità che l’intero processo riesca a concludersi entro l’estate prossima. Resta quindi una questione aperta: come si comporterà l’Unione europea se le disposizioni dell’AI Act dovessero entrare in vigore prima dell’attuazione degli emendamenti? Ci si limiterà a non applicare le norme accettando tacitamente che la legge abbia il valore della carta straccia? 

Una revisione del concetto di dati personali

La nuova proposta avrà un impatto discreto, ma sostanziale, anche sulle modalità con cui le aziende potranno accedere e utilizzare i dati dei cittadini europei. Per facilitare l’impiego di informazioni personali nell’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale, il Digital Omnibus introduce la possibilità di considerare la “pseudonimizzazione” come una forma di anonimizzazione sufficiente ad aggirare i vincoli normativi che, almeno teoricamente, dovrebbero limitare la raccolta e l’utilizzo dei dati sensibili. Sostenendo che la pseudonimizzazione sia in grado di tutelare la privacy degli individui — un presupposto tutt’altro che incontestabile — gli emendamenti aprono la possibilità per le imprese di accedere a determinati dati direttamente dai dispositivi digitali degli utenti, senza necessità di consenso esplicito.

Il potenziale ampliamento della raccolta di dati personali viene dunque accompagnato da una possibile restrizione dei diritti di accesso e controllo da parte degli utenti giustificata dell’introduzione di nuove limitazioni che renderanno più difficile verificare quali informazioni siano state raccolte dalle aziende e, eventualmente, richiederne la cancellazione. È facile intuire che, una volta ridefinito il concetto di “dato personale”, gli emendamenti non si limiterebbero a influenzare il solo ambito dell’intelligenza artificiale: gli effetti andrebbero a impattare trasversalmente su tutto l’ecosistema digitale, soprattutto considerando che gran parte delle imprese del settore sta adottando deliberatamente delle strategie mirate a integrare l’IA in ogni genere di servizio erogato.

Scopi, obiettivi, contrasti

Il Commissario per l’economia europea, Valdis Dombrovskis

“L’Europa non ha finora raccolto appieno beneficio dalla rivoluzione digitale”, ha affermato il Commissario per l’economia europea, Valdis Dombrovskis, nel presentare la proposta. “E non possiamo permetterci di pagare il prezzo per non essere riusciti a tenere il passo con le richieste del mondo in cambiamento”. Più espliciti di così, è difficile esserlo. Altrettanto evidenti sono le influenze che hanno orientato questa scelta: nel presentare il Digital Omnibus, le istituzioni europee hanno fatto riferimento in modo diretto e reiterato al cosiddetto “Rapporto Draghi”, il quale promuove una visione di un’Europa più competitiva sul piano industriale e sempre più allineata alla promessa di crescita finanziaria legata allo sviluppo e all’adozione degli strumenti di intelligenza artificiale.

Tra gli oppositori, serpeggia però l’idea che l’Europa abbia del tutto abbandonato la fantasia del “sovranismo digitale” e che gli emendamenti siano stati più che altro pensati per venire incontro alle ambizioni delle Big Tech, anche in favore delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. Le ragioni di questa percezione non sono difficili da individuare. Come ricostruito da Politico, lo scorso maggio la Vicepresidente della Commissione europea e Commissaria per le tecnologie digitali, Henna Virkkunen, si è recata negli Stati Uniti per incontrare i CEO delle principali aziende del settore, rassicurandoli sull’intenzione di “adottare politiche volte a migliorare l’ambiente imprenditoriale nell’UE”. Nello stesso periodo, la Presidente Ursula von der Leyen ha aperto la conferenza annuale sul bilancio 2025 dell’Unione con un discorso che faceva leva più sulle narrazioni promozionali delle grandi piattaforme tecnologiche che su vere evidenze scientifiche.

Poco sorprendentemente, la Computer & Communications Industry Association (CCIA), lobby che include Alphabet, Meta e Apple, si è dimostrata ben lieta di quanto inserito nel Digital Omnibus, anche se sostiene che “sono ancora necessari interventi più audaci”, una posizione che è riflessa anche dalla Association for Financial Markets in Europe (AFME). Particolarmente entusiasta è invece Aura Salla, eurodeputata nominata lo scorso luglio che, prima di entrare in politica, ha lavorato per anni come Direttore delle Politiche Pubbliche e Capo degli Affari UE di Meta. Decisamente meno felici sono i membri dei Socialisti e dei Democratici al Parlamento Europeo (S&D) e le 127 ONG del gruppo European Digital Rights (EDRi), realtà che chiedono alla Commissione di non abbandonare i principi fondanti dell’UE in favore di tornaconti sul breve periodo.

“Per anni ci hanno rassicurato dicendoci che non dovevamo preoccuparci, che i nostri dati sarebbero serviti a ‘connetterci’ o, al massimo, a ricevere pubblicità mirate. Oggi, invece, tutte le nostre informazioni sono inglobate negli algoritmi di Meta, Google e Amazon, rendendo più facile per i sistemi di intelligenza artificiale conoscere anche gli aspetti più intimi delle nostre vite — e quindi manipolare le persone”, denuncia Max Schrems, fondatore della no-profit noyb, attiva nella difesa della privacy digitale in Europa. “Il Digital Omnibus finirebbe per favorire soprattutto le grandi aziende tecnologiche, senza offrire benefici tangibili alle imprese europee di medie dimensioni. Questa proposta di riforma è un sintomo del panico nel definire il futuro digitale dell’Europa, non un segno di leadership”.

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Walter Ferri

Giornalista milanese, per L’Indipendente si occupa di analisi nel campo della tecnologia, dei diritti informatici, della privacy e dei nuovi media, indagando le implicazioni sociali ed etiche delle nuove tecnologie. È coautore e curatore del libro Sopravvivere nell'era dell'Intelligenza Artificiale.

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