Secondo la Commissione Europea, le piattaforme social di Meta non hanno compiuto gli sforzi necessari per assicurarsi che gli algoritmi che li alimentano non fomentino dipendenza negli utenti, una dinamica apertamente in contrasto con le norme sancite dal Digital Services Act (DSA). Le istituzioni attendono un riscontro dall’azienda, ma se questo primo verdetto sarà confermato, Meta rischia una sanzione che potrebbe arrivare fino al 6% del suo fatturato annuo, una cifra che supererebbe i 10 miliardi di euro.
L’indagine è stata avviata il 16 maggio 2024, a circa quattro mesi dall’effettiva entrata in vigore del DSA, e l’analisi delle istituzioni si è protratta negli anni fino a culminare, lo scorso 10 luglio, con la pubblicazione dei primi risultati riscontrati. Ciò che emerge è fondamentalmente un segreto di Pulcinella: la progettazione degli algoritmi di Instagram e Facebook si basa su raccomandazioni altamente personalizzate e sull’autoplay, elementi che inducono allo scroll infinito e al consumo senza sosta di contenuti. Le istituzioni sostengono esplicitamente che i social di Meta spingano il cervello degli utenti a entrare in una “modalità pilota automatico”, fomentando un uso compulsivo delle piattaforme.
Non solo: la Big Tech è stata accusata di applicare strumenti di mitigazione dei rischi inefficaci e insufficienti. I sistemi di salvaguardia dichiarati dall’azienda possono infatti essere facilmente aggirati o, nel caso delle tutele per i minori, richiedono da parte dei tutori un’alfabetizzazione tecnologica e un impegno gestionale che, in un mondo in cui i bambini vengono spesso “tenuti buoni” dai genitori con tablet e cellulari fin dalla più tenera età, mal si concilia con i costumi delle società odierne.
La Commissione non arriva a sostenere che i meccanismi che generano dipendenza siano stati progettati deliberatamente per intrappolare il pubblico in un circolo vizioso di consumo digitale: dipinge la situazione come una forma di svista tecnica e si riserva di cambiare opinione in occasione del report finale della sua indagine, un approccio diplomatico che si dimostra indispensabile per non esorbitare dal quadro regolatorio del DSA. Tuttavia, è ben noto – grazie a whistleblower come Frances Haugen – che l’azienda era ben consapevole dei danni causati al suo pubblico, ma che ha scelto di “anteporre il profitto alle persone”. Piuttosto che affrontare i problemi individuati internamente, Meta, su consiglio dei propri avvocati, avrebbe peró deciso di imporre ai suoi ricercatori di sospendere alcune indagini sull’impatto dei suoi prodotti sui minori.
Ad aggravare la posizione di Meta si aggiunge inoltre il fatto che, negli Stati Uniti, figurano sempre più casi giudiziari in cui Facebook e Instagram vengono riconosciute colpevoli di aver danneggiato la salute mentale dei minori, ingannando il pubblico riguardo ai sistemi di salvaguardia applicati ai propri sistemi di raccomandazione e adottando strategie che acuiscono i malesseri psicologici. Persino negli USA, dove le leggi di tutela digitale sono più blande, si sta insomma iniziando a riconoscere a livello giuridico gli allarmi lanciati da anni da psicologi ed esperti del settore – un precedente che alleggerisce l’onere diplomatico dei legislatori europei. Perché, vale la pena ricordarlo, Mark Zuckerberg, CEO di Meta, ha più volte cercato di presentare le multe inflitte dall’UE alle sue aziende come una forma di attacco politico internazionale alle realtà imprenditoriali a stelle e strisce.
Non che, d’altronde, la Big Tech si sia mai dimostrata particolarmente scrupolosa nel rispettare le leggi. Nella sola Unione Europea, Meta viene riconosciuta a più riprese colpevole di violazioni al GDPR, il pacchetto di leggi sulla privacy, macchiandosi a fasi alterne di illeciti che vanno dal trasferimento illegale di dati verso gli Stati Uniti alla profilazione illegittima degli utenti.




