FICo: la “Disneyland del cibo” di Bologna è un colossale fallimento

L’idea di F.I.Co (Fabbrica Italiana Contadina), presentata nel 2013 dal duo renziano Farinetti e Segré (il primo patron di Eataly, il secondo presidente, nel corso degli ultimi anni, più o meno di tutto quello che c’è a Bologna in ambito alimentare, tra cui il CAAB, il Centro Agro-Alimentare di Bologna), si configura come una Disneyland del cibo, ovvero come un parco tematico di 100.000 m² dedicato al settore agroalimentare e alla gastronomia italiana, uno dei più grandi al mondo nel suo genere. FICo viene aperto nel 2017 al Pilastro, quartiere periferico di Bologna, con investimenti pubblici e privati per circa 141 milioni di euro. Ma, dopo appena 6 anni di attività, Farinetti, ideatore dell’opera e titolare della società di gestione del Parco, annuncia a Radio24 la sua chiusura a dicembre di quest’anno, di fatto per fallimento a causa di anni di bilanci in rosso. Il patron di Eataly, però, per cercare di far sopravvivere il progetto, ha rilanciato per la primavera 2024 un nuovo format, cambiando il nome in Grand Tour Italia: «Rappresenterà il viaggio nell’Italia delle Regioni: si entrerà in Val D’Aosta, si uscirà dalla Sicilia e dalla Sardegna, passando in mezzo a tutte le Regioni italiane», ha dichiarato Farinetti sempre su Radio24.

Come nasce l’idea di F.I.Co?

Il mega progetto di FICo viene ideato tra il 2012 e il 2013 sulla scia dell’entusiasmo per l’Expo 2015 di Milano, incentrato sul tema dell’alimentazione e della nutrizione. Il più grande evento mai realizzato sul cibo ha rappresentato una vetrina importante per il made in Italy e per la gastronomia italiana, al punto che Oscar Farinetti, l’imprenditore illuminato (secondo molti), fondatore di Eataly, ha fiutato che il tema dell’alimentazione e del food poteva essere utilizzato per creare o incrementare nuovi business economici. 

Quale città meglio di Bologna, centro di eccellenze gastronomiche che dal 2013 lancia anche il marchio City of food, un progetto di marketing territoriale per incrementare il turismo legato al cibo? Il problema è che queste politiche, guidate dall’idea di costruire una città vetrina ad uso e consumo del fast tourism, alimentano il fenomeno della gentrificazione messo in campo dai grandi investitori privati che sta causando, così come a Venezia, una crisi del tessuto sociale locale dovuto all’incremento degli affitti, dei prezzi e dello stravolgimento immobiliare e ambientale.

I processi di gentrificazione, spesso spacciati come riqualificazione e rigenerazione urbana, in quegli anni subirono un’accelerata, anche e soprattutto a Bologna. La ricetta per l’economia cittadina prevedeva due ingredienti: turismo e cibo. Cibo per i turisti, ma anche turisti per i progetti che avevano a che fare col cibo, cioè il food di FICo e non solo. Rispetto a queste politiche di turistificazione e foodification, nel 2012, a Bologna, nasce l’idea di rivalorizzare l’area sottoutilizzata del CAAB (Centro Agroalimentare Bologna) dove sorge, dal 2000, il mercato generale alimentare di proprietà pubblica al 90%, che quindi, in poche parole, è stato considerato obsoleto dopo poco più di 10 anni. Un doppio fallimento quindi, nel giro di 20 anni, quello del mercato agroalimentare e della Fabbrica Contadina, progetto che si inserisce nel più ampio accordo territoriale del 2008 di pianificazione, urbanizzazione e gentrificazione di tutta l’area denominata CAAB, Ex-Asam, nel quartiere Pilastro a nord-est dal centro città.

Nel 2012 avvengono i primi incontri tra gli attori politici e Oscar Farinetti per poter dare il via all’elaborazione del progetto della Fattoria Italiana Contadina nell’area del CAAB. Il 3 Giugno del 2013 viene presentato ai soci il progetto del Parco agroalimentare, poi approvato il primo luglio dello stesso anno dal Consiglio Comunale di Bologna. 

Gli investitori del progetto e le previsioni turistiche troppo ottimistiche

Il Parco gastronomico di 10 ettari, soprannominato la “Disneyland del cibo”, ospita 40 fabbriche che mostrano da vicino la lavorazione della carne, dei formaggi, dell’olio e della pasta, campi e stalle di duemila metri quadrati con rinchiusi dentro gli animali, 9000 mq di mercato, 45 tra ristoranti e chioschi e 2000 mq di centro congressi ed eventi. Tutto il progetto è stato finanziato con investimenti per circa 141 milioni di euro. Lo scandalo maggiore è che l’area del CAAB, di proprietà del 90% del Comune, della Provincia e della Regione, dal valore di circa 55 milioni di euro, è stata concessa gratuitamente per la realizzazione dell’opera. Inoltre, al fine di collegare il centro città a FICo, la Regione e l’azienda dei trasporti Tper hanno co-finanziato con 4,3 milioni di euro un’intera linea di nuovi bus ibridi lunghi 18 metri, i cosiddetti “ficobus” che, secondo le valutazioni dei primi due anni (2017-2019), hanno trasportato in media 4,8 passeggeri a corsa su un totale di 148 posti disponibili. Uno spreco di mezzi e di soldi pubblici utilizzati per favorire un’azienda privata che potevano probabilmente essere impiegati in altro modo.

A finanziare questo progetto, oltre al pubblico che con gli immobili messi a disposizione, partecipa per il 33% della quota, ci sono i privati. Secondo Repubblica, gli investitori del fondo PAI costituito per realizzare FICo sono: le Coop Alleanza 3.0 e Reno, per un totale di 10 milioni; la Legacoop (con la finanziaria Fibo per 4 milioni); gli enti previdenziali privatizzati, ovvero le casse pensionistiche dei liberi professionisti medici, avvocati, chimici, geologi, veterinari, agronomi, architetti e ingegneri, biologi, periti industriali. Tutte insieme detengono il 30% del fondo Pai. Poi ci sono gli investitori minori, c’è la Fondazione Carisbo, la Poligrafici (editore del Resto del Carlino), banche, e poi Eataly e Prelios Sgr con un milione a testa.

Per i promotori dell’Opera, tra cui Farinetti (Eataly), Segrè (presidente del CAAB), e Merola (Sindaco di Bologna), FICo avrebbe dovuto attirare ogni anno tra i 5 e i 10 milioni di visitatori, come emerge dalle previsioni del progetto iniziale e da un comunicato del CAAB e del Comune di Bologna. Secondo i sostenitori il Parco agroalimentare avrebbe consacrato e rilanciato Bologna come capitale del cibo italiano. 

L’apertura in ritardo, le critiche ed i “cambi di pelle”

L’apertura di FICo, prevista per il 2015, ha ritardato di 2 anni, slittando fino a Novembre del 2017 e perdendo, quindi, la scia di Expo Milano che avrebbe dovuto cavalcare. Con l’apertura e l’inaugurazione del Parco iniziano a muoversi anche le prime critiche. Secondo molti giornalisti i prezzi sono troppo alti e più che un laboratorio didattico ed educativo sul cibo sembra di essere in un vortice consumistico di negozi, bar e ristoranti. Le critiche arrivano anche dal The Guardian e dal New York Times.

La giornalista del The Guardian Sophia Seymour racconta nell’articolo Eataly World opens but leaves a bad taste in Bologna il suo viaggio dentro FICo: un calderone di negozi, ristoranti, bar e laboratori che formano un “megamarket in stile americano sotto steroidi che sovraccarica i sensi” – spiega la giornalista, che prosegue dicendo che tutto ciò è “in diretto contrasto con il fascino tradizionale della gastronomia italiana: il piacere di girovagare per i mercati contadini nelle piazze rinascimentali o di assaggiare le delizie dei piccoli produttori in remote cittadine collinari”.

Secondo il The Guardian, quindi, la nuova invenzione di Farinetti è da stroncare completamente: “un non-luogo travestito da altare celebrativo della cultura del cibo italiana e della sostenibilità alimentare (…) la Fondazione Fico per l’educazione alimentare e la sostenibilità spera di posizionarsi all’avanguardia per la ricerca sulla sostenibilità alimentare. Allo stesso tempo, però, la quantità di bar e ristoranti altamente pubblicizzati e il modo in cui i visitatori sono guidati all’interno dell’area (…) rivela la cultura del consumo di massa alla base del progetto”.

La “Disneyland del cibo”, quindi, non decolla, i bilanci dei primi anni sono in rosso di milioni di euro, i “ficobus” che collegano la stazione al Parco sono praticamente deserti e successivamente arriva la stangata per il Covid. I debiti con banche e fornitori continuano a crescere anche dopo la riapertura post-pandemica e gli ingressi non aumentano (circa 400.000 nel 2022), molto lontani dai 6 milioni pronosticati dalla previsione base (quella meno ottimistica). Farinetti cambia più volte strategia di marketing e immagine, allestimenti e design interni, modifica l’organizzazione e la fruizione del Parco, inserendo un’area giochi per bambini a tema contadino (Luna farm), cambia amministratori delegati, introduce un biglietto d’ingresso di 15 euro e riduce i giorni d’apertura a solamente 4 a settimana. In poche parole si è cercato più volte in pochi anni di rilanciare il progetto per non farlo soccombere sotto le proprie macerie, fatte di desolazione, finzione e debiti.

Un’altra polemica è nata dall’accusa mossa da studenti e studentesse riguardo i progetti di alternanza scuola-lavoro (promossi da Renzi, grande amico di Farinetti) utilizzati per assegnare manodopera gratuita a FICo

La chiusura del Parco e l’ennesimo rilancio

A Maggio di quest’anno Farinetti annuncia un “robusto piano di rilancio”, con l’esclusione di ammortizzatori sociali e l’obiettivo di ripianare di tutti i debiti. In estate viene tolto il biglietto a pagamento e cambia ancora l’amministratore delegato, che oggi è Piero Bagnasco. Qualche giorno fa arriva la notizia dello smantellamento di FICo, di fatto per fallimento, e il lancio di un nuovo format. «Cambierà anche il nome» – dichiara Farinetti a Radio24 – «si chiamerà Grand Tour Italia e rappresenterà un viaggio nelle Regioni: si entrerà in Val D’Aosta, si uscirà dalla Sicilia e dalla Sardegna passando in mezzo a tutte le regioni italiane. Rappresenteremo la biodiversità con le osterie che cambieranno tutti i mesi, le regioni porteranno il loro folk».

Lo scandalo che emerge è che gli investitori ed i lavoratori della Fabbrica Contadina hanno appreso la notizia dai media. Nessuno è stato avvisato. Lo conferma al Resto del Carlino Daniele Ravaglia, presidente di Confcooperative Bologna che ha investito fin dall’inizio nel progetto: «Io non ne sapevo niente. Il tema è che rimango particolarmente stupito nell’imparare dai giornali e dalle notizie di stampa che una struttura come FICo non coinvolga per nulla i propri soci».

Anche i sindacati alzano la voce e difendono i lavoratori del Parco chiedendo cosa ne sarà di loro. Secondo la Dirigenza di FICo tutte le aziende manterranno la partnership e nessuno perderà il lavoro, mentre i sindacati ribattono “con ampio margine di certezza” che alcune delle suddette aziende non rinnoveranno la collaborazione, con conseguente perdita occupazionale. La stessa linea viene seguita dal Presidente della Camera di Commercio di Bologna, Valerio Veronesi, che aggiunge una riflessione sulla mancata condivisione della comunicazione: «Nessuno ci ha avvisati. E non si è nemmeno cercato un incontro preventivo per condividere» dichiara in un’intervista al Resto del Carlino. «Parlo da imprenditore: le 40 aziende che lavorano a Fico che fine faranno? Ci saranno ristori per i mesi di stop? E i dipendenti, saranno tutelati? Quando si parla di persone che perdono il lavoro, è sempre una sconfitta». 

Una sconfitta annunciata, quindi, quella del Parco agroalimentare. Una sconfitta economica ma anche politica di pianificazione e di gestione dei beni pubblici. Una fallimento purtroppo parziale, però, quello di Farinetti, perché la più ampia visione della “Bologna – city of food”, di una città mordi e fuggi basata sul turismo sempre più pressante del cibo, si espande e conquista spazio, come dimostrano i dati della Camera di Commercio di Bologna. Dall’analisi emerge che le attività economiche del settore “alloggio e ristorazione” nel 2013, quindi prima del lancio del marchio “Bologna – city of food”, erano 6660, mentre ad oggi le attività del medesimo settore risultano salite a 7420, quasi 800 imprese in più, pari all’8% di tutte le attività economiche presenti in città. 

FICo ha rappresentato quindi, anche se ha fallito, un pilastro immaginario, perché ha incarnato una forza propulsiva verso un modello di città da dover raggiungere; magari è ancora troppo presto per colonizzare la periferia, ma il centro storico è stato ormai divorato. Le quasi 800 attività ristorative in più sotto le Due Torri in meno di un decennio sono servite in larga parte a sfamare il numero crescente di turisti, andando così a snaturare gli equilibri economici, immobiliari e sociali di un’intera città. Bologna si è trasformata sempre più in vetrina del food, sempre più esclusiva, sempre più finta, sempre più adatta a persone facoltose con disponibilità economiche elevate, ed è finita per compromettere la sua stessa natura ed essenza di città accogliente, attraversabile, inclusiva e partecipativa.

[di Gioele Falsini]

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13 Commenti

  1. un opera utile soprattutto per mettersi in mostra(l’amministrazione comunale nella figura dell’allora assessore al commercio e turismo Lepore attuale sindaco),costruita tra i soliti noti che che governano la città e l’economia cittadina con la politica portaborse….

  2. Personalmente ci sono andato in occasione di un convegno e poi un paio di volte con la mia famiglia. Mi piaceva, era per me ben strutturato, belli spazi, l’idea di un expo permanente della cultura enogastronomica italiana non era affatto cattiva. Ho sempre visto tuttavia poca gente in proporzione agli spazi ed i costi in generali, e mi ero sempre domandato se potesse stare in piedi a lungo un qualcosa del genere. Forse sarebbe stato meglio piazzarlo a ridosso di città con già elevatissima concentrazione turistica, specie straniera, adeguatamente collegato… Magari vicino all’aereoporto di Venezia, a Roma, a Firenze, etc.. Insomma, gente che comunque in quelle zone sarebbe venuta comunque. La location non è felice e un parco del genere o macina significativi utili, o chiude…

  3. Ottimo il riferimento ad Unieuro: “L’ottimismo é il profumo della vita”
    Poi c’era anche: “Acqua Lurisia, l’acqua dei fortunati”, fallito anche il progetto di sfruttamento delle terme.
    Poi siamo andati a New York in barca a vela a portare… il seme di Eataly in USA a costo zero, e con che seguito…
    E’ scaltro e ricco. Ma non basta il girocollo blu a farne un “illuminato”, neppure se mettesse l’orologio sul polsino della camicia.
    Non ci si deve stupire se ha fatto quello che gli é stato permesso di fare, e F.I.Co è una delle tante operazioni. Ricordo quando in un’intervista disse: …sì a Marco un po’ di soldi glieli darei…”
    Ci faceva saper che chiamava per nome un ex Presidente del Consiglio e abbiamo persino rischiato di averlo al Governo come Ministro dell’Economia, che risate…amare se fosse arrivato a ricoprire anche una carica di Governo.
    Questo é il nostro Paese.
    Se posso chiederei a Mauro cosa intende per “valido” quando parla di un imprenditore.

  4. Bell’articolo Gioele Falsini: da quel che vedo bazzicando a Bologna, (la Dotta, la Rossa, la Grassa) da ormai 28 anni, prima per studi poi per lavoro, credo che Gentrificazione sia il termine giusto per questa città. Condivido in particolare il citato articolo di Sophia Seymour del Guardian secondo cui FICO è un “megamarket in stile americano sotto steroidi che sovraccarica i sensi” ed è “in diretto contrasto con il fascino tradizionale della gastronomia italiana: il piacere di girovagare per i mercati contadini nelle piazze rinascimentali o di assaggiare le delizie dei piccoli produttori in remote cittadine collinari”.
    Come ciliegina sulla torta vorrei aggiungere che anche nella mia Forlì, non lontana da Bologna, Farinetti ci ha provato ed ha miseramente fallito in una manciata di anni. Nel febbraio 2015 aprì un negozio Eataly su tre piani di un palazzo storico nella centrale Piazza Saffi, il cuore della città. Con l’occasione si smerdò subito cavalcando la proposta (ovviamente appoggiata anche da altri poteri “evoluti” della città) di riaprire la piazza (pedonalizzata nel lontano 1971) alle automobili. E costui sarebbe un imprenditore illuminato, un promotore del BIO, del chilometro zero? Nel mondo nuovo che sta arrivando non c’è posto per pagliacci che cavalcano gli ideali solo per lucrare.

  5. Articolo pessimo e pieno di pregiudizi! Ma chissenefrega se Farinetti era amico di Renzi?
    Ci sono stato di passaggio a Bologna tornando in Veneto e ricordo un’esperienza positiva: meglio del Expo di Milano perché riguardava l agroalimentare italiano, con la possibilità di fare assaggi, conoscenza etc
    Per i ragazzi poi la presenza degli animali dava un senso compiuto al percorso di alcuni alimenti; non dimentichiamoci che per molti ragazzi le bistecche o le uova nascono al supernercato!
    Insomma, ne abbiamo un bel ricordo.
    Improponibile l’esempio dei turisti a Venezia o la ristorazione a Bologna, ma che ci azzeccano? Direbbe Di Pietro. Spero sia rilanciato e ci torneremo sicuramente.
    Quanto a Farinetti, ce ne vorrebbero altri 99, con le sue visioni, per questo povero Paese.
    P.S. per la cronaca, Renzi non lo sopporto!

  6. L’ennesimo esempio di “grandi” imprenditori che rischiano con i soldi pubblici, e sovente, per non dire quasi sempre, falliscono.
    Intanto paga Pantalone e sono già pronti nuovi progetti, fallimentari, finanziati in larga parte da noi.
    Complimenti vivissimi. Quando ci sveglieremo e manderemo a zappare la terra questa gentaglia?

  7. Non capiranno mai che la megalomania (soprattutto quella in stile americano) non può esaltare la genuinità italiana essendo le due cose in netto contrasto

  8. Ho vissuto gli ultimi 10 anni di questa Bologna invia di trasformazione avendo 2 figlie all’università, e la fotografia della metamorfosi descritta in questo articolo è purtroppo inesorabilmente perfetta…ainoi!!!

  9. Farinetti e il suo patron Renzi sono due persone miserrime, presuntuosi e ignoranti. Fare una Disneyland del cibo a Bologna! Ma cosa si vuole di più sbagliato e anti italiano? Chi salverà questo paese svenduto e violentato?

  10. io ci sono stato nel 2020, e vero che era periodo di (finta e organizzata) pandemia, ma ho potuto vedere con i miei occhi che e una schifezza, un fallimento ed uno spreco di soldi (come molte cose in questo paese).

  11. A parte la mano di Renzi che ormai è risaputo “porta pegola”, questi imprenditori del food, che sia slow o fast, non tengono conto che il cibo , bene di prima necessità e violentemente costretto a diventare bene voluttuario, non è una borsetta di Prada. O di LV.

  12. Farinetti un valido imprenditore ? ah ah ah, à sem a post ! e’ un noto fuffaro ! chiedere al fondo che comprò Unieuro …
    E’ uno dei tanti imprenditori creati dalla politica perché comodi alla politica.

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