Tra dissesto idrogeologico e pratiche agricole vi è un legame spesso sottovalutato. Frane e alluvioni, per quanto fenomeni naturali, vengono infatti accentuate laddove l’agricoltura risulti troppo invadente o, all’estremo opposto, laddove scompaia del tutto. L’Italia, che è particolarmente vulnerabile agli sconvolgimenti idrogeologici, lo è quindi anche a causa di quello che potremmo definire una sorta di dualismo agricolo. Nei territori pianeggianti e basso-collinari dello Stivale, da oltre un decennio, l’agricoltura è infatti andata via via intensificandosi, mentre in alta collina e in montagna le pratiche agricole sono state perlopiù abbandonate. In quest’ultimo caso, con la riduzione del numero di aziende agricole, è andato progressivamente perso anche un insieme coordinato di interventi manutentivi (come briglie, difese spondali, palificate, gabbionate, soglie, cunettoni e terrazzamenti delle pendici acclivi), tutte opere antropiche che in una qual misura hanno nel tempo contribuito a mitigare una naturale tendenza del territorio alla disgregazione. Porre rimedio all’abbandono dell’agricoltura montana, che è anche un fenomeno di erosione culturale determinato da numerosi e articolati fattori socio-economici, i è dimostrata però una sfida complessa. D’altro canto a quote minori, dove imperversa un’agricoltura sempre più industriale altrettanto in grado di esacerbare i rischi del dinamismo ambientale, potremmo invece intervenire senza troppi sforzi. Rinaturalizzare i campi agricoli, specie quelli intensivi, oltreché a proteggere la stessa attività produttiva determina anche una serie di benefici ecologici e sociali, non ultima proprio una riduzione significativa del rischio di dissesto idrogeologico.
L’agricoltura industriale amplifica i rischi

Pesticidi, fertilizzanti, meccanizzazione e deforestazione: sono questi i principali ed esplosivi ingredienti dell’odierna agricoltura intensiva. Un insieme di pratiche ad alto impatto che, a partire dalla seconda metà del 1900, ha letteralmente trasformato il territorio a livello globale. L’obiettivo iniziale dell’agricoltura nata con la cosiddetta Rivoluzione Verde era quello di sfamare una popolazione mondiale in rapida crescita per cui, trascurando le dinamiche ecologiche, si puntò tutto sulle macchine e la chimica di sintesi. Nel breve termine, la produttività effettivamente aumentò di molto, ma la dipendenza da input energetici e nutritivi esterni e l’eccessiva semplificazione degli ecosistemi naturali fecero presto comprendere i limiti e le ritorsioni di tale approccio. L’insostenibilità ambientale è il più evidente, con delle ripercussioni dirette e indirette sulla produttività, a lungo termine non più garantita, e sulla sicurezza dei sistemi socio-ecologici. In relazione al dissesto, il rapporto Global Land Outlook 2022 ha sottolineato ad esempio quanto circa il 40% del suolo terrestre – risorsa non rinnovabile il cui stato di salute influenza la resistenza e la resilienza di una certa area a fenomeni idrogeologici sempre più estremi – fosse gravemente degradato anche e soprattutto a causa dell’agricoltura. E che questa sia ad oggi per lo più intensiva lo evidenzia lo stesso documento. Allo stato attuale, oltre il 40% della superficie globale è infatti occupato da terreni coltivati, il cui 70% è però gestito da appena l’1% delle aziende agricole esistenti. Va considerato poi che, in genere, tanto più un’impresa agricola è estesa tanto più questa tende a praticare attività intensive: basti pensare che quasi il 90% delle aziende mondiali dedite all’agricoltura ha una superficie superiore ai 2 ettari.
Nel complesso, si hanno milioni e milioni di ettari di terreno altamente sfruttati e, di conseguenza, in via progressiva di degradazione. L’agricoltura industriale, per la sua natura intrinsecamente impattante, va infatti ad accentuare naturali processi erosivi – come l’azione del vento e dell’acqua – i quali, alla lunga, determinano un non più sostenibile consumo di suolo. In particolare, vanno in questo senso considerate la compattazione dovuta all’uso di macchinari pesanti e l’uso di sostanze chimiche di sintesi che acidificano e salinizzano il terreno. La deforestazione, richiesta per far spazio ai vasti e monotoni seminativi dell’agricoltura intensiva, riduce poi la copertura vegetale che protegge il terreno, amplificando ancora gli impatti di frane o alluvioni. In questo senso impressiona, ma non sorprende, che a causa dell’espansione agricola il disboscamento della sola foresta pluviale sia aumentato del 70% in appena 6 anni (tra il 2013 e il 2019).
In definitiva, quel che ne risulta è un terreno sempre meno permeabile all’acqua, con il relativo aumento di quella di ruscellamento e, con essa, dei fenomeni erosivi. Un circolo vizioso ancor più esacerbato in un concomitante contesto di riscaldamento globale, per cui a prolungati periodi di siccità si alternano brevi, ma intensi, eventi piovosi. Il suolo, reso debole dalle attività antropiche e dalla carenza idrica, non è così in grado di fronteggiare volumi d’acqua anomali, i quali, invece di essere assorbiti, vengono dilavati. Il risultato spesso è catastrofico. In altre parole, l’agricoltura industriale è più simile ad un’attività estrattiva che ad una pratica agricola, “un processo produttivo senza precedenti – come l’ha definito l’agronomo Davide Ciccarese nella sua inchiesta Il libro nero dell’agricoltura – una catena di montaggio slegata dall’ambiente che la circonda”. Sebbene adatta a sfamare le popolazioni umane, i rischi che ne derivano potrebbero presto superare i benefici apportati in termini di sicurezza alimentare. Anzi, a dirla tutta, è verosimile che l’abbiano già fatto, specie considerando che la progressiva erosione dei suoli è direttamente correlata ad un calo nella resa delle colture.
La buona notizia è che le alternative esistono, andrebbero solo perseguite e più adeguatamente incentivate. L’agricoltura conservativa, ad esempio, nasce proprio allo scopo di preservare il suolo, mantenendo uno strato di copertura del terreno, diversificando le specie coltivate ed evitando l’aratura. Anche alcune tecniche tradizionali possono venire in soccorso, come il terrazzamento dei terreni, un sistema che consente di massimizzare la coltivazione a pendenze elevate, minimizzando al contempo la perdita di suolo. Oppure ancora il ripristino o la conservazione di siepi e filari alberati tra campi coltivati: un intervento tanto semplice quanto protettivo e benefico per la biodiversità.
Le “soluzioni basate sulla natura” contro il dissesto idrogeologico
L’intervento ecologico finalizzato a riportare la natura tra i campi agricoli, così come in aree urbane o peri-urbane, oggi rientra nella categoria delle cosiddette nature-based solution. Delle soluzioni contro la crisi climatica e ambientale, con degli obiettivi ben precisi e, per l’appunto, basate sulla natura. Non mirabolanti e altamente costose infrastrutture, ma azioni di ripristino dell’ambiente naturale tanto semplici quanto efficaci. E per semplici, si badi bene, non si intende banali: dietro un qualsivoglia (valido) progetto, ad esempio di riforestazione, si cela infatti un intenso studio dell’ecologia locale al fine di determinare l’intervento più appropriato e coerente con le naturali potenzialità della vegetazione. Semplici, ad esempio, se rapportate però a delle mastodontiche opere ingegneristiche nate allo stesso scopo, come, per l’appunto, quello di frenare la naturale tendenza del territorio al dissesto idrogeologico. Non a caso, negli ultimi anni, il mondo della ricerca si è sempre più orientato verso lo studio del potenziale di questi interventi nel mitigare frane e alluvioni, che in una visione più ampia e comprensiva delle necessità umane potremmo definire infrastrutture verdi.
A partire dal 2007, in particolare, gli studi che hanno considerato delle soluzioni naturali al dissesto idrogeologico sono aumentati significativamente e, nel complesso, hanno già dimostrato la validità di tali azioni di ripristino ambientale nel fornire mezzi sostenibili, economici e flessibili per la riduzione del rischio. Nelle aree costiere tali interventi, che riducono il rischio di mareggiate, inondazioni ed erosione, comprendono il ripristino di dune, barriere coralline, mangrovie, praterie di fanerogame e paludi. In ambito urbano, le soluzioni adottate più di frequente sono invece la realizzazione di tetti verdi e di pavimentazioni permeabili, la cui combinazione massimizza i benefici in termini di riduzione del rischio alluvionale. Secondo uno studio condotto in diverse città cinesi, quando tetti verdi e pavimentazioni permeabili vengono implementati in tutte le aree idonee, si potrebbe ottenere una riduzione del 28% nella massima inondazione possibile. In ambito montano, si è concluso che il ripristino di foreste autoctone potrebbe limitare significativamente pericoli idrogeologici improvvisi e imprevisti, così come, nei contesti agricoli, potrebbe fare altrettanto la messa a dimora di specie vegetali native a dare nuove siepi e nuovi filari alberati.
In altre parole, per “soluzioni basate sulla natura”, si intende l’opera di ripristino di quegli elementi naturali che un tempo già proteggevano i campi e che, a causa dell’intensificazione delle pratiche agricole, sono stati nelle ultime decadi rimossi. Nel settore agricolo, la presenza di boschi e siepi riduce in modo significativo i picchi volumetrici dei flussi idrici attraverso un aumento della traspirazione (la perdita di acqua dalle foglie), l’aumento del potenziale di infiltrazione dell’acqua nel suolo e della capacità di quest’ultimo di immagazzinamento idrico. A dimostrarlo, tra gli altri, una ricerca condotta nel bacino idrografico di Pontbren, in Galles, la quale si è concentrata su un paesaggio tradizionalmente gestito dal pascolo ovino, con e senza la presenza di alberi. In questo caso è stato dimostrato come la piantumazione di una cintura di protezione di alberi abbia ridotto l’intensità dei picchi di inondazione del 40%, aumentando il tasso di infiltrazione dell’acqua – il quale si è rivelato sessanta volte maggiore nei punti in cui era stata piantata la cintura arborea di protezione – e diminuendo così il tasso di flusso idrico in superficie.
Anche la piantumazione di siepi offre benefici simili per la potenziale mitigazione delle inondazioni. Le siepi sono note per la loro efficienza nell’immagazzinare prima e rilasciare poi lentamente l’acqua durante gli eventi di pioggia intensa: 50 metri di siepe in un campo di 1 ettaro sono ad esempio in grado di immagazzinare tra i 150 e i 375 metri cubi di acqua. Le siepi e gli alberi possono inoltre ridurre il contenuto idrico del suolo in un sistema agricolo indipendentemente dalla pendenza. Nel caso della realizzazione di siepi e filari alberati, il vantaggio sta poi nella fattibilità: riforestare un intero campo agricolo significherebbe togliere superficie alla produzione agroalimentare, mentre, a parità di benefici, piantare elementi lineari naturali tra seminativi non intaccherebbe la produttività. Persino una rete fitta e ben connessa di tali strutture arbustivo-arboree non alimenterebbe conflitti con i proprietari terrieri. Senza contare che, oltre alla riduzione del rischio di dissesto idrogeologico, aumenterebbero i benefici per la biodiversità e la fornitura di servizi ecosistemici a favore dell’uomo.
Una protezione anche per la stessa agricoltura

Secondo una valutazione del 2018, in Italia, il dissesto idrogeologico metterebbe direttamente a rischio 150 mila aziende agricole. E nel resto d’Europa la situazione non è troppo dissimile. Vien da sé che gli interventi da adottare in ambito agricolo, i quali potrebbero potenzialmente arginare gli effetti di frane e alluvioni nelle aree periurbane circostanti, andrebbero in realtà a beneficio anche e soprattutto degli stessi agroecosistemi. Che la si voglia vedere come vittima o come carnefice, l’agricoltura ha quindi tanto bisogno di essere convertita alla sostenibilità quanto di essere protetta. Tuttavia, nonostante i terreni agricoli siano tra le aree più colpite dalle inondazioni, in un sondaggio effettuato negli Stati Membri dell’UE è emersa ancora un’attenzione insufficiente alla loro protezione nei confronti del dissesto idrogeologico.
La spiegazione di questa discrepanza potrebbe risiedere in un costo relativamente basso dei danni all’agricoltura se confrontato con quello a spese di altri settori colpiti. Ma è proprio dalle aree rurali che dipende la sicurezza alimentare dell’Europa, motivo per cui, rivalutata l’urgenza del fenomeno, l’UE ha stilato delle linee guida comprensive di soluzioni necessarie per gestire questi eventi e proteggere, oltre agli abitanti delle zone colpite, l’agricoltura e i suoi prodotti. Stiamo parlando delle cosiddette misure agro-ambientali e climatiche, un pacchetto di iniziative finalizzato a promuovere i cambiamenti necessari nel settore agricolo, incentivando quelle pratiche che danno un apporto positivo all’ambiente e al clima, compresa la protezione dalle inondazioni. Al riguardo, l’UE scrive che, “oltre alle grandi infrastrutture, come le dighe, sono disponibili misure meno incisive sul piano dell’ingegneria e dell’impatto ambientale, che riescono comunque a trattenere l’acqua nel suolo e nel paesaggio”. Ovvero, proprio le già ampiamente trattate infrastrutture verdi: siepi, zone umide, alberi e sistemi di drenaggio naturale. Ce ne sono voluti di anni, ma ciò fa quantomeno sperare che le recenti politiche comunitarie e internazionali propendano verso l’incentivazione di sistemi agro-alimentari che includano l’ambiente naturale.
Il dissesto idrogeologico non possiamo né prevederlo né evitarlo del tutto, ma ad eventi destinati ad acuirsi nel tempo possiamo (e dovremmo – adattarci: una seconda Rivoluzione Verde – questa volta, verde davvero) potrebbe essere l’unica via percorribile.
[di Simone Valeri]




