lunedì 6 Aprile 2026

I roghi dei libri sono reali in Italia: il lato oscuro dell’editoria

Non bruciano nelle piazze, non fanno rumore, non scandalizzano l’opinione pubblica. Eppure, ogni anno, migliaia di libri vengono distrutti in Italia. Non per censura, né per persecuzione ideologica, ma per un meccanismo industriale a dir poco folle. Il rogo dei libri è una procedura invisibile, silenziosa, normalizzata di uno dei sistemi più inquinanti e dispendiosi della storia: l’editoria. Ma per comprendere questo fenomeno bisogna partire da un dato strutturale: in Italia il numero dei titoli immessi sul mercato ha superato le 70.000 novità annue, a cui si aggiungono le ristampe. Un flusso continuo, crescente, che non corrisponde però a un aumento proporzionale dei lettori. Né a un loro reale bisogno o interesse. Il risultato è un sistema dove l’offerta eccede di gran lunga la domanda. Ma perché si è arrivati a tutto questo?

Il nodo centrale, che pochi conoscono, è il meccanismo delle rese, che lega editori, distributori e librai. I libri inviati alle librerie non vengono acquistati in via definitiva, ma possono essere restituiti all’editore se invenduti. Questo sistema, nato per ridurre il rischio commerciale dei librai, ha finito per produrre un effetto devastante: incentivare la sovrapproduzione. Il sistema delle rese genera una spirale perversa: più libri si pubblicano, più libri tornano indietro, più si alimenta la necessità di pubblicarne altri per compensare le perdite. «È un meccanismo un po’ perverso, come quando per ripagare dei debiti se ne fanno di ancora più grandi», spiega Claudia Tarolo, co proprietaria di Marcos y Marcos.

A questo si aggiunge un elemento altrettanto inquietante: il ciclo di vita del libro in libreria. Molti titoli restano sugli scaffali per poche settimane, talvolta meno di un mese. Oggi un libro ha un ciclo di vita inferiore a quello dello yogurt sugli scaffali dei supermercati. La rotazione è diventata così veloce che non c’è neanche il tempo di far conoscere un libro ai lettori.

E cosa accade a quei libri restituiti? Una parte viene stoccata, una minima percentuale rimessa in circolazione, ma una quota significativa finisce al macero. O negli inceneritori. Il macero, cioè, non è un incidente: è parte integrante del modello. La maggior parte dei libri viene scritta con un solo scopo: tenere in piedi il meccanismo delle rese ed essere eliminata. Tonnellate di libri nuovi vengono distrutte ogni anno perché economicamente non conviene conservarle. Il libro, in questo circuito, perde il suo valore simbolico e culturale per diventare un oggetto che si produce, si distribuisce e si elimina. Con un impatto ambientale disastroso.

Bisogna infatti ricordare che ogni libro stampato ha un costo preciso: di carta, acqua, trasporto, energia. Possiamo davvero parlare di industria culturale se una parte significativa della produzione è destinata fin dall’inizio allo scarto? Quanti alberi, quanta acqua, quanta energia finiscono in questo ciclo invisibile?

«E se vi chiedete chi guadagna realmente da questo processo», scrive Francesco Quatraro, direttore editoriale di Effequ «avrete la risposta segnandovi quanti movimenti hanno fatto i libri: sono andati a un magazzino, da quel magazzino sono andati a una libreria, da quella libreria sono tornati al magazzino. Tutti questi passaggi hanno generato profitto per chi distribuisce (cioè per chi materialmente trasporta i libri da una parte all’altra dell’Italia, e non per chi li pubblica, li vende o li scrive). È un sistema, insomma, che si autosostiene proprio grazie alla sua inefficienza».

Questo modello industriale ha conseguenze profonde anche sulla qualità dell’offerta. Quanti dei libri che arrivano oggi sugli scaffali sono davvero necessari? Quanti sono costruiti in poche settimane, inseguendo mode, personaggi televisivi, influencer del momento? Basta guardare le classifiche: autobiografie lampo, libri scritti in pochi mesi da personaggi dello spettacolo, prodotti editoriali pensati più per occupare spazio che per durare. Non è una questione di gusti ma di struttura. Quando il sistema richiede quantità, la qualità diventa una variabile secondaria. Pubblicare molto significa pubblicare in fretta. Il risultato è la produzione a velocità folle di titoli che nascono già destinati a scomparire.

Da un lato, il libro continua a essere percepito come oggetto culturale, portatore di idee, memoria, conoscenza. Dall’altro, viene trattato come merce a ciclo breve, sostituibile e sacrificabile. E allora sorge spontanea la domanda: che valore ha un libro che nasce già sapendo di durare un mese? Che senso ha scrivere, pubblicare, distribuire qualcosa che probabilmente non verrà mai davvero letto?

Se guardiamo alla storia della letteratura, il contrasto è evidente. Opere come Guerra e pace di Tolstoj o I miserabili di Hugo o Alla ricerca del tempo perduto di Proust richiesero anni di lavoro e dedizione per essere scritti, con autori capaci di riflettere, correggere, approfondire ogni dettaglio della storia che andavano a raccontare. Ma un libro che ha una vita inferiore a quello di uno yogurt non permette a priori una simile cura. Chi avrebbe il tempo, l’energia o la possibilità di dedicarsi a un’opera così ambiziosa?

Abbassando costantemente la qualità, vengono meno i modelli di ispirazione e i punti di riferimento per nuove generazioni di autori e lettori. Non c’è confronto, non c’è scrittura da cui imparare, e si innesca così una spirale discendente, dove la quantità prende il posto della qualità, e la creatività diventa subordinata non tanto alle leggi del mercato ma al ciclo rapidissimo dell’industria editoriale.

Interrompere questo meccanismo non è semplice, ma è necessario. «Un sistema davvero sano dovrebbe avere libri la cui vita generalmente non duri quanto quella di una mosca o una farfalla, ovvero quattro settimane», confessa Carlo Musso, ex editor del Gruppo Mondadori e fondatore della casa editrice milanese Libreria Pienogiorno, «Altrimenti è meglio lasciare la carta sugli alberi».

Ridurre il numero delle pubblicazioni, allungare il ciclo di vita dei libri, rivedere il sistema delle rese, investire su cataloghi più selezionati e duraturi… significa, in sostanza, tornare a una logica della sostenibilità. Restituire valore al libro implica sottrarlo, almeno in parte, alle logiche della produzione seriale. Significa considerarlo non solo come prodotto da vendere, ma come oggetto da far vivere nel tempo.

Significa anche ripensare l’editoria in termini ambientali: meno produzione inutile, meno spreco, più responsabilità. Un libro che scompare dopo poche settimane non è solo un fallimento commerciale e un costo ecologico, è una possibilità che si spegne prima ancora di essere davvero esistita.

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Guendalina Middei

Nata a Roma nel 1992, scrittrice appassionata di letteratura russa e cultura classica, collaboratrice di diverse riviste letterarie. Sui social la sua pagina Professor X è un punto di riferimento per oltre cinquecentomila lettori. Autrice di diversi libri e romanzi, l'ultimo dei quali è "Sopravvivere al lunedì mattina con Lolita" (Feltrinelli, 2025).

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