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Italia-Algeria: rafforzata cooperazione nel turismo e artigianato

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Italia e Algeria consolidano il partenariato nel turismo e nell’artigianato, con l’obiettivo di valorizzare l’identità culturale e promuovere modelli sostenibili. Durante il Salone internazionale del turismo e dei viaggi (Sitev) 2026, la ministra Houria Meddahi ha incontrato Antonio Intiglietta di “Artigiano in Fiera”, definendo strategie per formare gli artigiani algerini in marketing e design. Si punta a rendere competitivi i prodotti locali sui mercati internazionali. È stata confermata la partecipazione dell’Algeria alle prossime edizioni milanesi della fiera. Il progetto prevede inoltre programmi formativi, supporto alle produzioni femminili rurali e l’adozione di strumenti digitali per promuovere l’eccellenza artigianale.

Panama sospende la vendita di elettricità al Costa Rica

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Il presidente panamense José Raúl Mulino ha annunciato una sospensione dei piani di vendita di energia elettrica al Costa Rica. La sospensione, ha precisato Mulino, varrà a tempo indeterminato e avrà effetto immediato. Essa arriva dopo le dichiarazioni rilasciate dalla presidente costaricana Laura Fernández nell’ambito di una disputa commerciale riguardante i prodotti agricoli. Negli ultimi giorni, Fernández ha incaricato il ministro degli Esteri del Paese di intraprendere azioni internazionali contro le restrizioni panamensi sulle importazioni dal Costa Rica: in vigore dal 2019, esse bloccano l’ingresso di frutta costaricana, nonché di prodotti lattiero-caseari, carne bovina, suina, pollame e carni lavorate; Panama ha motivato le restrizioni menzionando problemi sanitari.

Caso Epstein: l’ex principe Andrea è ora indagato anche di reati sessuali

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Si aggrava la posizione dell’ex principe Andrea nel nuovo filone dell’inchiesta Epstein. L’ex duca di York, dopo l’arresto dello scorso 19 febbraio per abuso d’ufficio, già travolto dalle accuse di Virginia Giuffre e costretto da anni a ritirarsi dalla vita pubblica, è ora indagato anche per sospetti reati sessuali nell’ambito delle verifiche riaperte dalle autorità britanniche sui suoi rapporti con il finanziere americano, morto in carcere nel 2019. Secondo la stampa britannica, gli investigatori starebbero valutando la testimonianza di una donna che accusa Andrea di violenza sessuale. Già a gennaio, l’avvocato Brad Edwards aveva dichiarato alla BBC che una sua assistita sostiene di essere stata vittima del sistema di sfruttamento orchestrato da Epstein e di essere stata costretta ad avere un rapporto sessuale con il principe nel 2010, nella residenza reale di Windsor. Andrea ha respinto ogni accusa.

Mountbatten-Windsor era già sotto indagine per “misconduct in public office”, con l’accusa di aver condiviso informazioni sensibili con Epstein durante il periodo in cui rappresentava il Regno Unito come inviato speciale per il commercio internazionale. Il nuovo filone rischia di riaprire uno dei capitoli più imbarazzanti per Buckingham Palace, riportando al centro le accuse di Virginia Giuffre e il ruolo dell’ex principe nella rete di relazioni e di abusi costruita dal finanziere americano. Per anni, Andrea è stato considerato uno dei membri più influenti della famiglia reale britannica. Figlio prediletto della regina Elisabetta II e ambasciatore economico del Regno Unito, l’ex duca di York aveva costruito una vasta rete di rapporti internazionali tra monarchie del Golfo, imprenditori e ambienti finanziari. Proprio in quel contesto si consolidò il legame con Jeffrey Epstein, nonostante il finanziere fosse già stato condannato nel 2008 per sfruttamento sessuale di minori. Le immagini del dicembre 2010 che ritraggono Andrea mentre passeggia con Epstein a Central Park fecero esplodere le polemiche e segnarono uno dei momenti più delicati per la monarchia britannica.

A incrinare definitivamente la posizione del principe furono, però, soprattutto le accuse di Virginia Giuffre, una delle principali accusatrici di Epstein e Ghislaine Maxwell. In atti giudiziari e interviste pubbliche, Giuffre raccontò di essere stata reclutata da Maxwell quando era adolescente e di essere stata costretta ad avere rapporti sessuali con il principe Andrea tra il 1999 e il 2002, a Londra, New York e sull’isola privata caraibica di Little St. James, quando era ancora minorenne. La fotografia che ritrae Andrea insieme alla giovane Virginia nella casa londinese di Maxwell divenne il simbolo dell’intero scandalo.

Il principe ha sempre negato ogni accusa, ma la sua posizione precipitò dopo la disastrosa intervista concessa alla BBC Newsnight il 16 novembre 2019, condotta da Emily Maitlis. Nel tentativo di difendersi, Andrea sostenne di non ricordare Virginia Giuffre e arrivò persino ad attribuire a un trauma subito durante la guerra delle Falkland la presunta incapacità di sudare, contestando così uno dei dettagli centrali del racconto della donna. L’intervista provocò un terremoto mediatico e istituzionale che costrinse l’allora duca di York a ritirarsi dalla vita pubblica e a perdere i titoli militari onorifici. Nel febbraio 2022, la causa civile intentata da Giuffre negli Stati Uniti si concluse con un accordo extragiudiziale da circa 12 milioni di sterline. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche britanniche, parte della cifra sarebbe stata sostenuta dalla stessa famiglia reale per evitare ulteriori danni alla monarchia in vista del Giubileo di Platino della regina Elisabetta. Secondo il Mail on Sunday e il Sunday Telegraph, Andrea avrebbe chiesto alle forze dell’ordine di raccogliere informazioni compromettenti su Giuffre per screditarne le accuse. Il Sun ha inoltre sostenuto che Epstein avrebbe aiutato finanziariamente anche Sarah Ferguson, ex moglie del principe, pagandole alcuni debiti nei momenti di difficoltà economica.

Il caso dell’ex Duca di York rappresenta uno dei fronti più esplosivi dell’intero scandalo Epstein, perché coinvolge direttamente non solo un membro della monarchia britannica, ma il rapporto tra potere politico, aristocrazie, finanza e reti di protezione internazionali. Come emerge anche dagli Epstein Files, il finanziere di Brooklyn non appare come un semplice predatore sessuale isolato, ma come il punto di intersezione di un ecosistema di potere che attraversava ambienti politici, intelligence, università d’élite e grandi gruppi economici occidentali. Un sistema capace per anni di garantire accessi, favori, silenzi e impunità a uomini convinti di appartenere a una sfera separata, sottratta alle regole comuni e protetta da relazioni, ricatti e complicità istituzionali.

La Procura di Milano usa il reato di “blocco stradale” per colpire la solidarietà con Gaza

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A Milano emergono i primi effetti concreti della nuova normativa che punisce penalmente il blocco stradale attuato tramite resistenza passiva. Come riportato da Il Corriere, infatti, la Procura meneghina ha notificato la chiusura delle indagini a 13 partecipanti al corteo del 3 ottobre 2025 a sostegno della Palestina e della Flotilla, manifestazione che aveva richiamato circa centomila persone. Gli indagati sono accusati di aver ostacolato la circolazione stradale durante il corteo, nonostante gli inviti delle forze dell’ordine a disperdersi. La contestazione si basa sulle modifiche introdotte dal dl Sicurezza del 2025, che ha trasformato nuovamente in reato una condotta depenalizzata dal 1999. La norma prevede pene più severe quando il blocco viene compiuto da gruppi di persone, come avviene durante proteste o sit-in.

I fatti sono stati riportati in via esclusiva dal Corriere: la Procura di Milano ha contestato per la prima volta il reato di blocco stradale così come descritto nel decreto sicurezza del 2025. Secondo la Procura, «le persone accusate, partecipando a una manifestazione non autorizzata, malgrado i ripetuti rinvii delle forze dell’ordine a sciogliere il corteo, impedivano la circolazione su strada ordinaria». Il nuovo reato di blocco stradale prevede fino a un mese di reclusione o 300 euro di sanzione qualora la persona agisca da sola, ma non è il caso delle manifestazioni indette lo scorso ottobre: nel caso in cui il reato venga condotto da più persone riunite, infatti, la pena prevista va dai 6 mesi ai 2 anni di carcere. Prima del decreto sicurezza, nel 1999, la condotta di ostruzione del traffico con il proprio corpo era stata depenalizzata e trasformata in illecito amministrativo, e prevedeva una sanzione da 1.000 a 4.000 euro.

Il pm ha inviato ai manifestanti l’avviso di conclusione delle indagini ieri, 21 maggio; inizialmente ai 13 indagati erano contestati i reati di resistenza e violenza a pubblico ufficiale, blocco stradale e manifestazione non preavvisata. La magistratura, tuttavia, ha ipotizzato il solo reato di blocco. I fatti contestati risalgono allo scorso 3 ottobre, in occasione dello sciopero generale per la Palestina e la Global Sumud Flotilla. Quel giorno, i manifestanti marciarono in direzione della tangenziale est, paralizzando il traffico per qualche ora, e scontrandosi contro le forze dell’ordine. Nel tardo pomeriggio, il corteo si divise e un gruppo sfilò in direzione di Piazza Loreto, risalendo le arterie meneghine puntando verso il Duomo: il gruppo venne fermato in Porta Venezia, sotto il getto di acqua degli idranti delle forze dell’ordine; qui, la polizia effettuò i fermi e condusse i manifestanti in Questura, dove sporse denuncia contro di essi.

In generale, quello di Milano si configura come uno dei primi casi in cui viene applicato il nuovo reato di blocco stradale. Tale fattispecie era stata contestata a tre sindacalisti che avevano sfilato al corteo dei metalmeccanici di Bologna del 20 giugno 2025 per contestare il mancato rinnovo dei contratti, allora scaduti da un intero anno.

Gli USA bloccano una vendita di armi a Taiwan

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Gli Stati Uniti hanno sospeso una vendita di armi a Taiwan dal valore di circa 14 miliardi di dollari. La notizia è stata data dal segretario della Marina statunitense Hung Cao, che ha spiegato che la decisione, presa dallo stesso esecutivo statunitense, è stata presa per dare priorità alle forniture per l’attuale guerra in Iran. «Ci stiamo solo assicurando di avere tutto il necessario», ha spiegato; «le vendite militari all’estero riprenderanno quando l’amministrazione lo riterrà opportuno».

Antimafia, alle prossime elezioni amministrative 28 candidati impresentabili: ecco i nomi

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Sono 28 i candidati alle prossime elezioni amministrative del 24 e 25 maggio che la Commissione parlamentare antimafia ha giudicato “impresentabili” dopo aver verificato il rispetto del codice di autoregolamentazione dei partiti. L’elenco, che è stato letto in Commissione dalla presidente Chiara Colosimo, riguarda aspiranti sindaci e consiglieri comunali in diversi centri italiani, da Agrigento ad Avellino, da Randazzo a Tropea, fino a Viareggio, Messina, Reggio Calabria e Trani. In alcuni casi si tratta di persone rinviate a giudizio o condannate per reati gravi; in altri, invece, di candidati provenienti da amministrazioni precedentemente sciolte a causa di infiltrazioni della criminalità organizzata.

Nel dettaglio, tra i nomi più rilevanti figura Luigi Gentile, candidato sindaco ad Agrigento con il sostegno di Democrazia cristiana, Noi moderati-Partito popolare europeo-Sud chiama Nord, Lega Agrigento e Prima l’Italia. Il suo profilo è stato segnalato per il rinvio a giudizio, arrivato nel marzo 2021, con l’accusa di bancarotta fraudolenta. Sempre tra i candidati alla fascia tricolore compare Gianluca Festa, in corsa ad Avellino con le liste W la libertà, Liberi e forti, Enjoy e Davvero: per lui il gip del tribunale irpino ha disposto il giudizio immediato per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio e induzione indebita a dare o promettere utilità.

Occhi puntati anche su Randazzo, in provincia di Catania, dove l’Antimafia ha segnalato più di un candidato sindaco. Alfio Pillera, in lista con Trasparenza e legalità, è stato rinviato a giudizio per truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche aggravata dal metodo mafioso, oltre che per accesso abusivo a sistema informatico in un procedimento separato. Nello stesso Comune risultano candidati alla carica di primo cittadino anche Concetta Carla Luisa Foti, già assessora, e Gianluca Giuseppe Anzalone, anch’egli ex assessore (inseriti nella lista degli “impresentabili” perché provenienti da un’amministrazione sciolta per infiltrazioni mafiose). Un altro nome presente nell’elenco è quello di Emilio Emanuele La Piana, pure lui già assessore a Randazzo e candidato al consiglio comunale. Anche a Tropea l’elenco degli impresentabili comprende candidati che hanno già fatto parte delle precedenti amministrazioni, ovvero Giovanni Macrì e Giuseppe Rodolico, entrambi ex sindaci, e le ex assessore Caterina Marzolo e Greta Trecate.

L’elenco comprende poi diversi candidati al consiglio comunale. Ad Afragola, nel Napoletano, è segnalato Mauro Moccia, rinviato a giudizio per bancarotta fraudolenta. Ad Avellino figurano Massimo Anniversario, Maria Maddalena Balbi, Gaetano Dentice ed Ernesto Panariello: i reati contestati vanno dalla bancarotta fraudolenta al riciclaggio, fino al traffico illecito di rifiuti. A Cava de’ Tirreni, invece, risultano Anna Padovano Sorrentino, rinviata a giudizio per turbata libertà degli incanti, e Massimo Palladino, accusato di bancarotta fraudolenta. Sempre in Campania, a Ercolano è candidato Giovanni Tagliamonte, rinviato a giudizio per traffico illecito di rifiuti; a Melito di Napoli compaiono Anna Ranucci, per frode informatica e accesso abusivo a sistema informatico, e Lucia Roma, condannata a un anno e due mesi per tentata estorsione nell’aprile 2026.

Tra gli altri nomi indicati dalla commissione ci sono Santina Bennici, candidata a Enna e rinviata a giudizio per tentativo di estorsione ed estorsione aggravata; Giuseppe Piccini, candidato a Imola, per accesso abusivo a sistema informatico; Salvatore Saglimbeni, in corsa a Messina, per disastro ambientale; Alessandro Alfieri, candidato a Portici e condannato in primo grado per bancarotta fraudolenta; Eleonora Maria Pia Megale, a Reggio Calabria, rinviata a giudizio per traffico illecito di rifiuti. Dalla Toscana arrivano due segnalazioni per Viareggio: Tania Dello Margio, condannata a due anni, dieci mesi e venti giorni per estorsione (sentenza confermata in Cassazione nel giugno 2024), e Maria Giulia Giuseppina Rao, rinviata a giudizio per corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio e per accesso abusivo a sistema informatico. In Puglia, a Trani, è stato invece segnalato Mauro Verga, condannato in primo grado a tre anni per tentata estorsione aggravata.

Il termine “impresentabile” non ha un valore legale, ma è un concetto puramente politico. Nel concreto, infatti, la Commissione parlamentare Antimafia valuta le candidature elettorali sulla base delle segnalazioni del Ministero dell’Interno e dell’autorità giudiziaria. Secondo i criteri di candidabilità stabiliti nel Codice di Autoregolamentazione, approvato dalla Commissione nel 2019 durante il governo M5S-Lega, per entrare nella lista degli “impresentabili” occorre essere formalmente imputati (ma solo per specifici reati) oppure essere stati colpiti da misure di prevenzione personali o patrimoniali ai sensi del Codice antimafia, rimossi dall’incarico di amministratore locale ai sensi del testo unico degli enti locali o aver ricoperto la carica di sindaco o di componente della giunta negli enti sciolti per fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso.

Repubblica Democratica del Congo: incendiato centro per trattare l’ebola

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Ieri, nella Repubblica Democratica del Congo è stato incendiato un centro per il trattamento dell’ebola. L’incendio è stato appiccato a Rwampara, città della RDC orientale, dove in questo momento è presente un’epidemia di malattia da ebola. Secondo quanto riferito dalle forze di polizia, l’incendio sarebbe stato appiccato da un gruppo di giovani a cui era stato impedito il recupero del corpo di un amico. I cadaveri di persone morte a causa della malattia da ebola sono altamente contagiosi. La RDC è al centro di una epidemia di ebola che finora ha provocato 160 morti sospette e oltre 670 contagi sospetti.

Cuba sotto assedio: gli USA muovono la portaerei nucleare con jet e lancia missili

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Dopo le sanzioni all’ex presidente Raul Castro e la fabbricazione di prove per giustificare un eventuale attacco a Cuba, gli Stati Uniti continuano la propria campagna di pressione contro La Avana. Lo scenario ricorda quello presentatosi in Venezuela qualche mese fa, quando Trump aveva schierato la portaerei Gerald Ford per poi condurre una operazione direttamente a Caracas e rapire il presidente Maduro; questa volta a venire schierata è la portaerei Nimitz CVN-68, capoclasse delle portaerei a propulsione nucleare della US Navy. Fonti governative degli USA sostengono che si tratterebbe solo di una dimostrazione di forza e che non sono in programma operazioni militari, confermando – almeno – la volontà di intimidire Cuba. Nel frattempo, sul fronte diplomatico il segretario di Stato degli USA Marco Rubio ha detto che Cuba avrebbe accettato l’offerta di 100 milioni di dollari in aiuti umanitari, ma è tornato a delegittimare il governo cubano, continuando a preparare il terreno per un eventuale intervento militare.

Ad annunciare il dispiegamento della portaerei Nimitz CVN-68 è stato il Comando Meridionale dell’esercito statunitense (SOUTHCOM), la branca dell’esercito a stelle e strisce che si occupa dei Caraibi e dell’America Latina. La nave fa parte dell’omonima classe di portaerei “Nimitz”, che comprende tutte le dieci portaerei a propulsione nucleare in servizio per la Marina statunitense; la CVN-68, in particolare, è a oggi tra le più grandi navi del proprio genere al mondo, fiore all’occhiello statunitense nella categoria delle imbarcazioni a propulsione nucleare. Può trasportare fino a 90 aerei ed elicotteri militari: a bordo è stato imbarcato il Carrier Air Wing 17 (CVW-17), stormo aereo composto da otto squadroni; a fianco della CVN-68, inoltre, gli USA hanno dispiegato il cacciatorpediniere USS Gridley DDG 101 e la nave da rifornimento USNS Patuxent T-AO 201.

La mobilitazione dell’arsenale militare da parte degli USA aumenta le pressioni sul governo cubano. Il fatto che essa sia arrivata in parallelo alla scelta di sanzionare l’ex presidente Castro e alla fabbricazione di prove farlocche circa presunti movimenti militari da parte dell’isola pare svelare – quanto meno – la volontà statunitense di intimidire l’amministrazione cubana. Una fonte governativa sentita dal New York Times ha spiegato al quotidiano che «al momento, l’amministrazione intende utilizzare la Nimitz e il suo stormo di caccia come dimostrazione di forza, non come piattaforma per importanti operazioni militari». Lo scenario, ricorda il medesimo giornale, è analogo a quello delineatosi tra ottobre 2025 e gennaio 2026, quando dopo avere accuratamente creato prove per dimostrare la presunta minaccia venezuelana e ampliato le sanzioni contro le figure di spicco di Caracas, gli USA schierarono sui caraibi la portaerei Gerald Ford, con cui in seguito condussero l’operazione di sequestro del presidente venezuelano Maduro. Dopo tutto, in questi quattro mesi di assedio, Washington non ha nascosto le proprie intenzioni con Cuba, cercando di imporre sull’isola una sorta dimodello Venezuela” e costringere il Paese ad allinearsi agli interessi statunitensi.

La stessa proposta dei 100 milioni in aiuti umanitari, arrivata nei giorni scorsi dall’amministrazione USA, è vincolata a un non meglio precisato percorso di «significative riforme» che l’isola dovrebbe intraprendere. Anche in questo caso, il quadro ricorda quello venezuelano, dove dopo il rapimento di Maduro Trump ha lasciato il governo nelle mani di una amministrazione più accondiscendente. Rubio ha affermato che Cuba avrebbe accettato la proposta degli Stati Uniti, ma da La Avana non è arrivata alcuna conferma; quando Washington avanzò la propria offerta, le autorità del Paese – pur sottolineando la contraddittorietà degli USA nel proporre una soluzione a un problema da essi stessi causato – avevano affermato che avrebbero accettato di buon grado gli aiuti statunitensi, a patto di non dovere chinare il capo. Malgrado la presunta accettazione dell’offerta da parte di Cuba, lo stesso Rubio non ha smesso di delegittimare il governo cubano continuando ad additargli le responsabilità della crisi in corso.

Opere d’arte saccheggiate nelle colonie: la Francia apre alla restituzione

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restituzione reperti colonie

Dopo un lungo dibattito politico e culturale, la Francia ha approvato una nuova legge che rende più semplice la restituzione dei beni culturali sottratti durante il periodo coloniale. Il Parlamento francese ha dato il via libera definitivo introducendo per la prima volta una norma generale che modifica il Codice del Patrimonio e consente di restituire opere e manufatti acquisiti illegalmente senza dover approvare una legge specifica per ogni singolo caso.
Si tratta di statue, maschere rituali, armi cerimoniali, manoscritti, gioielli e migliaia di altri manufatti provenienti soprattutto dalle e...

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In Bolivia sono esplose grandi proteste contro il carovita e le privatizzazioni

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Blocchi stradali, cortei, barricate: in Bolivia è esplosa la protesta contro il governo, in carica da appena sei mesi. Dall’inizio di maggio, diverse sigle sindacali e categorie di lavoratori, dagli insegnanti ai contadini, stanno occupando le strade del Paese, in una manifestazione di dissenso che ha presto assunto la portata di un movimento nazionale – tale da scatenare l’allarme anche a Washington. Sarebbero almeno quattro le persone morte durante le proteste, centinaia quelle arrestate, mentre alcune attività, incluse le banche, hanno preferito chiudere. Nella giornata di oggi, mentre una grande marcia si dirigeva su La Paz, il governo boliviano ha espulso l’ambasciatrice colombiana, aumentando la tensione tra i due Paesi.

I blocchi stradali hanno comportato l’interruzione dei rifornimenti, tanto che è stato necessario organizzare un ponte aereo con l’Argentina per inviare generi alimentari verso La Paz. Le rivendicazioni vanno dalla richiesta di salari più alti per varie categorie fino alle proteste per la carenza di carburante, mentre i gruppi contadini e dei popoli originari si oppogono alle riforme agrarie, che non farebbero altro che favorire i grandi proprietari terrieri. La mancanza di carburante rappresenta un problema di lunga data nel Paese, frutto di mancati investimenti nello sviluppo di competenze interne dopo la nazionalizzazione delle risorse operata da Morales durante il suo mandato, fattore che, insieme al calo degli investimenti stranieri, ha portato a una forte diminuzione delle estrazioni.

Le proteste sono cominciate nei primi giorni di maggio e hanno presto coinvolto varie categorie sociali tra sindacati, lavoratori, minatori e contadini, trasformandosi in un movimento nazionale e raggiungendo una portata tale da preoccupare anche gli USA, che ha definito le proteste un «colpo di Stato». «Gli Stati Uniti sostengono fermamente il legittimo presidente della Bolivia. Non consentiremo a criminali e trafficanti di droga di rovesciare i leader democraticamente eletti nel nostro emisfero» ha dichiarato il segretario di Stato americano Marco Rubio. D’altronde, il neoeletto presidente Rodrigo Paz ha ripetutamente strizzato l’occhio a Washington, dichiarando sin da subito di voler «costruire una relazione stretta con uno dei governi più importanti al mondo». Il suo piano economico prevede una revisione dei sussidi ai carburanti, incentivi agli investimenti stranieri e una decentralizzazione amministrativa che favorisca le regioni più produttive: di fatto, un ritorno al pragmatismo neoliberale e all’austerità in piena regola, che sancisce definitivamente la fine di vent’anni di socialismo che hanno segnato il Paese – al netto delle scissioni interne al MAS (Movimiento al Socialismo), il partito fondato dall’ex presidente nativo Evo Morales.

In linea con quanto sostenuto da Washington, il governo non ha esitato a dichiarare che a fomentare le proteste sono gurppi «violenti» mossi da interessi politici. La repressione violenta messa in atto dalle autorità avrebbe già causato quattro morti, secondo i media locali, appartenenti alle comunità di Ingavi ed El Alto. Ieri, Paz ha tenuto un discorso nel quale ha dichiarato che procederà a un rimpasto di governo a seguito delle proteste che da settimane scuotono la Bolivia, ma non ha specificato modalità e tempi. Nel frattempo, ha espulso l’ambasciatrice colombiana, Elizabeth Garcia, con l’accusa di «ingerenze negli affari interni», dopo che il presidente colombiano Gustavo Petro ha definito le proteste una «insurrezione popolare». «Stiamo scivolando verso l’estremismo» ha dichiarato Petro, in merito a quanto accaduto. Sui social, l’ex presidente nativo Evo Morales ha commentato l’espulsione dell’ambasciatrice colombiana sottolineando come lo stesso trattamento non venga riservato ai diplomatici USA, israeliani, europei, argentini e di vari altri Paesi «governati da destristi sottomessi a Trump che sostengono la repressione del popolo boliviano».

Subito dopo il discorso di Paz, la Central Obrera Boliviana (COB, la Centrale Operaia della Bolivia), il principale sindacato del Paese che riunisce al suo interno varie sigle, ha convocato una grande marcia per oggi, giovedì 21 maggio, per una mobilitazione «in difesa del nostro popolo e delle richieste di tutte le boliviane e i boliviani». L’appello, lanciato al termine di una conferenza del sindacato e rilanciato sui social, prevedeva la partenza da El Alto per dirigersi verso il centro della capitale. Il messaggio della COB è chiaro: Paz deve rinunciare al suo mandato.