sabato 25 Maggio 2024

Il rapporto sulla libertà di stampa di RSF è basato su criteri del tutto parziali

Reporters sans frontières, conosciuta anche come Reporter Without Borders, in italiano Reporter Senza Frontiere, ha aggiornato la sua classifica riguardo la libertà d’informazione di tutti i Paesi del mondo. Come ogni anno, l’organizzazione, ONG francese con lo scopo dichiarato di salvaguardare il diritto alla libertà di informazione, pubblica una classifica sulla libertà di stampa, oltre a monitorare in tempo reale gli abusi commessi nel mondo a danno di giornalisti. Leggendo bene quanto pubblicato dall’organizzazione, emergono elementi interessanti che fanno riflettere sull’accuratezza e l’obiettività di tali indici.

Partiamo dal nostro Paese. L’Italia, nel 2023, registra un punteggio di 41/180, dove lo 0 è il punteggio migliore, pari a 72,05. Rispetto allo scorso anno saremmo in miglioramento, visto che il punteggio era di 58/180, ovvero 68,16.  Nell’incipit possiamo leggere: “La libertà di stampa in Italia continua ad essere minacciata dalla criminalità organizzata, in particolare nel sud del Paese, nonché da vari gruppi estremisti violenti. Questi sono aumentati significativamente durante la pandemia e continuano a ostacolare il lavoro dei professionisti dell’informazione, specialmente durante le manifestazioni”. Sebbene a livello locale le organizzazioni criminali siano senz’altro un nemico della libertà di stampa, Reporters sans frontières (RSF) sottolinea la minaccia portata da “gruppi estremisti violenti” i quali sarebbero aumentati durante la pandemia; tradotto, i famigerati no-vax o no-greenpass sono una minaccia alla libertà di stampa e “continuano a ostacolare il lavoro dei professionisti dell’informazione”. Gli stessi professionisti dell’informazione che proprio durate l’emergenza pandemica, così come adesso con il conflitto in Ucraina, si sono limitati a riportare le veline governative e delle multinazionali del farmaco come fossero i depositari della scienza. D’altronde, se nel report viene riconosciuta la pluralità dei mezzi d’informazione che “garantiscono una diversità di opinioni”, sappiamo molto bene che i quasi 20 quotidiani e i 50 settimanali sono per la stragrande maggioranza di proprietà di aziende o gruppi che fanno capo a un numero di persone che si conta con una mano. E, ancora una volta, lo abbiamo visto con l’emergenza pandemica e lo vediamo adesso con la guerra.

Proprio su questo aspetto, per quanto concerne il “contesto socioculturale”, viene riconosciuta una polarizzazione su certi temi e che questa avrebbe colpito i giornalisti “che sono stati vittime di attacchi sia verbali che fisici durante le proteste contro le misure sanitarie”. Insomma, la libertà di stampa non è a rischio se pressoché ogni media riporta ciò che il governo vuole sia riportato, se non si possono esprimere posizioni diverse senza essere deriso, attaccato o censurato, ma se qualche giornalista si prende qualche insulto. Ricordiamo anche che, in quei tempi, proprio dalle pagine di giornale e dagli schermi televisivi si spargeva odio nei confronti dei non vaccinati e di coloro che non volevano sottostare alla politica del green pass. La cosa è curiosa visto anche come viene spiegata la metodologia con cui si attribuiscono gli indici. Per quanto concerne il “contesto socioculturale” si tiene conto di due aspetti. Il primo sono i “vincoli sociali” e riguardano questioni legate a genere, classe, etnia, religione etc. Il secondo invece riguarda i “vincoli culturali” intesa come la “pressione sui giornalisti affinché non mettano in discussione certi bastioni di potere o influenza o non coprano determinate questioni perché andrebbero contro la cultura prevalente nel paese o nel territorio”. Nel caso del periodo pandemico, come adesso per quanto riguarda la guerra, i giornalisti che hanno ricevuto insulti non li hanno ricevuti perché mettevano in discussione “certi bastioni di potere” bensì perché li stavano difendendo.

Altra cosa curiosa. Quando si parla di “contesto politico” nella metodologia per la costruzione dell’indice ci si riferisce a tre categorie. La prima riguarda “il livello di accettazione di una varietà di approcci giornalistici che soddisfino standard professionali, compresi approcci politicamente allineati e approcci indipendenti” e vediamo quale sia il livello di appiattimento di pensiero e come gli standard professionali siano molto spesso oltrepassati. Dopodiché abbiamo “il grado di sostegno ai media nel loro ruolo di chiedere conto ai politici e al governo nell’interesse pubblico” il quale viene costantemente ignorato, sia dalla classe politica sia quella giornalistica. Il terzo elemento di cui si tiene conto è “il grado di sostegno e rispetto dell’autonomia dei media di fronte alle pressioni politiche dello Stato o di altri attori politici” ed abbiamo visto come, tanto in epoca pandemica, quanto in quella di guerra, le pressioni dirette e indirette portino ad una visione unica degli eventi. Senza tener conto degli stessi interessi di quelle poche persone che detengono la maggior parte della carta stampata e le maggiori emittenti del Paese. Eppure nel report, alla voce “contesto politico” si dice: “Per la maggior parte, i giornalisti italiani godono di un clima di libertà. Ma a volte cedono alla tentazione di censurarsi, o per conformarsi alla linea editoriale della loro testata giornalistica, o per evitare una causa per diffamazione o altra forma di azione legale, o per paura di rappresaglie da parte di gruppi estremisti o criminalità organizzata”. Niente viene detto, se non in minima parte e in maniera blanda, rispetto ai parametri forniti dalla stessa organizzazione francese circa la metodologia per i criteri di valutazione.

Un’altra curiosità è la Gran Bretagna. Sebbene Reporters sans frontières risulti essere abbastanza dura contro la situazione della stampa e dell’informazione nel Paese, la Gran Bretagna ottiene un punteggio migliore dell’Italia, 26/180, ovvero 78,51, in lieve peggioramento dallo scorso anno. Per quanto concerne l’incarcerazione di Julian Assange, l’unica cosa scritta è la seguente: “L’approvazione da parte del ministro dell’Interno di una richiesta statunitense di estradizione di Julian Assange è un’ulteriore fonte di allarme”. Allo stesso tempo, se si accede alla sezione “abusi in tutto il mondo in tempo reale”, il “barometro”, nel menù della Gran Bretagna non risulta nessun giornalista attualmente incarcerato.

Insomma, il report lascia molti dubbi circa la metodologia applicata rispetto ai risultati forniti, e quindi anche l’obiettività del report stesso. D’altronde, Reporters sans frontières nella sua storia è già stata oggetto di accuse e attacchi da parte di organizzazioni che hanno sostenuto la parzialità dell’organizzazione, la quale avrebbe ricevuto anche finanziamenti dal governo degli Stati Uniti, così come li riceve da grosse società con grossi interessi, nonché da enti statali.

[di Michele Manfrin]

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3 Commenti

  1. Devono fingere di criticare un pochino per dare un contentino a chi pensa che l’informazione sia completamente asservita al potere. I media hanno tre finalità: fare soldi, condizionare le masse e per ultimo fare informazione (attività marginale).
    In realtà i media servono a diffondere notizie non a informare.

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