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Allontanamento dei minori dalla famiglia: cosa dice la legge italiana

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I recenti casi di cronaca hanno riportato nel discorso mediatico il tema dell’allontanamento dei minori dal nucleo familiare. Si tratta di una tematica complessa, troppo delicata per essere trattata in maniera esaustiva a colpi di titoli di giornale sensazionalistici e dichiarazioni “scioccanti” di sedicenti esperti. Dal punto di vista legislativo, le norme sono chiare e sono volte a favorire interventi che abbiano come unico scopo quello di tutelare il superiore interesse della persona di minore età. Al di là delle reazioni “di pancia”, dunque, vale la pena soffermarsi sulle norme previste dalla legge italiana in merito. 

Il superiore interesse del minore 

La legge di riferimento per quest’ambito è la n. 184 del 1993, comunemente nota come “legge adozione”. Si tratta dello strumento normativo che sancisce in maniera chiara e inequivocabile il diritto del minore a una famiglia. Il primo articolo lo dice esplicitamente: «Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia». Questo vale anche in un contesto economico svantaggiato o di vera e propria indigenza. Se i diritti dei minori vengono meno in ragione di condizioni economiche sfavorevoli, insomma, questi non potranno mai essere allontanati dai genitori. Sarà lo Stato a dover fornire sostegno al nucleo in tal senso. Diverso è il caso in cui i diritti dei minori rischino di venire meno per quella che, in gergo tecnico, viene definita una “condotta pregiudizievole” da parte dei genitori. 

L’insieme dei diritti e dei doveri dei genitori nei confronti dei figli di minore età viene definita “responsabilità genitoriale”. La locuzione è stata introdotta nel 2012 insieme alla riforma della filiazione, che ha eliminato definitivamente – e in maniera vergognosamente tardiva – la differenza tra figli naturali (ovvero di coppie non sposate) e figli legittimi (ovvero di coppie unite in matrimonio). Il cambio di terminologia è stato introdotto proprio per superare il concetto di “potestà”, che suggeriva una qualche forma di potere dei genitori nei confronti dei figli. La responsabilità genitoriale si acquisisce nel momento della procreazione del bambino: non con la costituzione di un rapporto giuridico, insomma, ma in forma automatica, appena il bambino viene al mondo. E quando risulta compromessa, lo Stato è chiamato ad agire. 

L’obiettivo è quello di intervenire per tutelare i diritti del minore, ma nella maniera meno invasiva possibile. 

«Quello che è fondamentale comprendere come prima cosa è che la limitazione della responsabilità genitoriale non sempre dipende dal fatto che i genitori abbiano commesso un reato. I minori sono da tutelare quando la condotta dei genitori viene ritenuta pregiudizievole», spiega a L’Indipendente Martina Mattalia, avvocata specializzata in diritto di famiglia. Il concetto di “condotta pregiudizievole” è volutamente ampio, al fine di permettere la valutazione di ogni caso in base alle singole specificità. «Tanto per fare un esempio: fare uso di droghe non è un reato, ma è condotta pregiudizievole e può esserlo a diversi livelli, a seconda del rischio al quale è esposto il minore» spiega Mattalia, che aggiunge: «Quando un giudice dispone la limitazione della responsabilità genitoriale, non lo fa mai con l’intento di agire contro un genitore, ma per tutelare un diritto del minore. È una differenza fondamentale da tenere a mente». Se il pregiudizio nei confronti del minore è alto, si può decidere di ricorrere all’allontanamento, in forma temporanea o meno. 

Adozione e affidamento 

Se la fragilità del genitore è temporanea, allora il bambino viene affidato a un’altra famiglia. A regolare il dispositivo dell’affidamento è l’art. 2 della legge 184/93, che specifica: «Il minore temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo, nonostante gli interventi di sostegno e aiuto disposti ai sensi dell’articolo 1, è affidato a una famiglia». Nel caso in cui quest’ultima non sia disponibile, si procede con l’inserimento in comunità. L’affidamento viene dunque disposto solamente nel caso in cui i precedenti interventi di sostegno e aiuto ai genitori non siano andati a buon fine. Come spiega Mattalia, questo non dovrebbe durare più di due anni, «proprio perché il bambino ha diritto a una famiglia». Durante questo periodo, lo Stato lavora sul genitore, affinché questo possa tornare a svolgere le sue funzioni. Non ci sono, tuttavia, interventi che l’autorità può imporre al genitore, ma solo percorsi suggeriti. Sta alla persona decidere se intraprenderli o meno e proprio da questa valutazione dipenderà il successivo ricongiungimento con il figlio, che è sempre lo scopo ultimo dell’intervento. Se le difficoltà si rivelano permanenti (ad esempio, problemi di tossicodipendenza che perdurano), si valuta l’adozione. Una volta approvata, questa comporta la decadenza della responsabilità genitoriale. 

Qual è l’iter 

Perché tutto l’iter si metta in moto, è necessario che qualcuno – una persona qualunque che sia venuta a conoscenza di un potenziale maltrattamento o di una possibile lesione dei diritti di un minore – sporga denuncia alle autorità. Questa eventualità diventa un obbligo nel caso di pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio, come personale medico, psicologi, insegnanti e forze dell’ordine. «Purtroppo in Italia spesso questo non accade, perché c’è ancora un retaggio che porta le persone a non volersi mettere “contro la famiglia”. E questo è un problema, perché più tardi si interviene, più le situazioni si complicano», racconta Mattalia. 

Una volta appurata l’esistenza di una situazione problematica, il giudice dispone l’intervento dei servizi sociali, i quali hanno una duplice funzione: da un lato, sostegno al nucleo familiare, dall’altro, valutazione per il tribunale. «Naturalmente si tratta di una questione problematica, poiché è difficile far coesistere i due aspetti, ma il servizio pubblico è l’unico strumento del quale il tribunale dispone». Vi sono poi le consulenze dei tecnici di parte (CPT), ovvero professionisti del settore privato che il giudice può nominare per valutazioni specifiche – i neuropsichiatri infantili, per esempio. Queste, tuttavia, vengono effettuate in un tempo limitato, spesso ridotto a un paio di sedute (a volte solamente una) anche in ragione del costo che questi hanno per le casse dello Stato o per i genitori.

Perché tutto l’iter si metta in moto, è necessario che qualcuno – una persona qualunque che sia venuta a conoscenza di un potenziale maltrattamento o di una possibile lesione dei diritti di un minore – sporga denuncia alle autorità

«Chi, come me, tende a guardare le cose con un occhio critico ritiene che se il servizio pubblico disponesse delle risorse adeguate sarebbe l’unico vero organo capace di svolgere bene tutto il lavoro. Lavorare in rete coinvolgendo i servizi necessari – dal SERD (Servizio per le Dipendenze patologiche) al CSM (Centro per la Salute Mentale) al DSM (Dipartimento di Salute Mentale) agli psicologi e gli educatori – che fanno una valutazione nel tempo permette di fare un lavoro molto più approfondito di un consulente privato che si limita a fare una fotografia della situazione». Il definanziamento del settore pubblico, tuttavia, fa sentire i suoi effetti anche in questi contesti. «A volte i servizi riescono a portare avanti dei progetti, a volte non hanno le risorse. Lo vedo accadere spesso con molti dei miei clienti, ad esempio quando non è possibile attivare interventi degli educatori a domicilio perché non ci sono i soldi». Le problematiche sono ancora più evidenti quando a necessitare di un intervento sono le famiglie straniere. In questi casi, la strutturale mancanza di mediatori culturali – figure fondamentali nella valutazione dello stato di un nucleo familiare straniero – porta ad approcci pregiudizievoli il cui esito molte volte è a sfavore della famiglia.

La Global Sumud Flotilla indica la via: i cittadini possono tutto, anche contro Israele

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La nave della Freedom Flotilla al largo di Catania

«A nome del Governo italiano ho appena chiesto formalmente di includere nella prossima discussione dei Ministri degli Esteri UE l’adozione di sanzioni contro il ministro per la Sicurezza nazionale israeliano Ben-Gvir per gli inaccettabili atti compiuti contro la Flotilla». Queste parole, così nette, le ha pronunciate nientemeno che il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani. È essenziale capire l’enormità delle parole di Tajani a confronto di quanto il governo Meloni non aveva fatto fino ad oggi. Infatti, quello italiano, è tra i governi europei che più si erano spesi per garantire l’impunità ai massacratori israeliani. La premier aveva bloccato ogni iniziativa europea per sanzionare il governo israeliano, il vicepremier Salvini aveva ritirato con orgoglio il premio come “miglior amico di Israele”, lo stesso Tajani si opponeva fermamente alle sanzioni definendole «una misura velleitaria». Aver costretto, anche se solo per necessità e calcolo, il governo italiano a cambiare posizione è un risultato enorme, uno spartiacque che può modificare le politiche europee verso Israele: e il merito va tutto agli attivisti della Global Sumud Flotilla, insieme a quello – non meno importante – di aver riportato il tema al centro dell’agenda mediatica.

È bene dirlo con forza, perché in questi giorni troppe voci si sono levate a cercare di screditare l’azione degli attivisti della Flotilla. Si stava diffondendo un vergognoso rumore di fondo, alimentato ad arte da pagine e influencer finti indipendenti, che li dipingeva come megalomani in cerca di visibilità o che cercava di screditarne l’azione con false accuse, come quella di non avere a bordo aiuti umanitari per la popolazione di Gaza. Una disinformazione alimentata anche dai giornali di regime che manganellano il movimento per conto dello stesso governo Meloni.

Appena due giorni fa Mario Sechi, passato direttamente dal ruolo di portavoce della Meloni a direttore di Liberoscriveva queste disgustose parole: gli organizzatori della Flotilla sono provocatori che non portano aiuti a Gaza, ma recitano la parte delle vittime in un teatrino estremista che indebolisce le democrazie europee usando l’odio come collante politico. Il tutto facendo finta di dimenticare che le reali intenzioni della Flotilla sono chiare da tempo: non certo l’illusione di poter risolvere una gigantesca crisi umanitaria con qualche cartone di aiuti, ma dimostrare ai palestinesi la solidarietà dei popoli e soprattutto costringere i governi occidentali ad agire contro il genocidio.

Certo, non bisogna nemmeno farsi prendere in giro. Non c’è dubbio che l’azione italiana sia opportunistica. Il tentativo è quello di superare le polemiche sacrificando il ministro Ben-Gvir come capro espiatorio, come se fosse un Delmastro o una Santanchè qualunque. E si tratterà di una misura puramente ipocrita se non accompagnata da altre azioni concrete che il governo italiano potrebbe prendere per cercare di fermare Israele.

Ci permettiamo di suggerirne una manciata. Misure semplici, in linea con le leggi e la Costituzione, per le quali basterebbe un livello di coraggio politico che anche il governo italiano potrebbe trovare:

  • Impedire che porti e aeroporti italiani vengano utilizzati per trasportare materiale bellico destinato a Tel Aviv, smettendo di rendersi attivamente complici – come ancora oggi avviene – delle guerre e dei massacri israeliani;
  • Interrompere il commercio con le colonie illegali israeliane (come già richiesto da 9 Paesi europei);
  • Riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina (già riconosciuto da 157 dei 193 stati membri delle Nazioni Unite, inclusi 17 Paesi UE);
  • Appoggiare la revoca dell’Accordo di associazione UE-Israele (misura che proprio Italia e Germania stanno bloccando da mesi a Bruxelles);
  • Ritirare il proprio ambasciatore a Tel Aviv fino a quando Israele non rispetterà il diritto internazionale (come già fatto dalla Spagna);
  • Impegnarsi a rispettare il mandato di cattura per “crimini di guerra e contro l’umanità” emesso dalla Corte Penale Internazionale nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

La strada è ancora lunga e tortuosa, ma la Global Sumud Flotilla – insieme agli altri movimenti come quello BDS (per il boicottaggio dei prodotti complici di Israele) e dei lavoratori che bloccano le armi dirette a Israele nei porti – segna la via: l’azione dei cittadini è l’unica chiave possibile per costringere i governi occidentale a recidere la propria complicità contro la barbarie israeliana. Impegnarsi tutti, ognuno secondo le proprie possibilità, è il miglior modo per rendere il giusto onore al coraggio delle donne e degli uomini che abbiamo visto inginocchiati e trattati come bestie – cioè come palestinesi – da parte dei criminali israeliani.

USA, posizionata portaerei Nimitz nel mar dei Caraibi

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Gli Stati Uniti hanno annunciato l’arrivo della portaerei USS Nimitz nel mar dei Caraibi meridionale, dove resterà per alcuni giorni insieme alla sua flotta di supporto, in una nuova mossa di pressione contro il governo cubano. La Nimitz, reduce da esercitazioni con la marina brasiliana lungo le coste sudamericane, viene impiegata come “dimostrazione di forza”, senza però prevedere operazioni militari su larga scala. Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha intensificato le pressioni su Cuba con blocchi ai rifornimenti energetici, voli di ricognizione, la visita del direttore della CIA all’Avana e l’incriminazione dell’ex presidente Raúl Castro.

Le mosse di Russia e Cina: resoconto sull’importante incontro tra Putin e Xi Jinping

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Continuano gli incontri istituzionali del presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping. A pochi giorni dal viaggio di Donald Trump a Pechino, martedì 19 maggio anche il presidente russo Vladimir Putin ha fatto visita al presidente cinese, in un incontro che ha solidificato le relazioni diplomatiche tra i due paesi.

Indubbiamente lontano dallo sfarzo mediatico dell’appuntamento sino-statunitense, anche in questo caso la Cina non ha risparmiato il riguardo formale nell’accogliere colui che Xi ha definito «un vecchio amico». Vladimir Putin e la rispettiva delegazione sono stati accolti all’aeroporto di Pechino dal ministro degli esteri Wang Yi, differentemente da quanto successe a Trump, atteso dal vicepresidente cinese Han Zheng.

L’incontro, decisamente più pragmatico rispetto a quello avvenuto con la delegazione statunitense, segna la venticinquesima visita del presidente russo in Cina e mette in evidenza la floridità delle relazioni tra i due paesi. Difatti, dopo i decenni di tensioni sino-sovietiche, fu proprio Putin a firmare nel 2001 il Trattato di buon vicinato, amicizia e cooperazione tra Cina e Russia con l’ex presidente Jiang Zemin e rinnovare l’alleanza con un paese che dimostrava di avere tutte le carte in regola per tramutarsi in uno dei rivali principali degli Stati Uniti d’America. Ed è proprio il venticinquesimo anniversario della firma del suddetto accordo che ha posto le basi per l’incontro odierno: in un contesto geopolitico reso fortemente instabile dai nuovi scenari di guerra, i due paesi puntano a solidificare e soprattutto riequilibrare un rapporto che, dall’invasione russa dell’Ucraina e dalle conseguenti sanzioni, pende ineluttabilmente a favore della Cina.

Nel consueto cerimoniale di firma, tenutosi nella Grande Sala del Popolo, i due leader hanno firmato venti accordi economici, riguardanti l’energia, il commercio, la tecnologia, l’innovazione scientifica e le infrastrutture; a questi si aggiungerebbe un’altra ventina di accordi in ambito governativo ed aziendale. Secondo quanto riportato da Bloomberg, dal 2022 la Federazione Russa importa più del 90% delle tecnologie cinesi soggette a sanzioni occidentali, e secondo il comunicato del Cremlino seguente all’incontro, solo nello scorso anno, il commercio bilaterale ha raggiunto il valore di 200 miliardi di dollari e gli scambi reciproci sono cresciuti del 20%.

In ambito geopolitico, i due paesi concordano sulla necessità di garantire l’equilibrio e la stabilità nella scena globale e non viene fatto mistero delle cause che stanno portando in questo momento allo svuotamento del diritto internazionale: i due denunciano i danni causati da «azioni unilaterali», facendo implicito riferimento ad aggressioni come il sequestro di Nicolás Maduro e gli attacchi all’Iran e al Libano e, secondo i due leader, per contrastare la deriva mondiale «è essenziale promuovere una cooperazione internazionale di alta qualità e riformare e migliorare la governance globale». Sulla situazione in Asia occidentale, Xi Jinping ha fatto menzione al piano in quattro proposte presentato in occasione della visita del principe di Abu Dhabi a Pechino per agire contro la minaccia della «legge della giungla», espressione utilizzata anche durante l’incontro con Pedro Sánchez lo scorso aprile. I due paesi, inoltre, confermano il proprio impegno e la propria collaborazione all’interno dei contesti istituzionali che li accomunano: i BRICS, l’APEC, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS) e l’ONU.

Nonostante le dichiarazioni congiunte e la comprensione reciproca sulla scena internazionale, questa visita lascia un vuoto sulla questione energetica. Per quanto la Cina importi dalla Russia combustibili minerali, petrolio e gas per circa 90 miliardi di dollari l’anno, confermandosi tra i principali clienti energetici di Mosca, le discussioni sull’approvazione finale del progetto Power of Siberia 2 non sembrano aver raggiunto un accordo concreto. Questo gasdotto, che collegherebbe i giacimenti russi di Yamal alla Cina, avrebbe la capacità di trasportare 50 miliardi di metri cubi di gas annuali, da aggiungere alla quantità trasportata dal gasdotto Power of Siberia 1. Il temporeggiamento cinese rivelerebbe da un lato una situazione di criticità ridimensionata in merito all’approvvigionamento energetico limitato dalla crisi di Hormuz da parte della potenza asiatica, dall’altro l’interesse ad aprire altri mercati in Asia centrale.

Il fittissimo calendario delle visite istituzionali in Cina, che ha visto l’arrivo, tra gli altri, di Sánchez, Merz, To Lam, Cheng Li-Wun, Lavrov, Tajani, Trump e Putin, mostra come la Repubblica Popolare stia lavorando per diventare il perno principale delle relazioni internazionali. È stato annunciato, inoltre, l’imminente incontro tra il leader nordcoreano Kim Jong-un e Xi Jinping, e la prossima visita al presidente turkmeno Berdimuhamedov. Appare evidente quanto, da questo punto di vista, il paragone con gli Stati Uniti non possa reggere, difatti la potenza nordamericana, specialmente con l’avvento della seconda legislatura Trump, le aggressioni unilaterali e le politiche commerciali, sta perdendo il suo ruolo di mediatore. Cedere questo ruolo al rivale cinese può rivelarsi un grave errore per l’egemonia a stelle e strisce.

USA: la nuova strategia anti-terrorismo mette nel mirino il dissenso interno

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L’amministrazione Trump ha ufficializzato la nuova Strategia Nazionale di Controterrorismo, un documento destinato a segnare una svolta radicale e controversa nelle politiche di sicurezza degli Stati Uniti. La nuova dottrina ridefinisce integralmente le priorità di Washington, declassando parzialmente la minaccia storica del jihadismo globale, che ha dominato l’agenda geopolitica occidentale fin dall’indomani dell’11 settembre 2001, per focalizzare l’apparato repressivo federale su due nuovi fronti principali: i cartelli della droga latinoamericani, ufficialmente classificati come “narcoterroristi”, e i movimenti politici interni.

Questa rimodulazione non rappresenta soltanto un semplice cambio di vocabolario o una riorganizzazione burocratica, bensì una pericolosa militarizzazione della sicurezza interna. Per la prima volta in un documento strategico ufficiale di tale portata, movimenti definiti “anti-americani”, “anarchici”, “anti-fascisti” e “radicalmente pro-transgender” vengono formalmente inseriti nell’elenco delle minacce terroristiche. In questo modo si espandono a dismisura i poteri di sorveglianza elettronica, infiltrazione e persecuzione legale nei confronti del dissenso politico e delle storiche organizzazioni della società civile, minando le fondamenta stesse del tessuto democratico statunitense.

In passato avevamo già analizzato come la presidenza stesse preparando minuziosamente questo terreno. Attraverso una serie di sotterfugi normativi, decreti esecutivi opachi e memorandum del Dipartimento di Giustizia, la Casa Bianca si era mossa nell’ombra per erodere progressivamente i limiti legali imposti al governo federale nel contrasto al terrorismo interno. Quelli che prima apparivano come tentativi sotterranei, forzature isolate del quadro giuridico o manovre di propaganda, oggi hanno trovato una formalizzazione organica e istituzionale all’interno di questa nuova dottrina strategica. Il primo asse della strategia sposta in modo aggressivo l’asse d’intervento militare e d’intelligence verso il confine meridionale e l’America Latina. Classificare i cartelli latinoamericani come organizzazioni terroristiche consente all’esecutivo di sbloccare fondi e risorse militari finora riservati esclusivamente alla caccia ad Al-Qaeda o all’ISIS. Tuttavia, come sottolineato da esperti di diritti umani, il vero cuore ideologico del documento risiede nella sezione dedicata alle minacce domestiche.

Includere le istanze dell’attivismo LGBTQ+ radicale, i collettivi anarchici o il movimento Antifa sotto la categoria del terrorismo significa dotare agenzie federali come il FBI e la NSA di strumenti intrusivi di sorveglianza di massa, solitamente concepiti per contrastare minacce straniere. La distinzione fondamentale tra opinione radicale, disobbedienza civile e atto terroristico viene deliberatamente sfumata, lasciando alle autorità un’enorme discrezionalità nell’identificare e perseguire i nuovi “nemici dello Stato”. Questa dottrina non mira realmente a sventare attacchi violenti, quanto a strutturare un’infrastruttura legale permanente per silenziare l’opposizione politica e criminalizzare preventivamente i movimenti di protesta sociale.

Già nel settembre scorso, l’American Civil Liberties Union (ACLU) ha espresso fortissima preoccupazione, evidenziando come l’uso strumentale delle leggi anti-terrorismo contro le minoranze e i movimenti di giustizia sociale rappresenti la più grave minaccia al Primo Emendamento della Costituzione degli ultimi decenni. La militarizzazione della risposta federale solleva spettri legati a una nuova stagione di abusi investigativi, simile a quella del programma COINTELPRO, un programma di infiltrazione e controspionaggio interno del FBI attivo formalmente tra il 1956 e il 1971, ma oggi potenziata dalle moderne tecnologie di tracciamento digitale e intelligenza artificiale applicata alla sorveglianza.

In conclusione, la Strategia Nazionale di Controterrorismo non è semplicemente un piano tecnico di difesa, ma un manifesto politico volto a blindare il potere esecutivo e a restringere lo spazio democratico negli Stati Uniti. Spostando l’obiettivo dai teatri di guerra esteri alle piazze, alle università e alle comunità emarginate interne, l’amministrazione Trump ha ridefinito le regole del gioco. La sicurezza nazionale viene così trasformata in uno strumento di controllo e sottomissione del dissenso legittimo, ponendo un’ipoteca drammatica sul futuro delle libertà civili in America.

Flotilla, rientrano gli attivisti: Tajani chiede sanzioni UE per Ben-Gvir

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Stanno rientrando a casa gli equipaggi della Global Sumud Flotilla e della Freedom Flotilla Coalition. Dopo la detenzione durata diverse ore — durante la quale gli attivisti hanno denunciato violenze fisiche e psicologiche — Israele ha proceduto con le pratiche di espulsione. Gli attivisti sono stati così trasferiti a Eilat e imbarcati su tre voli. I primi ad arrivare a Roma sono stati il giornalista Alessandro Mantovani e il deputato Dario Carotenuto, che hanno denunciato i pestaggi subiti. Nel frattempo il capo della Farnesina Antonio Tajani si è unito agli altri Paesi europei nel chiedere a Bruxelles sanzioni verso il ministro-colono Ben-Gvir.

Italia, anche l’UE taglia le stime di crescita economica

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Dopo le stime dell’Italia e del Fondo Monetario Internazionale, anche l’Unione europea è intervenuta in materia di crescita economica, prevedendo un calo per il nostro Paese. Nel 2026, alla luce della crisi energetica in atto, è previsto un aumento del Prodotto Interno Lordo (PIL) dello 0,5%, contro lo 0,8% indicato nelle previsioni d’autunno. Anche per il 2027 Bruxelles rivede al ribasso la crescita allo 0,6% dallo 0,8% precedente. Oltre al caro-energia, anche i dazi statunitensi pesano sulle prospettive economiche dell’Italia.

Solo nel mese di aprile i Paesi europei hanno comprato 1,7 miliardi in energia dalla Russia

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Nonostante un calo nei volumi di esportazione, lo scorso mese i ricavi russi da esportazioni di combustibili fossili hanno raggiunto i 733 milioni di euro al giorno, il livello più alto degli ultimi due anni e mezzo. A contribuire a tale aumento è anche l’UE, che ad aprile 2026 ha ingrossato i portafogli moscoviti di 1,7 miliardi di euro, risultando il quarto maggiore acquirente di idrocarburi dalla Federazione. Un risultato diretto della guerra israelo-statunitense in Iran e della conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran, che cela una verità scomoda per l’Unione: Bruxelles è ancora lontana dal raggiungimento dell’autonomia energetica, e continua a dipendere dalle importazioni da Mosca. Davanti a quella che pare sempre più come un’evidenza l’UE rimane fedele alla linea, e conferma «l’impegno incrollabile» di supportare l’Ucraina e sanzionare la Russia, mentre USA e Regno Unito hanno disposto un fermo delle misure contro gli idrocarburi moscoviti per fare respirare il mercato.

I dati sulle esportazioni del gas russo nell’aprile del 2026 arrivano dal bollettino mensile del Crea, il Centro di Ricerca sull’Energia e l’Aria pulita. Secondo l’istituto, davanti a un -7% nei volumi di esportazione, i ricavi russi per la vendita di idrocarburi all’estero sono aumentati del 4% su base mensile. I Paesi che hanno acquistato più combustibili russi si confermano Cina e India, che hanno importato rispettivamente 7,3 miliardi di euro e 5 miliardi di euro in idrocarburi russi; entrambi i Paesi, tuttavia, hanno diminuito notevolmente le importazioni, tanto in termini volumetrici quanto in termini economici. A trainare la crescita dei ricavi sono piuttosto Turchia e Unione Europea, che a fronte di una riduzione del volume delle importazioni hanno rispettivamente acquistato idrocarburi russi per un valore del 57,89% in più e del 17,24% in più rispetto a marzo.

Con i suoi 1,7 miliardi di euro, l’UE ha rappresentato quasi il 10% dei ricavi da esportazione della Russia provenienti dai primi cinque importatori. Il 59% delle importazioni dell’UE era costituito da GNL e un altro 30% da gasdotto. Il restante 11% era costituito da petrolio greggio. Crea rimarca come «nonostante l’introduzione del regolamento REPowerEU (UE) 2026/261, che vieta gli acquisti sul mercato spot a partire dal 25 aprile 2026, gli acquisti mensili di GNL russo da parte dell’UE sono rimasti elevati», tanto direttamente dalla Russia, quanto da Paesi terzi, come Turchia e Georgia; inoltre, per quanto le importazioni siano diminuite in termini volumetrici, tale dato è viziato dal dimezzamento delle importazioni da parte della Spagna. A ciò si aggiunge la riapertura dell’oleodotto Druzhba, che trasporta petrolio greggio russo verso Ungheria e Slovacchia, le cui attività sono riprese il 23 aprile dopo quasi tre mesi di inattività: pur rimanendo operativo per una sola settimana, il flusso dall’infrastruttura ha generato 27 milioni di euro al giorno; con tale ritmo, se fosse stata operativa l’intero mese, sarebbe valsa alla Russia oltre mezzo miliardo di euro in più rispetto a quanto le è entrato, e un totale di 810 milioni di euro su base mensile.

Proprio l’Ungheria e la Slovacchia sono due dei Paesi europei che hanno acquistato più idrocarburi russi in UE. I due Stati si collocano rispettivamente al secondo e quarto posto; la medaglia d’oro per le importazioni è andata alla Francia, mentre quella di bronzo al Belgio. Tanto l’Ungheria quanto la Slovacchia, inoltre, sono ancora fortemente dipendenti dalle importazioni di combustibili russi. La stessa chiusura dell’oleodotto Druzhba da parte dell’Ucraina aveva provocato uno scontro diplomatico tra i due Paesi e Kiev, spingendo Budapest e Bratislava a congelare l’erogazione di elettricità verso l’Ucraina e la sola Ungheria a bloccare le sanzioni alla Russia. La situazione si è sbloccata con la vittoria del nuovo premier ungherese Magyar alle elezioni legislative.

La fine dello stallo diplomatico tra Ungheria e Ucraina non cambia la realtà dei fatti: l’UE è ancora lontana dal raggiungimento di una piena autonomia sul fronte energetico, tanto in fatto di produzione domestica quanto in termini di approvvigionamento dall’estero, e per tale motivo è ancora costretta a comprarla dai russi. I ministri dei 27 restano comunque della loro posizione: «Rimaniamo saldi alle nostre sanzioni sulle importazioni di gas e petrolio russo», ha affermato ieri Paula Pinho, portavoce principale della Commissione. Eppure lo scorso marzo, nel pieno della guerra israelo-statunitense contro l’Iran, la Commissione Europea ha deciso di posticipare la presentazione della proposta di legge per vietare in modo permanente le importazioni di gas russo, che avrebbe dovuto essere discussa lo scorso 15 aprile. Insomma, tra proposte legislative e aumento degli acquisti, per quanto riguarda le importazioni di energia dalla Federazione, l’UE predica una cosa per fare l’opposto.

Quello che traspare dalla contraddittorietà delle azioni europee è – quanto meno – un tentativo di tenere il proverbiale piede in due scarpe: da una parte, l’UE vuole mantenere la sua posizione di «incrollabile sostegno all’Ucraina», dall’altra non può fare a meno del gas russo. Non è da escludersi, inoltre, che nei salotti di Bruxelles le posizioni dei singoli Paesi non siano così concordi come la Commissione vuole fare credere e che sia in corso un silente scontro interno per capire come barcamenarsi nelle attuali crisi geopolitica, finanziaria ed energetica globale. Nel frattempo gli Stati Uniti hanno annunciato una proroga alle esenzioni delle sanzioni ai Paesi che importano petrolio russo. Annunciata originariamente all’inizio di marzo, la deroga temporanea alle sanzioni è stata rinnovata per la prima volta ad aprile, appena due giorni dopo che il Dipartimento del Tesoro aveva dichiarato alla Casa Bianca di non avere intenzione di estendere l’alleggerimento; quest’ultima estensione varrà per altri 30 giorni, e ha spinto il Regno Unito a emulare Washington. Anche in questa occasione, l’UE non ha perso l’occasione per riaffermare il proprio sostegno all’Ucraina, con Valdis Dombrovkis, Commissario europeo per l’Economia, che ha affermato che l’UE è contraria a un allentamento della pressione sulla Russia che, «anzi, va rafforzata».

Marmellate senza zucchero, rischi di tossine e botulino: come stanno realmente le cose

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C’è un mito che è davvero duro a morire: la convinzione che nelle marmellate e confetture di frutta si debba aggiungere obbligatoriamente lo zucchero a scopo conservante, per scongiurare il pericolo del botulino e di altre intossicazioni alimentari. Lo zucchero va messo, dicono i produttori industriali di questi prodotti, e lo sostengono persino alcuni medici e nutrizionisti.

Partiamo dal fatto che alcune aziende producono invece le confetture di frutta senza l’aggiunta di nessuno zucchero e che questi prodotti sono regolarmente in commercio, dimostrando così che non solo è possibile fare la marmellata senza lo zucchero nelle preparazioni casalinghe artigianali, ma che già lo si fa anche a livello industriale e commerciale. E se lo fa anche solo una azienda, significa che lo possono fare tutte. Se non lo fanno, e continuano ad insistere che serva aggiungere zucchero, allora c’è sotto sicuramente qualcos’altro. E infatti è proprio così.

A cosa serve lo zucchero

Secondo la vulgata popolare, nelle marmellate e nelle confetture lo zucchero non servirebbe solo a dolcificare, ma svolgerebbe un ruolo tecnico fondamentale: fungere da conservante naturale, disidratando l’ambiente e bloccando la proliferazione batterica. Inoltre lo zucchero attiva la pectina (contenuta nella polpa dei frutti oppure aggiunta durante la preparazione) per far addensare il composto, creando la classica consistenza gelatinosa e spalmabile. Le aziende più furbe che vogliono cavalcare l’onda del salutismo (praticamente tutte quelle in commercio) con diciture sulla confezione del tipo “Senza zuccheri aggiunti”, al posto dello zucchero bianco usano succo d’uva o di mela concentrato – garantendo in ogni caso un prodotto molto dolce e gustoso, dal momento che i succhi d’uva o di mela non sono altro anch’essi che zuccheri puri e concentrati, disponibili in forma liquida o in polvere. 

Lo zucchero agisce come conservante naturale perché si lega all’acqua presente nella confettura, cioè l’acqua della frutta. Riducendo l’acqua “libera”, crea un ambiente inospitale per i batteri e le muffe, i quali non riescono a idratarsi, venendo così disidratati e bloccati nella loro proliferazione. Fin qui è tutto vero. Ciò che non è vero però è il fatto che i batteri e le muffe possano essere inibiti anche senza la presenza di tutto questo zucchero. Ed è questa la menzogna grande come una casa che l’industria (e professionisti poco preparati) ripetono ormai da anni in ogni programma in TV, scoraggiando la produzione casalinga di confetture e conserve in generale, facendo allarmismo e aleggiando sempre il rischio di intossicazioni alimentari da botulino, salmonella, escherichia coli e altri parassiti. Perchè i prodotti commerciali possano essere definiti marmellate o confetture, in base alla legge italiana ed europea, la quantità minima di zuccheri totali (somma dello zucchero naturalmente presente nella frutta e di quello aggiunto) deve essere pari ad almeno il 60% del peso totale del prodotto finito (marmellata) e del 55% (confetture e confetture extra). Tipicamente, con queste linee guida e obblighi di legge, al supermercato la maggior parte delle confetture può arrivare ad avere fino al 70% di zuccheri totali e alcuni marchi impiegano solo un 30% di frutta.

Prodotti di qualità e senza zucchero

Solitamente, a preparare le confetture e composte di frutta senza nessun tipo di zucchero aggiunto sono le aziende che producono cibo biologico, che investono anche in processi produttivi più tecnologicamente avanzati rispetto a quelli tradizionali. Ad esempio, per la cottura della frutta non usano il classico metodo di bollitura e cottura in pentola con evaporazione dell’acqua e concentrazione del frutto, ma si affidano alla cottura sottovuoto a 50-60°C di temperatura massima. Ledifferenze tra i due procedimenti sono molto importanti da un punto di vista nutrizionale e per la qualità finale del prodotto e producono risultati molto diversi. In pentola si cuoce ad alte temperature (oltre i 100°C) a contatto con l’aria. Nel sottovuoto, si cuoce a temperature più basse (tra i 50 e i 60°C) in assenza di ossigeno, preservando aromi, colori e soprattutto vitamine, che nella cottura classica si vanno a perdere quasi del tutto. Il calore aggressivo della cottura in pentola fa caramellare gli zuccheri (e non è un bene, dal momento che tutti i processi di caramellizzazione producono sostanze tossiche), altera il colore originale della frutta rendendolo più spento e impoverisce il profilo nutrizionale. Il risultato finale con il sottovuoto sarà una composta di frutta più ricca di nutrienti e un po’ meno densa e cremosa, con una spalmabilità inferiore per via del fatto che evapora meno acqua e il prodotto si addensa di meno.

Un altro vantaggio per l’industria nel fare le confetture con la cottura tradizionale in pentola è che si riducono i tempi di cottura (tempi brevi di 30-60 minuti), mentre nella cottura sottovuoto occorrono tempi più lunghi, per permettere alla frutta di ammorbidirsi e pastorizzarsi senza sfaldarsi. Ciò che rimane è una purea, invece di una crema molto densa., ma almeno contiene 100% frutta e nient’altro solitamente. Alcune aziende possono aggiungere la pectina per addensare un po’ il prodotto finale, un addensante naturale (sono fibre estratte dalla frutta) e che non ha alcuna controindicazione, anzi possiede effetti benefici sul microbiota intestinale (fa da pappa per i batteri dell’intestino).

La sicurezza microbiologica

Infine l’aspetto di sicurezza microbiologica delle composte senza zucchero. Senza aggiungere lo zucchero questi prodotti sono pericolosi per la salute? Possono comportare sviluppo di muffe e tossine come il botulino? La risposta è no, assolutamente no, e per vari motivi. Intanto è presente comunque una certa quota di zuccheri, anche nelle composte 100% frutta, perché la frutta contiene zuccheri di per sé e nella cottura sottovuoto tutti gli zuccheri rimangono. E fanno da conservante naturale, esattamente come lo zucchero che viene aggiunto nelle marmellate più industriali. Chiaramente nelle composte 100% frutta di zucchero alla fine ce n’è molto meno (solitamente ¼). In secondo luogo la cottura sottovuoto è comunque una cottura, anche se meno aggressiva, e anche questo opera una sterilizzazione dei batteri naturalmente presenti nel frutto. 

In terzo luogo tutti i produttori invasettano questi alimenti nei barattoli di vetro con la tecnica del sottovuoto, togliendo completamente l’ossigeno, che è uno degli agenti pericolosi per la formazione di muffe e batteri. Infine, le confetture 100% frutta e senza zucchero aggiunto vanno consumate entro pochi giorni dall’apertura del vasetto e si devono conservare in frigorifero, per evitare completamente la formazione di muffa o pericoli di tipo microbiologico. Le confetture con molto zucchero possono conservarsi in frigorifero per qualche giorno in più, ma poi arriva la muffa anche per loro. E quindi non vi è alcun rischio se si acquistano quelle senza zucchero (e senza dolcificanti o pseudozuccheri come il succo d’uva) e nemmeno se si preparano in casa evitando di aggiungere lo zucchero o con pochissimo zucchero. La legge impone ai produttori industriali di aggiungere ingenti quantitativi di zucchero, come abbiamo visto, ma solo a scopo precauzionale e di tutela delle aziende produttrici, e ciò non significa che produrre una composta di frutta senza lo zucchero sia in qualche modo pericoloso per la salute. Come ogni altro cibo, il pericolo può arrivare solo da una poco attenta e imprudente conservazione e uso del prodotto da parte del consumatore finale, ad esempio se il vasetto viene lasciato per due giorni senza tappo (anche se in frigo) o esposto a calore eccessivo. Oppure se lo lasciamo per 20 giorni dopo l’apertura, poi lo consumiamo, in questo caso certamente una minima parte di muffe e spore botuliniche si sono formate e possono essere pericolose. 

Puntiamo a prodotti più sani e di qualità, possibilmente consumiamo la frutta fresca al posto delle marmellate, perché ha meno zucchero e più vantaggi nutrizionali, e quando vogliamo una marmellata facciamola in casa aggiungendovi pochissimo zucchero, conservandola in piccoli vasetti e consumandola nel giro di pochissimi giorni dopo l’apertura. Ricordiamoci sempre che le tossine alimentari sono frequenti anche nei prodotti confezionati e sterilizzati che escono da una fabbrica e che vengono messi in commercio dalle multinazionali, dove tutte le cosiddette norme igieniche e di controlli sono in teoria sempre ad alto livello. Di fatto non sempre tali norme sono eseguite e rispettate scrupolosamente, e quindi anche i cibi industriali possono essere contaminati, pertanto è inutile farsi convincere dalla logica falsa che il cibo casalingo sia più a rischio, tutto dipende da come si esegue la preparazione e poi la conservazione e l’utilizzo.   

La crisi di Hormuz vista da Cesenatico: “la pesca rischia di fermarsi”

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Cesenatico – Dal porto romagnolo le barche continuano a uscire in mare, ma andare a pescare, di questi tempi, non significa automaticamente guadagnare. In alcuni casi significa soltanto limitare le perdite. La chiusura dello Stretto di Hormuz e la crisi internazionale in Medio Oriente hanno fatto impennare il prezzo del petrolio e, di conseguenza, del gasolio per la pesca, mettendo in difficoltà un settore già fragile: «Il prezzo del gasolio è praticamente raddoppiato – racconta Claudio Cesarini della Cooperativa Pescatori – lo pagavamo 60 centesimi, adesso siamo a 1,16 euro al litro». Per una barca a strascico di piccola o media taglia significa passare da circa 400 euro a uscita a 800-900 euro per una notte di pesca.

La crisi nasce a migliaia di chilometri dall’Adriatico. Dallo Stretto di Hormuz transita circa il 20 per cento del petrolio mondiale e gran parte del gas naturale liquefatto diretto verso Europa e Asia. Le operazioni militari condotte dagli Stati Uniti nell’area, insieme alle tensioni con Iran e Israele, hanno drasticamente ridotto il traffico marittimo e provocato una forte reazione al rialzo dei mercati energetici. Le conseguenze si riversano su tutta la filiera della pesca italiana: dall’Adriatico alla Sicilia, dalla Romagna alle marinerie pugliesi. La pesca a strascico, che richiede navigazione continua con motori costantemente sotto sforzo, è tra le attività più colpite. A Cesenatico, come in molti altri porti italiani, i pescatori stanno modificando le proprie abitudini di lavoro. «L’Adriatico vive molto della pesca della canocchia, che è notturna. Prima, con il gasolio a 60 centesimi, potevi permetterti di fare anche altre prove e cercare pesce diverso durante il giorno. Adesso vai solo sul sicuro», spiega Cesarini. Le barche escono la sera e rientrano al mattino puntando quasi esclusivamente sulle canocchie, mentre specie come gambero, merluzzo e pesce bianco vengono pescate molto meno perché richiedono più ore di navigazione e più carburante.

I prezzi e il paradosso del mercato ittico

Il porto di Cesenatico

L’aumento dei costi di produzione non si trasferisce automaticamente sul prezzo finale del pescato locale. Sul mercato ittico italiano, il pesce adriatico si trova a competere con prodotti provenienti dall’Atlantico e dagli oceani, dove le flotte industriali operano su scala ben diversa e riescono ad assorbire meglio i rincari energetici grazie a economie di volume. Merluzzo nordico, gamberi argentini, seppie del Pacifico arrivano nei banconi della grande distribuzione a prezzi che il pescatore di Cesenatico o di Mola di Bari non riesce a eguagliare.

Il risultato è una forbice sempre più larga: il pesce locale costa di più perché costa di più pescarlo, ma il consumatore finale, già abituato a confrontare i prezzi, tende a spostarsi verso il prodotto d’importazione. Una dinamica che comprime ulteriormente i margini delle marinerie italiane, già ridotti all’osso. La situazione non riguarda soltanto Cesenatico. In diverse marinerie italiane gli armatori stanno riducendo le giornate di pesca o lasciando ferme le imbarcazioni nei giorni meno redditizi. A Rimini alcune flotte hanno sperimentato settimane con appena due uscite, nel tentativo di compensare almeno in parte l’aumento dei costi.

Il nodo delle normative europee

Claudio Cesarini sulla sua barca da pesca

L’aumento del gasolio si inserisce in una crisi strutturale che riguarda tutta la pesca italiana. Negli ultimi anni il settore ha dovuto affrontare quote europee, limitazioni ambientali, riduzione dei giorni di pesca e aumento dei costi di manutenzione. Nel Mediterraneo la pesca è artigianale, frammentata, composta da piccoli equipaggi e pescato misto venduto quasi sempre entro poche ore dallo sbarco. Per questo l’impennata del gasolio rischia di colpire un comparto che già operava con margini ridottissimi. Molti armatori spiegano che oggi basta una settimana negativa per azzerare completamente gli incassi. A complicare il quadro ci sono le politiche comunitarie sulla pesca. Le normative europee, costruite in larga parte per regolare le grandi flotte industriali che operano nell’Atlantico del Nord e nel Mare del Nord, si applicano in modo uniforme anche alle piccole marinerie del Mediterraneo, con risultati spesso contraddittori. Le regole sui giorni di pesca consentiti, sulle taglie minime, sulle reti e sulle zone interdette nascono da un’impostazione ecologica condivisibile nei principi, ma calibrata su ecosistemi e modi di pescare profondamente diversi da quelli adriatici.

Gli aiuti che non arrivano

Barche da pesca ferme al porto di Cesenatico

Il governo ha annunciato un credito d’imposta per sostenere il comparto, ma i pescatori non hanno ancora ricevuto benefici concreti. Il taglio delle accise sui carburanti non riguarda la pesca professionale, che acquista gasolio già privo di rincari. L’unica misura prevista resta il credito d’imposta, per il quale manca ancora il decreto attuativo. «Sappiamo che c’è, ma non sappiamo quando e come potremo usarlo», dice Cesarini. Il problema principale, sottolineano i pescatori, è la liquidità immediata. Le cooperative devono continuare a pagare contributi, manutenzioni e stipendi mentre i costi aumentano ogni settimana. «Se potessimo usare subito il credito d’imposta sarebbe già un aiuto. Se invece ce lo fanno utilizzare a fine anno, da qui a dicembre rischiamo di finire sott’acqua».

Restano inoltre bloccati diversi contributi legati ai fermi pesca degli anni precedenti. «Mancano ancora i pagamenti del 2023, 2024 e 2025», racconta Cesarini. Per molte piccole imprese si tratta di somme essenziali per mantenere operative le barche e affrontare le spese di manutenzione annuale. Tra i pescatori cresce la sensazione che gli interventi previsti siano insufficienti. La richiesta non è di soli contributi straordinari o ristori temporanei, ma di un sistema capace di proteggere il comparto dalle oscillazioni improvvise del mercato energetico. Senza un prezzo del gasolio sostenibile e stabile, avvertono nelle marinerie italiane, molte barche rischiano di non uscire più in mare.

«Così non è sostenibile», dice Cesarini. «Non è sostenibile per le imprese, non è sostenibile per le famiglie che vivono di questo lavoro, e alla fine non è sostenibile nemmeno per il mare, perché la piccola pesca artigianale è parte di un equilibrio che una volta perso è difficile ricostruire».