Nella sera di ieri, 20 maggio, sono arrivate in Sierra Leone le prime 9 persone migranti espulse dagli USA. L’arrivo delle persone migranti si colloca sulla scia di un accordo siglato tra i due Paesi che prevede che la Sierra Leone accolga persone provenienti da Paesi terzi espulse dagli Stati Uniti in cambio di denaro. Esso rientra nell’ambito della politica di immigrazione del presidente Trump, che ha firmato analoghe intese con Costa Rica, El Salvador, Repubblica Democratica del Congo, Eswatini, Paraguay e Sud Sudan.
La Spagna chiede sanzioni europee contro Ben Gvir: il governo italiano cosa farà?
Immagini «inaccettabili», trattamento «infimo», e «contro ogni elementare tutela della dignità umana». Dure parole per un duro atteggiamento, quelle rilasciate dall’Italia nei confronti del ministro israeliano Ben Gvir, che ieri ha pubblicato un video che ritraeva gli attivisti della Global Sumud Flotilla legati, bendati e costretti in ginocchio sotto al sole. Davanti a immagini che lasciano poco scampo a interpretazioni, Meloni ha «preteso» le scuse di Israele e Tajani ha convocato l’ambasciatore israeliano a Roma. Dalla Spagna, invece, il premier Sanchez ha dichiarato che farà pressione su Bruxelles perché vengano approvate «con urgenza» sanzioni contro il ministro. L’Italia si trova ora a un bivio: sebbene in patria abbia iniziato a distanziarsi dallo Stato Ebraico, in Europa rimane ancora la prima alleata di Tel Aviv; malgrado le dichiarazioni, Roma ha bocciato la sospensione degli accordi con Israele e schivato il tema delle sanzioni ai ministri più estremisti. Ora dovrà decidere se continuare a seguire questa linea o se passare definitivamente dalle parole ai fatti.
I video che arrivano da Israele hanno provocato un’ondata di sdegno internazionale. A pubblicarli è stato il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben Gvir, che si è fatto ritrarre con una bandiera israeliana mentre passeggiava scortato tra l’equipaggio sequestrato, deridendolo e provocandolo. «Quanto emerge dal video del Ministro Ben Gvir è assolutamente inaccettabile e contro ogni elementare tutela della dignità umana», ha scritto Tajani, annunciando di avere convocato l’ambasciatore israeliano a Roma; «Le immagini del ministro israeliano Ben Gvir sono inaccettabili», Meloni. «È inammissibile che questi manifestanti, fra cui molti cittadini italiani, vengano sottoposti a questo trattamento lesivo della dignità della persona. L’Italia pretende inoltre le scuse per il trattamento riservato a questi manifestanti e per il totale disprezzo dimostrato nei confronti delle esplicite richieste del Governo italiano», ha chiuso. «Un trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali; un comportamento inaccettabile che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo israeliano», ha aggiunto Mattarella.
Insomma, i comunicati dei massimi rappresentanti dell’esecutivo e dello Stato italiano sono inequivocabili: dura condanna per l’atteggiamento di Ben Gvir, e presa di distanza dall’operazione illegale condotta dall’esercito israeliano in acque internazionali; su quest’ultimo tema si è espresso anche il ministro della Difesa Crosetto affermando che Israele dovrebbe prendere esempio dal modo in cui l’Italia accoglie le persone, perché «noi non abbiamo l’abitudine di catturare nessuno illegalmente in acque internazionali». In generale, le azioni di Ben Gvir sono state condannate da diversi leader internazionali, dal premier canadese Carney, al ministro spagnolo Sanchez, che ha lanciato un appello alle istituzioni dell’UE per sanzionare il ministro isrealiano a livello comunitario. Le parole di Sanchez non lasciano spazio ad ambiguità, e costringono l’UE a prendere una scelta; le stesse dichiarazioni dell’Italia e la convocazione dell’ambasciatore israeliano da parte della Farnesina costituiscono i primi passi istituzionali per una reale presa di distanza da Israele, ma ora l’Italia deve decidere se andare fino in fondo o se continuare a seguire la linea di appoggio incondizionato di Israele davanti all’Unione.
Una eventuale emanazione di sanzioni ai ministri estremisti israeliani è dopo tutto la prima azione concreta che gli altri Paesi hanno compiuto per allontanarsi da Israele; Ben Gvir è stato sanzionato dagli stessi Canada e Spagna, ma anche da altri Paesi come Regno Unito e Slovenia. Il tema delle sanzioni ai ministri israeliani sarebbe inoltre già stato sollevato in sede di Consiglio Europeo, dove, secondo quanto emerge da indiscrezioni mediatiche mai smentite dal governo, sarebbe stato agilmente schivato anche grazie all’appoggio dell’Italia; i ministri degli Esteri dei 27 hanno piuttosto approvato sanzioni farsa nei confronti di qualche colono, senza che neanche venissero discussi potenziali divieti di acquisto dei beni prodotti negli insediamenti illegali nella Palestina Occupata. Se la questione delle sanzioni ai ministri è rimasta fuori dal piatto, non lo è stata quella degli accordi UE-Israele, il cui congelamento è stato bloccato proprio grazie al no dell’Italia e della Germania. Sebbene in patria il governo abbia iniziato a prendere le distanze dalle azioni dello Stato Ebraico, sospendendo il rinnovo del memorandum di intesa militare, in sede Europea Roma resta il primo dei sostenitori di Tel Aviv; davanti al blocco degli accordi con Israele, inoltre, nei porti italiani continuano ad arrivare armi dirette verso Tel Aviv, e l’Italia continua dunque a fornire a Israele supporto logistico – almeno in maniera indiretta.
Non è ancora chiaro se il governo italiano intenda sollevare i propri veti in sede europea per prendere una posizione più netta contro Israele. Certamente un eventuale cambio di postura sarebbe sgradito all’alleato oltreoceano: come il presidente Trump ha già dimostrato in diverse occasioni, gli Stati Uniti non lasciano passare indisturbate azioni contro gli interessi di Israele; è il caso dell’emanazione di sanzioni nei confronti della Corte Penale Internazionale, rea di avere emanato un mandato di arresto contro Netanyahu, o delle analoghe misure contro la Relatrice Speciale Francesca Albanese, revocate oggi stesso dopo una sentenza di un tribunale. Ultimamente i rapporti tra Italia e Israele si sono raffreddati, così come quelli con il presidente Trump; un eventuale appoggio delle sanzioni ai ministri israeliani potrebbe segnare un ulteriore frattura con gli USA in un momento in cui l’Italia, nonostante le tensioni, continua a ricoprire un posto privilegiato nei dialoghi europei con Trump. Lo stesso Stato Ebraico ha un peso specifico rilevante in Italia e nel Vecchio Continente, fornendo tecnologie di sorveglianza testate direttamente proprio nei Territori Palestinesi Occupati.
Gli effetti della guerra di Trump stanno portando al rialzo dei tassi sui mutui
Tra gli effetti della guerra scatenata da USA e Israele in Iran non c’è solo il rincaro dei prezzi energetici, ma un aumento generale dell’inflazione che sta progressivamente portando anche a un incremento dei tassi variabili sui mutui. A rilevarlo è l’Associazione bancaria italiana (Abi) che nel suo ultimo rapporto mensile evidenzia come ad aprile il tasso medio applicato dalle banche sui nuovi mutui è salito al 3,43%, vale a dire sei centesimi in più rispetto al mese precedente. Secondo Gianfranco Torriero, vicedirettore di Abi, sono i «primi segnali» di una tendenza destinata a crescere: questo è il motivo per cui, entro la fine dell’anno, le tariffe dei tassi variabili dei mutui potrebbero uguagliare quelle dei tassi fissi. Il che rappresenta anche un rischio per il mercato immobiliare che potrebbe essere indebolito proprio dall’aumento dei tassi in una fase di ripresa dopo due anni di contrazioni.
L’aumento dei tassi variabili è strettamente correlato all’andamento dell’indice Euribor a tre mesi, mentre i tassi fissi hanno come riferimento l’indice Irs a 30 anni. Attualmente, l’indice a cui fanno riferimento le banche per stabilire gli interessi variabili sulle rate dei prestiti ipotecari è passato dal 2% al 2,25%, ma nel prossimo futuro la situazione potrebbe peggiorare, in quanto – secondo le previsioni degli analisti – tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027 l’Euribor è previsto al 2,8%. Ad oggi resta ancora ben marcata la distanza tra tasso fisso e variabile, con il primo che con la soluzione “green” si attesta oltre il 3%. Tuttavia, secondo il responsabile dello sviluppo aziendale di MutuiSupermareket, Guido Bertolino, «il gap si andrà a colmare nel giro di 6-7 mesi».
A contribuire all’innalzamento delle tariffe dei tassi variabili potrebbe aggiungersi la decisione della Banca centrale europea (BCE) di alzare il costo del denaro, dopo lo stop deciso ad aprile, con lo scopo di contenere l’inflazione. Nel suo ultimo rapporto Deutsche Bank ipotizza una stretta monetaria almeno fino a settembre 2026, prevedendo un aumento dell’indice dei prezzi al consumo armonizzato a livello europeo del +3,1% quest’anno e del +2,5% nel 2027, ossia due punti percentuali in più rispetto al periodo pre-conflitto. Quando l’inflazione aumenta oltre la soglia stabilita (solitamente il 2%), le banche centrali alzano il costo del denaro per disincentivare la richiesta di credito e ridurre così la quantità di denaro in circolazione: ecco perché emergono anche i timori di un calo sui prestiti che fino ad ora, invece, avevano registrato dati positivi. Abi ha certificato, infatti, che ad aprile i finanziamenti concessi a famiglie e imprese sono saliti del +2,7%, in linea con la tendenza registrata a partire dal marzo dell’anno scorso. Emergono tuttavia segnali di un’inversione di tendenza per i timori legati al prolungamento del conflitto e al possibile aumento del Tasso Ufficiale di Sconto applicato dalla BCE.
Ma come influisce la guerra in Iran sui tassi e sulle decisioni monetarie della BCE? Tutto parte dall’inflazione energetica causata dal blocco dello stretto di Hormuz da cui prima del conflitto transitava circa il 20% del petrolio globale, e il 30% di quello commerciato via mare. La chiusura parziale di questo snodo nevralgico ha provocato una riduzione nella disponibilità di idrocarburi e un loro aumento di prezzo che ha messo in difficoltà l’economia globale. Ma i costi più alti dell’energia si sono riversati a loro volta anche su altri beni, come i fertilizzanti e i prodotti alimentari, determinando così un aumento generalizzato dei prezzi e, dunque, una perdita del potere d’acquisto: secondo gli ultimi dati Istat, ad aprile l’inflazione è salita a +2,7% trainata dai prezzi dei beni energetici e degli alimenti non lavorati, con rincari annui oltre il 20%. Tutto ciò potrebbe spingere la BCE a rivedere il tasso di sconto e influisce sull’andamento dell’indice Euribor che aumenta.
Lo scenario complessivo prospetta un rischio concreto di rallentamento dell’economia, determinato anche dalla possibile crisi del settore immobiliare, che si trovava in una fase di ripresa dopo due anni di flessione. Nel 2025, infatti, i finanziamenti concessi in questo settore hanno superato quota 404mila, il 18,8% in più rispetto al dato dell’anno precedente, ma di fronte ad un contesto caratterizzato da incertezza prolungata non è esclusa una virata verso la contrazione. Il che si traduce naturalmente in un rischio maggiore soprattutto per l’economia italiana e europea, già gravata da anni dall’aumento dei costi energetici e dal peso della deindustrializzazione.
USA: rinnovato lo stop alle sanzioni sul petrolio russo
Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti Scott Bessent ha annunciato una proroga alle esenzioni delle sanzioni per i Paesi che importano petrolio russo. La scelta arriva a causa del dilungarsi del blocco dello Stretto di Hormuz – innescato dalla guerra israelo-statunitense all’Iran – che ha provocato una crisi energetica globale. Annunciata originariamente all’inizio di marzo, la deroga temporanea alle sanzioni è stata rinnovata per la prima volta ad aprile, appena due giorni dopo che Bessent aveva dichiarato alla Casa Bianca di non avere intenzione di estendere l’alleggerimento; quest’ultima estensione varrà per altri 30 giorni.
Flotilla: attivisti in Israele ammanettati e fatti inginocchiare come terroristi
Legati, costretti in ginocchio sotto al sole e bendati. Le immagini che arrivano dal porto di Ashdod, dove sono stati deportati i primi attivisti della Flotilla dopo l’intercettazione illegale in acque internazionali, non lasciano grandi spazi di interpretazione sulla violenza israeliana. Ne fa sfoggio lo stesso ministro-colono Ben-Gvir, che si è fatto ritrarre con una bandiera israeliana mentre passeggiava scortato tra l’equipaggio sequestrato, deridendolo e provocandolo. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito inaccettabile il comportamento di Ben-Gvir, pretendendo delle «scuse per il trattamento riservato a questi manifestanti» e convocando l’ambasciatore israeliano a Roma. Al di là delle parole, per il governo italiano non è ancora il tempo delle prese di posizioni sostanziali e lo strumento della pressione economica resta in un cassetto di Palazzo Chigi.
Ieri la marina di Tel Aviv ha assaltato in acque internazionali le ultime dieci barche della Global Sumud Flotilla e della Freedom Flotilla Coalition, sequestrando gli equipaggi e sparando diversi colpi sugli scafi. Lunedì scorso erano state intercettate illegalmente circa 40 imbarcazioni, che si sommano alle 22 distrutte nell’assalto di fine aprile, al largo di Creta. In tutti questi casi la repressione israeliana si è abbattuta sugli attivisti pacifici, senza andare incontro a conseguenze nei rapporti con i Paesi di provenienza. Sono stati documentati casi di violenza fisica e psicologica durante la detenzione dell’equipaggio, che per Thiago Avila e Abu Keshek Abdelrahim si è protratta per dieci giorni, fino al rilascio avvenuto il 10 maggio, cui ha fatto seguito la ripartenza della missione umanitaria diretta a Gaza per rompere l’assedio ventennale israeliano.
Dopo l’ultima intercettazione illegale della Flotilla in acque internazionali e il rapimento di oltre 400 attivisti, tra cui 29 italiani, Tel Aviv sta riproponendo il «trattamento lesivo della dignità della persona», per citare le parole di Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio ha commentato le immagini diffuse da Ben-Gvir, ministro della sicurezza nonché colono residente nell’insediamento illegale di Kiryat Arba. Nel video diffuso sul suo profilo X, si vedono i primi attivisti della Flotilla deportati ad Ashdod, legati con delle fascette e costretti in ginocchio, sia nelle strutture interne del porto sia all’esterno, sotto al sole, mentre risuona l’inno israeliano. Il leader di estrema destra li deride e provoca, mentre passeggia scortato dall’esercito brandendo una bandiera israeliana: «siamo noi i padroni qui». Quando al suo passaggio un’attivista urla «Free Palestine» viene prontamente immobilizzata a terra e portata via. Poco prima della diffusione del video, la ministra dei Trasporti Miri Regev aveva bollato l’equipaggio della Flotilla come «sostenitori del terrorismo».
«Israele sta applicando una politica criminale di abuso e umiliazione contro chi cerca di opporsi ai crimini in corso contro il popolo palestinese», scrive la Global Sumud Flotilla, riportando le parole di Adalah, l’ong che assiste dal punto di vista legale i partecipanti della missione umanitaria. Al momento risultano 87 attivisti in sciopero della fame contro il «rapimento illegale e in segno di solidarietà con gli oltre 9500 ostaggi palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane».
In Italia Giorgia Meloni ha definito «inaccettabili le immagini del ministro israeliano Ben Gvir», pretendendo delle «scuse per il trattamento riservato a questi manifestanti, fra cui molti cittadini italiani». Contestualmente la Farnesina ha convocato l’ambasciatore israeliano per «chiedere chiarimenti formali su quanto accaduto». Le opposizioni chiedono al governo di riferire in aula. «Serve dare un segnale chiaro e irrimandabile, il governo italiano tolga il veto alla sospensione dell’accordo UE-Israele, per manifesta violazione dei più basilari diritti umani», ha dichiarato la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein. Ad aprile l’Italia si è schierata al fianco della Germania per bloccare a Bruxelles la sospensione dell’accordo di associazione con Tel Aviv. La misura avrebbe inferto un colpo non trascurabile all’economia di Israele, visto che l’UE è il suo principale partner commerciale.
La Commissione UE pubblica le prime linee guida delle IA ad “alto rischio”
Dopo mesi di attesa, la Commissione europea entra nel vivo del dibattito applicativo dell’AI Act, il pacchetto normativo destinato a ridefinire il modo in cui l’intelligenza artificiale verrà sviluppata e applicata nel continente. Nello specifico, le istituzioni hanno appena pubblicato una bozza che introduce i criteri guida di classificazione per gli strumenti considerati ad “alto rischio”, il cuore dell’intero impianto legislativo: un perimetro che abbraccia, direttamente o indirettamente, una larga parte dei prodotti e dei servizi digitali oggi sul mercato.
La bozza, pubblicata ieri – martedì 19 maggio – si articola in tre documenti: un breve testo introduttivo che illustra i principi generali per la classificazione dei sistemi ad “alto rischio” e due sezioni che approfondiscono le classificazioni individuate dall’articolo 6 dell’AI Act. La prima riguarda la sicurezza dei prodotti, in particolare quelli basati esclusivamente su tecnologie di intelligenza artificiale; la seconda, decisamente più corposa, analizza l’integrazione di sistemi di IA in otto ambiti: biometria, gestione delle infrastrutture critiche, istruzione, amministrazione della forza lavoro, servizi essenziali, applicazione della legge, migrazione e controlli doganali, amministrazione della giustizia. La pubblicazione delle linee guida è soggetta a consultazione mirata fino al 23 di giugno.
Lo stralcio presentato ha un carattere prevalentemente tecnico, tuttavia contiene passaggi di rilievo, soprattutto se letto alla luce della bozza sugli obblighi di trasparenza nell’applicazione degli strumenti di intelligenza artificiale, pubblicata l’8 maggio e aperta a consultazione fino al 3 giugno. Valutate nel loro insieme, le due iniziative evidenziano la volontà della Commissione di promuovere la massima trasparenza in tutte le attività che impiegano sistemi di IA. Il principio delineato si estende in questo senso su più livelli, coinvolgendo – a seconda dei casi – i fornitori, gli utilizzatori e le eventuali terze parti considerate rilevanti. Una scelta che mira a rendere tracciabili i processi decisionali e le responsabilità lungo l’intera filiera dell’intelligenza artificiale.
Non solo: la Commissione pone particolare enfasi sull’obbligo, per i fornitori, di inserire negli output generati dai sistemi di intelligenza artificiale segni identificativi che ne rivelino la natura artificiale, riconoscibili attraverso strumenti di analisi interoperabili tra diversi marchi. Allo stesso tempo, gli utilizzatori dovranno etichettare in modo chiaro i contenuti che impiegano l’IA, perlomeno qualora questi riguardino temi di interesse pubblico. Alcune di queste prescrizioni possono essere mitigate garantendo un’adeguata revisione umana; tuttavia – e questo è un punto cruciale – la formula “human in the loop” non consentirà di per sé a imprese e istituzioni di evitare la classificazione delle proprie operazioni come “ad alto rischio”.
La Commissione chiarisce esplicitamente che, per questa categoria di sistemi, il coinvolgimento umano non è opzionale, ma costituisce un prerequisito. I documenti lasciano inoltre a intendere che non basterà definire un processo formale di supervisione, poiché gli operatori dovranno essere effettivamente responsabili di ciò che viene elaborato tramite gli strumenti di IA. Considerando che, finora, aziende e istituzioni hanno spesso adottato soluzioni di intelligenza artificiale in modo disomogeneo e con scarso monitoraggio – talvolta lasciando ai singoli lavoratori la libertà di sperimentare le funzionalità dei chatbot e degli agenti generativi – questa impostazione segna una svolta: impone una revisione profonda del rapporto tra società e automazione.
I documenti, inizialmente previsti per il 2 di febbraio, giungono con un marcato ritardo rispetto all’originale tabella di marcia e sono caratterizzati da un allungamento dei tempi che si è inevitabilmente intrecciato con il Digital Omnibus, la proposta di alleggerimento delle norme benvoluta dalle lobby aziendali che é stata discussa dall’UE in fretta e furia al fine di rimandare l’applicazione effettiva dell’AI Act.












