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Almasri fa ricorso per essere processato in Libia

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Il generale Almasri ha presentato ricorso davanti alla Corte dell’Aja per fermare il processo a suo carico e chiedere di venire processato in Libia. La difesa sostiene che la Corte non avrebbe giurisdizione sul suo caso. Almasri è accusato di crimini contro l’umanità e crimini di guerra tra cui quello di tortura, che avrebbe commesso all’interno delle carceri libiche; il generale libico era stato arrestato a Torino il 19 gennaio 2025 su mandato della CPI; il governo italiano, tuttavia, non convalidò l’arresto e rimpatriò Almasri, generando una frattura con la Corte. Per tale motivo, l’Italia è stata deferita all’Assemblea degli Stati membri.

Cloni senza cervello per il trapianto di organi: il progetto di una startup californiana

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Corpi biologici artificiali progettati in laboratorio, privi di coscienza e destinati alla produzione di organi per trapianti e sperimentazioni farmacologiche. È lo scenario al centro del progetto sviluppato da R3 Bio, startup biotech americana della Bay Area, che punta a creare cloni senza cervello, definiti “organ sacks” (“sacchi di organi”) o “bodyoids” (“corpi sintetici”). Il progetto, presentato come un’alternativa etica alla sperimentazione animale e come soluzione alla cronica carenza di organi da trapianto, ha suscitato scalpore e ha spinto la società, almeno ufficialmente, dopo le accese polemiche a fare un passo indietro.

R3 Bio (le 3 “R” stanno per Replacement, Reduction, Refinement, ossia: “sostituzione, riduzione, perfezionamento”) è sostenuta da investitori della Silicon Valley legati al mondo del business della longevità e del venture capital tecnologico, tra cui il miliardario Tim Draper. I fondatori, Alice Gilman e John Schloendorn, sostengono di voler creare sistemi biologici completi privi di attività cerebrale. L’idea consiste nel generare organismi biologici attraverso cellule staminali e tecniche di editing genetico, impedendo, però, lo sviluppo del cervello. In teoria, questi corpi non sarebbero coscienti, non proverebbero dolore e potrebbero diventare piattaforme biologiche per test farmacologici o banche di organi. Al momento, non esistono prove che la startup abbia già creato o clonato esseri umani, ma il progetto ripropone interrogativi etici enormi, che serpeggiano nell’ambiente scientifico ormai da decenni.

La fantascienza aveva già immaginato tutto questo. Nel romanzo Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro, giovani cloni umani vengono allevati esclusivamente in un collegio per donare organi alle “copie” ricche. Nel film The Island, diretto da Michael Bay, esseri umani geneticamente identici vivono inconsapevoli della propria funzione di riserva biologica per le élite. Il film è ispirato al romanzo Ricambi di Michael Marshall Smith, dove si immagina che il corpo umano sia diventato un magazzino di pezzi sostituibili all’interno di una società dominata dal mercato biotech. Opere considerate distopiche, che oggi appaiono sempre meno lontane dalla realtà dei laboratori. Basti pensare a uno dei fondatori di R3 Bio, Schloendorn, che in un briefing ha spiegato che, dato che gli uteri artificiali non esistono ancora, il primo gruppo di cloni senza cervello dovrebbe essere portato in grembo da donne pagate per farlo. In futuro, però, un clone senza cervello potrebbe dare alla luce un altro clone senza cervello.

La startup avrebbe discusso internamente persino l’idea di “full body replacement”, cioè, la possibilità di creare corpi umani completi destinati alla “sostituzione completa del corpo” (da cui il nome dell’azienda). Una prospettiva che si lega direttamente all’industria dell’anti-aging e alle ambizioni transumaniste della Silicon Valley. Non è un caso che molti investitori del settore parlino ormai apertamente di longevità radicale, upload della coscienza, estensione indefinita della vita e superamento dei limiti biologici dell’essere umano. Il corpo viene sempre più percepito come un hardware aggiornabile, mentre la mente diventa un software trasferibile (da qui il “mind uploading“). In questo quadro, i “bodyoids” rappresentano un tassello perfetto della nuova ideologia tecnocratica: organismi progettati industrialmente, privi di identità e funzionali alla sopravvivenza dei più ricchi. I promotori del progetto sostengono che l’assenza di cervello eliminerebbe ogni problema etico: niente coscienza, dunque, niente sofferenza. Ma è proprio questa logica ad allarmare filosofi e bioeticisti. Dietro la promessa di innovazione medica emerge una questione decisiva: che cosa resta dell’essere umano quando il corpo viene separato dalla mente e ridotto a materiale biologico utilizzabile? Il timore è che si finisca per accettare l’idea di organismi umani prodotti in serie in laboratorio e privati di qualunque diritto perché considerati non coscienti, spalancando scenari fino a ieri relegati alla fantascienza.

Il punto riguarda l’idea stessa di essere umano che si sta affermando dentro il paradigma transumanista della Silicon Valley. Negli ultimi anni, il corpo è diventato un campo di sperimentazione permanente: interfacce neurali, editing genetico, organi sintetici, intelligenza artificiale applicata alla salute, crioconservazione e progetti di longevità estrema stanno ridefinendo il rapporto tra uomo e tecnologia. Aziende come Neuralink, Altos Labs e Science Corporation promettono di superare i limiti biologici dell’uomo, ma il rischio è che la persona venga progressivamente ridotta a materiale biologico da ottimizzare e sostituire. Ed è proprio qui che la distopia smette di essere fiction e comincia a diventare un progetto della nuova élite tecnocratica globale.

Il futuro dell’IA nella moda, tra progresso e lavoro umano

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In un futuro non troppo lontano le macchine sostituiranno gli umani in tutta una serie di lavori. Almeno così promettono le grandi società tecnologiche che stanno investendo ingenti capitali sulle intelligenze artificiali e sistemi di robotica. Ed effettivamente è una dimensione già presente in numerose attività, spesso meccaniche e ripetitive, che non hanno bisogno di troppi ragionamenti, bensì di ritmo e dati. Ma cosa succederà quando le macchine sostituiranno anche le mani in lavori prettamente manuali (ed artigianali)? Magari addestrate proprio da quelle mani che poi verranno lasciate a casa? È quanto sta succedendo in alcune fabbriche di abbigliamento indiane, dove gli operai svolgono i loro compiti con telecamere fissate in testa che riprendono ogni singolo movimento.

File di macchine da cucire, una dietro l’altra, con operai che eseguono operazioni manuali come quelle di tutti i giorni: prendere i pezzi dei capi tagliati, accoppiarli seguendo tacche e segni, metterli sotto la macchina, cucire, tagliare il filo e così via. Nulla di strano se non fosse che, nei video circolati in rete e presto diventati popolari, gli operai in questione avevano una telecamera fissata sopra la fronte. Una fascia per capelli singolare, un po’ spiona, in grado registrare tutti i movimenti umani. Da come piegare i tessuti a come tagliare correttamente, infilare la macchina, cambiare una bobina e cucire con un senso. Lo scopo di tutto ciò è raccogliere quante più informazioni è possibile per addestrare l’intelligenza artificiale attraverso l’apprendimento per imitazione (vedo come si fa e di conseguenza imparo come farlo). I dati immagazzinati andrebbero poi a costruire dei grandi database per insegnare successivamente alle macchine a svolgere compiti manuali complessi con la precisione umana. Ad un primo sguardo sembra effettivamente che i lavoratori stiano istruendo le macchine ad eseguire il proprio lavoro.

Una tecnica singolare che desta alcuni interrogativi di ordine pratico ed etico sul futuro del mondo del lavoro. Anziché affidarsi a complessi (e costosi) strumenti di motion capture, le aziende tecnologiche potrebbero avvalersi di questa “prospettiva umana” parecchio diretta per insegnare ai robot come eseguire azioni complesse osservando e imitando. La prima domanda che sorge spontanea è se i lavoratori in questione sappiano esattamente cosa stanno facendo o se sono stati tenuti a farlo (i diritti dei lavoratori nelle fabbriche di abbigliamento sono un aspetto molto spesso trascurato e trascurabile).

L’altro aspetto che fa riflettere è se la deriva dell’automazione nelle imprese tessili di confezione sia un’evoluzione o piuttosto l’ennesimo tentativo di rendere l’industria ancora più veloce a sfornare tonnellate di indumenti ogni giorno. E ancora: i robot saranno affiancati dagli esseri umani o questi ultimi verranno completamente sostituiti? A pensarci bene, con gli stipendi orari sotto al minimo sindacale, liberarsi di questi lavori potrebbe essere una benedizione; ma moltissime famiglie dipendono proprio da questo e farne del tutto a meno potrebbe portare a situazioni di disoccupazione e povertà preoccupanti. Se lo scopo dell’introduzione di macchine e tecnologia fosse quello di ridare agli esseri umani del tempo libero, magari accompagnato da un reddito di base universale, tutto ciò avrebbe un senso per il benessere delle persone. Ma le cose non stanno esattamente così.

Amazon, ad esempio, ha investito per anni nella creazione di sistemi robotici all’interno dei magazzini e, dall’ottobre del 2025, l’azienda ha implementato oltre un milione di robot nella sua rete operativa. Lavori ripetitivi e meccanici, come smistamento, imballaggio e spostamento merci (che non sono proprio la gratificazione lavorativa di un essere umano). Anche in questo caso la tecnologia è stata proposta in “affiancamento”, ma Amazon punta a raggiungere il 75% di automazione e nel giro di poco potrebbero non essere più necessarie circa 160mila persone solo negli Stati Uniti.

Eppure, per il momento, nemmeno l’AI può fare a meno delle mani e del saper fare umano, necessarie per la sua “formazione” in compiti semplici ma che necessitano di quella conoscenza che si acquisisce solo sul campo con moltissima pratica ed altrettanta pazienza. Per il settore moda (e non solo) rimane solo da capire se integrare questi strumenti in maniera trasparente e dignitosa o perpetuare il solito sistema di sfruttamento. Solo in versione iper-tecnologica.

La maggioranza ci ripensa: nessun passo indietro sulle spese militari

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Sulla scorta dell’apertura di Giorgetti a possibili ridimensionamenti delle spese belliche, la maggioranza parlamentare ha messo nero su bianco l’ipotesi di impegnare l’esecutivo a promuovere una revisione dell’obiettivo di spendere il 5% del PIL in armi entro il 2035 nell’ambito degli impegni presi con la NATO. Lo ha fatto con una mozione firmata dai veterani di partito e dai medesimi capigruppo della triade governativa al Senato, in cui quello del 5% veniva definito un «obiettivo irrealistico», che comporta un impegno di una portata tale «da non potere essere affrontato con improvvisazione». Una manciata di ore dopo la presentazione del testo, tuttavia, il passaggio relativo al riarmo è scomparso: la mozione ripulita è stata approvata e l’impegno preso in sede NATO resta. L’improvvisa retromarcia non è passata inosservata, con le opposizioni che hanno colto la palla al balzo e accusato l’esecutivo di incoerenza, chiedendosi chi abbia imposto ai senatori un dietrofront che odora di spaccatura tra governo e parlamento.

La mozione affronta il tema della crisi economica tessendo le lodi alle misure messe in atto dal governo e impegnandolo a concentrarsi sulla priorità del momento: l’energia. Le richieste approvate dal Senato sono sette: consolidare la catena di approvvigionamento; continuare a proporre misure di contenimento delle spese dei cittadini; impegnarsi in sede europea a richiedere deroghe al patto di stabilità per gli interventi sull’energia; rafforzare la produzione domestica di rinnovabili e integrarle con gas e nucleare; candidare l’Italia come hub energetico mediterraneo per lo sviluppo integrato di gas, rinnovabili, idrogeno verde e materie prime critiche; promuovere l’inclusione delle spese per infrastrutture energetiche e transizione nel computo delle capacità di investimento relative al piano di riarmo europeo. Il testo originale ne conteneva, appunto, un ottavo: «mantenere un impegno realistico e credibile in ambito NATO, confermando il raggiungimento del 2 per cento del PIL per la spesa per la difesa e promuovendo una revisione degli obiettivi più ambiziosi (come il 5 per cento) alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali, includendo nel computo anche gli investimenti per la sicurezza energetica e le infrastrutture critiche, al fine di garantire una difesa collettiva efficace senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici».

La premessa della mozione originale riservava notevole spazio alla questione della difesa, intrecciandola con il tema dell’energia: «L’Unione europea ha posto al centro difesa e sicurezza, con strumenti come “Readiness 2030”; l’Italia ha contribuito in modo determinante, raggiungendo nel 2025 l’obiettivo del 2 per cento del PIL per la spesa per la difesa, circa 45 miliardi di euro, in linea con gli impegni NATO e con una visione pragmatica che rifiuta obiettivi irrealistici al 5 per cento ma rafforza la componente di infrastrutture critiche e sicurezza energetica», si legge nel testo. «Un impegno di tale portata non può essere affrontato con improvvisazione, né sulla base di logiche emergenziali, potendo, al contrario, tale obiettivo diventare un’opportunità per modernizzare le infrastrutture critiche del Paese, per rafforzare il settore industriale, per investire in tecnologie, con ricadute civili importanti». Quello che serve, continua il testo, è una revisione delle regole europee orientata agli investimenti in energia e sicurezza che mantenga «un approccio realistico alla spesa per la difesa», perché «la sicurezza energetica è oggi parte integrante della difesa nazionale e europea» e «gli investimenti in infrastrutture, diversificazione, rinnovabili e nuove tecnologie costituiscono la vera “prima linea” di protezione dei cittadini e delle imprese dai ricatti geopolitici»; senza simili interventi, il rischio è che l’Europa rimanga «intrappolata in una spirale di bassa crescita e dipendenza». Il testo approvato taglia interamente queste considerazioni, centrali all’interno dell’economia della mozione.

Non è chiaro per quale motivo il testo della mozione sia stato modificato tanto radicalmente: «Era una mozione sull’energia. Quel punto era del tutto estraneo», ha commentato una autorevole fonte parlamentare all’agenzia di stampa Adnkronos, sorvolando sugli svariati passaggi in cui il tema dell’energia veniva messo in relazione proprio all’aumento delle spese militari. L’esecutivo, continua l’agenzia, sarebbe addirittura stato all’oscuro della versione iniziale del testo: «Nessuno del governo sapeva nulla», ha commentato una fonte governativa, aggiungendo che dopo la diffusione del testo sulla stampa i vertici di governo avrebbero fatto pressioni per rimuovere la parte relativa al riarmo per evitare scontri con Trump. Nonostante ciò, dai banchi di Palazzo Madama, i capigruppo hanno rivendicato le modifiche al testo, appellandosi alla estraneità del «tema» rispetto al resto della mozione e alla sua «delicatezza».

Sudan, attacco con droni su un mercato: 28 morti

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Nella sera tra ieri e oggi, 20 maggio, è stato lanciato un attacco con droni sulla città sudanese di Ghubaysh, nel Kordofan Occidentale, in seguito a cui sono state uccise 28 persone e altre 23 sono rimaste ferite. L’attacco ha colpito un mercato della città, che a oggi risulta sotto il controllo dei ribelli delle Forze di Supporto Rapido che dall’aprile del 2023 hanno lanciato un’offensiva contro il governo centrale. L’attacco è stato attribuito all’esercito, che ha respinto le attribuzioni di responsabilità, affermando che le forze armate effettuano attacchi solo contro obiettivi militari.

Arte, musica e teatro aiutano il corpo a invecchiare più lentamente: arrivano le prove

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visita museo

Frequentare un museo, andare a teatro o seguire un corso di pittura potrebbe avere effetti sulla salute più profondi di quanto si pensasse finora. Un nuovo studio dell’University College London suggerisce infatti che partecipare regolarmente ad attività artistiche e culturali sia associato a un invecchiamento biologico più lento, con effetti che in alcuni casi risultano paragonabili a quelli dell’esercizio fisico.
La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Innovation in Aging, ha analizzato i dati di 3.556 adulti nel Regno Unito, combinando questionari sulle abitudini culturali con anali...

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Gli USA hanno iniziato a costruire le “prove” per giustificare l’attacco a Cuba

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«Senza alcuna giustificazione legittima, il governo degli Stati Uniti sta costruendo, giorno dopo giorno, un dossier fraudolento per giustificare la spietata guerra economica contro il popolo cubano e la conseguente aggressione militare». Con queste parole il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez ha accusato gli Stati Uniti di star fabbricando prove false per giustificare una potenziale aggressione militare all’isola, oltre all’inasprimento dell’embargo che ha lasciato il Paese senza carburante. Nei giorni scorsi, con un rimpallo di fonti di intelligence non meglio precisate, dagli Stati Uniti era stata diffusa la notizia secondo cui Cuba avrebbe acquistato più di 300 droni militari da Russia e Cina per colpire diversi obiettivi americani. Delle vere e proprie calunnie secondo il governo dell’Avana, che ha rispedito le accuse al mittente e ribadito che il Paese sta lavorando per la pace, nonostante i continui attacchi dell’amministrazione Trump.

A suon di frasi al condizionale e virgolettati, la notizia di una Cuba pronta ad attaccare con droni diversi siti statunitensi, come la base-prigione di Guantánamo, è arrivata in tutto il mondo, Italia compresa. L’epicentro dell’indiscrezione è Axios — spesso citato come fonte autorevole per via dei suoi stretti contatti con la diplomazia statunitense — che ha rilanciato delle «informazioni riservate» relative alla presunta fornitura cubana proveniente da Cina e Russia a partire dal 2023. Axios ha poi citato le parole di un «alto funzionario statunitense», secondo cui «le fonti di intelligence — che potrebbero diventare un pretesto per un’azione militare USA — dimostrano quanto l’amministrazione Trump consideri Cuba una minaccia a causa degli sviluppi nella guerra con i droni e della presenza di consiglieri militari iraniani all’Avana».

La fabbricazione delle prove a cui accenna lo stesso Axios non è una novità per la dottrina che guida la politica estera USA. Di recente era stata messa in pratica in Venezuela, prima con l’incensazione della leader di opposizione María Corina Machado, vincitrice dell’ultimo Premio Nobel per la Pace, poi con le pesanti accuse di narcotraffico verso il governo di Caracas. Seguendo un copione già rodato, questa fase “distruttiva” si conclude con un’aggressione militare, più o meno intensa. In Venezuela sono bastate poche ore, giusto il tempo di rapire il presidente Maduro e uccidere decine di civili nei bombardamenti, lasciando il palazzo di Miraflores nelle mani della più accondiscendente Delcy Rodríguez.

Chiuso il capitolo Venezuela e con l’aggressione all’Iran in stallo, Cuba è tornata più che mai nel mirino dell’amministrazione Trump. Nelle scorse ore la Casa Bianca ha approvato nuove sanzioni verso diversi politici cubani, tra cui Juan Esteban Lazo, presidente del Parlamento. Si tratta soltanto dell’ultimo tassello dell’inasprimento del bloqueo deciso da Washington a inizio anno, che a suon di minacce verso i partner commerciali ha azzerato le forniture energetiche dell’isola, fino a esaurire le riserve di carburante di Cuba. I disservizi sono all’ordine del giorno, dai trasporti alla sanità, mettendo in pericolo la popolazione.

I colloqui diplomatici tra le parti vanno avanti da mesi — giovedì scorso il direttore della CIA John Ratcliffe ha incontrato all’Avana i vertici governativi — ma stentano a decollare. Nel frattempo, dagli Stati Uniti, si fabbricano le prove per legittimare la stretta economica e preparare il terreno a un’aggressione militare, profilando possibili attacchi cubani contro la base-prigione di Guantánamo, navi militari e persino Key West, in Florida. «Cuba non minaccia né desidera la guerra», ha risposto il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez, precisando che l’isola «difende la pace» ma allo stesso modo «si prepara ad affrontare l’aggressione straniera, in esercizio del diritto di legittima difesa riconosciuto dalla Carta delle Nazioni Unite».

La nuova Siria arresta i dissidenti come Assad, ma sostiene Israele: quindi piace a Occidente

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Con la caduta del regime di Bashar al Assad in Siria nel Dicembre 2024, dopo 30 anni di spietata dittatura, ci si aspettava che la nuova gestione politica del paese, rappresentata dal presidente Ahmad Al Sharaa, fosse diversa.  Le immagini dei prigionieri liberati dalle carceri-lager di Sidnaya, il nuovo clima di libertà, le promesse elezioni, lo stop all’embargo da parte degli Stati Uniti e gli accordi con l’Unione Europea per l’apertura dei mercati hanno dato l’immagine di un paese che vuole cambiare pagina. E di un presidente che, pur venendo da ambienti vicino ad Al Qaeda, sembrava es...

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Siria, bomba davanti al ministero della Difesa: 1 morto

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Nel pomeriggio di oggi, martedì 19 maggio, è esplosa una bomba a Damasco, fuori da un edificio del ministero della Difesa siriano. Il ministero della Difesa ha affermato che i soldati dell’esercito regolare hanno scoperto una bomba pronta per essere fatta esplodere nel quartiere centrale di Bab Sharqi a Damasco. Mentre lo stavano smantellando, un’auto è esplosa nelle vicinanze, uccidendo un militare e ferendo circa una dozzina di persone tra cui militari e civili. Il ministero non ha fornito dettagli ulteriori dettagli sul caso; per ora, nessun gruppo ha rivendicato l’attacco.

Lo scorso anno si è registrato il numero più alto di condanne a morte dal 1981

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2707 persone uccise con il benestare dei governi in 17 Paesi diversi, il numero più alto degli ultimi 45 anni. Nonostante siano sempre di più gli Stati che aboliscono la pena di morte, quei pochi in cui essa è rimasta vi hanno fatto ricorso lo scorso anno in maniera drasticamente crescente. Il numero si riferisce ai casi minimi accertati, secondo il rapporto stilato da Amnesty, ma queli reali potrebbero essere molti di più. La cifra, inoltre, non tiene conto di quelli che l’associazione ritiene essere «migliaia» di esecuzioni portate a termine in Cina, ma tenute segrete dal governo. Quasi la metà delle esecuzioni (il 46%) riguardano condanne per crimi di droga.

Ai dieci Paesi che regolarmente da anni impiegano la condanna a morte come strumento di “giustizia” (Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord, Egitto, Iran, Iraq, Somalia, USA, Vietnam e Yemen) se ne sono aggiunti quattro che hanno ripreso recentemente la pratica (Emirati Arabi Uniti, Giappone, Sud Sudan e Taiwan). A questi si aggiungono l’Afghanistan, dove le condanne a morte hanno ripreso a svolgersi regolarmente in pubblico in seguito al ritorno al potere dei talebani, nel 2021; il Kuwait, che ha ripreso le esecuzioni nel 2013, dopo una breve interruzione di sei anni; e Singapore. A trainare il record è l’Iran, dove sono 2159 le esecuzioni accertate – più del doppio rispetto al 2024. Le condanne a morte aumentano anche in Arabia Saudita (da 345 a 356) e triplicano nel Kuwait (da 6 a 17), mentre raddoppiano in Egitto (da 13 a 23), Singapore (da 9 a 17) e Stati Uniti (da 25 a 47) e aumentano di oltre un terzo (34%) in Yemen. Gli Stati Uniti sono da 17 anni l’unico Stato delle Americhe a eseguire condanne a morte. Il numero registrato lo scorso anno è il più alto dal 2009 e quasi la metà di queste sono state portate a termine in Florida.

Il significativo aumento di esecuzioni è stato registrato nonostante i Paesi che impongono ancora questa pratica siano una manciata. Negli ultimi anni sempre più Stati hanno rinunciato alla pena di morte e ora oltre i due terzi dei Paesi nel mondo l’ha definitivamente abolita – tra quelli in cui è ancora in vigore, in Europa, vi è la Bielorussia, che lo scorso anno ha tuttavia adottato un memorandum per procedere verso l’abolizione. Quelli che rimangono, secondo Amnesty, sono «pochi governi determinati a imporre il proprio potere con il terrore». Tra questi vi è la Cina, dove il numero complessivo di esecuzioni è sconosciuto, ma si ritiene si aggiri intorno alle migliaia. Secondo Amnesty, «a fronte del segreto di Stato che continua a circondare i dati sulla pena di morte, le comunicazioni e i commenti delle autorità cinesi hanno ancora una volta indicato un uso della pena capitale finalizzato a inviare il messaggio che lo Stato non tollera minacce alla siurezza o alla stabiltà pubblica e impone pene severe per mantenere l’ordine». Reati che valgono la pena capitale sono infatti legati all’ambito finanziario, alla corruzione e, in generale, all’abuso della propria posizione per ottenere vantaggi personali.