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Tutte le barche della Flotilla sono state intercettate da Israele

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Ieri mentre navigava in acque internazionali, a circa 250 miglia dalle coste palestinesi, la Global Sumud Flotilla è stata nuovamente assalita dalla marina israeliana. Al momento è in corso un altro attacco, per intercettare illegalmente le barche rimanenti. Domenica scorsa la Flotilla aveva lanciato i primi allarmi, denunciando la presenza di navi non meglio identificate a ridosso delle proprie imbarcazioni. Pochi giorni fa, con 54 barche, la missione umanitaria aveva ripreso dalla Turchia il suo viaggio per rompere l’assedio israeliano sulla Striscia di Gaza, chiedendo un supporto istituzionale, in particolare dall’Unione europea, che non ha avuto alcun seguito. In Italia, rispondendo all’appello della Flotilla, USB e altri sindacati di base hanno organizzato ieri lo sciopero generale «contro guerra e genocidio, carovita e sfruttamento».


Tutte le barche della Global Sumud Flotilla sono state intercettate illegalmente da Israele in acque internazionale. Arrestati e sequestrati i membri dell’equipaggio.


Durante la seconda ondata di intercettazioni, la marina israeliana ha aperto il fuoco sulle barche della Flotilla. «Al momento non possiamo confermare con che tipo di proiettili abbiano sparato. Nei video non c’è evidenza di feriti, seguiranno aggiornamenti», scrive la missione umanitaria sui suoi profili social.


In questi minuti la marina israeliana ha ripreso l’assalto alle restanti barche della Flotilla, mentre si trovavano in acque internazionali, a circa 100 miglia dalle coste palestinesi. Sono almeno 4 le imbarcazioni intercettate, mentre le restanti sei continuano la navigazione verso la Striscia di Gaza. 


Iniziano ad arrivare aggiornamenti sulle persone sequestrate da Israele in acque internazionali. Secondo l’agenzia di stampa Ansa, sarebbero almeno 9 gli italiani presi sotto custodia dallo Stato ebraico nella operazione di abbordaggio condotta nella tarda mattinata di oggi. Ammontano invece a 21 le navi attualmente sotto sequestro.


Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha elogiato le forze navali israeliane per l’intercettazione delle imbarcazioni della Flotilla dirette verso Gaza, definendo l’operazione un successo contro un «piano malvagio» volto a violare il blocco imposto alla Striscia. In una conversazione con il comandante dell’operazione, diffusa dal suo ufficio tramite un video, Netanyahu ha sostenuto che l’intervento abbia impedito un’azione favorevole ad Hamas, ringraziando i militari per il lavoro svolto e invitandoli a «continuare fino alla fine».


Sale a 16 il numero delle imbarcazioni intercettate illegalmente da Israele. I loro equipaggi, per un totale di circa 100 persone, sono stati arrestati, sequestrati e trasportati verso una nave prigione. Diversi gli italiani coinvolti. «Il ministro degli Esteri Antonio Tajani — si legge in una nota della Farnesina — ha effettuato anche oggi passi diplomatici con il Governo israeliano per chiedere rassicurazioni sulle condizioni di trattamento degli attivisti italiani che potrebbero essere fermati dalle IDF.

Tajani ha chiesto all’Unità di Crisi, alle Ambasciate d’Italia a Tel Aviv, Ankara e Nicosia di effettuare tutti i passi necessari per tutelare l’incolumità degli italiani e assisterli in caso di sbarco. L’Ambasciatore d’Italia a Tel Aviv ha avuto un ulteriore contatto con le autorità israeliane questa mattina per garantire la sicurezza degli italiani».


«Non possiamo perdere tempo, lo abbiamo detto tante volte: se bloccano la Flotilla noi blocchiamo tutto. Facciamolo davvero». Con queste parole la delegazione italiana della Global Sumud Flotilla ha annunciato i prossimi appuntamenti della giornata, diffusi in tutto il Paese a partire dalle 18. «Per la Palestina, per fermare l’avanzata sionista, imperialista e coloniale. Perché il diritto internazionale venga rispettato. Perché se non lo fanno i governi, dobbiamo farlo noi». 


Continua ad aggiornarsi il bilancio dell’abbordaggio illegale compiuto da Israele ai danni della Flotilla. Sono almeno 8 le barche intercettate. Gli attivisti arrestati saranno con ogni probabilità trasferiti sulla nave prigione israeliana arrivata al seguito dei gommoni militari, come accaduto ad aprile. Al momento la Flotilla si trova in acque internazionali, al largo di Cipro.

Nel frattempo resta bloccato a Sirte, in Libia, il convoglio terrestre partito dalla Tunisia con l’obiettivo di arrivare al valico di Rafah e affiancare la missione marittima.


Sono almeno cinque le imbarcazioni della Flotilla assalite in questi minuti dalla marina israeliana. Si tratta delle barche Tabariyya, Yazur, Shatila, Kafr Qasem e Kyriakos X, con a bordo decine di attivisti verso i quali si sono interrotte le comunicazioni. È stata avvistata una nave prigione, come quella impiegata a fine aprile nella detenzione di 180 membri dell’equipaggio, al seguito degli zodiac.

«Gli israeliani si stanno avvicinando alla nostra barca con dei gommoni veloci, stanno abbordando le altre imbarcazioni. Questa volta durante il giorno, in acque internazionali, mentre noi siamo diretti verso Gaza. Lo Stato di Israele mostra nuovamente la sua violenza e il suo disprezzo per il diritto internazionale». Queste le ultime dichiarazioni provenienti dalla barca Tabariyya, con a bordo equipaggio italiano, svizzero, malese e turco, prima dell’assalto.

La Flotilla sta nel frattempo continuando la navigazione. Si trova al momento al largo di Cipro, a circa 250 miglia dalle coste palestinesi.


«Bloccheremo tutto di nuovo, al fianco della Flotilla e del popolo palestinese». Si stanno riempendo le piazze italiane, da Napoli a Torino, per lo sciopero generale indetto da USB e da altri sindacati di base. Ai cortei e ai presidi già previsti si aggiungeranno nuovi appuntamenti nel corso della giornata, visto l’abbordaggio illegale ai danni della Flotilla.

In video il presidio in corso sotto il Comune di Torino.


Le prime immagini dell’abbordaggio illegale compiuto da Israele ai danni della Flotilla in acque internazionali.


Dopo l’abbordaggio del 29 aprile scorso, Israele è tornato ad attaccare la Global Sumud Flotilla. Ancora una volta in acque internazionali. Le immagini registrate in diretta mostrano uno zodiac israeliano con decine di soldati assaltare l’imbarcazione Tabariyya, prendendone il controllo. Al momento non si hanno notizie degli attivisti presenti sulla barca. 

Peter Thiel lancia Objection: il “tribunale della verità” che scheda i giornalisti

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«Oggi, chiunque può pubblicare accuse. Quasi nessuno può permettersi di confutarle. Objection cambia le cose». È con questo slogan che si presenta Objection, la piattaforma americana basata sull’intelligenza artificiale che promette di “valutare” il lavoro dei giornalisti investigativi, verificare inchieste e attribuire punteggi pubblici di affidabilità ai reporter attraverso una sorta di “processo in 72 ore”. Dietro il progetto compare Aron D’Souza, imprenditore australiano già noto per aver promosso gli Enhanced Games, le competizioni sportive aperte anche agli atleti dopati. Tra i finanziatori figurano Peter Thiel, cofondatore di PayPal e di Palantir, e Balaji Srinivasan, imprenditore legato al mondo cripto. Presentata come uno strumento contro la disinformazione, la piattaforma consente, pagando fino a 10 mila dollari, di contestare articoli e trascinare i giornalisti in un tribunale reputazionale algoritmico.

Sul suo sito Objection si propone, infatti, come una piattaforma di “responsabilità” giornalistica, capace di verificare l’attendibilità di articoli e reporter attraverso strumenti di intelligenza artificiale e grazie a un network di consulenti privati provenienti da apparati investigativi e di intelligence (compresi ex agenti CIA e FBI). Una volta avviata la contestazione, il sistema raccoglie documenti, analizza dichiarazioni, confronta le fonti e produce una sorta di verdetto reputazionale destinato a incidere sulla credibilità pubblica del giornalista. Il risultato confluisce in un “Honor Index”, un punteggio consultabile pubblicamente, che dovrebbe misurare l’affidabilità professionale dei reporter. D’Souza ha affermato di aspettarsi che il suo “tribunale della verità” sia utile a coloro che si sentono mal rappresentati dai media: «È un tentativo di verificare i fatti; è la stessa cosa di Community Notes di [X]. La saggezza della folla unita al potere della tecnologia per creare nuovi metodi di divulgazione della verità». Sulla carta, l’obiettivo sarebbe quello di combattere fake news e campagne diffamatorie, ma il rischio evidenziato da molti osservatori riguarda soprattutto le pressioni e le conseguenze sul giornalismo investigativo. Gran parte delle più importanti inchieste degli ultimi decenni si è basata, infatti, su fonti anonime, whistleblowers, fughe di documenti e testimonianze riservate. In un simile contesto, l’idea di sottoporre il lavoro giornalistico a una verifica algoritmica permanente rischia di trasformarsi in un potente strumento di intimidazione preventiva.

Il nodo centrale riguarda proprio il rapporto tra tecnologia, informazione e potere. Peter Thiel non è soltanto un investitore della Silicon Valley. Attraverso Palantir ha costruito uno dei più influenti imperi tecnologici legati all’intelligence e alla gestione dei dati sensibili. Da anni, il miliardario tech sostiene apertamente che la democrazia liberale sia incompatibile con l’innovazione tecnologica e guarda con crescente diffidenza ai media tradizionali. Non sorprende, quindi, che il progetto Objection venga letto da molti critici come un ulteriore tassello di quella visione tecnocratica che punta a sostituire gli spazi pubblici e le istituzioni intermedie con piattaforme private governate da algoritmi e grandi capitali. La promessa di neutralità tecnologica, in questo caso, rischia di mascherare un meccanismo di controllo reputazionale capace di colpire soprattutto le voci più scomode o indipendenti.

Il precedente di Gawker Media resta emblematico. Nel 2016, il sito venne travolto da una condanna da 140 milioni di dollari di danni dopo la pubblicazione di un video sessuale dell’ex wrestler Hulk Hogan e fu costretto a dichiarare bancarotta. Solo successivamente emerse che Peter Thiel aveva finanziato segretamente con dieci milioni di dollari l’intera offensiva giudiziaria contro la testata, colpevole anni prima di aver rivelato, attraverso il sito Valleywag, la sua omosessualità. Quel caso segnò un passaggio cruciale: per la prima volta, un miliardario della Silicon Valley dimostrava apertamente di poter utilizzare il proprio potere economico per distruggere un organo di informazione ritenuto ostile. Oggi, quella strategia sembra evolversi in una forma ancora più sofisticata e strutturale per creare una piattaforma permanente in grado di monitorare, classificare, delegittimare e, di fatto, silenziare il lavoro giornalistico scomodo, attraverso strumenti tecnologici e reputazionali.

La vicenda Objection si inserisce in un contesto più ampio, segnato dalla crescente offensiva contro il giornalismo indipendente e dalla privatizzazione dei meccanismi di controllo dell’informazione. Negli ultimi anni, la lotta alla “disinformazione” e alle fake news è diventata il pretesto per introdurre una informazione certificata, sdoganare la censura algoritmica, approvare “liste nere” reputazionali e sistemi liberticidi di moderazione dei contenuti, spesso utilizzati per colpire le voci scomode o fuori dal consenso dominante. In questo scenario, il progetto sostenuto da Peter Thiel rischia di rappresentare l’ennesima infrastruttura di controllo del dibattito pubblico, affidando a piattaforme private e sistemi algoritmici il potere di stabilire quali giornalisti siano credibili e quali, invece, debbano essere delegittimati pubblicamente.

Kenya, disordini a proteste contro caro carburante: 4 morti

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Almeno quattro persone sono morte e più di trenta sono rimaste ferite in Kenya durante le veementi proteste scoppiate contro il forte aumento dei prezzi del carburante in varie città. Le manifestazioni sono iniziate dopo lo sciopero nazionale dei trasporti pubblici proclamato dalla Transport Sector Alliance, che ha paralizzato gli spostamenti in diverse città del Paese. Il governo ha aumentato i prezzi dei carburanti del 23,5%, dopo un precedente rincaro del 24,2%, attribuendo la decisione alla crisi energetica internazionale provocata dalle tensioni geopolitiche e dalla guerra con l’Iran. Un confronto tra l’esecutivo e gli operatori del trasporto pubblico si è concluso senza accordi concreti.

Piacenza: la procura vuole il carcere per i sindacalisti di base che lottano nella logistica

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Associazione a delinquere finalizzata alla violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, sabotaggio e interruzione di pubblico servizio: sono queste le accuse che la procura di Piacenza è tornata a muovere nei confronti di sette sindacalisti di SI Cobas e USB, per cui la pm ha chiesto il rinvio a giudizio. Le accuse riguardano fatti che vanno dal 2016 al 2021 avvenuti nel contesto dei diritti dei lavoratori della logistica. In totale, i capi d’imputazione sono 145, molti dei quali caduti in prescrizione. I lavoratori hanno risposto alle accuse dichiarando che le azioni contestate – tra le quali blocchi stradali e ai cancelli – rientrano pienamente nel perimetro delle lotte sindacali, e costituiscono legittimi atti di protesta. L’inchiesta era stata resa pubblica nel 2022, anno in cui i lavoratori erano stati arrestati per venire scarcerati qualche mese dopo dal Tribunale del Riesame di Bologna, che osservava come «la contribuzione e l’attività di proselitismo sono previste e tutelate dall’art. 26 dello Statuto dei Lavoratori».

I sette sindacalisti sotto accusa sono Abed Issa Mahmoud El Moursi, Ali Mohamed Arafat, Elderdah Fisal, Aldo Milani, Roberto Montanari, Carlo Pallavicini, Bruno Scagnelli; inizialmente ve ne era un ottavo, Riadh Zaghdane, il quale tuttavia è deceduto negli anni scorsi. A chiedere il rinvio a giudizio è stata la pm Emanuela Podda, in seguito al termine dell’udienza preliminare. Dei 145 capi di imputazione, i primi due sono volti a concretizzare l’ipotesi di associazione a delinquere, reato – assieme ai vari reati connessi – per cui la pm ha chiesto l’effettivo rinvio a giudizio; per la maggior parte degli altri capi di imputazione la pm ha invece chiesto il non luogo a procedere, poiché caduti in prescrizione. Da quanto si apprende dai media locali, l’udienza è stata rinviata a giugno.

L’inchiesta che riguarda i sindacalisti risale al 2016. Secondo la procura, i sindacalisti coinvolti avrebbero sfruttato le sigle sindacali per dare vita a due distinte associazioni a delinquere: l’accusa ritiene che dietro le azioni di protesta «apparentemente rivolte alla tutela dei diritti dei lavoratori», si celassero azioni volte ad «aumentare sia il conflitto con la parte datoriale sia tra le opposte sigle sindacali». Lo scopo? Aumentare l’importanza dei sindacati nel settore della logistica per attiraree lucrare sugli iscritti. Le indagini portarono all’arresto dei sindacalisti, avvenuto il 19 luglio 2022, data in cui l’inchiesta venne resa pubblica; nonostante ciò, ad agosto dello stesso anno, crollarono molte delle accuse a loro rivolte, tra cui quella di associazione a delinquere, e venne ordinata la loro scarcerazione. Altri dei capi di imputazione rimasero tuttavia in piedi, e alcuni dei sindacalisti finirono agli arresti domiciliari. Nel 2024, la Procura formulò nuovamente le accuse contro i sindacalisti, ipotizzando ancora una volta il reato di associazione a delinquere.

Le difese dei sindacalisti coinvolti sono concordi: i fatti contestati costituiscono ordinarie attività sindacali. Effettivamente, ciò che viene contestato dalla procura sono picchettaggi, blocco delle merci, occupazioni; insomma, generiche azioni di protesta più radicalizzata”, non limitate agli scioperi. In occasione dell’ultima formulazione delle accuse da parte della Procura, Roberto Montanari, aveva spiegato a L’Indipendente, che la presunta competizione tra SI Cobas e USB sarebbe stata portata avanti attraverso la «radicalità delle richieste» per accaparrarsi le firme dei lavoratori. Insomma, secondo la Procura, SI Cobas e USB avrebbero fatto a gara a chi la sparava più grossa avanzando alle grandi firme della logistica richieste di portata eccessiva per spingere gli operai a iscriversi al proprio sindacato, e queste richieste sarebbero risultate tanto sproporzionate da scadere nel reato di estorsione. È il caso, spiegava Montanari, della richiesta di «aumento di stipendio» e della fornitura di «buoni pasto» o ancora di garanzia che venisse «integrata la quota malattia».

In Italia è stata scoperta una rete criminale internazionale che schiavizzava i braccianti

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Una vera e propria organizzazione transnazionale che, dietro il pagamento di somme comprese tra gli 8.500 e i 13 mila euro per ogni persona, prometteva visti d’ingresso in Italia attraverso il sistema dei “Decreti Flussi”, costringendo poi i lavoratori agricoli a turni massacranti e a condizioni di vita degradanti. È quanto emerso da un’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Potenza, che ha portato all’esecuzione di dodici misure cautelari nei confronti di cittadini italiani e di nazionalità indiana, accusati a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, intermediazione illecita e sfruttamento lavorativo. Gli investigatori hanno parlato senza mezzi termini di «moderna schiavitù».

L’inchiesta è stata avviata nell’estate di tre anni fa dai carabinieri del comando provinciale di Potenza e da quelli per la Tutela del lavoro di Napoli. Le indagini, in particolare, presero le mosse da un controllo in un’azienda agricola di Grumento Nova, nel Potentino. In quella circostanza venne accertato l’impiego di numerosi extracomunitari in condizioni di grave sfruttamento. I militari non si limitarono a contestare sanzioni amministrative, ma fornirono alla magistratura i primi elementi per ipotizzare un fenomeno ben più radicato, con ramificazioni di portata internazionale.

Le successive indagini hanno disegnato il modus operandi della rete: intermediari in India selezionavano giovani vulnerabili, spesso già indebitati con le famiglie, e li inducevano a versare le ingenti somme richieste. Una volta arrivati in Italia, i braccianti venivano «privati della libertà personale» e fatti lavorare in allevamenti e raccolta di ortaggi con «turni estenuanti», spesso oltre le dodici ore giornaliere, ricevendo paghe irrisorie. L’operazione ha smantellato un sistema che, secondo gli investigatori, aveva trasformato uno strumento pensato per regolare l’ingresso legale dei lavoratori in un meccanismo di reclutamento forzato e spietato. Le dodici misure cautelari – due custodie in carcere, cinque arresti domiciliari e cinque obblighi o divieti di dimora – sono state eseguite all’alba di lunedì 18 maggio nelle province di Potenza, Matera, Salerno, Piacenza e Lecco.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti impegnati nell’inchiesta, l’organizzazione gestiva decine di pratiche migratorie contemporaneamente, sfruttando illegalmente le disposizioni dei “Decreti Flussi” – lo strumento normativo destinato a regolare l’immigrazione per motivi di lavoro – e coordinando i tempi di ingresso con le esigenze stagionali di datori di lavoro complici. Le aziende agricole «compiacenti» presentavano domande di assunzione per lavoratori stagionali dietro compensi illeciti stimati tra i 3.500 e i 4.000 euro per ogni singola pratica. La soggezione delle vittime, hanno evidenziato gli investigatori, non era soltanto fisica: le persone venivano alloggiate in strutture definite «fatiscenti e spesso prive di servizi essenziali», ma soprattutto vivevano una prigionia «economica e psicologica», alimentata dal «timore di non poter onorare il debito contratto con l’organizzazione» e dalla minaccia di perdere il permesso di soggiorno. Nel corso della conferenza stampa, il procuratore della Dda di Potenza, Camillo Falvo, ha rivolto un appello sia alle vittime sia ad altri imprenditori agricoli, invitando a «denunciare» ogni forma di abuso.

La Russia avvia esercitazioni nucleari

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La Russia ha dato inizio a tre giorni di esercitazioni nucleari con lo scopo di simulare «la preparazione e l’uso delle forze nucleari in caso di aggressione». Le esercitazioni coinvolgeranno 64.000 persone e 7.800 mezzi militari, oltre 200 lanciamissili, 140 aerei, 73 navi di superficie e 13 sottomarini, tra cui otto sottomarini nucleari strategici. A partecipare, le forze missilistiche russe, le flotte del Nord e del Pacifico, l’aviazione a lungo raggio e unità delle regioni militari di Leningrado e Centrale; incluso anche l’addestramento all’uso delle armi nucleari tattiche russe schierate in Bielorussia. Tra le varie attività, previsto il lancio di missili balistici e da crociera.

Epstein Files: Parigi indaga sulla rete internazionale di sfruttamento minorile

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A quasi sette anni dalla morte di Jeffrey Epstein e a quattro da quella di Jean-Luc Brunel, il caso torna a scuotere la Francia. La procura di Parigi ha raccolto una ventina di nuove segnalazioni legate al circuito del finanziere americano e del noto agente di modelle francese, che lanciò nomi come Milla Jovovich, Jerry Hall e Christy Turlington. Le accuse riguardano violenze sessuali, sfruttamento e tratta internazionale di minori tra Europa e Stati Uniti. La procuratrice Laure Beccuau ha confermato che almeno dieci delle persone ascoltate non erano mai emerse nelle precedenti indagini. Sotto la lente degli investigatori ci sono vecchi tabulati, computer, rubriche telefoniche e l’appartamento parigino di Epstein, mentre nuove richieste di indagine coinvolgono anche Gerald Marie, ex capo di un’importante agenzia. Su di lui, quindici donne chiedono di indagare per presunti legami con Epstein, nonostante una vecchia inchiesta per abusi sessuali sia già caduta in prescrizione.

Nel mosaico di relazioni che emerge dai nuovi documenti, Jean-Luc Brunel occupa un ruolo sempre più centrale. Considerato per anni uno degli uomini più influenti del fashion system internazionale, Brunel è stato accusato di aver reclutato ragazze minorenni promettendo loro una carriera nella moda per poi inserirle nel circuito di sfruttamento sessuale gravitante attorno a Epstein. Arrestato nel dicembre 2020 all’aeroporto Charles de Gaulle, avrebbe dovuto affrontare un processo per stupro, violenza sessuale e tratta di esseri umani. Il processo non si celebrò mai: il 19 febbraio 2022 fu trovato impiccato nella sua cella nel carcere della Santé. La sua morte non ha però chiuso il caso. Negli ultimi Epstein Files, il nome di Brunel compare migliaia di volte associato a messaggi di posta, trasferimenti internazionali, organizzazione logistica e reclutamento di giovani donne provenienti soprattutto dall’Europa e dal Sud America.

Un’e-mail resa pubblica dalla House Oversight Committee mostra Epstein discutere apertamente di “ragazze” e spostamenti internazionali con un interlocutore identificato dagli investigatori proprio come Brunel. Il tono delle comunicazioni colpisce per la freddezza del linguaggio “amministrativo”: ragazze, disponibilità, voli, hotel, trasferimenti. Secondo quanto emerso dagli Epstein Files, Brunel avrebbe coordinato parte della rete europea del finanziere americano sfruttando Milano, Parigi e altri snodi del mondo della moda come piattaforme di reclutamento. Le carte citano arrivi di giovani donne all’aeroporto di Malpensa, soggiorni in hotel di lusso nel Quadrilatero della Moda e pagamenti effettuati tramite carte riconducibili a Epstein. Vengono inoltre documentati soggiorni in ville private tra Toscana e Liguria finanziati con fondi collegati all’entourage del finanziere.

Nei documenti diffusi il 30 gennaio scorso compare un rapporto investigativo del 2011 commissionato nell’ambito delle verifiche reputazionali su Epstein e sulla MC2 Model Management, l’agenzia fondata da Brunel. Il dossier, realizzato da Global Security & Investigations, raccoglieva già allora informazioni estremamente compromettenti: Epstein risultava registrato come “sex offender, coinvolto in cause civili per abusi su minori e oggetto di nuove indagini per traffico sessuale internazionale. Particolarmente significativa è la sezione dedicata alla MC2 Model Management. Il rapporto segnala che l’agenzia avrebbe ricevuto un milione di dollari da Epstein nel 2005, senza chiarire se si trattasse di un investimento occulto o di un pagamento per “servizi di procacciamento”. Già allora testate come Los Angeles Times, Daily Beast e New York Post collegavano Brunel e la sua agenzia a un possibile traffico internazionale di giovani modelle provenienti dall’Europa orientale e dal Sud America.

A rendere ancora più inquietante il quadro sono le testimonianze di Virginia Giuffre, una delle principali accusatrici di Epstein e Ghislaine Maxwell. Nelle sue memorie pubblicate postume, racconta che Brunel avrebbe inviato a Epstein “tre dodicenni francesi” come regalo di compleanno e che ragazze minorenni sarebbero state reclutate perfino nei campi da calcio brasiliani per essere trasferite negli Stati Uniti attraverso i jet privati del finanziere. Giuffre sostiene inoltre di essere stata “ceduta” più volte a Brunel da Epstein e Maxwell, affinché la «violentasse a suo piacimento».

Le nuove denunce ripropongono domande che il caso Epstein non ha mai davvero chiarito. Com’è stato possibile che una rete internazionale legata al mondo della moda abbia operato per anni senza ostacoli reali, nonostante fosse nota persino alla stampa? I documenti mostrano che il caso Epstein non riguarda soltanto un singolo predatore sessuale, ma una rete transnazionale costruita nel corso di decenni e sostenuta da protezioni e silenzi istituzionali. Un sistema ramificato che il finanziere di Brooklyn aveva tessuto con cura tra finanza, alta società, intelligence e circuiti del potere.

Flotilla, Israele ha sequestrato illegalmente 12 italiani: il governo Meloni muto

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Il copione è lo stesso dell’ultima volta: mentre navigavano in acque internazionali, le navi della Global Sumud Flotilla sono state intercettate dall’esercito israeliano. Questa volta, il convoglio è stato attaccato in pieno giorno, a circa 250 miglia dalle coste palestinesi. Israele ha sequestrato oltre 40 navi e più di 330 persone: tra queste ultime sono presenti almeno anche 12 italiani. Di fronte al sequestro illegale di una dozzina dei propri concittadini, dal governo è arrivata solo una dichiarazione di Tajani, che ha affermato di avere chiesto a Israele di «tutelare» gli italiani «fermati», così «come è accaduto per l’episodio di qualche settimana fa», ossia quando gli attivisti erano stati rapiti al largo delle coste greche per venire messi in isolamento, ammanettati e presi a pugni. A esporsi è stata, piuttosto, la stampa di area governativa, con il direttore di Libero nonché ex portavoce di Meloni, Mario Sechi, che ha definito la Flotilla un gruppo di «provocatori» che «indebolisce le democrazie europee».

L’operazione israeliana di abbordaggio delle navi della GSF ha avuto inizio attorno alle 10 di ieri, 18 maggio. Il numero preciso degli attivisti sequestrati non è ancora noto: secondo il sito della GSF, sarebbero stati rapiti almeno 337 attivisti; il medesimo sito ha rilasciato i videomessaggi di SOS di alcune delle persone coinvolte, 7 dei quali italiani. Ieri mattina, tuttavia, Tajani ha affermato che sarebbero stati «fermati» 9 italiani, mentre nel pomeriggio il team legale del gruppo ha confermato ad Askannews la detenzione di almeno 12 concittadini. Non è chiaro neanche cosa Israele intenda fare delle persone rapite: ieri, in occasione dello sciopero generale, Maria Elena Delia, portavoce del gruppo italiano, ha affermato che la marina israeliana potrebbe portarli nel porto israeliano di Ashdod, ma tale notizia non è ancora confermata. Per quanto riguarda le navi, la GSF riporta che sono state sequestrate almeno 41 imbarcazioni; se si aggiungono alle 21 intercettate durante la precedente operazione, Israele ha sequestrato o reso inutilizzabile un totale di 62 navi. Altre dieci, invece, starebbero proseguendo la rotta verso Gaza.

Il fatto che l’esercito israeliano si sia mosso in pieno giorno costituisce un inedito: nelle ultime operazioni di abbordaggio, le navi dello Stato ebraico hanno agito col favore del buio, a notte inoltrata. Nella sera tra domenica e ieri, gli attivisti avevano segnalato la presenza di imbarcazioni non identificate, ma non erano stati approcciati. Sebbene non sia chiaro se l’Italia fosse a conoscenza dell’operazione israeliana, non è da escludersi che il ministero degli Esteri fosse stato avvisato preventivamente: durante un breve punto stampa, il ministro Tajani ha infatti affermato di stare «seguendo la vicenda da questa notte con la nostra ambasciata a Tel Aviv, con il nostro consolato e con la nostra ambasciata d’Italia a Cipro», e dunque di avere avuto contatti indiretti con Israele ore prima dell’abbordaggio.

Seppur per qualche secondo, Tajani è stato l’unico esponente del governo a parlare della questione: «Abbiamo già mandato i nostri messaggi: abbiamo chiesto che venissero comunque tutelati i nostri concittadini, e liberati il prima possibile. Pare che siano 9 gli italiani che sono stati fermati. Noi chiediamo che vengano immediatamente rilasciati», diceva ieri mattina il ministro; a oggi, a parte le «richieste» a Israele, non risulta che il ministero degli Esteri abbia attivato l’unità di crisi né che si sia mosso in altri termini. Nel corso del punto stampa, Tajani ha chiesto che i cittadini italiani vengano tutelati «così come accaduto per l’episodio di qualche settimana fa»: il riferimento del ministro è all’abbordaggio condotto nella notte tra il 29 e il 30 aprile, quando Israele ha rapito 175 attivisti, tra cui alcuni anche italiani. La maggior parte delle persone prelevate era stata rilasciata dopo qualche ora, lasso di tempo nel quale alcuni di essi sono stati presi a calci e pugni, detenuti in isolamento e ammanettati; in una manciata di ore, alcuni degli attivisti sono ricomparsi davanti al pubblico con volti tumefatti, scapole lussate e coste incrinate.

Se da parte dell’esecutivo sono arrivate solo le brevi dichiarazioni di Tajani, a parlare più chiaramente è stato Libero, giornale di proprietà dell’imprenditore e deputato leghista Antonio Angelucci e diretto da Mario Sechi, già capo dell’ufficio stampa della Presidenza del consiglio nel 2023, sotto il governo Meloni: «Gli organizzatori della Flotilla inseguono solo il clamore, sono provocatori a caccia della provocazione, non hanno alcun aiuto umanitario per Gaza, recitano la parte delle vittime, sapendo che l’abbordaggio israeliano è scontato», scrive lo stesso Sechi nell’editoriale che oggi apre l’edizione cartacea del quotidiano, titolata “La Flotilla boicotta l’Italia”. «Questo tragico teatrino estremista ha delle conseguenze: l’indebolimento delle democrazie europee attraverso la mobilitazione dell’odio come collante politico». A «indebolire la democrazia», insomma, è una missione umanitaria, non la sistematica e impunita violazione delle leggi internazionali da parte di Israele, Stato sotto processo per genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia e il cui leader politico pressoché indiscusso da quasi 20 anni è accusato di crimini contro l’umanità e ricercato dalla Corte Penale Internazionale (istituzione a cui l’Italia aderisce, e il cui stesso statuto prende il nome dalla capitale italiana). Né Tajani, né lo stesso Sechi hanno infatti speso una parola per precisare che l’attacco di ieri mattina è avvenuto a circa 250 miglia nautiche dalle coste gazawi, e, dunque, in acque internazionali, dove Israele – almeno dal punto di vista teorico – non avrebbe alcuna giurisdizione; almeno due delle navi sequestrate battevano bandiera italiana e per tale motivo sarebbero piuttosto dovute essere sotto tutela legale di Roma.

San Diego, spari in centro islamico: 5 morti, compresi i 2 assalitori

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Due adolescenti armati hanno aperto il fuoco ieri al Centro islamico di San Diego, in California, uccidendo una guardia di sicurezza e altri due uomini all’esterno della moschea. I due assalitori sono stati successivamente trovati morti, probabilmente per ferite da arma da fuoco autoinflitte, secondo la polizia. L’FBI e le autorità locali stanno indagando sull’episodio come possibile crimine d’odio, anche se non è stato ancora individuato un movente preciso. Tutti i bambini presenti nella scuola del complesso islamico risultano illesi. L’attacco è avvenuto a pochi giorni dalla principale festività islamica di Eid al-Adha e dall’inizio del pellegrinaggio annuale dell’Hajj.

Ventitré miliardi per le rinnovabili, ma stavolta l’Africa detta le condizioni

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l'Africa Forward Summit

Il Kenya ha ospitato a Naoirobi per la prima volta nella storia un grande summit Francia-Africa. La scelta di un paese anglofono, lontano dalla rete dei legami coloniali francofoni, è stato il primo segnale che qualcosa stava cambiando nel modo in cui il continente intende sedersi al tavolo con l'Europa. Circa quaranta capi di stato africani, 7mila rappresentanti della società civile e 2mila imprenditori si sono riuniti al Kenyatta International Convention Centre per l'Africa Forward Summit, co-ospitato dal presidente keniano William Ruto e da Emmanuel Macron.
Il presidente francese ha annunci...

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