Tunisia e Russia rafforzano la cooperazione sanitaria con un accordo bilaterale firmato a Ginevra a margine dell’Assemblea mondiale della sanità tra i ministri Mustafa Ferjani e Michail Muraško. L’intesa prevede una partnership strategica su formazione medica, telemedicina, industria farmaceutica, medicina nucleare, ricerca e innovazione, con scambio di competenze tra istituzioni e università. Previsti anche progetti estesi al continente africano e collaborazione su formazione e trasferimento tecnologico. Mosca ha espresso apprezzamento per il sistema sanitario tunisino e ha invitato Ferjani a una visita per rafforzare i progetti comuni.
La Cassazione boccia il dl Sicurezza: “Libertà fondamentali a rischio”
È arrivata l’ennesima batosta per il “decreto sicurezza” del governo Meloni. A infliggerla, questa volta, ci ha pensato l’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione, che in una relazione di 129 pagine ha messo in fila dubbi di costituzionalità, forzature procedurali e rischi per diritti e libertà fondamentali derivanti dal provvedimento approvato dall’esecutivo. Nel mirino finisce anzitutto la scelta della compagine governativa di trasformare in decreto-legge un disegno di legge ormai vicino all’approvazione parlamentare, ma le critiche investono anche il contenuto delle norme introdotte, considerate – sulla base degli autorevoli pareri di numerosi penalisti e costituzionalisti – espressione di un ricorso «accentuato» allo strumento penale e di una logica marcatamente repressiva.
Le prime considerazioni degli autori della relazione – che, pur non essendo vincolante, detiene un elevato valore interpretativo, costituendo una guida autorevole per giudici e avvocati – riguardano proprio l’uso della decretazione d’urgenza. Il Massimario ricorda infatti che il decreto sicurezza «riproduce quasi alla lettera» il contenuto del ddl sicurezza già approvato dalla Camera e quasi concluso al Senato. Alla data del varo del decreto, sottolineano i giudici, il testo era già pronto per l’esame finale di Palazzo Madama e avrebbe potuto essere modificato con il normale iter parlamentare. Per questo la relazione dà ampio spazio alle critiche di costituzionalisti e penalisti sulla «(in)sussistenza dei presupposti giustificativi per il ricorso alla decretazione d’urgenza». Si ricorda, inoltre, come le norme del provvedimento risultino «manifestamente eterogenee», accorpando materie disparate – dal terrorismo alla canapa, dalle carceri ai rimpatri – senza una ragione unitaria di necessità e urgenza. La relazione cita l’«Appello per una sicurezza democratica» firmato da 257 giuristi, che parla di «plateale colpo di mano» e di «vulnus causato alla funzione legislativa delle Camere». Vengono inoltre riportate le accuse di «mortificazione della funzione legislativa» e di «regressione democratica» avanzate durante le audizioni parlamentari sul decreto. Il Massimario richiama anche le osservazioni dell’Associazione italiana professori di diritto penale, che definisce il provvedimento un «anomalo ricorso alla decretazione d’urgenza in materia penale» e una pratica che rischia di «svilire il ruolo del parlamento».
Non meno severo risulta il giudizio sul contenuto del decreto. Tra i punti più controversi ci sono poi le norme che rafforzano i poteri di intervento delle forze dell’ordine in occasione delle manifestazioni. Su questo punto il Massimario richiama le critiche di giuristi e associazioni, evidenziando «l’ampia discrezionalità assicurata al questore» e «l’insufficiente precisione nell’individuazione delle condotte» che possono giustificare misure limitative della libertà personale. Basandosi sugli scritti di vari autori, la relazione avverte inoltre del rischio che il giudizio di pericolosità possa fondarsi su valutazioni arbitrarie, fino a trasformarsi in «un intuizionismo che tracima in arbitrio». L’OSCE, riportano i giudici, aveva già avvertito che il disegno di legge presentava «diverse criticità che potrebbero ostacolare l’esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali». Ancora più dura la posizione dei relatori speciali dell’ONU, secondo cui il decreto potrebbe limitare «la capacità degli individui […] di riunirsi pacificamente per proteste e manifestazioni» e favorire «procedimenti arbitrari e pene sproporzionate».
Sul fronte penitenziario, l’art. 26 introduce il delitto di rivolta in carcere (art. 415-bis c.p.) punendo anche la «resistenza passiva». La Cassazione sottolinea che «la tipizzata “passività” nella resistenza costituisce «un novum senza precedenti nell’ordinamento penale, sin qui solidamente ancorato al principio dell’irrilevanza penale delle condotte di mera inazione rispetto all’ordine impartito dall’autorità». Ne derivano «dubbi circa il rispetto dei principi di materialità e offensività», con il rischio di scivolare verso un «diritto penale d’autore». Rispetto all’art. 15 – che rende facoltativo il rinvio della pena per donne incinte o madri di figli sotto l’anno – viene riportato il parere una «patente violazione dei principi costituzionali di tutela della maternità e dell’infanzia (art. 31, comma secondo, Cost.) e di umanità della pena (art. 27, comma terzo, Cost.)». Non mancano contestazioni sul fronte della canapa industriale. L’art. 18 vieta le infiorescenze, con un divieto penalmente presidiato che, secondo la relazione, potrebbe confliggere con il diritto europeo. I giudici richiamano la sentenza Kanavape della Corte di giustizia, secondo cui gli Stati membri non possono vietare prodotti legalmente fabbricati in altri Stati membri «a meno che tale normativa sia idonea a garantire la realizzazione dell’obiettivo della tutela della salute pubblica e non ecceda quanto necessario per il suo raggiungimento».
Caro carburante, in Brasile a maggio -93 voli al giorno
I dirigenti che sostengono le IA vengono sempre piú fischiati dagli studenti
Negli Stati Uniti è consuetudine celebrare le lauree con una cerimonia formale di consegna dei diplomi accompagnata da un discorso inaugurale tenuto da ospiti illustri. Negli ultimi giorni, tuttavia, questi interventi motivazionali hanno attirato l’attenzione non tanto per la natura illuminata delle osservazioni sollevate, quanto per il tono di apertura con cui molti relatori accolgono – talvolta con entusiasmo – un futuro in cui il mondo del lavoro sarà profondamente rivoluzionato dall’intelligenza artificiale. Un messaggio che suscita un certo disagio tra gli studenti, pronti a entrare in un mercato sempre più precario e imprevedibile, e che dà vita a contestazioni vocali da parte delle nuove generazioni.
Da quando Steve Jobs ha fatto la storia con il suo celebre “Stay hungry, stay foolish” alla Stanford University, salire sul podio per pronunciare un discorso ispirazionale agli studenti è diventato un vero status symbol. CEO e dirigenti si mostrano entusiasti di raccontare la propria visione del futuro, di presentarsi come guru visionari e di plasmare a loro immagine la prossima generazione di lavoratori. Tuttavia, la prospettiva dei grandi manager appare spesso distante dalla realtà sociale, incapace di cogliere il malessere diffuso e le contraddizioni di un sistema economico che, come sostiene l’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, tende verso una forma di tecnofeudalesimo. E i giovani, non mancano di evidenziare il loro scontento.
L’8 maggio Gloria Caulfield, dirigente del settore immobiliare specializzata nelle partnership in ambito sanitario, ha sperimentato sulla propria pelle la tensione che circonda oggi il tema dell’intelligenza artificiale. Invitata alla cerimonia di laurea dell’Università della Florida Centrale e della Scuola di Comunicazione e Media Nicholson, dopo aver citato a lungo Jeff Bezos come modello di successo a cui aspirare, ha proclamato con entusiasmo che «l’ascesa dell’intelligenza artificiale è la prossima rivoluzione industriale». Le sue parole hanno suscitato una prevedibile disapprovazione tra i neolaureati in arti e comunicazione – settori che si percepiscono come fra i più impattati dall’avvento dell’IA generativa – che vi hanno letto non un messaggio di speranza, ma un segno di cinismo imprenditoriale e distacco dalla realtà. Le contestazioni, tanto vivaci da interrompere il discorso, hanno lasciato l’oratrice visibilmente scioccata.
Questo spaccato si è ripetuto in forma ancora piú enfatizzata ieri, domenica 17. Erick Schmidt, storico ex CEO di Google, si è presentato all’Università dell’Arizona per offrire una lettura sull’intelligenza artificiale. Il celebre manager ha aperto il suo discorso facendo leva su di un parallelismo, ovvero ricordando come la sua gioventú é stata caratterizzata dall’ascesa dei personal computer, una rivoluzione che si è dimostrata essenziale a «democratizzare la conoscenza», ma che «ha anche degradato la piazza pubblica. Premiato i contenuti oltraggiosi. Amplificato i nostri peggiori istinti». Dichiarazioni che si collegano piú all’operato dei social media che ai PC in sé, ma che erano propedeutiche a incanalare il discorso verso un messaggio di speranza progressista: «il futuro non è finito, ora é il vostro turno di dargli forma».
Anche in questo caso, l’intero intervento è stato sommerso dai fischi e dalle contestazioni del pubblico, se non altro perché, a detta di Schmidt, «la domanda non è se l’IA modellerà il mondo – lo farà –, ma se voi contribuirete a modellarla». Un messaggio che, pur nelle intenzioni ottimistiche, suona come un ossimoro: il futuro è aperto, ma l’intelligenza artificiale rimane un destino inevitabile, lasciando ai neolaureati un ruolo subordinato. Anche volendo concedere buona fede alle intenzioni del discorso, è difficile ignorare come la posizione di Schmidt trascuri il fatto che molti professionisti e tecnici stiano giá cercano di orientare l’IA verso un uso etico e sostenibile, ma che la dirigenza finanziaria tenda a ignorare, silenziare o licenziare chi si oppone ai suoi obiettivi. Emblematico è proprio il caso di Google, che nel 2020 ha liquidato gran parte del proprio team etico dopo il rifiuto di attenuare i contenuti di un report sulle problematiche tecniche e sociali legate allo sviluppo della generazione attuale di IA.
Ciò che emerge da questi episodi è l’immagine di leader che sembrano aver vissuto troppo a lungo in una torre d’avorio, incapaci di cogliere come le nuove generazioni – le più digitalizzate di sempre – abbiano ormai compreso con lucidità come la ricerca di profitti sempre maggiori abbia distorto tecnologie che avrebbero altrimenti potuto migliorare il mondo. Mentre startup come OpenAI cercano di scrollarsi di dosso le proprie origini filantropiche per diventare pienamente società a scopo di lucro, molti giovani si avvicinano progressivamente al sentimento politico ottocentesco del luddismo: non una tecnofobia irrazionale, come spesso viene caricaturizzato, ma la consapevolezza che l’innovazione introdotta senza tutele rischia di servire soprattutto gli interessi delle élite, ampliando le disuguaglianze e peggiorando le condizioni del mondo lavorativo.
Caporalato e braccianti in schiavitù: 12 arresti
12 persone sono state arrestate dai Carabinieri nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Potenza. Avrebbero messo su “una rete criminale transnazionale che operava attraverso la strumentalizzazione dei cosiddetti Decreti Flussi, riducendo in condizione di moderna schiavitù numerosi braccianti agricoli”. Alle dodici persone fermate, tra italiani e indiani, vengono contestati a vario titolo i reati di associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone, all’intermediazione illecita e allo sfruttamento lavorativo.
La maggioranza ha bocciato l’emendamento che limitava il nucleare a scopi non militari
Il governo Meloni accelera sul nucleare. L’esame del disegno di legge delega sull’energia atomica è entrato nel vivo alla Camera, con le commissioni riunite Ambiente e Attività produttive impegnate nella discussione dei circa 500 emendamenti presentati. Tra questi c’era anche la proposta di Alleanza Verdi-Sinistra Italiana (AVS) di limitare in modo chiaro l’uso del nucleare ai soli scopi civili. I partiti di maggioranza hanno però bocciato l’emendamento senza fornire alcuna spiegazione. Così, mentre da un lato il governo Meloni non riesce né a condannare né ad appoggiare l’aggressione all’Iran, mossa in teoria dalla volontà di impedirgli la realizzazione dell’arma atomica, dall’altro non esclude l’uso militare per il nucleare italiano.
Le commissioni Ambiente e Attività produttive, riunite alla Camera, stanno analizzando in sede referente i 4 articoli, e i relativi emendamenti, che compongono il disegno di legge delega che autorizzerà il governo a legiferare sul nucleare. Nello specifico, se approvato, il ddl conferirà all’esecutivo un anno di tempo per disciplinare “la produzione di energia da fonte nucleare sostenibile”. Sul tavolo ci sono varie questioni da chiarire: dallo smantellamento delle vecchie strutture esistenti alla localizzazione e installazione dei nuovi impianti, passando per la ricerca e lo smaltimento delle scorie. AVS avrebbe voluto fugare qualsiasi dubbio sull’eventuale impiego militare dell’energia atomica e per questo ha presentato un emendamento che la maggioranza ha respinto. «Nessuno può accusarci di raccontare frottole: bastava votare il nostro emendamento per chiarire che, a prescindere dal nucleare che vogliono imporre al Paese, il suo utilizzo sarebbe stato limitato esclusivamente agli scopi civili. È inaccettabile», ha dichiarato Angelo Bonelli, co-portavoce di Verdi.
La maggioranza non ha fornito alcun dettaglio sulla propria decisione, nonostante le richieste di chiarimento avanzate dalle opposizioni. Nelle scorse ore il ministro degli Esteri Antonio Tajani è tornato a parlare di nucleare, ma di quello iraniano, affermando che «bisogna continuare a lavorare perché l’Iran non costruisca l’arma nucleare». A inizio mese, a margine di un vertice di maggioranza a Palazzo Chigi, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini aveva dichiarato che le attuali crisi internazionali «confermano che non possiamo più essere dipendenti, ora noi siamo dipendenti dagli umori, dalla geopolitica e quindi il nucleare non è una scelta, è un obbligo. Si deve dire sì al nucleare».
D’altronde il tempo inizia a stringere a Palazzo Chigi. Al secondo esecutivo più longevo della storia repubblicana manca poco più di un anno alla fine della legislatura e viste le riforme fallite — tra interventi della Consulta e bocciature referendarie — accelera sugli altri punti dell’agenda, mettendo nel mirino la nuova legge elettorale e l’inedita apertura al nucleare. Non mancano i malumori interni, soprattutto provenienti dalla Lega: secondo Salvini si è già «perso troppo tempo, siamo a tre anni di legislatura». Il leader del Carroccio vorrebbe portare in aula il disegno di legge sull’energia atomica entro la fine del mese, così da aprire il settore agli investitori privati il prima possibile. Per l’entrata in funzione dei reattori di ultima generazione il ministro ha fatto ricorso a una metafora sul gioco del lotto: «Se avessi due numeri da giocarmi sulle ruote di Roma e Milano, mi giocherei 32 e 33 per il primo nucleare».
L’OMS dichiara l’emergenza sanitaria globale per l’ebola in Repubblica Democratica del Congo
Dopo la segnalazione di oltre 80 decessi sospetti, concentrati nella provincia della Repubblica Democratica del Congo dell’Ituri, è ufficiale: la nuova epidemia di ebola scoppiata nel territorio a cavallo tra la RDC e l’Uganda è una “emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale” (PHEIC, dall’inglese “public health emergency of international concern”). A definirla tale è stata l’Organizzazione Mondiale della Sanità, segnalando, oltre ai sospetti decessi per ebola, anche 8 casi di morte confermati in laboratorio e altri 246 sospetti contagi in almeno tre zone sanitarie. Secondo l’OMS al momento non ci sarebbe un’emergenza pandemica, ma i Paesi confinanti con la RDC – tra cui proprio l’Uganda – risultano ad alto rischio di diffusione del virus. Le PHEIC sono eventi che costituiscono un rischio per la salute pubblica esteso su scala internazionale; esse non si sovrappongono necessariamente alle pandemie, ma richiedono un intervento globale per evitare che i contagi travalichino il confine dei singoli Stati direttamente coinvolti.
La nuova epidemia che ha interessato l’area nordorientale della RDC è scoppiata attorno al 15 maggio; a venire trasmessa, la specie Bundibugyo (spesso abbreviata in BBDV) che appartiene al genere degli ebolavirus. L’area interessata è la provincia dell’Ituri, con tre zone sanitarie a Mongwalu, Rwampara e Bunia, quest’ultima città capoluogo della regione. Il giorno seguente, sono stati segnalati i casi confermati e sospetti nella RDC, a cui si sono aggiunti un caso di contagio e un caso di decesso anche a Kampala, in Uganda; questi ultimi riguardavano persone provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo. Un ultimo caso sospetto riguardava un individuo di ritorno dall’Ituri a Kinshasa, capitale della RDC, che tuttavia è risultato negativo ai test. Al momento, il numero reale delle persone infette risulta incerto, così come la diffusione geografica dell’evento; a causa dei casi segnalati, tuttavia, l’OMS teme una possibile estensione anche a Kampala a Kinshasa e nel Nord Kivu, provincia della RDC confinante con l’Ituri. Vista la situazione, ieri, 17 maggio, l’OMS ha determinato che la situazione costituisce una PHEIC.
L’OMS definisce le PHEIC «eventi straordinari che si ritiene costituiscano un rischio per la salute pubblica di altri Stati a causa della diffusione internazionale di una malattia e che potenzialmente richiedono una risposta internazionale coordinata». Per essere classificata come PHEIC, una situazione deve: essere grave, improvvisa, insolita o inaspettata; avere implicazioni per la salute pubblica al di là dei confini nazionali dello Stato interessato; richiedere la possibilità di un intervento internazionale immediato. Non vanno, insomma, confuse PHEIC e pandemie: se una pandemia comporta rischi sanitari globali, una PHEIC implica il rischio che una malattia si diffonda in due o più Stati; insomma, tutte le pandemie sono PHEIC, ma non tutte le PHEIC sono pandemie.
Oltre al pericolo di diffusione internazionale di una determinata malattia, le PHEIC prevedono che le comunità nazionale e internazionale intervengano per evitare che questo medesimo rischio si concretizzi; definire un evento una “emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale”, insomma, è una sorta di chiamata all’azione per prevenire i contagi e intervenire sui malati. Nel caso specifico del nuovo focolaio di ebola BBDV, l’OMS ha raccomandato agli Stati coinvolti di attivare i meccanismi nazionali e subnazionali di gestione delle emergenze e istituire un centro operativo di emergenza, in modo da coordinare le attività e garantire il monitoraggio della malattia; «tali misure devono includere una sorveglianza rafforzata, compreso il tracciamento dei contatti, la prevenzione e il controllo delle infezioni, la comunicazione del rischio e il coinvolgimento della comunità, i test diagnostici di laboratorio e la gestione dei casi». Ha chiesto inoltre a RDC e Uganda di collaborare con la popolazione civile e con le figure di riferimento della comunità locale per rafforzare i meccanismi di monitoraggio, e di implementare le misure di prevenzione, la sorveglianza nei laboratori, e lo screening in entrata e uscita dalle infrastrutture internazionali. Gli altri Stati membri dell’OMS, invece, sono invitati a fornire ai viaggiatori diretti verso le aree colpite informazioni per prevenire e minimizzare i rischi, a prepararsi a eventuali rimpatri di cittadini che hanno contratto il virus, e a evitare di imporre restrizioni ai viaggi e al commercio dalla RDC e dall’Uganda: «Tali misure vengono solitamente attuate per paura e non hanno alcun fondamento scientifico. Queste restrizioni incentivano il transito di persone e merci verso valichi di frontiera informali e non controllati, aumentando così le probabilità di diffusione della malattia».
L’ebola è un organismo virale altamente contagioso, che può essere contratto attraverso fluidi corporei. La malattia che provoca è rara, ma grave e spesso fatale. Oltre al BBDV esistono altre quattro specie di virus: il Sudan (SUDV), il Tai Forest (TAFV), lo Zaire (ZEBOV) e il Reston (RESTV); quest’ultimo si ritiene non possa provocare la malattia negli esseri umani, mentre lo Zaire è la specie di riferimento. Il virus è noto per l’epidemia scoppiata nel 2014 in Guinea, poi diffusasi, tra i vari, anche in Sierra Leone e Liberia. Ai tempi, Medici Senza Frontiere (MSF) definì la situazione una «epidemia senza precedenti». La gravità e la ampia estensione dell’epidemia spinsero diversi Paesi europei prima e gli USA poi a mandare squadre di specialisti nelle aree maggiormente colpite per arginare gli effetti dell’infezione; l’Italia contribuì inviando i medici dello Spallanzani di Roma. L’epidemia è terminata nel 2016, quando la malattia da ebola aveva provocato 11.325 morti in 10 Paesi, su un totale di 28 652 casi confermati.
Contro l’industria della bellezza: Botticelli e il valore dell’imperfezione
516 anni fa, a Firenze, moriva Sandro Botticelli, il pittore che più di ogni altro ha indagato la bellezza umana. Per noi moderni non è sempre facile comprendere fino in fondo cosa rappresenti Botticelli nella storia dell’arte occidentale. Perché Botticelli non fu soltanto il pittore della grazia, dell’eleganza, dell’armonia. Fu il pittore che più di ogni altro riuscì a trasformare la bellezza in un linguaggio spirituale, filosofico, quasi metafisico. Le sue figure sembrano sospese fuori dal tempo. Camminano senza peso, come se custodissero un loro segreto particolare. Ed è proprio qui che si nasconde il cuore della sua arte.
Botticelli nasce nel 1445 in una Firenze che sta attraversando una trasformazione radicale. Il Rinascimento non è soltanto una stagione artistica: è una rivoluzione filosofica, politica e culturale. Per la prima volta dopo secoli il mondo antico torna al centro del pensiero europeo. Platone, i miti greci riemergono dentro le corti italiane. Firenze, in particole, diventa il cuore pulsante di questa nuova visione del mondo. E Botticelli cresce proprio lì, dentro quell’universo.
Quando entra nella bottega di Filippo Lippi, apprende la delicatezza del disegno, la fluidità delle linee, l’attenzione ai volti e alle emozioni. Ma ben presto sviluppa qualcosa di profondamente suo. Le sue figure non cercano il realismo brutale, non vogliono imitare semplicemente il mondo visibile. Sembrano invece voler suggerire qualcosa che sta oltre la materia. Negli anni successivi lavora per le grandi famiglie fiorentine e soprattutto entra nell’orbita dei Medici. È qui che il suo linguaggio artistico si intreccia con il neoplatonismo, quella corrente filosofica che tentava di conciliare il pensiero di Platone con il cristianesimo. Secondo questa visione, la bellezza non è soltanto un piacere estetico ma è il riflesso di qualcosa di più grande. Contemplare il bello significa elevarsi interiormente. Ma in che modo?

Prendiamo in esame una delle opere più famose di Botticelli: La Primavera. Apparentemente è una scena mitologica: c’è Venere al centro, le Tre Grazie che danzano, Zefiro che insegue la ninfa Clori. Ma osservandola più attentamente ci renderemo conto che Botticelli non sta semplicemente illustrando un mito antico. Sta costruendo una riflessione sul desiderio, sull’amore, sulla trasformazione spirituale dell’essere umano. Le figure sembrano sfiorare il terreno senza davvero toccarlo. I movimenti sono fluidi, quasi musicali. Eppure non c’è nulla di puramente decorativo. Dietro quell’eleganza si nasconde una precisa idea filosofica: la bellezza non è soltanto corpo. È tensione verso qualcosa di più alto.
Ma è con la Nascita di Venere che Botticelli realizza una delle immagini più potenti della storia occidentale. La scena la conosciamo tutti: Venere emerge dal mare sopra una conchiglia, il volto è lungo, gli occhi leggermente asimmetrici, il collo innaturalmente esteso, le proporzioni non perfettamente realistiche. È una bellezza vulnerabile, quasi triste. Eppure continua a sembrarci bellissima. Perché?
Perché Botticelli aveva compreso qualcosa che noi sembriamo avere dimenticato: la bellezza autentica non coincide con la perfezione geometrica. Non nasce dalla standardizzazione, non è il risultato di una simmetria assoluta. La vera bellezza contiene sempre qualcosa di fragile, di umano, di imperfetto. E sono proprio quelle lievi asimmetrie, quella delicatezza malinconica, quello sguardo quasi distante che rendono Venere così umana. Così viva. Botticelli non sta dipingendo una donna e neanche una dea. Sta dipingendo un ideale. Ed è forse anche per questo che le figure ci seducono così tanto. Perché dentro la loro grazia c’è sempre qualcosa di inquieto. Una malinconia sottile. Una nostalgia indefinibile.

Oggi, invece, viviamo in un’epoca ossessionata dalla bellezza, ma incapace di riconoscerla e di capirla davvero. «La bellezza» come scrive Renzo Piano, «è diventata cosmesi, è diventata frivolezza, è diventata quello strumento attraverso il quale seduci». Il corpo è stato trasformato in un prodotto da correggere e modificare per inseguire un ideale di perfezione che non ha nulla di perfetto. Basta aprire una rivista di moda o accendere la televisione. A cosa è stata ridotta la bellezza femminile? E purtroppo anche quella maschile? A volti identici, labbra a canotto, zigomi pronunciati, volti cioè fatti con lo stampino.
La bellezza è diventata una catena di montaggio, una procedura estetica replicabile all’infinito. Una perfezione sterilizzata che elimina proprio ciò che rende un volto memorabile: le imperfezioni, le particolarità, le anomalie che trasformano un viso e un corpo in una presenza unica. Ma c’è un altro aspetto dell’arte botticelliana che vale la pena sottolineare.
Nelle opere di Botticelli la bellezza non è mai separata dalla dimensione spirituale. E questo forse è l’aspetto che più ci risulta difficile da comprendere. Noi siamo abituati a concepire il corpo come superficie, come immagine da esibire. Botticelli invece appartiene a un mondo in cui la bellezza aveva un significato filosofico. Contemplare il bello significava interrogarsi sull’anima, sull’amore, sul desiderio umano di trascendere la materia. Botticelli non ci mostra corpi belli. Ci mostra la tensione umana verso l’infinito.
Le figure di Botticelli non sorridono quasi mai davvero. Sembrano custodire una nostalgia indefinibile. Come se la bellezza fosse sempre accompagnata dalla consapevolezza della sua fragilità. Ed è impossibile non pensare, allora, alla celebre frase di Dostoevskij: «La bellezza salverà il mondo». Una frase spesso banalizzata, ridotta a slogan. Ma qual è la bellezza che può salvare il mondo? Non certo quella consumistica, industriale, costruita per alimentare insicurezze e desideri artificiali. Dostoevskij, come Botticelli, ci parlava di una bellezza capace di trasformare interiormente l’essere umano.
La bellezza ha sempre il potere di commuovere. Quando guardiamo un’alba che si specchia nelle acque del mare o il volto di un uomo, di una donna, di un bambino percepiamo la dolorosa qualità di quella bellezza. Ogni volto, anche il più banale, ha una qualità unica, irrepetibile, che non si ripresenterà mai più, perché come esseri umani siamo mortali e ogni cosa su questa terra è destinata a finire. Anche in un moscerino o in un topolino di campagna c’è la bellezza della vita che palpita e arde contro le forze che vorrebbero annientarla. L’artista è colui che riesce a cogliere questa scintilla fragile e delicata, e ce la mostra. Guardando la Venere di Botticelli ciò che ci emoziona non è la sua perfezione ma la percezione che in lei ci sia qualcosa di unico, di irrepetibile.
Ecco perché dovremmo tornare a guardare e contemplare Botticelli, come antidoto a un’epoca che ha trasformato il corpo in merce e la bellezza in consumo compulsivo. Perché dentro quei volti imperfetti, dentro quelle figure leggere, dentro quella malinconia sospesa, c’è ancora una domanda che riguarda tutti noi: siamo ancora capaci di contemplare qualcosa senza volerla immediatamente consumare, possedere, e standardizzare?
Cina, terremoto 5.2: 2 morti e migliaia di sfollati
Nella notte tra ieri e oggi, 18 maggio, un terremoto di magnitudo 5.2 ha colpita la città cinese di Liuzhou, situata nella regione meridionale del Guangxi Zhuang. Da quanto comunica l’agenzia di stampa cinese Xinhua almeno due persone sono morte intrappolate nelle macerie, mentre una terza, inizialmente considerata dispersa, è stata soccorsa dalle squadre di salvataggio. Altre quattro persone risultano ferite, e migliaia di residenti presso il distretto di Liunan, epicentro del terremoto, sono stati evacuati. Segnalato inoltre il crollo di almeno tredici edifici e interruzioni nelle infrastrutture ferroviarie.









