sabato 21 Marzo 2026
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Riflessioni sul referendum per il diritto alla cittadinanza

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Avevo 17 anni e avrei voluto partire per la Francia, per festeggiare il compleanno di una mia amica. Un viaggio, una piccola fuga, il sogno di ogni adolescente. Ma non potevo. Il mio passaporto somalo non mi permetteva di attraversare i confini. Nonostante fossi nata a Milano, avessi vissuto qui per tutta la vita, avessi parlato italiano da sempre, avessi studiato nelle scuole italiane, il documento che portavo con me non mi riconosceva come cittadina. La legge mi separava dalla mia stessa identità, dalla mia stessa casa. Non sono andata. Ogni anno, fino ai 18, c’era quel giorno in cui, invece di andare a scuola, mi trovavo in fila per rinnovare il permesso di soggiorno. 

Ogni anno, lo stesso rituale: un appuntamento con una burocrazia che mi ricordava che, nonostante fosse la mia vita, non ero mai completamente riconosciuta come parte di questa nazione. La mia identità non corrispondeva a quella che la legge riteneva “italiana”, e il mio status sembrava sempre rimanere in attesa di una conferma che non arrivava mai. A 18 anni, finalmente, sono diventata italiana. Ma oggi, mentre io posso raccontare questa storia con un lieto fine, oltre un milione di bambini e ragazzi nati o cresciuti in Italia stanno ancora aspettando quel riconoscimento. In Italia, quasi un bambino su dieci è figlio di genitori stranieri. Più di 877.000 minori nati o cresciuti qui non hanno la cittadinanza. Studiano nelle nostre scuole, parlano il nostro dialetto, condividono le stesse esperienze dei loro coetanei italiani — ma non sono considerati parte del Paese che chiamano casa. 

Come Still I Rise, lavoriamo ogni giorno in scuole da Nairobi ad Aden, da Kolwezi a Bogotà. E ovunque, la storia si ripete: senza documenti, i minori restano invisibili. Solo pochi mesi fa, uno dei nostri studenti rifugiati ha superato un’audizione per uno spettacolo teatrale in Italia. Sarebbe dovuto salire su un palco, recitare in una lingua che non era la sua, dimostrare che l’arte può superare ogni confine. Ma quel confine è rimasto chiuso. Senza passaporto, non è potuto venire. 

È accaduto in Colombia. Ma accade anche qui. La cittadinanza negata e la mancanza di documenti rappresentano una barriera globale. In Italia, ci sono adolescenti che non possono partecipare a una gita scolastica all’estero, bambini esclusi da concorsi, giovani che non possono firmare una petizione per una causa in cui credono. Perché la legge sulla cittadinanza è ferma al 1992, quando il mondo — e l’Italia — erano profondamente diversi. Il referendum che ci attende è un’opportunità concreta per cambiare tutto questo. La proposta di riforma introduce un nuovo modello di cittadinanza: il diritto di diventare cittadini italiani per chi vive legalmente in Italia da almeno cinque anni. Il cambiamento riguarda anche i figli minori di chi ottiene la cittadinanza, permettendo loro di essere riconosciuti come parte del Paese in cui stanno crescendo. Non si parla più solo di origine o di documenti, ma di un legame reale con il territorio, costruito giorno dopo giorno attraverso il lavoro, la scuola, le relazioni, la vita quotidiana. Un percorso fatto di appartenenza. Di radici. 

Il referendum riguarda circa 1,1 milioni di giovani. Ma l’impatto va ben oltre quel numero: coinvolge famiglie, scuole, comunità intere. Con un SÌ, si permette a questi ragazzi di fare ciò che per molti è scontato: iscriversi a una squadra sportiva, firmare un contratto, viaggiare con i compagni di classe, sentirsi finalmente parte della società in cui sono cresciuti. 

Perché la cittadinanza non è solo un diritto individuale. È un patto collettivo. È il diritto di partecipare, a pieno titolo, alla vita del Paese. Di poter andare in gita con la propria classe. Di iscriversi a un concorso. Di prendere un aereo. Di non sentirsi “ospiti” nella propria casa. Votare SÌ alla riforma significa riconoscere questo patto. Noi, come Still I Rise, voteremo SÌ. Lo faremo per tutti quei bambini e ragazzi che ogni giorno incontriamo nelle nostre classi. Lo faremo perché crediamo che l’identità non si imprima solo su un passaporto, ma viva nella lingua che si sogna, nei ricordi che si costruiscono, nei luoghi che si chiamano “casa”. Per un Paese che cresce senza lasciare nessuno indietro. Perché ogni ragazzo e ragazza ha il diritto di brillare.

Il Mali sta bloccando le esportazioni di litio alle multinazionali estere

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In un nuovo slancio anticoloniale, il Mali sta bloccando l’export di litio, aumentando i controlli affinchè le aziende straniere che estraggono minerali e metalli preziosi paghino di più per appropriarsi delle risorse del Paese. Questa volta a farne le spese è la britannica Kodal Minerals, la quale vede bloccate migliaia di tonnellate di litio ferme nel Paese africano, senza possibilità di esportarle, in quanto il governo maliano non avrebbe infatti concesso l’approvazione finale all’export del materiale.

Secondo quanto riferito a Reuters dal’amministratore delegato dell’azienda, Bernard Aylward, sarebbero circa 20.000 le tonnellate di litio estratte dalla sua compagnia mineraria e ferme in Mali a causa di ostacoli normativi. Aylward ha detto che i funzionari maliani stanno prendendo in considerazione un meccanismo di determinazione dei prezzi per garantire che le proprie risorse (non solo il litio estratto da Kodal) siano vendute ai tassi di mercato prevalenti. La società è bloccata nei negoziati, che vanno avanti dallo scorso anno, per l’approvazione finale all’export. Kodal ha un accordo per vendere tutta la sua produzione alla cinese Hainan Mining. La miniera di Bougouni, sfruttata dalla compagnia Kodal Minerals, situata a 170 km a sud di Bamako, mira a una produzione mensile di 11.000 tonnellate di litio, posizionandosi come il secondo progetto operativo di questa materia prima del Mali, dopo la miniera Goulamina gestita dalla cinese Ganfeng Lithium. «Anche altre operazioni in Mali stanno avendo ritardi nei permessi di esportazione. Non è limitato al team Kodal», ha detto Aylward a Reuters. Infatti, molte sono le compagnie che hanno dovuto sborsare molto più denaro per poter continuare ad estrarre o per poter esportare le materie fuori dal Mali.

Lo scorso anno, la compagnia mineraria australiana Resolute Mining ha pagato 160 milioni di dollari al governo del Mali per risolvere una disputa fiscale, dopo che il suo amministratore delegato, Terence Holohan, insieme a due dipendenti della compagnia, era stato arrestato dalle autorità maliane. Nel gennaio di quest’anno, invece, l’azienda di estrazione mineraria Barrick Gold, la seconda più importante al mondo, ha dovuto interrompere le operazioni di estrazione dell’oro dal complesso minerario di Loulo-Gounkoto, dopo che il governo ha sequestrato provvisoriamente le scorte estratte dal sito e le ha messe sotto custodia in una banca locale. Il governo aveva preso tale decisione poiché riteneva che l’azienda non stesse rispettando i termini di un contratto che prevedeva una redistribuzione più equa delle ricchezze estratte dalla cava per tutte le parti in gioco, Stato compreso. Nel febbraio scorso, il Mali aveva sostanzialmente obbligato la francese Total ha cedere le proprie attività a Coly Energy Mali, filiale locale della società beninese Benin Petro. La mossa era stata salutata dalla giunta militare al potere nel Paese come un ulteriore atto liberazione dalla presenza francese.

Il Mali dimostra ancora una volta come non abbia nessuna intenzione di retrocedere nel suo percorso di decolonizzazione dai Paesi e dalle compagnie occidentali, proprio come stanno facendo suoi due alleati nella fascia subsahariana, ovvero Burkina Faso e Niger.

Alternanza scuola-lavoro: 600 incidenti nel 2025, ma il governo la estende ai 15enni

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Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL), gli incidenti sul lavoro tra gli studenti continuano ad aumentare. Nel primo trimestre del 2025, infatti, si sono verificati circa 600 incidenti che hanno interessato gli studenti coinvolti nei percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (PCTO, l’ex alternanza scuola-lavoro). Di questi, 4 si sono rivelati mortali. Di fronte a tali dati, il governo non demorde, tanto che intende estendere il modello del PCTO anche ai 15enni, come previsto dal Decreto PNRR-Scuola.

Secondo i dati INAIL, nel primo trimestre di quest’anno, le denunce di infortunio degli studenti di ogni ordine e grado sono state 25.797, in aumento dell’1,9% rispetto alle 25.322 del 2024. Queste includono tutte le denunce presentate dagli studenti coinvolti in attività scolastiche, e dunque anche quelle relative a incidenti avvenuti all’interno degli istituti. L’incidenza degli infortuni occorsi a studenti rappresenta il 18,1% del totale delle denunce registrate nel 2025. A guidare la classifica delle denunce è la Lombardia, con il 23% del totale delle denunce (+3,4% sul 2024); seguono il Veneto con il 12%, (+8,2%), l’Emilia-Romagna con l’11% (-3,5%) e il Piemonte con l’11% (+9,9%). Su scala nazionale, il 96% delle denunce riguarda gli studenti delle scuole statali, e il 4% gli studenti delle scuole non statali e private.

Per quanto riguarda gli incidenti a studenti coinvolti nelle attività del PCTO, l’INAIL comunica che nel periodo gennaio-marzo 2025 sono emerse 4 denunce di infortunio mortale, contro la singola denuncia nello stesso periodo del 2024; 2 i ragazzi morti in Lombardia, 1 a Bolzano e 1 in Campania. Ad aumentare è anche l’incidenza delle denunce di infortunio in occasione di lavoro sul totale delle denunce di infortuni con esito mortale occorsi a studenti. Sia l’anno scorso che quest’anno, infatti, si è registrato una morte di studente non impegnato nelle attività di PCTO (in termini percentuali, l’influenza è perciò passata dal 50% del 2024 al’80% del 2025). Malgrado ciò, il governo intende estendere il modello ai quindicenni. Negli istituti tecnici, «nel primo biennio, oltre alle attività orientative collegate al mondo del lavoro e delle professioni, è possibile realizzare, a partire dalla seconda classe, i Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento».

Il modello dell’alternanza scuola-lavoro fu pensato nel 2003, ma è nel 2015, con la cosiddetta “Buona Scuola” di Renzi che l’istituto assunse dimensione obbligatoria. Nel 2019 cambiò nome nel più generico PCTO, ma la sostanza rimase la stessa: lo sfruttamento della manodopera giovanile a costo zero, proprio perché parte di un «percorso formativo» obbligatorio. Nel 2022, dopo la morte di Lorenzo Perelli, un ragazzo di soli 18 anni coinvolto in un progetto di alternanza scuola lavoro, le studentesse e gli studenti scesero in piazza per chiedere l’abolizione di tale istituto. Il governo, tuttavia, si limitò a estendere la tutela INAIL agli studenti e a istituire un fondo per risarcire le famiglie degli studenti deceduti durante i PCTO.

Il mercato dei libri in Italia continua ad andare molto male

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Nei primi quattro mesi del 2025, gli italiani hanno comprato un milione di libri in meno. Una flessione che preoccupa il mondo dell’editoria, dalle piccole realtà ai grandi gruppi, equivalente a circa sedici milioni di euro di incassi in meno. I dati sono stati distribuiti dall’AIE, l’Associazione Italiana Editori, il cui presidente, Innocenzo Cipolletta, ha sottolineato come si tratti di una tendenza di lungo periodo, sulla quale influiscono i più diversi fattori – dal calo demografico all’impatto delle nuove tecnologie.

Già nel 2024, l’editoria italiana di varia aveva subito nell’intero anno un calo dello 0,9%, che si è aggiunto a quello dei libri scolastici (-0,5%) e universitari (-15,1%). Per quanto riguarda i primi 4 mesi del 2025, a determinare la flessione di acquisti sarebbe determinante, secondo AIE, il venir meno di misure di sostegno quali le Carte riservate ai neo-diciottenni – solamente gli acquisti effettuati con queste sono stati pari a 18,3 milioni di euro, contro i 45,9 milioni del 2024. A ciò si aggiunge poi, spiega AIE, la generale diminuzione dei prezzi dei libri, «in flessione dello 0,3% rispetto all’anno precedente, contro un’inflazione generale del 2%». A venir meno sono soprattutto gli acquisti nelle librerie indipendenti, che diminuiscono del 7,5% (322 mila copie circa).

Eppure, i dati diffusi immediatamente dopo la pandemia avevano fatto ben sperare. Nel 2022 le stime dell’AIE stessa rivelavano come gli italiani leggessero in media molto di più rispetto al 2019, con le vendite online in parte sostituite dagli acquisti nelle librerie fisiche. «Il calo demografico, l’impatto delle nuove tecnologie sui modi e i tempi della lettura, modalità di studio differenti che nelle università tendono a marginalizzare l’approfondimento sui libri sono fenomeni che dispiegano i loro effetti a largo raggio sull’industria editoriale e che hanno riflessi sulla vita culturale del Paese» ha spiegato Cipolletta, sottolineando come sia «necessaria una riflessione e azioni collettive, degli attori pubblici e privati assieme, che rimettano il libro al centro».

Ungheria, approvato disegno di legge per uscire dalla CPI

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Dopo il via libera del Parlamento ungherese all’uscita del Paese dalla Corte Penale Internazionale, i legislatori del Paese hanno approvato il disegno di legge per dare il via al processo di ritiro. Quest’ultimo, si apprende da fonti mediatiche, dovrebbe durare circa un anno. La decisione dell’Ungheria di uscire dalla CPI era stata annunciata lo scorso 3 aprile, durante una visita al Paese da parte del premier israeliano Netanyahu, sotto mandato di arresto dalla CPI. Netanyahu era stato invitato nel Paese dallo stesso Orbán, e le autorità si sono rifiutate di arrestarlo nonostante fossero ancora formalmente tenute a farlo.

Cosa sappiamo della telefonata tra Trump e Putin

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Ieri, lunedì 19 maggio, si è tenuta la terza conversazione telefonica tra Trump e Putin. La telefonata era attesa da tempo e carica di aspettative, essendo la prima dalla ripresa dei dialoghi tra Russia e Ucraina. Dopo circa tre ore dall’inizio della chiamata, Trump ha rilasciato un comunicato dai toni positivi, in cui annuncia che «i negoziati tra Russia e Ucraina inizieranno immediatamente». Diversa la postura assunta dalla controparte, che, pur mostrando maggiore apertura del solito ammettendo di essere pronta a fare dei compromessi, ha mantenuto i toni più distaccati e ribadito i propri consolidati punti fermi: la Russia è pronta a dichiarare il cessate il fuoco solo una volta che si sarà trovato un accordo per la tregua. Leggermente più speranzoso il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov, che ha definito il colloquio «promettente» e confermato la piena ripresa dei dialoghi diretti con l’Ucraina.

La telefonata tra Trump e Putin si è svolta ieri pomeriggio ed è durata circa due ore e mezza a partire dalle 16.30. Al termine della chiamata, Putin è comparso davanti ai giornalisti, ringraziando Trump per gli sforzi statunitensi nel terminare il conflitto in corso in Ucraina, e ha affermato che la Russia è pronta a siglare un memorandum di pace con Kiev che includa un cessate il fuoco, ma che il raggiungimento di una intesa precede l’implementazione di una tregua. Ha infine puntualizzato che entrambe le parti dovranno fare delle concessioni per trovare un compromesso, ammettendo quindi di essere disposto a farne. Putin ha poi lasciato la parola alla conferenza stampa di Peskov che sarebbe seguita di lì a poco.

Davanti ai giornalisti, Peskov ha ribadito le parole del proprio presidente, affermando inoltre che Russia e Ucraina hanno ormai ripreso i dialoghi diretti. L’ipotesi russa è quella di firmare un memorandum di pace in cui entrambe le parti facciano passi l’una verso l’altra per giungere definitivamente a un accordo. Da quanto riporta Peskov, «sia la Russia che l’Ucraina elaboreranno i loro progetti», scambiandosi le proposte; le parti, poi, «avvieranno i contatti per elaborare un testo unico». In sede di conferenza stampa Peskov ha affermato che non esistono scadenze né tempi per il raggiungimento dell’accordo: «È chiaro che tutti vogliono farlo il più velocemente possibile, ma il diavolo è nei dettagli, ovviamente». In generale, la stampa russa pare avere accolto il colloquio a distanza con lo stesso moderato entusiasmo di Peskov: l’agenzia di stampa russa TASS conferma la buona riuscita della telefonata e afferma che tutte le parti, Ucraina compresa, sono impegnate a trovare un accordo.

Verso le 19:30 sono arrivate le dichiarazioni di Trump, di tutt’altro tenore rispetto a quelle russe. Trump ha affermato che «il tono e lo spirito della conversazione sono stati eccellenti» e affermato che il terreno per iniziare autentici colloqui di pace è ormai fertile. Trump ha ribadito che gli USA non si ritireranno dal loro ruolo di mediatori, ma che hanno una «linea rossa» che, se dovesse venire superata, li spingerebbe a passare la palla all’Europa o alla stessa Ucraina. Il presidente ha parlato anche della situazione che si potrebbe creare dopo il raggiungimento di una tregua: «La Russia vuole avviare un commercio su larga scala con gli Stati Uniti una volta terminato questo catastrofico “bagno di sangue”, e sono d’accordo. La Russia ha un’enorme opportunità di creare ingenti quantità di posti di lavoro e ricchezza. Il suo potenziale è illimitato. Allo stesso modo, l’Ucraina può trarre grandi benefici dal commercio, nel processo di ricostruzione del suo Paese». In sede di conferenza stampa, il presidente statunitense ha poi affermato che non intende dispiegare truppe in Ucraina.

Nell’entusiasmo, Trump ha affermato che i negoziati tra Ucraina e Russia inizieranno immediatamente e che ha già avvisato Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron, Giorgia Meloni, Friedrich Merz e il Presidente finlandese Alexander Stubb, oltre che Zelensky. Il Papa, invece, si è offerto di ospitare i negoziati. Lo stesso Zelensky ha confermato di avere parlato con Trump due volte, una prima della telefonata e una immediatamente dopo. Nella sua dichiarazione, il presidente ucraino ha mantenuto i toni moderati e affermato di essere pronto a dialogare direttamente con la Russia in qualsiasi sede e ad ascoltare «ogni proposta sul tavolo». Ha comunque lanciato un appello per inasprire le sanzioni «se la Russia non ferma le uccisioni».

Venezuela: sospesi temporaneamente i voli dalla Colombia

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Il Ministro degli Interni venezuelano, Diosdado Cabello, ha dichiarato di aver ordinato la sospensione dei voli dalla Colombia. L’annuncio arriva in seguito all’arresto di 38 persone da parte del Venezuela, accusate di volere sabotare le elezioni parlamentari previste per il prossimo 25 maggio. Le persone arrestate, ha spiegato Cabello, erano dotate di «artefatti esplosivi» e il gruppo era formato da «attentatori, trafficanti di migranti e mercenari»; 17 dei 38 arrivavano proprio dalla Colombia. Da quanto ha spiegato Cabello, la misura avrà effetto immediato e durerà fino alla conclusione delle elezioni. Scadrà alle 18 locali del 26 maggio.

In 20 anni il mercurio presente nell’atmosfera è diminuito del 70%

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Le emissioni di mercurio nell’atmosfera sono diminuite del 70% in vent’anni. Un risultato importante, frutto soprattutto della riduzione delle attività industriali più inquinanti. A confermarlo è uno studio pubblicato sulla rivista scientifica ACS ES&T Air, condotto da un team internazionale guidato dall’Università di Tianjin, in Cina. Per misurare l’andamento delle emissioni di mercurio nel tempo, i ricercatori hanno utilizzato un metodo innovativo: l’analisi delle foglie di una pianta perenne, l’Androsace tapete, che cresce a grandi altitudini sul Monte Everest. Proprio come gli anelli d...

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Migranti: Lituania denuncia la Bielorussia alla Corte Internazionale

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La Lituania ha portato la Bielorussia davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, accusandola di avere orchestrato operazioni di traffico di migranti attraverso il confine condiviso, violando il diritto internazionale. A dare l’annuncio è il ministro degli Esteri lituano che ha parlato di presunte violazioni del Protocollo delle Nazioni Unite contro il traffico di migranti via terra, mare e aria da parte della Bielorussia. La Bielorussia, di preciso, avrebbe favorito l’entrata di migranti irregolari verso il Paese vicino costringendoli ad attraversare il confine scortati dai propri militari. La Lituania ha chiesto un risarcimento completo per i presunti danni subiti, tra cui rientrano le spese relative al rafforzamento delle frontiere.

Mancato rispetto dei referendum per l’acqua pubblica: presentato ricorso alla CEDU

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Un gruppo di giuristi ha presentato ricorso contro la mancata presa di provvedimenti da parte del governo italiano dopo il referendum del 2011 sull’acqua pubblica. Il ricorso, già annunciato l’anno scorso, è stato presentato lo scorso venerdì davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. «Tra circa sei mesi sapremo se il ricorso sarà stato valutato ammissibile», riferisce uno dei ricorrenti, aggiungendo che probabilmente si dovrà attendere anni prima della sentenza. «Nel ricorso che abbiamo spedito venerdì a Strasburgo», lungo circa duemila pagine, «sosteniamo che la mancata attuazione dei referendum da parte dello Stato ha determinato un aumento delle tariffe e che questo ha peggiorato la qualità della vita personale e familiare dei cittadini italiani». «Lamentiamo inoltre la violazione dell’articolo 14 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, che sancisce la tutela dalla discriminazione dei diritti previsti dalla stessa Convenzione».

I giuristi denunciano infatti come l’Italia abbia violato l’esito del referendum del 2011, quando 26 milioni di cittadini stabilirono che l’acqua dovesse essere considerato un bene di natura esclusivamente pubblica e dal quale non fosse possibile trarre profitto. Nonostante il “sì” abbia ottenuto il 95% delle preferenze, l’esito della votazione è stato oggi a tutti gli effetti tradito. Secondo le analisi del Forum italiano dei movimenti per l’acqua effettuate sul piano di investimenti nazionale sull’acqua e la struttura delle bollette pagate dai cittadini, esistono ingenti addebiti a carico della collettività ed enormi margini di guadagno a beneficio dei gestori. In particolare, a fronte di 13,8 miliardi di euro di investimenti netti programmati nel periodo 2020-2049, l’utile netto per i gestori è risultato pari a 4,6 miliardi di euro.