Con il lancio dell’operazione Carri di Gedeone da parte di Israele, l’Unione Europea sta iniziando a capire che – forse – lo Stato ebraico va fermato. I ministri degli Esteri dell’Unione hanno infatti approvato la richiesta di avviare una revisione del trattato di associazione UE-Israele, avanzata dai Paesi Bassi dopo un anno di ripetuti appelli da parte di Spagna e Irlanda. In sede di votazione, comunicano fonti diplomatiche, nove Paesi si sarebbero opposti tra cui, come ormai consolidato in sede diplomatica, anche l’Italia. L’accordo regola le relazioni multilaterali tra Israele e Stati membri e, sin dal preambolo e dai suoi primi articoli, si fonda sul rispetto dei diritti umani e sulla condivisione dei valori democratici. Aprendo a una possibile revisione, l’UE compie così, con drammatico ritardo, i primi passi formali per distanziarsi dallo Stato ebraico, sottolinea Amnesty. «L’entità della sofferenza umana a Gaza negli ultimi 19 mesi è stata inimmaginabile. Israele sta commettendo un genocidio a Gaza con agghiacciante impunità».
La decisione di avviare una revisione dell’accordo di associazione UE-Israele è stata annunciata ieri, martedì 20 maggio, dall’Alta Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri, Kaja Kallas, in una conferenza stampa. Davanti ai giornalisti, Kallas ha fatto il punto dell’incontro tenutosi a porte chiuse a Bruxelles, citando rapidamente la votazione sugli accordi. La richiesta era stata avanzata dai Paesi Bassi, che si erano accodati agli appelli che Spagna e Irlanda lanciano da oltre un anno. A questi tre Paesi se ne sono aggiunti altri sette: Belgio, Finlandia, Francia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Svezia, che hanno pubblicamente appoggiato la richiesta. Da quanto si apprende da fonti diplomatiche citate da Euronews, Danimarca, Estonia, Malta, Polonia, Romania e Slovacchia hanno appoggiato la revisione, mentre la Lettonia si sarebbe mostrata neutrale e nove Paesi si sarebbero dichiarati contrari. Tra questi ultimi figura anche l’Italia, che sin dall’escalation del 7 ottobre risulta il baluardo degli interessi di Israele in Europa. Nelle varie votazioni in sede di istituzioni internazionali, infatti, il nostro Paese si è quasi sempre astenuto.
Per ora, non risulta ancora chiaro quando la revisione verrà concretamente effettuata. Malgrado un giornalista abbia infatti posto tale domanda a Kallas, la rappresentante si è limitata a rispondere che «stiamo avviando questo esercizio». Nel frattempo, ha detto Kallas, «spero davvero che gli aiuti umanitari vengano sbloccati e che la situazione migliori». Riguardo ad altre possibili contromisure, Kallas ha affermato che i ministri hanno parlato anche di possibili sanzioni contro i coloni in Cisgiordania, senza tuttavia riuscire ad approvarle a causa del veto proveniente da un Paese. Le stesse fonti diplomatiche citate da Euronews indicano che a opporsi sarebbe stata l’Ungheria.
L’accordo di associazione UE-Israele costituisce la base delle varie relazioni tra lo Stato ebraico e i Paesi membri dell’Unione Europea. Spagna e Irlanda chiedono da tempo che il trattato venga rivisto per esercitare pressioni su Tel Aviv, sostenendo che le azioni di Israele a Gaza vadano contro i principi fondativi e alcuni articoli della Carta. A essere messo in discussione, oltre alle considerazioni iniziali, è l’articolo 2 dell’accordo; esso sancisce che: «Le relazioni tra le Parti, nonché tutte le disposizioni dell’Accordo stesso, si basano sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, che guidano la loro politica interna e internazionale e costituiscono un elemento essenziale del presente Accordo».
Il Senato ha approvato in via definitiva il decreto legge che modifica il protocollo Italia-Albania per rendere le strutture presenti in Albania utilizzabili per ospitare migranti. Il DL di preciso trasforma la struttura di Gjader, originariamente pensata per l’accoglienza e il trattenimento dei richiedenti asilo, in Centro per il Rimpatrio, destinata a ospitare persone già munite di ordine di espulsione. La modifica arriva dopo che vari tentativi del governo di trasferire migranti in Albania sono stati bloccati dai giudici.
Rosignano Solvay non è soltanto una frazione del Comune di Rosignano Marittimo, un Comune in provincia di Livorno. È un paese nato interamente attorno al suo stabilimento chimico, al punto da portarne il marchio fin nel toponimo. Oggi conta circa 20 mila abitanti, ma la sua storia comincia nel 1912, quando prende forma il polo industriale fondato dai fratelli belgi Ernest e Alfred Solvay. La costruzione dello stabilimento segna l’inizio dello sviluppo urbano: le prime edificazioni sono le ville dirigenziali, affacciate sull’ingresso della fabbrica, seguite dal quartiere operaio, situato sul la...
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Il rischio zero all’interno di un parco industriale, com’è noto, non esiste. Esistono però buone pratiche, protocolli e normative pensati per prevenire gli incidenti o, almeno, per contenerne gli effetti in caso si verifichino. Questo vale per la sicurezza interna agli impianti, ma c’è un altro aspetto da considerare: la sicurezza dei cittadini. Un tema particolarmente rilevante a Rosignano Solvay, dove il tessuto urbano si è sviluppato quasi interamente attorno alla fabbrica, come conseguenza diretta della sua storia urbanistica. Se la sicurezza dei lavoratori ricade sotto la responsabilità della dirigenza del parco industriale, quella dei cittadini è un compito condiviso: coinvolge sì la stessa dirigenza, ma soprattutto l’amministrazione comunale e la prefettura, cioè gli organi pubblici chiamati a garantire la tutela della popolazione.
Il 28 agosto 2024, alle 13:15 circa, un’esplosione ha interessato una tubatura sotterranea di azoto liquido, secondo alcuni lavoratori — intervistati da L’Indipendente — a causa della mancata chiusura di una valvola che ha portato alla rottura del collettore di distribuzione dell’azoto. Fortunatamente, non ci sono stati feriti. L’esplosione ha provocato una voragine nel manto stradale e causato danni a un furgone e a un’auto parcheggiati nelle immediate vicinanze. «Questo incidente è solo l’ultimo di una serie di eventi pericolosi che mettono in luce la precaria sicurezza degli impianti», aveva denunciato in una nota il gruppo Resistenza Popolare su Facebook. L’incidente è avvenuto durante il periodo della cosiddetta “fermata”, ovvero la fase dell’anno in cui gli impianti vengono arrestati per consentire gli interventi di manutenzione. In questa fase, il carico di lavoro per gli operai aumenta sensibilmente, mentre le imprese appaltatrici principali forniscono personale aggiuntivo alle ditte che operano all’interno del parco industriale.
“Fermata” e fughe di cloro-metano
Mappa parziale di Rosignano Solvay: 1. Scuole Elementari e Medie Ernesto Solvay 2. Stadio Ernesto Solvay 3. Circolo Ricreativo Solvay 4. Cinema Teatro Solvay 5. Distretto Sanitario Azienda USL Toscana nord ovest 6. Ingresso principale stabilimento Solvay Linea verde – perimetro parziale dello stabilimento industriale
Come ci è stato raccontato da fonti interne alla fabbrica — che hanno chiesto di restare anonime — chi lavora per le due multinazionali o per le ditte interne, spesso organizzate in forma di cooperativa, deve essere obbligatoriamente formato per accedere agli impianti industriali, seguendo protocolli di sicurezza specifici. Anche durante il periodo della cosiddetta ‘’fermata’’, quando vengono assunti lavoratori a tempo determinato per far fronte all’aumento del carico di lavoro, è previsto per legge l’obbligo di corsi di formazione sulla sicurezza. Tuttavia questa preparazione risulterebbe spesso insufficiente. «Voglio tornare a casa da mia figlia» è quanto ebbe a dire una delle nostre fonti a un giovane dipendente assunto temporaneamente durante la fermata, sorpreso con il cellulare in tasca su un impianto classificato a rischio. In contesti simili, infatti, le componenti elettroniche possono provocare l’innesco di un’esplosione in caso di fuga di gas. Per questo motivo, l’uso dei telefoni cellulari è vietato in alcune aree ad alto rischio. A tutto ciò si aggiungono precise norme di sicurezza anche per quanto riguarda l’abbigliamento da utilizzare all’interno dello stabilimento.
La mattina del 31 ottobre 2024 si è verificata una fuga di cloro-metano dagli impianti Ineos. Il cloro-metano, a temperatura ambiente, si presenta in forma gassosa; sotto pressione diventa un gas liquefatto. È quasi incolore, ha un odore leggermente etereo e pungente, ed è altamente infiammabile, capace di formare miscele esplosive in presenza di aria, oltre a risultare irritante e corrosivo per le vie respiratorie. In passato veniva impiegato come gas refrigerante, ma a causa della sua tossicità il suo utilizzo è stato progressivamente abbandonato ed è oggi escluso dai prodotti di largo consumo.
Secondo quanto riferito da nostre fonti interne allo stabilimento, la fuoriuscita sarebbe stata causata dalla rottura di una guarnizione tra due accoppiamenti flangiati. Dopo l’incidente, sono scattati i protocolli di emergenza, ma solo nella parte del parco industriale gestita da Ineos. Mentre gli operai di quest’ultima abbandonavano gli impianti per raggiungere i punti di raccolta, le entrate e le uscite venivano bloccate e veniva effettuato l’appello dei lavoratori, nella parte di stabilimento dove opera Solvay, invece, le attività proseguivano regolarmente.
Le fonti ci hanno riferito che alcuni operai Solvay, insieme a quelli delle ditte interne, sono stati fermati dai lavoratori Ineos e fatti entrare nei punti di raccolta mentre attraversavano i settori in cui erano in corso le procedure di evacuazione. Un gesto che evidenzia come, tra gli operai Ineos, vi fosse una chiara percezione del rischio, tale da spingere ad allertare anche i colleghi delle aree adiacenti. Un atteggiamento di prudenza che contrasta con la scelta di Solvay di mantenere le attività regolarmente in corso.
Abbiamo chiesto a Solvay come mai, in presenza di una fuga di gas — che per sua natura si propaga con l’azione del vento — non fosse stato attivato alcun protocollo di emergenza. La risposta — pervenutaci via mail da parte della Responsabile Media e Reputazione della multinazionale, Laetitia Van Minnenbruggen — è stata la seguente: «L’azienda ha attuato misure di sicurezza preventive per i suoi dipendenti». Alla richiesta di chiarire cosa si intendesse con «misure preventive» — definizione che solitamente si riferisce a ciò che precede un evento, non che lo segue — ci è stato risposto: «La sicurezza dei nostri dipendenti è la nostra massima priorità. Per garantire la loro sicurezza, Solvay li ha informati e ricordato le misure di sicurezza, ha monitorato costantemente la qualità dell’aria e ha seguito le procedure interne. Poiché l’incidente si è verificato lontano dall’area di Solvay, i sensori non hanno rilevato anomalie e non è stato necessario alcun ulteriore intervento». Alla domanda su come sia stata gestita l’emergenza nei confronti della cittadinanza, invece, non è arrivata alcuna risposta. Del resto, se per Solvay era tutto sotto controllo all’interno dello stabilimento, è difficile immaginare che ci sia stata attenzione a ciò che accadeva fuori.
Domande senza risposta
Rosignano Solvay, l’esplosione di una tubatura ad agosto 2024
La mattina del 31 ottobre, alcuni cittadini che vivono o lavorano nelle immediate vicinanze della fabbrica — in un’area in cui si trovano anche il distretto sanitario, lo stadio, il teatro, il circolo ricreativo e, soprattutto, le scuole elementari e medie — hanno sentito una voce provenire dagli altoparlanti dello stabilimento e avvertito un forte odore nell’aria. La cittadinanza, però, è rimasta all’oscuro di quanto stava accadendo. L’unica comunicazione ufficiale è arrivata solo diverse ore dopo, tramite un post pubblicato sulla pagina Facebook dell’amministrazione comunale. Non esattamente una prassi e un metodo di comunicazione ideale e tempestivo in un episodio del genere.
L’azienda ha avvertito il Comune dell’accaduto «non rapidissimamente», ha confermato a L’Indipendente il sindaco Claudio Marabotti. Il messaggio rilasciato sui social media dall’amministrazione riportava: «Siamo stati informati che questa mattina è avvenuta la fuoriuscita di gas (composto intermedio della lavorazione dei clorometani) da una tubazione situata in un impianto Ineos. Sono state attivate le procedure di sicurezza, sono stati evacuati i lavoratori ed è stato isolato il tratto di tubazione interessato dalla perdita. I dirigenti Ineos informano che non ci sono stati danni al personale e che non esiste rischio per i cittadini. Per precauzione sono stati interrotti gli ingressi dall’esterno all’interno del parco industriale».
Ma se non vi era alcun rischio per la popolazione, tanto da non attivare nemmeno la sirena di allarme, perché avvisare il sindaco ad alcune ore di distanza? E ancora: trattandosi di una fuga di gas, che per natura si diffonde con il vento, chi decide se esiste o meno un rischio per la cittadinanza? L’azienda non dovrebbe limitarsi a riportare con la massima tempestività l’accaduto e lasciar decidere alle autorità cittadine e sanitarie se vi sono o non vi sono rischi per la cittadinanza? Anche su questi punti da Solvay non è arrivata alcuna risposta alle nostre domande.
Il piano di emergenza fermo al 2015
A rendere la vicenda ancora più preoccupante è un dettaglio non secondario: il piano di emergenza cittadino è fermo al 2015, mentre i programmi di esercitazione per la popolazione risultano sospesi da ancora prima. A spiegarlo sono stati il sindaco Claudio Marabotti e l’assessore Giacomo Cantini. La redazione di questo piano dovrebbe avvenire congiuntamente tra le istituzioni pubbliche — in particolare l’amministrazione comunale e la prefettura — e la dirigenza dello stabilimento. Il sindaco, per legge, è considerato il massimo responsabile della salute e della sicurezza della cittadinanza, prerogativa condivisa con la prefettura.
La nuova giunta comunale guidata da Marabotti, in carica dal 2024 dopo decenni di amministrazioni a guida Partito Democratico, è frutto dell’alleanza tra le liste civiche Rosignano nel Cuore e Io Voto Io Vinco con il Movimento 5 Stelle. Secondo quanto riferito da Cantini, una delle prime azioni della nuova amministrazione è stata proprio quella di chiedere alla prefettura l’attivazione di un tavolo di lavoro per l’aggiornamento del piano di emergenza. L’assessore ha inoltre evidenziato come sia necessario che la cittadinanza venga adeguatamente istruita su come comportarsi in caso di incidente, in base alla tipologia del rischio. Ma da almeno un decennio nulla di tutto questo viene fatto. Una situazione particolarmente allarmante per una città che è cresciuta e vive a ridosso di uno dei più grandi poli chimici del Paese.
Una manifestazione di comitati e cittadini contro il silenzio delle istituzioni e le ricadute dello stabilimento produttivo Solvay a Spinetta Marengo
Entriamo in contatto con sostanze inquinanti ogni giorno, spesso senza nemmeno farci caso. Ma una cosa è sapere che l’inquinamento esiste, un’altra è scoprire di averlo dentro. Nel sangue. È quanto accaduto agli abitanti di Spinetta Marengo, frazione di Alessandria, in Piemonte, nota un tempo per la storica battaglia tra le truppe di Napoleone Bonaparte e l’esercito austriaco, e oggi per una crisi ambientale che ha travolto la comunità. Negli ultimi anni, il nome di Spinetta Marengo è infatti legato alla contaminazione da PFAS, sostanze chimiche definite “eterne” perché si accumulano nell’ambiente e nell’organismo umano senza degradarsi. Le conseguenze dell’esposizione sono gravi: i PFAS sono associati a tumori, disturbi ormonali e patologie cardiovascolari, rappresentando una minaccia a lungo termine per la salute di chi vive in quest’area.
Ma come si è arrivati a questo punto? Secondo le analisi condotte negli ultimi anni, la fonte della contaminazione è un impianto chimico attivo da decenni, che ha lasciato un’impronta tossica nelle acque e nei terreni della zona. A gestirlo è stata per anni la multinazionale belga Solvay. Oggi l’impianto è passato all’azienda Syensqo, ma si tratta di un cambiamento solo apparente: Syensqo è un’azienda da una dismissione della divisione “Specility” di Solvay, creata a fine 2023 all’interno di un’operazione di riorganizzazione societaria. Seppur si tratti di una azienda autonoma, a guidarla è Ilham Kadri, già amministratrice delegata di Solvay, a conferma di una continuità tra le due realtà.
Un’eredità tossica
Tra il 2019 e il 2023 Ilham Kadri è stata amministratore delegato di Solvay. Dopo la scissione della società nel dicembre 2023, ha continuato a ricoprire la carica di CEO di Syensqo
Lo stabilimento chimico di Spinetta Marengo ha una storia che inizia nei primi del Novecento. Fondato nel 1905 da un gruppo di imprenditori locali, l’impianto avviò la produzione di composti chimici di base, tra cui pigmenti, acidi e, in particolare, solfato. Negli anni ’30, in piena crisi economica, l’impianto viene acquisito dalla Montecatini, allora gigante dell’industria chimica italiana, che ne amplia le attività. Nel dopoguerra inizia una nuova fase di espansione, culminata nella fusione tra Montecatini ed Edison nel 1966, che porta la fabbrica sotto il controllo di Montedison, uno dei colossi industriali europei.
Negli anni ’70, l’impianto si orienta sulla produzione di polimeri fluorurati, plastiche particolarmente resistenti ma difficili da smaltire. Questa direzione produttiva resta centrale fino agli anni ’90, quando lo stabilimento passa prima ad Ausimont, controllata di Montedison, e poi nel 2002 alla multinazionale belga Solvay. È in questo periodo che la produzione di polimeri speciali e fluorurati — tra cui i PFAS, composti poli e perfluorurati noti per la loro persistenza nell’ambiente e nel corpo umano — diventa uno dei fulcri dell’attività. Anche dopo il 2023, quando l’impianto viene formalmente trasferito a Syensqo la produzione di sostanze chimiche avanzate prosegue, mantenendo elevato il rischio di contaminazione ambientale.
Se si guarda la cronologia dal punto di vista produttivo, a Spinetta Marengo è passato di tutto. L’impianto ha iniziato con la chimica degli acidi forti, come l’acido solforico e fluoridrico, per poi spostarsi sulla produzione di cromati e bicromati, sostanze che possono provocare irritazioni, corrosioni delle mucose e, nei casi più gravi, ulcerazioni e perforazione del setto nasale. Col tempo, la produzione si è concentrata sui fluoroderivati, segnando la fase in cui i PFAS diventano centrali per lo stabilimento. Utilizzati in una vasta gamma di applicazioni industriali e di consumo, questi composti hanno lasciato cicatrici profonde sull’ambiente e sulla salute.
Quello che per decenni è stato considerato un esempio di successo industriale si è rivelato, col passare del tempo, un’eredità tossica: una realtà che continua a generare inquinamento e a minacciare la salute delle persone e degli ecosistemi in un’intera area del territorio.
I PFAS a Spinetta Marengo
Per anni, l’inquinamento a Spinetta Marengo è stato un sospetto più che una certezza. Se negli anni ’80 si parlava già dell’impatto ambientale dello stabilimento chimico, a mancare erano però dati e prove. Almeno fino al 2007, quando, secondo uno studio coordinato dall’Università di Stoccolma e citato dall’organizzazione ambientalista Greenpeace, il polo chimico della Solvay viene indicato come la principale fonte di PFOA (una molecola appartenente al gruppo PFAS, classificata dall’OMS come cancerogena per l’uomo) nel bacino del Po.
Concentrazioni di PFAS in varie province del Piemonte [elaborazione grafica: L’indipendente]A far scattare l’allarme è un evento del tutto casuale. In quell’anno una nota catena di supermercati chiede di acquistare un terreno poco distante dalla fabbrica. Per ottenere i permessi, vengono condotte analisi sulla falda acquifera. I risultati forniti da ARPA Piemonte parlano chiaro: l’acqua è contaminata. Nel 2008, l’Istituto di Ricerca sulle Acque (IRSA-CNR) avvia uno studio sulla diffusione dei PFAS nei corpi idrici italiani. La ricerca, durata 24 mesi, conferma che lo stabilimento di Spinetta Marengo è una delle principali fonti di PFOA, sostanza che appartiene al gruppo PFAS.
Nel 2019, nuovi dati di ARPA Piemonte (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale), rivelano che la contaminazione non riguarda solo le acque superficiali. Le falde acquifere continuano a essere compromesse, dimostrando che la barriera idraulica installata dall’azienda per contenere l’inquinamento non si è dimostrata risolutiva. Criticità sottolineate da Angelo Robotto, Direttore generale di ARPA Piemonte che, intervenendo presso la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, tenutasi il 22 ottobre 2020, affermava: «La barriera è andata in crisi già due volte nel giro di cinque anni e a volte c’è stata una mancanza di informazioni circa il suo reale funzionamento». E non è tutto: a partire dal 2020 emerge un aspetto ancora più preoccupante. I PFAS non si fermano all’acqua, ma si disperdono nell’aria, trasportati dai venti ben oltre l’area dello stabilimento. L’inquinamento, insomma, non è circoscritto a Spinetta Marengo. Indagini condotte da Greenpeace Italia nel 2024 dimostrano che il C6O4, una molecola appartenente alla categoria generale dei PFAS e prodotta esclusivamente in questo stabilimento, è arrivata perfino nelle acque potabili di comuni lontani, da Torino alla Valle di Susa, fino alla provincia di Sondrio. Un’accusa a cui Syensqo ha risposto con un comunicato in cui, tra le altre cose, scrive: «C6O4 è l’unico fluorotensioattivo ancora prodotto a Spinetta Marengo e viene gradualmente eliminato. È registrato nell’ambito della legislazione europea (REACH) e non è bioaccumulabile né biopersistente».
Ma il problema non è solo ambientale. Le ultime analisi condotte nel giugno 2024 su un campione di 36 cittadini hanno rilevato che il 100% dei soggetti presentava concentrazioni di PFAS superiori ai 2 nanogrammi per millilitro, il limite oltre il quale possono manifestarsi effetti dannosi per la salute.
Perché sono dannosi
I PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) costituiscono una vasta famiglia di composti chimici artificiali, con oltre 4700 varianti conosciute. Queste sostanze si sono distinte nell’industria per la loro straordinaria resistenza al calore, all’acqua e ai grassi, grazie ai fortissimi legami chimici tra carbonio e fluoro. Una caratteristica che le rende ideali per applicazioni che richiedono materiali durevoli e impermeabili, come rivestimenti per padelle antiaderenti, tessuti, schiume antincendio, prodotti per la pulizia e cosmetici. La loro grande diffusione è legata proprio a questa resistenza, un vantaggio per le aziende da una parte, un danno inestimabile per l’ambiente e per il corpo umano dall’altra. Una volta introdotti, i PFAS restano infatti in circolo per anni, se non decenni, rappresentando un serio rischio per la salute degli esseri viventi. Essendo così persistenti, tendono ad accumularsi nel corpo umano, penetrando attraverso diverse vie: l’acqua potabile contaminata è una delle principali fonti di esposizione, ma anche l’aria e la catena alimentare possono diventare veicoli di contaminazione.
Concentrazioni di PFAS in località del vercellese a confronto con Spinetta Marengo. Il limite di legge suggerito è 0.5 µg/L. Dati simulati a scopo illustrativo basati su criteri di valutazione generici dell’ARPA Piemonte [elaborazione grafica: L’indipendente]Nel tempo, l’esposizione cronica a queste sostanze può causare danni significativi alla salute. Studi scientifici hanno collegato l’accumulo di PFAS nel corpo umano a problemi come malattie del fegato, disturbi del sistema immunitario, alterazioni del colesterolo e, in alcuni casi, danni al sistema riproduttivo. Inoltre, prove sempre più numerose suggeriscono che i PFAS contribuiscano allo sviluppo e alla progressione di specifici tipi di tumore, come il cancro ai reni e ai testicoli, in particolare in relazione all’esposizione al PFOA. La loro permanenza nell’organismo è una delle principali preoccupazioni: non essendo facilmente eliminabili, gli effetti negativi tendono ad accumularsi nel tempo, aumentando il rischio per la salute.
La battaglia legale
Una manifestazione di comitati e cittadini contro il silenzio delle istituzioni e le ricadute dello stabilimento produttivo Solvay a Spinetta Marengo
La vicenda giudiziaria legata alla contaminazione da PFAS a Spinetta Marengo ha un percorso che si snoda attraverso indagini e sentenze. Una delle prime e più significative tappe del processo si registra nel 2008, quando il Nucleo Operativo Ecologico (NOE) dei Carabinieri avvia un’indagine approfondita sullo stabilimento chimico di Spinetta Marengo, sotto la direzione della Procura di Alessandria. Gli investigatori iniziano a raccogliere evidenze sulla contaminazione ambientale causata dalle attività industriali del sito, in un lavoro meticoloso protrattosi per oltre un decennio. I risultati arrivano nel 2019, con la pronuncia di una condanna nei confronti dei vertici aziendali per il reato di disastro colposo innominato. Nello stesso anno, le indagini dell’ARPA Piemonte rivelano la costante presenza di inquinanti collegabili alle produzioni Solvay nelle acque di falda. I monitoraggi evidenziano l’inefficacia della barriera idraulica installata dall’azienda, teoricamente progettata per filtrare le acque contaminate e convogliarle a un apposito impianto di trattamento.
Il giugno 2020segna una svolta nella vicenda con l’ingresso in campo del WWF Italia. L’associazione ambientalista, per voce dell’avvocato Vittorio Spallasso, presenta un esposto formale alle autorità giudiziarie: un’azione legale che catalizza l’attenzione dell’opinione pubblica su una problematica fino ad allora relegata principalmente agli ambiti tecnici e specialistici. Il riconoscimento del WWF come “persona offesa” nel procedimento rafforza ulteriormente il peso dell’iniziativa, conferendo all’organizzazione un ruolo formale che le consente di vigilare sull’accertamento delle responsabilità.
L’inchiesta accelera significativamente nel febbraio 2021, quando il NOE conduce una vasta operazione di perquisizione presso lo stabilimento. L’obiettivo è verificare direttamente le modalità di sversamento delle sostanze inquinanti, raccogliendo prove concrete sull’entità dell’inquinamento e sulle responsabilità dei soggetti coinvolti. Azioni che, nell’agosto 2023, portano le autorità giudiziarie a disporre il sequestro preventivo di due discariche di gessi appartenenti al gruppo Solvay. Secondo gli inquirenti, queste strutture — che avrebbero dovuto essere dismesse — erano state illegalmente rimesse in funzione. La Procura ipotizza che i bacini, contenenti scarti di lavorazione e residui della depurazione delle acque, siano privi di adeguate coperture protettive, permettendo alle sostanze tossiche di disperdersi nell’ambiente circostante attraverso le correnti d’aria. Supposizioni che, nel giugno 2024, si trasformano in atti concreti: la Provincia di Alessandria emette due diffide ufficiali nei confronti di Solvay, imponendo all’azienda di rispettare rigorosamente i limiti per gli scarichi di PFAS e ordinando la sospensione delle attività produttive per 30 giorni.
Parallelamente all’iter giudiziario, anche le istituzioni hanno cominciato, seppur tardivamente, a muoversi. L’ARPA, per esempio, ha implementato un geoportale che mappa dettagliatamente la presenza di queste sostanze nel territorio. La Regione Piemonte, in collaborazione con l’ASL di Alessandria, ha avviato nel 2022 il “Biomonitoraggio Integrato”, un progetto nato dalla necessità di valutare concretamente l’esposizione umana ai contaminanti attraverso l’analisi di alimenti di origine animale e vegetale. Iniziative necessarie, ma del tutto insufficienti a risolvere il problema in assenza di una reale bonifica.
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* Rettifica del 12 giugno 2025: Nella versione originale dell’articolo era scritto che l’azienda Syensqo è una divisione di Solvay. Questo non è formalmente corretto, in quanto si tratta di un’azienda autonoma. Seppur la continuità manageriale evidenzi il collegamento tra le due aziende, definire Syensqo una azienda “controllata” da Solvay è formalmente errato.
* Replica di Syensqo in merito ai lavori di bonifica: in data 10 giugno Havas Pr, agenzia che si occupa delle relazioni con i media per conto di Syensqo, ci ha inviato alcune dichiarazioni che pubblichiamo al fine di garantire il diritto di replica:
«Dal 2012 l’impegno di Solvay prima e di Syensqo oggi, è stato continuo e consistente non solo dal punto di vista economico – oltre 47 milioni di Euro investiti e altri 26 già accantonati per interventi futuri – ma anche dal punto di vista tecnologico con l’applicazione delle migliori e più innovative tecnologie disponibili, sviluppate con partner qualificati come l’Università del Piemonte Orientale di Alessandria, oltre alla costante attività di collaborazione e monitoraggio in coordinamento con gli Enti.
Le attività di bonifica stanno procedendo verso il progressivo raggiungimento di tutti gli obiettivi e i monitoraggi, come già anticipato, confermano il significativo miglioramento dello stato qualitativo dei terreni e delle acque di falda. In particolare, tutti gli interventi approvati e pianificati per la rimozione dei solventi clorurati dai terreni e dalle acque di falda all’interno della proprietà sono stati completati.
Per maggiori dettagli, la invitiamo a consultare il pieghevole informativo “Syensqo: il nostro impegno per la bonifica”, relativo allo stato dell’arte della bonifica, distribuito a Marzo 2025 alla comunità di Alessandria».
Giornalista, scrittore, attivista, presidente del Movimento di Lotta per la Salute G. Maccacaro e direttore di Rete Ambientalista, Lino Balza è un volto storico della lotta contro la devastazione ambientale e sanitaria causata dalle attività della Solvay di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria. Le sue denunce contro l’azienda, iniziate dopo trent’anni di lavoro dipendente nell’azienda, gli sono costate ritorsioni quali cassa integrazione, trasferimenti, mobbing, demansionamento e licenziamento, oltre che una decina di cause, tutte vinte. Al momento,Balza si sta battendo strenuamente contro larichiesta di patteggiamento di Solvay per la causa relativa al disastro eco-sanitario dello stabilimento Spinetta Marengo, che permetterebbe all’azienda di chiudere il procedimento in anticipo senza dibattimento in cambio del pagamento di una somma in denaro (come già accaduto nel 2013, a Rosignano, per la questione degli scarichi abusivi in mare).
Quali sono gli scenari futuri dopo la richiesta di patteggiamento di Solvay nella causa per il disastro eco-sanitario di Spinetta Marengo?
È possibile che il patteggiamento segua lo stesso andamento di quello di Montecastello, Comune in provincia di Alessandria il cui acquedotto è stato chiuso nel 2024 per i PFAS e che si è accontentato di centomila euro per uscire dal processo, nel quale si era costituito parte civile. Solvay non ammetterà mai di star risarcendo qualcuno per le patologie da lei causate, nonostante da un monitoraggio effettuato dalla Regione Piemonte tramite il prelievo del sangue sia emerso che tutti i soggetti analizzati avessero PFAS nel sangue – compreso quello che produce solo Solvay, perché ne detiene il brevetto. Molte persone si sono ammalate di tumori a reni, testicoli, pancreas, tiroide, oltre ad aver sviluppato patologie legate al metabolismo. Questi soggetti, però, sono esclusi dal processo e quindi anche dal patteggiamento (o, meglio, dall’elemosina). All’inizio, l’imputazione nel processo era di disastro doloso, ma il tribunale l’ha poi derubricata a disastro ambientale colposo. Il procedimento è andato peraltro a colpire due pesci piccoli, due direttori anziché l’amministrazione dell’azienda. Per questo Solvay propone i patteggiamenti per evitare dibattimenti e udienze, perché le testimonianze potrebbero aggravare l’imputazione dell’azienda.
A Rosignano la nuova amministrazione comunale ha dato il via alle procedure per effettuare uno studio epidemiologico sulla cittadinanza, che sarà effettuato dal CNR di Pisa. Le istituzioni pubbliche di Alessandria o della Regione Piemonte che posizioni hanno in merito a tali azioni?
Ci sono state diverse indagini epidemiologiche nel corso di due decenni, di cui l’ultima nel 2019, dalle quali è emerso che la diffusione di alcuni tipi di tumori è qui altissima rispetto alla media regionale. Invece di condurre analisi su piccoli campioni di popolazione, come quelle effettuate dalla Regione, sarebbe essenziale un monitoraggio su vasta scala, ma non è mai stato fatto. Noi accusiamo da sempre la Regione di essere complice. Prima con Montedison, ora con Solvay. Hanno sempre impedito di realizzare monitoraggi di massa, perché il risultato sarebbe una pistola fumante contro l’industria e costituirebbe una forma di pressione pubblica nei confronti della Regione. Proprio questa pressione rischia di smorzarsi con il patteggiamento in corso: se la Regione Piemonte patteggia (al momento si parla di 600 milioni di euro), la questione si sgonfia e l’azienda ne esce pulita. Solvay ha bisogno di tempo, di alcuni anni ancora di produzione, poi deciderà lei se e quando chiudere. E lo farà senza dover pagare in cause civili e penali quello che uscirebbe fuori dal monitoraggio di massa.
Anche i Comuni potrebbero patteggiare per chiudere la questione, anche se il sindaco ha il potere di emanare ordinanze con le quali chiudere le produzioni che ritiene siano un pericolo per la salute pubblica, sulla base di indagini epidemiologiche. Nel corso del tempo ho accusato tutti i sindaci che si sono succeduti ad Alessandria di essere complici di Solvay.
Secondo i dati dell’ARPA, poi, oltre agli PFAS ci sono 20 tipi di veleni che vanno a finire nell’aria, nel suolo, nelle falde e nei corsi d’acqua: tra questi, cromo esavalente, arsenico, nitriti, cloroformio, selenio, fluorurati, solfati e idrocarburi. Questi non vengono rilevati dal micro campionamento del sangue effettuato, né vengono cercati, anche se l’ARPA riferisce che le centraline che rilevano questi veleni abbiano registrato valori abnormi, sia nell’aria che nell’acqua. Si tratta di un inquinamento generalizzato, tra l’altro già dichiarato nel processo precedente.
Il ministero dell’Ambiente si è costituito parte civile nel processo, ma questo governo si è rifiutato di emanare una legge nazionale che proibisse sostanze come gli PFAS. La lobby che sostiene le sostanze tossiche è molto potente, eppure alcuni Stati, come la Danimarca, hanno trovato il coraggio di andarle contro. In questo modo, sostanze come l’amianto e il DDT sono state eliminate. Anche in questo caso, un patteggiamento favorirebbe senz’altro Solvay, ma permetterebbe anche al governo di uscirne senza troppo sforzo.
In un simile contesto, le associazioni della società civile cosa chiedono?
Da un lato, abbiamo diffidato le istituzioni pubbliche dal partecipare ai tavoli di trattativa che favoriscono questo patteggiamento, perché in questo modo vengono estinti i reati penali e civili della contaminazione ambientale, non vengono riconosciute le vittime, le persone ammalate e quelle morte, né la reale entità dei risarcimenti. Dall’altro, abbiamo invitato la Procura a fermare il patteggiamento e lasciare che il processo vada avanti, senza tappare la bocca al dibattimento.
Allo stesso tempo, è necessario fermare la produzione e l’utilizzo di sostanze tossiche e cancerogene, azzerare le emissioni e procedere con una seria procedura di bonifica a carico dell’azienda. Non come adesso, che Solvay dichiara di portare avanti la bonifica mentre il sito di produzione continua ad andare avanti. Così è come cercare di svuotare una vasca d’acqua lasciando il rubinetto aperto. La bonifica deve essere fatta con gli impianti di produzione chiusi.
Giungere alla redazione di una diffida congiunta insieme a tutti i comitati e le organizzazioni sociali è stato un grande risultato condiviso, perché una coesione simile non è sempre possibile. Spesso le persone hanno paura di esporsi e perdere il posto di lavoro: ad Alessandria, per esempio, non c’è una mobilitazione come quella di Vicenza, le condizioni sono diverse soprattutto perché a Spinetta Marengo si produce ancora.
Secondo lei vi è stata, negli anni, una adeguata copertura mediatica della situazione di Spinetta Marengo?
Negli scorsi decenni a livello locale c’è stata una grande attenzione, poi personalmente ho iniziato a essere censurato, tanto da Montedison quanto da Solvay. Il motivo è stato chiaro quando sono uscite le intercettazioni telefoniche delle conversazioni tra i dirigenti dell’azienda e i giornalisti di organi di informazione locale, che si facevano dettare il contenuto degli articoli. Esistono prove certe di questo. A livello nazionale, invece, negli ultimi anni se ne è parlato moltissimo. Anche noi comitati e organizzazioni varie raggiungiamo tutti i giornali italiani con la nostra informazione e le nostre denunce.
I lavoratori dell’azienda sono coscienti dei pericoli nei quali possono incorrere per la loro salute?
Gran parte della questione ruota attorno alla fabbrica e la sua relazione con la realtà sociale ed economica della zona. Il ricatto salute-lavoro, quello è il nodo di tutto: le persone mettono in secondo piano il proprio diritto alla salute per il timore di perdere il lavoro. Nonostante la lotta di comitati e organizzazioni locali, non è semplice, quando avviene un ricatto del genere sui cittadini e la pressione sociale ed economica è così forte. Inoltre, con il passare del tempo, il problema viene normalizzato, non viene più percepito come tale. Ultimamente ci sono state un paio di fughe di gas, che ho denunciato, però parla oggi, parla domani, le fughe di gas alla fine le si da quasi per scontate.
Nel 2024 in Europa sono state rimosse 542 barriere fluviali tra dighe, chiuse e sbarramenti ormai inutilizzati: il dato più alto mai registrato. Si tratta di un incremento dell’11% rispetto al precedente record del 2023 e di un salto netto rispetto al 2020, quando gli interventi erano stati meno di un quinto. Le rimozioni hanno coinvolto 23 Paesi e hanno permesso di liberare oltre 2.900 chilometri di corsi d’acqua, ripristinando la continuità ecologica interrotta da anni. Un cambiamento che migliora la qualità dell’acqua, favorisce il ritorno della fauna autoctona e aiuta a diminuire i danni p...
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A due giorni dalla sconfitta alle elezioni presidenziali romene, George Simion, candidato di destra al ballottaggio, ha annunciato di avere chiesto alla Corte Costituzionale di annullare le elezioni. Le ragioni dietro la sua richiesta, si legge in un post pubblicato da Simion su X, «sono le stesse per cui sono state annullate le elezioni di dicembre: interferenze esterne di attori statali e non statali». Simion, di preciso, accusa Francia e Moldavia di avere interferito nelle elezioni. Parigi era già stata accusata da Pavel Durov, fondatore di Telegram, durante il giorno delle elezioni: Durov aveva detto di essere stato contattato dalla Francia per «silenziare le voci conservatrici romene».
La maggioranza, con Fratelli d’Italia in prima linea, ha preparato una radicale riscrittura della legge 157/92 sulla caccia, riducendo le tutele ambientali e favorendo il mondo venatorio. Secondo le anticipazioni di diversi media, il disegno di legge, promosso dal ministro Lollobrigida, aprirebbe alla caccia in spiagge, aree demaniali e perfino durante la notte e fuori stagione, con meno controlli contro il bracconaggio. Verrebbero riattivati i roccoli, liberalizzati i richiami vivi e rimosso il parere vincolante dell’Ispra. Diverse associazioni ambientaliste hanno denunciato la «palese incostituzionalità» della norma, sostenendo inoltre che essa si porrebbe in contrasto con diverse direttive europee; il governo, invece, punta ad approvare la riforma entro l’estate, per aggirare limiti e sentenze sfavorevoli.
La notizia del nuovo disegno di legge presentato dal ministro Lollobrigida è stata data da diversi media che ne hanno visionato in anteprima il contenuto, come La Repubblica e Il Fatto Quotidiano. Secondo i quotidiani, la proposta di legge conterebbe 18 articoli e rivoluzionerebbe il contenuto della legge 157/92 sulla caccia. Il completo rovesciamento delle regole in vigore sarebbe visibile sin dal primo articolo della legge: la caccia verrebbe infatti definita una pratica che «concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema» nonché «attività sportivo-motoria con importanti ricadute» sociali, culturali ed economiche. Alla caccia, insomma, verrebbe dato il ruolo della salvaguardia ambientale previsto dall’articolo 9 della Costituzione.
La proposta introduce diverse modifiche, interamente volte a liberalizzare la caccia. Essa estenderebbe il numero di specie cacciabili e di quelle utilizzabili come richiami vivi (che passerebbero da 7 a 47), eliminando inoltre ogni limite di possesso di volatili utilizzabili come esche nel caso provengano da un allevamento. Il governo intenderebbe inoltre permette di cacciare «nei territori e nelle foreste del demanio statale, regionale e degli enti pubblici in genere», e dunque anche in aree come le spiagge, che rientrano nel demanio statale; la caccia sarebbe consentita anche al tramonto, le gare anche di notte, i periodi di caccia verrebbero estesi, la caccia su territorio privato completamente deregolamentata, e la braccata sarebbe concessa anche su terreni innevati. La proposta eliminerebbe le tre opzioni di specializzazione consentendo a tutti di cacciare tutto, semplificherebbe l’ottenimento dei permessi per i cittadini stranieri, e permetterebbe anche alle guardie giurate di banche e supermercati di uccidere animali. Le regioni sarebbero costrette a ridurre le aree protette se ritenute «eccessive», fissando al 30% l’area massima di territorio regionale denominabile protetta. La legge, infine, prevedrebbe sanzioni fino a 900 euro per chi protesta contro le uccisioni di animali durante le attività di controllo.
Appresa la notizia del disegno di legge, le associazioni ENPA, LAC, LAV, Lipu e WWF Italia hanno lanciato un allarme, sottolineando inoltre come in mezzo a tutte le liberalizzazioni concesse dalla proposta, non una legge prevede una stretta su pratiche illecite come il bracconaggio. Il governo deve ancora approvare la proposta, ma da quanto ha detto Lollobrigida l’esecutivo intende varare la misura entro l’apertura della prossima stagione di caccia.
La Cina donerà altri 500 milioni di dollari all’Organizzazione Mondiale della Sanità in cinque anni. L’annuncio è stato dato dal vicepremier cinese del Consiglio di Stato, Liu Guozhong in occasione dell’Assemblea Mondiale della Sanità a Ginevra. Esso arriva in un momento di difficoltà per l’agenzia delle Nazioni Unite, che sta cercando finanziamenti aggiuntivi per compensare la perdita degli gli Stati Uniti, principale finanziatore dell’OMS. «Il mondo sta ora affrontando gli impatti dell’unilateralismo e della politica di potere che portano grandi sfide alla sicurezza sanitaria globale. Il multilateralismo è una via sicura per affrontare le difficoltà», ha affermato Liu Guozhong.
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