sabato 21 Marzo 2026
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Washington, uccisi due membri dell’ambasciata israeliana

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Nella notte tra ieri e oggi, giovedì 22 maggio, due dipendenti dello staff dell’ambasciata israeliana a Washington sono stati uccisi da un aggressore a colpi d’arma da fuoco. La notizia è stata data dalla segretaria alla Sicurezza interna degli Stati Uniti, Kristi Noem, che ha spiegato che l’attacco è avvenuto nei pressi del Capital Jewish Museum. La capa del Metropolitan Police Department Pamela Smith ha affermato che il colpevole sarebbe un uomo di 30 anni di Chicago (Illinois) già sotto custodia, che avrebbe confessato e riferito il luogo dove avrebbe gettato la pistola, in seguito rinvenuta dalla polizia. Durante l’arresto, sostiene Smith, il sospetto avrebbe urlato «Palestina Libera».

Il Burkina Faso ha inaugurato il Mausoleo dedicato a Thomas Sankara

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A Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, è stato inaugurato ufficialmente il mausoleo dedicato a Thomas Sankara, il leader rivoluzionario ucciso in un colpo di Stato appoggiato dagli Stati Uniti il 15 ottobre 1987. Insieme a lui, persero la vita dodici suoi collaboratori, che «caddero per l’ideale di dignità, libertà, integrità e sovranità», come sottolineato dal primo ministro Rimtalba Ouédraogo. Ideali che hanno segnato profondamente la storia del Paese e continuano a ispirare movimenti panafricani in tutto il continente. La cerimonia si è tenuta il 17 maggio, una data simbolica che coincid...

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Polonia: estesa la sospensione di richieste d’asilo dalla Bielorussia

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La Polonia ha prolungato la sospensione delle richieste d’asilo di persone migranti provenienti dalla Bielorussia. La legge era stata adottata lo scorso marzo e consente alle autorità polacche di il diritto di asilo dei migranti che arrivano nel Paese passando dalla Bielorussia. La norma era stata varata per contrastare quello che Varsavia ritiene un tentativo da parte di Minsk di destabilizzare il Paese, favorendo l’immigrazione irregolare. La proroga avrà efficacia immediata e durerà 70 giorni.

Cosa contiene il “Trattato pandemico globale” approvato dall’OMS

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Via libera dopo tre anni di trattative al Trattato pandemico globale, un accordo giuridicamente vincolante adottato ai sensi dell’Articolo 19 della Costituzione dell’OMS, approvato il 20 maggio 2025 dall’Assemblea Mondiale della Sanità, riunita per la sua 78ª sessione. Con 124 voti favorevoli, 11 astensioni (tra cui l’Italia che ha sottolineato l’importanza della sovranità nazionale) e nessun voto contrario (ma un quarto dei Paesi membri, 46 su 193, non ha partecipato allo scrutinio in Commissione) l’accordo (qui la versione preliminare), è stato negoziato in risposta alle lezioni apprese dura...

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Gli indigeni proteggono l’80% della biodiversità mondiale, senza l’aiuto di nessuno

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The State of the World’s Indigenous Peoples è il rapporto annuale redatto dal Forum permanente delle Nazioni Unite sulle questioni indigene (UNPFII). L’ultima edizione, pubblicata il 24 aprile scorso, evidenzia un netto squilibrio, una disuguaglianza: sebbene i popoli indigeni rappresentino solo il 6% della popolazione mondiale, custodiscono l’80% della biodiversità residua del pianeta, ma ricevono meno dell’1% dei finanziamenti internazionali destinati ai programmi di protezione ambientale. Il rapporto propone una valutazione che invita a riflettere: l’azione in favore della protezione ecologica non solo è priva dell’urgenza necessaria, ma è anche profondamente iniqua. Dai progetti di energia rinnovabile imposti senza consenso alle decisioni politiche prese in contesti da cui le voci indigene sono escluse, queste comunità non solo vengono tagliate fuori dalle soluzioni, ma sono anche sfollate dalle proprie terre da iniziative “verdi” che in realtà sono guidate dal mercato e dal profitto.

«Anche se siamo colpiti in modo sproporzionato dalla crisi climatica, i popoli indigeni non sono vittime», scrive nel rapporto Hindou Oumarou Ibrahim, presidente del Forum permanente delle Nazioni Unite sulle questioni indigene, «siamo custodi del mondo naturale, impegnati a mantenere l’equilibrio del pianeta per le generazioni a venire». Il rapporto sollecita un cambiamento radicale nel modo in cui la conoscenza indigena viene compresa e rispettata, troppo spesso ridotta a elemento «tradizionale» o folcloristico, anziché riconosciuta come sapere scientifico e tecnico. I sistemi di conoscenza indigeni, sottolineano gli autori, sono «testati nel tempo, guidati dal metodo» e fondati su relazioni dirette con ecosistemi che hanno sostenuto la vita per millenni.

Ad esempio, in Perù, una comunità quechua di Ayacucho ha rilanciato pratiche di semina e raccolta dell’acqua per adattarsi al ritiro dei ghiacciai e alla siccità. Questi metodi, parte della gestione ancestrale dei cicli idrologici, vengono oggi condivisi oltre i confini con agricoltori costaricani come modello di cooperazione climatica Sud-Sud. In Somalia, le tradizioni orali fungono da legge ecologica. Il rapporto cita norme culturali come i divieti di abbattere determinati alberi (gurmo go’an) come esempio di governance ambientale trasmessa attraverso la saggezza generazionale, veicolata da proverbi, storie e tabù, piuttosto che da leggi e norme. Nel frattempo, il popolo Comcaac del Messico codifica la conoscenza ecologica e marittima nella propria lingua. Nomi come Moosni Oofia («dove si riuniscono le tartarughe verdi») e Tosni Iti Ihiiquet («dove i pellicani depongono le uova») fungono da dati viventi, «vitali per la loro sopravvivenza».

Il rapporto evidenzia le storture e i paradossi del presente: sebbene il mondo si avvii verso un futuro alimentato da energia rinnovabile, molti popoli indigeni si ritrovano in prima linea non come partner della transizione ecologica, ma come vittime collaterali di alcune soluzioni proposte. «Le cosiddette soluzioni verdi spesso rappresentano una minaccia per le popolazioni indigene quanto la crisi ecologica stessa», si legge nel rapporto. Dall’espansione dei biocarburanti ai meccanismi di compensazione del carbonio (di cui abbiamo parlato dettagliatamente in questo articolo) e ai mercati ad esso legati, fino all’estrazione di minerali per le tecnologie energetiche pulite, la nuova economia verde si fonda troppo spesso su ingiustizie di stampo coloniale e razzista.

Per le popolazioni indigene, molto spesso, i progetti green si traducono in sfollamento, deportazione e distruzione sociale, e persino — per quanto possa sembrare paradossale — in devastazione ambientale. Alla base di questi interventi rimane infatti il principio del profitto: la mercificazione di processi che dovrebbero generare benefici ambientali e sociali finisce per produrre l’effetto opposto. Il rapporto sottolinea in più punti che, se le azioni per il clima e l’ambiente continueranno a essere progettate e attuate senza porre i popoli indigeni al centro, rischieranno di replicare i sistemi estrattivi ed esclusivi che hanno generato e alimentato la crisi stessa.

Il documento invoca quindi un cambiamento strutturale: non si tratta solo di aumentare i finanziamenti, ma di modificare profondamente chi li gestisce. Tra le raccomandazioni principali figurano la creazione di meccanismi finanziari guidati direttamente dalle popolazioni indigene, il riconoscimento formale dei loro sistemi di autogoverno e la sovranità dei dati, affinché siano le comunità stesse a controllare le modalità con cui vengono raccolte e utilizzate le conoscenze sui loro territori e mezzi di sussistenza. Senza una trasformazione di questi sistemi, avverte il rapporto, la transizione ecologica rischia di riprodurre gli stessi schemi di esclusione ed espropriazione che, da sempre, minano i diritti indigeni e ostacolano gli obiettivi ambientali globali.

[di Michele Manfrin]

Spagna, ucciso ex politico ucraino filo-russo

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Un gruppo di uomini armati non identificati ha ucciso a colpi d’arma da fuoco Andriy Portnov, stretto collaboratore dell’ex presidente ucraino filo-russo Viktor Yanukovich, deposto durante i sollevamenti del 2014. Da quanto comunica una fonte del Ministero dell’Interno spagnolo all’agenzia di stampa Reuters, diverse persone gli avrebbero sparato alla schiena e alla testa per poi fuggire verso una zona boschiva. Il corpo è stato rinvenuto attorno alle 9:15, colpito da almeno tre proiettili. Nel 2014, dopo la caduta di Yanukovich, Portnov partì per la Russia, mentre l’Ucraina avviò un’indagine nei suoi confronti accusandolo di tradimento e appropriazione indebita. Il fatto che si trovasse in Spagna era ignoto al pubblico.

La Russia ha messo al bando Amnesty International

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La Procura generale russa ha messo al bando l’organizzazione internazionale non governativa Amnesty International, designandola come organizzazione «indesiderabile» in Russia, con l’obiettivo di «ripulire lo spazio informativo nazionale da qualsiasi influenza esterna distruttiva», come dichiarato dal Servizio di Sicurezza Federale (FSB) russo della regione di Sverdlovsk. Nella dichiarazione della Procura si legge che «La Procura generale ha deciso di riconoscere le attività di Amnesty International Limited, un’organizzazione internazionale non governativa registrata a Londra, come indesiderate sul territorio della Russia». Secondo le autorità russe, la sede londinese dell’organizzazione internazionale per i diritti umani sarebbe un centro di formazione per progetti russofobi globali, «finanziato dai complici del regime di Kiev».

La Procura generale dello Stato eurasiatico sostiene che Amnesty International alimenti il confronto militare in Ucraina: «I membri dell’organizzazione sostengono organizzazioni estremiste e finanziano le attività di agenti stranieri». Inoltre, accusa l’organizzazione di insistere sull’isolamento politico e economico della Russia. Non è tardata ad arrivare la dura reazione dell’ONG internazionale fondata a Londra nel 1961: Questa decisione fa parte di un più ampio sforzo del governo russo per mettere a tacere il dissenso e isolare la società civile. […] Le autorità si sbagliano di grosso se credono che, etichettando la nostra organizzazione come “indesiderabile”, interromperemo il nostro lavoro di documentazione e denuncia delle violazioni dei diritti umani, anzi. Non cederemo alle minacce e continueremo imperterriti a lavorare per garantire che i cittadini russi possano godere dei loro diritti umani senza discriminazioni», ha dichiarato Agnès Callamard, Segretaria generale di Amnesty International.

La decisione della Procura russa di designare l’organizzazione come «indesiderabile» arriva dopo anni di tensioni tra l’ONG e il Cremlino: nel 2022, infatti, le autorità russe avevano già bloccato l’accesso ai siti web di Amnesty International in Russia, chiudendone anche la sede a Mosca. La messa al bando dell’ONG si basa sulla cosiddetta legge “sugli agenti stranieri”, che monitora e prende provvedimenti contro tutte quelle organizzazioni che sono finanziate in modo cospicuo da Stati, fondazioni o individui stranieri. La legge è duramente criticata dagli Stati occidentali, sebbene molti di essi – compresi gli Stati Uniti – prevedano leggi simili nel loro ordinamento giuridico. La legge è stata anche motivo di proteste e dissidi diplomatici in Georgia, dove migliaia di cittadini sono scesi in piazza contro la legge col sostegno degli USA e dell’UE. La partecipazione alle attività di organizzazioni etichettate come «indesiderate» sono punibili per legge secondo la legislazione russa: i primi reati in tal senso possono comportare sanzioni amministrative fino a 15.000 rubli (circa 185 dollari), mentre le violazioni ripetute, così come il finanziamento o la gestione di tali organizzazioni, comportano responsabilità penali e possono portare a pene detentive fino a sei anni.

Secondo Amnesty International, la designazione di organizzazione indesiderabile colloca l’associazione «tra le decine di ONG e organi di stampa indipendenti che sono stati presi di mira negli ultimi anni nell’ambito di una vasta campagna volta a reprimere il dissenso e smantellare la società civile in Russia, impedendo agli osservatori e ai partner internazionali di fornire supporto o mostrare solidarietà». Durante gli ultimi anni, Amnesty International ha denunciato le violazioni dei diritti umani in Ucraina da parte della Russia, così come ha fatto in altri contesti di guerra in tutto il mondo, compresa Gaza: secondo l’ONG, nel 2024 le vittime civili in Ucraina sono aumentate a causa degli attacchi alle infrastrutture energetiche e sanitarie, tra cui alcuni ospedali. Ha denunciato, inoltre, l’aumento delle esecuzioni sommarie di prigionieri di guerra ucraini da parte delle forze russe. L’organizzazione non ha mancato di evidenziare anche il tentativo di repressione del governo ucraino alla libertà di espressione, riportando che «Diversi importanti organi d’informazione hanno lamentato pressioni da parte delle autorità ucraine. A gennaio, i giornalisti di bihus.info hanno riferito che erano stati sorvegliati e i loro telefoni intercettati».

Sebbene non si registrino casi di doppi standard da parte di Amnesty International, che ha documentato anche i crimini di guerra da parte di Stati occidentali, come quelli in Iraq da parte dell’amministrazione statunitense, l’ONG ha esplicitamente assunto una posizione che si può definire filoccidentale nella guerra in Ucraina, dichiarando che “L’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia costituisce il crimine internazionale di aggressione” e che “Qualsiasi negoziato sul futuro della popolazione ucraina dovrà avere come priorità la giustizia per tutti i crimini di diritto internazionale commessi a seguito dell’intervento militare russo del 2014”. Inoltre, l’organizzazione ha ricevuto alcuni finanziamenti da parte della Open Society Foundations del finanziere George Soros, che si è distinta per il suo esplicito sostegno alla Rivoluzione di Maidan nel 2014, una rivoluzione esplicitamente filoeuropea e antirussa.

Dopo la messa al bando dell’ONG, la segretaria di Amnesty International ha ribadito con forza che «non cederemo alle minacce» e che «Se il Cremlino ti bandisce, vuol dire che stai facendo la cosa giusta».

 

Pakistan, attentato a uno scuolabus in Belucistan: 6 morti

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Oggi, in Pakistan, almeno sei persone, di cui quattro bambini, sono state uccise in un’esplosione che ha coinvolto uno scuolabus nel distretto di Khuzdar, nella regione separatista del Belucistan. Altre 38 persone sono rimaste ferite e stanno venendo trasportate in aereo verso la città di Quetta. Secondo le prime indagini, sul veicolo erano presenti 46 studenti, e il veicolo sarebbe stato colpito da un «attacco con ordigno esplosivo improvvisato trasportato da un veicolo». L’esercito pakistano ha condannato la violenza e accusato «agenti terroristici indiani» di essere coinvolti nell’attacco, senza tuttavia condividere prove a sostegno di tale affermazione. Per ora non c’è stata alcuna rivendicazione dell’attacco.

Il Regno Unito ha sospeso i negoziati per l’accordo di libero scambio con Israele

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Il ministro degli Esteri britannico, David Lammy, ha annunciato la sospensione dei colloqui per un nuovo accordo di libero scambio con Israele. L’annuncio è stato dato in un discorso davanti al Parlamento in cui Lammy ha contestato le operazioni israeliane a Gaza e il lancio dell’operazione Carri di Gedeone, aggiungendo inoltre che il Paese sanzionerà individui, avamposti di coloni illegali e organizzazioni che sostengono la violenza contro le comunità palestinesi in Cisgiordania. Il fermo dei negoziati, specifica il governo britannico, non riguarda gli accordi ancora in corso, ma il ministro degli Esteri britannico ha affermato che, se Israele non cesserà le ostilità, il Paese potrebbe prendere ulteriori contromisure. Si tratta di una mossa dai risvolti più politici che concreti, insomma, volta a esercitare pressione sullo Stato ebraico senza cambiare troppo le carte in tavola, e ad ampliare il ventaglio di possibilità del Paese, assumendo una prima timida presa di posizione contro il genocidio del popolo palestinese.

L’annuncio del blocco dei negoziati con Israele è arrivato martedì 20 maggio ed è stato dato formalmente in un discorso nel Parlamento britannico. Negli oltre dodici minuti di intervento, Lammy ha parlato dell’attuale situazione a Gaza e dei crimini di guerra di cui si sta macchiando Israele, criticando le operazioni militari sulla Striscia e l’avvio dell’operazione Carri di Gedeone. Negli ultimi minuti del discorso, Lammy ha annunciato il blocco dei negoziati per estendere la sfera d’azione dell’accordo di libero scambio UK-Israele, e ha convocato l’ambasciatore israeliano per un colloquio. Il ministro, inoltre, ha dichiarato che il Paese rivedrà gli accordi nel quadro della cosiddetta “Tabella di marcia 2030”. Siglata nel 2023, la “roadmap” definisce il percorso delle relazioni bilaterali tra Regno Unito e Israele per i successivi anni, basandosi proprio sul trattato di libero scambio. Nello specifico, la Tabella di marcia prevede un’ampia cooperazione in materia di sicurezza e difesa, il contrasto al programma nucleare iraniano, la promozione degli Accordi di Abramo, investimenti industriali e tecnologici, nonché scambi accademici.

Nel suo discorso, Lammy ha parlato anche di sanzioni a coloni ed entità coloniali israeliane in Cisgiordania. In particolare, si legge nel comunicato governativo, il Regno Unito ha aggiunto alla lista degli individui sanzionati altri due coloni di spicco, tra cui Daniella Weiss, fondatrice di un insediamento e di un’associazione per lo sviluppo e la promozione delle colonie, insieme ad alcuni avamposti di coloni illegali e a due organizzazioni. La mossa segue la «drammatica impennata di violenze da parte dei coloni in Cisgiordania, con le Nazioni Unite che hanno registrato oltre 1.800 attacchi da parte dei coloni contro le comunità palestinesi dal 1° gennaio 2024». Individui ed entità sanzionati saranno ora soggetti a misure quali «restrizioni finanziarie, divieti di viaggio e interdizioni per amministratori».

La mossa sugli accordi del Regno Unito, per quanto significativa, ha di fatto limitati risvolti pratici perché – almeno per ora – non ferma alcun trattato in essere. L’aggiunta di 2 individui e 4 entità alla lista dei soggetti sanzionati risulta già più concreta, ma è ben lontana da una formale condanna dell’occupazione israeliana in Palestina e dal creare danni strutturali alla pratica: in totale, il Regno Unito ha infatti sanzionato 20 soggetti tra individui ed entità israeliane, ma, nella sola Cisgiordania, al 2017, risultavano presenti oltre 200 insediamenti in cui abitavano 620mila persone. La scelta di fermare i negoziati con lo Stato ebraico, aprire alla revisione della Roadmap 2030 e sanzionare le colonie sembra insomma avere una valenza prevalentemente politica, cambiando la postura del Regno Unito senza minare alla radice i rapporti con l’alleato. Con essa, comunque, Londra compie un primo passo per allontanarsi dallo Stato ebraico e apre a nuove possibili misure di pressione diplomatica.

Bruxelles vota per rivedere i trattati con Israele, ma l’Italia vota contro

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Con il lancio dell’operazione Carri di Gedeone da parte di Israele, l’Unione Europea sta iniziando a capire che – forse – lo Stato ebraico va fermato. I ministri degli Esteri dell’Unione hanno infatti approvato la richiesta di avviare una revisione del trattato di associazione UE-Israele, avanzata dai Paesi Bassi dopo un anno di ripetuti appelli da parte di Spagna e Irlanda. In sede di votazione, comunicano fonti diplomatiche, nove Paesi si sarebbero opposti tra cui, come ormai consolidato in sede diplomatica, anche l’Italia. L’accordo regola le relazioni multilaterali tra Israele e Stati membri e, sin dal preambolo e dai suoi primi articoli, si fonda sul rispetto dei diritti umani e sulla condivisione dei valori democratici. Aprendo a una possibile revisione, l’UE compie così, con drammatico ritardo, i primi passi formali per distanziarsi dallo Stato ebraico, sottolinea Amnesty. «L’entità della sofferenza umana a Gaza negli ultimi 19 mesi è stata inimmaginabile. Israele sta commettendo un genocidio a Gaza con agghiacciante impunità».

La decisione di avviare una revisione dell’accordo di associazione UE-Israele è stata annunciata ieri, martedì 20 maggio, dall’Alta Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri, Kaja Kallas, in una conferenza stampa. Davanti ai giornalisti, Kallas ha fatto il punto dell’incontro tenutosi a porte chiuse a Bruxelles, citando rapidamente la votazione sugli accordi. La richiesta era stata avanzata dai Paesi Bassi, che si erano accodati agli appelli che Spagna e Irlanda lanciano da oltre un anno. A questi tre Paesi se ne sono aggiunti altri sette: Belgio, Finlandia, Francia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Svezia, che hanno pubblicamente appoggiato la richiesta. Da quanto si apprende da fonti diplomatiche citate da Euronews, Danimarca, Estonia, Malta, Polonia, Romania e Slovacchia hanno appoggiato la revisione, mentre la Lettonia si sarebbe mostrata neutrale e nove Paesi si sarebbero dichiarati contrari. Tra questi ultimi figura anche l’Italia, che sin dall’escalation del 7 ottobre risulta il baluardo degli interessi di Israele in Europa. Nelle varie votazioni in sede di istituzioni internazionali, infatti, il nostro Paese si è quasi sempre astenuto.

Per ora, non risulta ancora chiaro quando la revisione verrà concretamente effettuata. Malgrado un giornalista abbia infatti posto tale domanda a Kallas, la rappresentante si è limitata a rispondere che «stiamo avviando questo esercizio». Nel frattempo, ha detto Kallas, «spero davvero che gli aiuti umanitari vengano sbloccati e che la situazione migliori». Riguardo ad altre possibili contromisure, Kallas ha affermato che i ministri hanno parlato anche di possibili sanzioni contro i coloni in Cisgiordania, senza tuttavia riuscire ad approvarle a causa del veto proveniente da un Paese. Le stesse fonti diplomatiche citate da Euronews indicano che a opporsi sarebbe stata l’Ungheria.

L’accordo di associazione UE-Israele costituisce la base delle varie relazioni tra lo Stato ebraico e i Paesi membri dell’Unione Europea. Spagna e Irlanda chiedono da tempo che il trattato venga rivisto per esercitare pressioni su Tel Aviv, sostenendo che le azioni di Israele a Gaza vadano contro i principi fondativi e alcuni articoli della Carta. A essere messo in discussione, oltre alle considerazioni iniziali, è l’articolo 2 dell’accordo; esso sancisce che: «Le relazioni tra le Parti, nonché tutte le disposizioni dell’Accordo stesso, si basano sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, che guidano la loro politica interna e internazionale e costituiscono un elemento essenziale del presente Accordo».