sabato 21 Marzo 2026
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La Russia ha dichiarato Amnesty organizzazione non desiderata

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La Procura generale della Federazione Russa ha deciso di riconoscere le attività dell’organizzazione non governativa internazionale Amnesty come indesiderate sul territorio del Paese. «L’organizzazione», si legge nel comunicato stampa della Procura, «si posiziona come attiva sostenitrice della tutela dei diritti umani nel mondo, ma in realtà, la sede londinese è il centro di preparazione di progetti russofobi globali, finanziati dai complici del regime di Kiev». La Russia di preciso, accusa l’ONG di sostenere organizzazioni estremiste e di finanziare le attività di agenti stranieri.

Alle Canarie migliaia di persone sono tornate a protestare contro il turismo

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Ancora una volta in Spagna migliaia di persone scendono in piazza per protestare contro la massificazione turistica. Durante la giornata di ieri, domenica 18 maggio, nelle principali città dell’arcipelago canario, in migliaia hanno manifestato contro un modello turistico neoliberista che sta attanagliando i diritti della popolazione residente. Sotto il lemma «Canarias tiene un límite», la cittadinanza ha sottolineato le conseguenze che le isole stanno vivendo, specialmente da un punto di vista ambientale e sociale.

Come già accaduto in varie occasioni in tutto il territorio spagnolo, questo fenomeno, estremamente aggressivo, sta distruggendo il tessuto sociale dell’arcipelago in varie forme: da un lato il turismo di massa inquina l’ambiente, in molti casi protetto, e alimenta il circolo vizioso dello sfruttamento di territorio per costruire e ampliare le strutture di ricezione turistica. Dall’altro la presenza di expat, persone migranti con alto potere d’acquisto, altera gli equilibri della domanda e offerta, alzando drasticamente il prezzo per accedere a soluzioni abitative per la popolazione residente. Questo paradigma, ormai comune a tutto il paese spagnolo, sta squarciando l’armonia sociale, trasformando i centri urbani e obbligando la popolazione ad abbandonare il luogo che abitavano a causa dell’esplosione dei prezzi; a questo si aggiunge la speculazione sulle case, acquisite in blocco da fondi di investimento e agenzie immobiliari, che, viste le tariffe più alte proposte per gli affitti stagionali e turistici, attuano spesso politiche che prevedono lo sfratto e l’espulsione di quei residenti in canone d’affitto.

Tra le varie richieste, le persone manifestanti hanno chiesto a gran voce di attuare politiche che rispettino i diritti della popolazione residente: imporre una tassa ecologica finalizzata alla conservazione del patrimonio naturalistico; una riconversione del turismo di massa verso un modello più giusto, solidale e sostenibile; la paralizzazione dei grandi progetti turistici; una transizione energetica sovrana e scevra dagli interessi delle multinazionali insieme al fomento dell’agricoltura, dell’allevamento e della pesca. Simultaneamente le migliaia di persone presenti hanno criticato aspramente l’utilizzo delle risorse dell’isola, come l’acqua destinata all’irrigazione dei campi da golf, in un contesto territoriale che a più riprese ha sofferto problemi e rischi di siccità.

Intorno alle 11 del mattino quasi centomila persone hanno presenziato alla manifestazione convocata a Santa Cruz de Tenerife. «Ci hanno detto che viviamo di turismo, ma è già da decenni che il turismo vive di noi. Questo modello sta rubando le nostre vite, sta seppellendo la nostra terra sotto il cemento, deteriorando i nostri spazi naturali di maggior valore, privatizzando i benefici e lasciando a noi le perdite. E adesso sta anche colonizzando i nostri quartieri e ci sta espellendo dai nostri paesi e dalle nostre città». Con queste parole la piattaforma organizzatrice della protesta Canarias tiene un límite ha espresso il proprio dissenso davanti ad una situazione sociale critica. Nel manifesto, letto davanti alle migliaia di persone accorse per la protesta, si criticano aspramente le istituzioni del territorio, responsabili di aver dato il via libera alla costruzione di stabilimenti e alberghi di lusso in tutto l’arcipelago, occupando tanto l’entroterra quanto le poche aree litorali ancora libere dallo sfruttamento di suolo pubblico. 

«Siamo in una situazione di emergenza idrica, energetica, abitativa e climatica, che sono la conseguenza dello stesso problema e segnano l’evidenza dell’insostenibilità del modello economico canario, basato sulla crescita infinita in un territorio sensibile e limitato, mettendo a rischio la vita delle generazioni presenti e future» denunciano ancora dalla piattaforma.

Non solo Santa Cruz de Tenerife, anche a Las Palmas de Gran Canaria almeno quarantamila persone si sono radunate per protestare contro un modello predatore e dannoso per il l’arcipelago. A Fuerteventura la manifestazione si è concentrata sulla protezione degli spazi archeologici e naturalistici, oltre che sulla difesa del diritto all’abitare. Segnalano infatti che in alcuni paesi più del 40% del parco abitativo è destinato alla ricezione turistica, fatto che obbliga i residenti a vivere in soluzioni provvisorie, come camper, automobili e container. Anche a La Gomera, Lanzarote, Valverde e La Palma migliaia di persone hanno accolto l’invito a manifestare; nel capoluogo dell’omonima isola di La Palma, la popolazione ha lamentato una situazione di grave crisi abitativa, alla quale si aggiunge il disastro causato dalle eruzioni vulcaniche del 2021. 

A poco meno di un anno dalle ultime manifestazioni convocate nell’arcipelago canario contro un modello turistico che colonizza i territori ed espelle i residenti, la popolazione reitera il proprio dissenso davanti a politiche che sembrano voler difendere gli interessi delle multinazionali e dei grandi proprietari. Davanti ai dati che confermano un afflusso turistico sempre maggiore nel territorio spagnolo, i residenti hanno scelto di scendere in strada e protestare, quantomeno prima che sia troppo tardi.

La corsa dell’Europa per la riapertura delle miniere

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Il vicepresidente esecutivo della Commissione Europea con delega all’Industria, Stéphane Séjourné aveva detto «Non ci sono abbastanza miniere in Europa, dobbiamo aprirne di più». E così sta succedendo. La Commissione Europea ha pubblicato una lista di 47 progetti per incrementare la produzione dell’Unione di 14 dei 17 materiali che ritiene “strategici” per la transizione energetica e la sicurezza. L’obiettivo è «rafforzare la catena di valore delle materie prime europee» e diversificare le fonti di approvvigionamento in un mercato dove l’UE dipende quasi interamente dalle importazioni, sopratt...

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Livorno, 11 arresti per assalto a furgone portavalori

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Nelle province di Nuoro, Pisa e Bologna sono state arrestate questa mattina 11 persone per l’assalto alla portavalori Battistolli, avvenuto lo scorso 28 marzo lungo l’Aurelia, nei pressi di Livorno. I rapinatori, che erano riusciti a fuggire, avevano sottratto una cifra pari a circa 3 milioni di euro. Le accuse sono di rapina pluriaggravata, detenzione e porto illegale di armi da guerra ed esplosivi, furto aggravatoi e ricettazione.

Gaza: Israele autorizza l’ingresso di una “quantità base di cibo”, ma non ferma il massacro

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L’esercito israeliano ha dato ufficialmente avvio all’operazione Carri di Gedeone, che prevede un’intensificazione delle aggressioni terrestri nell’ottica di un’occupazione militare permanente della Striscia, da affiancare a una nuova modalità di gestione degli aiuti umanitari. L’ufficio del Primo Ministro ha fatto sapere che, con l’adozione di questo nuovo sistema, Israele riaprirà il valico di Rafah, per fare entrare «la quantità base di cibo» dopo oltre 70 giorni di blocco totale degli aiuti. Una decisione «difficile», ha specificato il premier davanti alle numerose critiche: le operazioni non possono proseguire, se la comunità internazionale preme perché entrino gli aiuti a Gaza. «Non stiamo liquidando la questione, ma per farlo dobbiamo fare in modo che non ci fermino». Gli aiuti umanitari, insomma, vengono trattati alla stregua di una questione diplomatica, come del resto provano gli incessanti bombardamenti sulla Striscia: solo nella giornata di ieri l’esercito dello Stato ebraico ha ucciso oltre 150 persone in tutta Gaza, di cui almeno 36 in un bombardamento nel campo di Al Mawasi, in teoria individuato come area umanitaria.

L’operazione Carri di Gedeone è iniziata ieri, domenica 18 maggio. Carri di Gedeone prevede un allargamento su larga scala delle operazioni militari, che finiranno per interessare tutta la Striscia simultaneamente, col fine di consentire una occupazione militare dell’intera area. Nel frattempo, la popolazione verrà spostata a sud, dove rimarrà l’unica area umanitaria di tutta Gaza. Carri di Gedeone è pensata per viaggiare in parallelo alla nuova modalità di gestione degli aiuti umanitari: questo nuovo metodo prevede l’installazione di punti di distribuzione sorvegliati dalle IDF verso cui potrebbe dirigersi un solo rappresentante per famiglia per andare a ritirare gli aiuti. La distribuzione verrà affidata a Gaza Humanitarian Foundation, neo-istituita agenzia statunitense. «Israele consentirà l’ingresso di una quantità minima di cibo per la popolazione, al fine di impedire lo sviluppo di una crisi di carestia nella Striscia di Gaza» ha spiegato ieri l’ufficio del primo ministro, ripreso da vari quotidiani israeliani.

L’annuncio della fine del blocco umanitario ha spaccato a metà la coalizione governativa israeliana, con il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir che ha duramente contestato Netanyahu. Questa mattina, dunque, il premier ha risposto alle critiche rilasciando una dichiarazione video sul proprio canale Telegram, in cui spiega le ragioni dietro la sua decisione. Gli alleati di Israele insistono con il fatto che non possono accettare immagini di gente affamata: «Per ottenere la vittoria, dobbiamo in qualche modo risolvere il problema», spiega Netanyahu. Ecco dunque che fino a che le IDF non avranno ottenuto il controllo militare della Striscia, «dovremo fornire una sorta, un minimo, di mediazione» e rispettare le richieste degli alleati: non lasciare morire la gente di fame. Resta ancora da capire quando verrà realmente rimosso il blocco degli aiuti umanitari. I giornali israeliani sostengono che l’entrata dei camion di aiuti nella Striscia dovrebbe ripartire «immediatamente», ma nella sua dichiarazione video Netanyahu ha affermato che i punti di distribuzione verranno istituiti solo «nei prossimi giorni». Il destino delle migliaia di camion che aspettano sul confine per Rafah, insomma, è ancora oscuro.

Col lancio di Carri di Gedeone, Israele non ha solo annunciato la possibile riapertura delle frontiere per fare entrare gli aiuti umanitari, ma anche intensificato notevolmente i bombardamenti sulla Striscia. Dopo le centinaia di morti e feriti di ieri, stamattina l’aviazione israeliana ha bombardato l’ospedale di Nasser a Khan Younis uccidendo almeno 6 persone nella città. Sempre oggi, inoltre, il portavoce delle IDF in lingua araba Avichay Adraee ha rilasciato una mappa che ritrae l’intera area di Khan Younis come zona di combattimento, per spingere i civili ancora più a sud. Khan Younis sta venendo infatti attaccata anche dalla fanteria israeliana, destino che condivide con il Governatorato di Nord Gaza, altra località dove le operazioni sembrano concentrarsi con forza. In totale oggi, a partire dall’alba, Israele ha ucciso almeno 23 palestinesi.

Dall’escalation del 7 ottobre, Israele ha distrutto o danneggiato il 92% delle case (l’ultimo aggiornamento risale a prima del cessate il fuoco del 19 gennaio), l’82% delle terre coltivabili (i dati più recenti sono di ottobre 2024), l’88,5% delle scuole (dato del 25 febbraio 2025) e, in generale, il 69% di tutte le strutture della Striscia (1 dicembre 2024). Il 59% del territorio della Striscia risulta sotto ordine di evacuazione o interdetto ai civili. In totale, l’esercito israeliano ha inoltre ucciso direttamente almeno 53.339 persone, anche se il numero totale dei morti potrebbe superare le centinaia di migliaia, come sostenuto da un articolo della rivista scientifica The Lancet e da una lettera di medici volontari nella Striscia.

I Savoia continuano a reclamare un tesoro da 300 milioni dallo Stato italiano

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Un cofanetto sigillato da 78 anni, nascosto nel caveau della Banca d’Italia, custodisce migliaia di diamanti e perle per un valore stimato tra i 20 e i 300 milioni di euro. Ma non tornerà, almeno per ora, nelle mani della famiglia Savoia: il Tribunale civile di Roma ha infatti respinto la richiesta di Emanuele Filiberto, figlio di Vittorio Emanuele (scomparso nel 2024), e delle zie Maria Gabriella, Maria Pia e Maria Beatrice, che rivendicano la proprietà di questi beni. Secondo i giudici, il tesoro appartiene allo Stato italiano, in quanto «gioie di dotazione della Corona» e non beni personali. La battaglia legale, però, continuerà: la famiglia non demorde, annunciando addirittura ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Il contenzioso giudiziario affonda le radici in una fase dirimente della storia italiana. Il tesoro venne depositato il 5 giugno 1946, tre giorni dopo il referendum istituzionale che sancì la nascita della Repubblica. A consegnarlo all’allora governatore della Banca d’Italia, Luigi Einaudi, fu il ministro della Real Casa Falcone Lucifero, su incarico dell’ultimo re d’Italia, Umberto II. Il verbale ufficiale dell’epoca parlava chiaramente di «gioie di dotazione della Corona del Regno d’Italia», e questa definizione è risultata decisiva per il Tribunale: essendo legate alla funzione monarchica e non alla proprietà privata dei Savoia, le preziose gemme rientrano oggi nel patrimonio dello Stato. Nonostante la sconfitta, la famiglia Savoia non si arrende. Emanuele Filiberto ha annunciato sui social il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, affermando che la battaglia continuerà anche «per la restituzione, da parte dello Stato italiano, del valore di tutti gli immobili appartenuti alla famiglia Savoia».

Il contenuto del cofanetto è straordinario: 6.732 brillanti, 2.000 perle, diademi, spille e collier, tra cui spiccano la celebre tiara con nodo Savoia della regina Margherita e un raro diamante rosa montato su una spilla a fiocco. Le stime più prudenti parlano di 20 milioni di euro, ma secondo i criteri delle aste internazionali – dove il valore simbolico e storico influisce pesantemente – la cifra potrebbe salire fino a 300 milioni. Nonostante vengano spesso indicati da molti organi di informazione come “gioielli della famiglia reale”, i tesori non sono in realtà beni privati dei Savoia, poiché non furono acquistati con risorse personali della casata; essi furono invece simboli pubblici della monarchia e, in quanto tali, sono rimasti patrimonio della collettività dopo la nascita della Repubblica.

Il verdetto, pronunciato nella giornata di giovedì, va a chiudere una lunga vicenda giudiziaria iniziata nel 2021, quando gli eredi di Umberto II presentarono una prima richiesta di restituzione, immediatamente respinta. L’anno successivo presero avvio le azioni legali vere e proprie, contro Banca d’Italia, Presidenza del Consiglio e Ministero dell’Economia. Il Tribunale civile di Roma ha definito «manifestamente infondata» la questione di legittimità costituzionale sollevata nel corso del procedimento. A nulla sono valse le memorie private di Luigi Einaudi – e i pareri a lui attribuiti – secondo cui le gioie potessero spettare alla famiglia reale. Il giudice ha chiarito che si tratta di riflessioni personali, prive di valore giuridico. Nessuna prova, inoltre, dimostrerebbe che quei beni fossero effettivamente destinati ai figli del re.

È stata diagnosticata una forma di cancro a Biden

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L’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden è affetto da una «forma aggressiva» di cancro alla prostata che si è diffuso alle ossa. A dare la notizia è stato il suo ufficio in un comunicato ieri, domenica 18 maggio. Da quanto si apprende, Biden avrebbe ricevuto notizia della diagnosi venerdì scorso, dopo aver manifestato sintomi urinari. L’ex presiednte e la sua famiglia stanno valutando le opzioni terapeutiche con i medici, si legge nel comunicato. Dopo la notizia, il presidente Trump ha rilasciato un messaggio di vicinanza all’ex rivale democratico, augurandogli pronta guarigione.

Al ballottaggio in Romania vincono gli europeisti, in Portogallo vince la destra

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Dopo mesi dall’annullamento del primo turno delle presidenziali e del blocco della candidatura del politico indipendente considerato filo-russo, Călin Georgescu, la Romania ha finalmente portato a termine le proprie elezioni presidenziali. Alla fine, a spuntarla è stato il sindaco di Bucarest, l’europeista Nicușor Dan. Dopo non poche polemiche, anche George Simion, che aveva raccolto l’eredità di Georgescu, si è complimentato con il rivale , riconoscendone la vittoria. Nel frattempo, in Portogallo, in occasione delle elezioni legislative, la coalizione europeista di centrodestra Alleanza Democratica si è confermata il primo partito del Paese, confermando tuttavia anche quella spaccatura in aula che dal 2022 costringe i leader politici a governare con esecutivi di minoranza. In sede di votazione , il partito di destra Chega ha ottenuto un risultato nettamente migliore rispetto alle ultime elezioni, mentre il Partito Socialista è calato a picco, costringendo il segretario Pedro Nuno Santos a rassegnare le proprie dimissioni da leader del gruppo.

Il ballottaggio per le elezioni presidenziali in Romania si è tenuto ieri, domenica 18 maggio. Con oltre 6 milioni di voti, corrispondenti al 53,6% delle preferenze, Nicușor Dan, di orientamento moderato ed europeista, è diventato presidente del Paese. Dan si era presentato alle presidenziali come candidato indipendente ed era riuscito ad accedere ai ballottaggi dopo un testa a testa per il secondo posto con il candidato unitario dei partiti di governo, George Crin Laurențiu Antonescu. Si scontrava contro il noto leader del partito di destra Alleanza per l’Unione dei Romeni (AUR), George Simion, che aveva trionfato al primo turno con uno schiacciante 40%. Ieri, Simion ha a più riprese denunciato di essere stato oscurato dai media del Paese, e ha fatto quelle che in diversi hanno letto come allusioni a possibili tentativi di boicottaggio nei suoi confronti. Nel suo account X (ex Twitter), Simion ha affermato che diversi romeni all’estero – che al primo turno avevano votato in maggioranza proprio AUR – non avevano ricevuto le schede elettorali, che nelle liste dei seggi erano presenti diverse persone decedute, e che i pazienti di una struttura per anziani sarebbero stati minacciati di votare Dan. Dopo i primi exit poll, Georgescu ha reclamato la vittoria in un post poi eliminato dal suo account. Infine, verso mezzanotte, ha ammesso la sconfitta.

Con il voto di ieri si è così chiusa, con cinque mesi di ritardo, questa turbolenta stagione elettorale romena. Originariamente, infatti, il ballottaggio per le presidenziali – cui primo turno si era tenuto il 24 novembre – era previsto per l’8 dicembre 2024, ma poco prima, il 6 dicembre, la Corte Costituzionale Romena aveva annullato il primo turno delle presidenziali, accusando la Russia di aver interferito favorendo Georgescu. Secondo la Corte, la Russia avrebbe portato avanti una campagna elettorale in favore di Georgescu, sfruttando come principale canale di propaganda il social TikTok. Malgrado i tentativi di fare riconoscere il risultato, Georgescu è stato costretto a presentare nuovamente la candidatura, ma lo stesso giorno in cui si stava recando presso gli uffici a consegnare le carte è stato arrestato dalle forze dell’ordine e trattenuto nella sede della Procura generale. La sua candidatura è poi stata rifiutata.

Mentre in Romania i cittadini romeni erano chiamati a scegliere il presidente, in Portogallo si votava per eleggere il Parlamento per la terza volta in tre anni. Le elezioni di quest’anno sono state indette dopo uno scandalo di conflitto di interessi che aveva coinvolto il premier Luís Montenegro. A vincerle è stato proprio il partito del premier uscente, Alleanza Democratica, che ha consolidato il suo posto come prima forza politica del Paese. In sede elettorale AD ha ottenuto il 32,10% dei voti, staccando di quasi 9 punti il Partito Socialista di Santos (fermatosi al 23,38%), contro cui l’ultima volta era uscito vincitore in un serrato testa a testa. Secondo le proiezioni, AD dovrebbe ottenere 86 seggi e il PS 58. A ottenere 58 seggi dovrebbe essere anche il terzo partito più votato, Chega, che ha ottenuto il 22,56% delle preferenze. È questo un risultato senza precedenti per il partito di destra, uscito dalle Europee con meno del 10% e dalle ultime legislative con poco meno del 19%. La situazione attuale fotografa insomma un Parlamento notevolmente spostato a destra, ma, nella sostanza, poco diverso da prima: con ogni probabilità AD sarà chiamata nuovamente a formare un governo di minoranza, confermando la situazione di instabilità politica in cui il Paese versa da anni.

Gli Apache vincono la prima battaglia in difesa delle proprie terre sacre

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Gli Apache di San Carlos, Arizona, hanno vinto la loro prima battaglia legale in difesa delle loro terre ancestrali che rischiano di essere trasformate in una enorme miniera di rame. Un tribunale federale ha infatti emesso un ordine che ferma i piani del governo degli Stati Uniti di concedere lo sfruttamento di Oak Flat, sito sacro per gli Apache, alla compagnia Resolution Copper, una join venture tra i due colossi minerari Rio Tinto e BHP Group. La battaglia legale, che va avanti dal 2014, si sposterà adesso davanti alla Corte Suprema, la quale avrà l’ultima parola sul caso. Nel frattempo, la lotta delle comunità Apache non si ferma e chiede al governo di abbandonare l’idea di trasformare le loro terre sacre in un cratere estrattivo.

Il giudice Steven P. Logan ha deciso di fermare il trasferimento della terra alle multinazionali affinché venga condotta una attenta analisi del caso da parte della Corte Suprema. «Il governo federale e Resolution Copper hanno messo Oak Flat nel braccio della morte: stanno correndo per distruggere la nostra linfa vitale e spirituale, cancellando le nostre tradizioni religiose per sempre. Siamo grati che il giudice abbia fermato questo assalto alla terra, in modo che la Corte Suprema abbia il tempo di proteggere Oak Flat dalla distruzione», ha detto Wendsler Nosie dell’organizzazione Apache Stronghold. Per innumerevoli generazioni gli Apache dell’odierna Arizona si sono riuniti a Oak Flat, conosciuta in lingua Apache come Chi’chil Biłdagoteel, per condurre cerimonie sacre.

Il sito si trova nella contea di Pinal a circa 60 chilometri a est di Phoenix, nella Tonto National Forest. La terra è sacra per i nativi americani della riserva indiana Apache di San Carlos, così come per molte altre tribù dell’Arizona. Nel dicembre 2014 un disegno di legge promosso dal senatore repubblicano John McCain aveva inserito lo sfruttamento minerario della zona nell’ordine della Difesa nazionale, come molto spesso avviene quando negli Stati Uniti si intendono aggirare accordi e trattati che il governo federale ha concluso nel corso degli anni con le tribù native, le quali hanno giurisdizione su determinate aree. L’amministrazione Obama, per cercare di rimediare, nel 2016, aveva inserito Oak Flat nell’elencato nel Registro Nazionale dei Luoghi Storici, ponendo quindi il sito sotto il controllo federale del Servizio Forestale.

Apache Stronghold, una coalizione di comunità Apache, ha intentato causa nel gennaio 2021 per fermare la proposta estrazione mineraria di rame a Oak Flat. Il progetto ha nel tempo affrontato una diffusa opposizione da parte delle 21 (su 22) nazioni tribali riconosciute a livello federale in presenti in Arizona, così come da parte del Congresso nazionale degli indiani d’America e un’ampia coalizione di gruppi religiosi, organizzazioni per i diritti civili e studiosi di diritto. Nonostante ciò, lo scorso anno, la Corte d’Appello del Nono Circuito aveva stabilito che il trasferimento dei terreni non violasse le protezioni federali della libertà religiosa. Così, Apache Stronghold ha presentato una mozione d’urgenza che è poi sfociata nella decisione odierna da parte della Corte federale di fermare ogni trasferimento in attesa della sentenza finale da parte della Corte Suprema. Per le comunità indigene dell’Arizona questa è senz’altro una prima e importante vittoria nella disputa legale. Gli Apache hanno dunque vinto una battaglia. La guerra deve però ancora terminare.

Arabia Saudita: primo volo diretto verso Teheran dopo dieci anni

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Oggi, domenica 18 maggio, è atterrato il primo volo diretto dall’Arabia Saudita a Teheran da oltre un decennio, effettuato dalla compagnia aerea saudita Flynas. La ripresa dei servizi fa parte di un accordo tra Iran e Arabia Saudita volto a facilitare il trasporto dei pellegrini iraniani verso La Mecca e si colloca sulla scia di una progressiva normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. Secondo i termini dell’accordo, Flynas è responsabile dei voli da Mashhad e di parte delle rotte da Teheran, mentre Iran Air gestirà le tratte rimanenti. Secondo i media iraniani, Flynas dovrebbe operare su 224 voli di andata e ritorno entro il 1° luglio, trasportando circa 37.000 pellegrini iraniani.