domenica 8 Febbraio 2026
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Covid: introvabile in tutta Italia antibiotico più utilizzato

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Risulta essere introvabile nelle farmacie italiane da giorni l’antibiotico maggiormente utilizzato per evitare che i malati covid contraggano eventuali infezioni batteriche concomitanti, lo Zitromax, così come il generico, l’Azitromicina. Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Ansa, a mancare sarebbe la molecola necessaria per produrre il farmaco, il quale viene prescritto in associazione con gli antiinfiammatori. Negli ultimi 2 mesi le persone hanno usufruito molto dell’antibiotico in questione a causa della crescita dei contagi, motivo per cui il medicinale è divenuto introvabile. Inoltre, sottolinea sempre l’Ansa, ciò potrebbe però essere dovuto anche alle persone che, nonostante non abbiano contratto la malattia, per paura del contagio si sono assicurate il farmaco.

Covid, l’odissea burocratica dei positivi in Lombardia

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La nuova ondata pandemica ha visibilmente generato svariati inghippi gestionali in tutta Italia. Un rebus burocratico che accomuna buona parte del Paese ma con differenze territoriali, come ovvio in un sistema sanitario gestito a livello regionale. In seguito alle segnalazioni ricevute, L’Indipendente ha raccolto testimonianze e dati per capire la realtà di un caso specifico, quello della regione Lombardia. Tante le storie di chi ha incontrato importanti difficoltà nel riottenere il green pass dopo il famigerato tampone risultato positivo. Tanto i residenti quanto i domiciliati nella regione Lombardia e soprattutto nella popolosa città di Milano, hanno lamentato gravi ritardi nel ricevere assistenza sanitaria. Uno dei punti più complessi per i cittadini, specialmente prima del Decreto-legge n. 229, è stato ricevere la necessaria chiamata dell’ATS (Agenzia Tutela della Salute) per effettuare il tampone di fine isolamento. Fino al 31 dicembre 2021 infatti, giorno in cui è entrato in vigore il Decreto-legge n. 229, per i positivi era previsto l’isolamento di dieci giorni e se ancora positivi al decimo giorno, altri sette giorni obbligatori fino a un massimo di ventuno. Al decimo giorno, con un tampone molecolare negativo si poteva porre fine alla quarantena.

Con il centralino dell’ATS spesso saturo e problemi riscontrati anche sul sito per il troppo sovraccarico, il cittadino positivo in attesa di prenotare il tampone e impossibilitato a seguire tempi ancora più lunghi del previsto, si è trovato costretto spesso a dover “fare da sé”. Intere famiglie hanno dovuto pagare ingenti somme presso strutture private vista la mancata assistenza pubblica. Ad alcuni, la famigerata chiamata da parte dell’ATS è giunta dopo ben 14 giorni, ad altri, invece, non è mai arrivata. Nonostante la segnalazione da parte di farmacie, medico di base o strutture competenti arrivi immediatamente, così come l’sms con link in cui inserire i propri dati e segnalare eventuali ultimi contatti stretti, prenotare un tampone dopo dieci giorni è risultato, per molti e il più delle volte, una procedura ai confini dell’impossibile. Tra l’altro, la misura del tampone, rigorosamente molecolare, per potere terminare il proprio isolamento è stata abbandonata secondo quanto previsto dal nuovo DPCM, dove basta anche un tampone rapido per mettere fine all’isolamento. Probabilmente anche prendendo nota dell’impossibilità pratica di portare avanti la procedura di fronte al picco dei contagi. 

Novità utile per snellire le procedure ma che ha generato un senso di frustrazione in chi, fino al giorno prima, ha incontrato svariate difficoltà per il tanto necessario tampone molecolare. Viene da chiedersi cosa sia cambiato, visto che il cosiddetto tampone rapido rimane comunque di gran lunga meno efficace del molecolare. Lo scoppio della pandemia di SARS-CoV-2, ha senza dubbio messo in crisi svariati settori e a dura prova il Servizio sanitario nazionale. Con la consapevolezza della comprensibile crisi generatasi, risulta comunque difficile “giustificare” alcune importanti mancanze, tanto più a due anni di distanza dall’inizio della pandemia. È stata poi sì, presa la scelta di introdurre procedure semplificate che, comunque, generano interrogativi. Se in tanti, dopo le peripezie vissute in quanto positivi, hanno avuto ulteriori problemi e snervanti attese per ottenere nuovamente il Green Pass, per altri la revoca del certificato verde non è mai avvenuta, anche e soprattutto dopo il 31 dicembre 2021. Il paradosso più smaccato è quello vissuto da tanti positivi a quali, per ritardi burocratici, è stato lasciato il green pass attivo per gran parte del periodo di positività (potendo quindi formalmente continuare ad accedere ai locali) per poi essere sospeso a pochissimi giorni dalla fine della quarantena, trovandosi di conseguenza privi di green pass anche per diversi giorni dopo l’esser tornati negativi.

Ora, con il nuovo Dpcm, riavere il Green Pass in quanto guariti sembra invece un processo meno complesso, vista la possibilità di effettuare il tampone di fine isolamento o quarantena anche rapido e anche presso una farmacia, la quale può provvedere per consegnare direttamente il certificato verde. Intanto, però, dall’inizio della nuova ondata la confusione ha regnato sovrana, con pecche nel sistema e gravi crisi da parte dei cittadini, sentitosi abbandonati e all’interno di un vortice in cui ogni organo competente sembrava “passarsi il testimone” della responsabilità, in quelle volte in cui finalmente il centralino era reperibile. In molti infatti – e le foto di alcune città come Milano parlano da sé – hanno preso iniziativa andando a cercare disperatamente di effettuare tamponi, con file di persone fuori dalle farmacie e strutture private libere di richiedere somme molto importanti perché, spesso, rappresentavano l’unica soluzione.

[di Francesca Naima]

 

Cosenza: manifestano contro il Governo Draghi, colpiti da una raffica di multe

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I partecipanti alla manifestazione contro il Governo Draghi svoltasi lo scorso 4 dicembre 2021 a Cosenza stanno ricevendo in queste ore un gran numero di multe, motivate dal mancato rispetto delle misure di distanziamento sociale. Si tratta di un provvedimento, denuncia il sindacato USB Confederazione Cosenza, che segue numerose altre misure repressive, anche di natura penale, attuate nei confronti di attivisti di comitati locali e sindacali. I lavoratori, che tentavano di riportare l’attenzione del Governo sulla critica situazione occupazionale e lavorativa e sulle problematiche della Regione, si trovano così ad essere sanzionati per aver manifestato il proprio dissenso.

Stanno fioccando a centinaia le multe sui manifestanti cosentini che, il 4 dicembre scorso, si erano riuniti per sfilare in un corteo regolarmente autorizzato e protestare contro le decisioni del Governo Draghi. A denunciarlo è stata una nota diffusa dal sindacato USB Confederazione Cosenza. Le sanzioni amministrative, dal valore di centinaia di euro, sono motivate dal mancato rispetto delle misure di distanziamento sociale durante lo svolgersi della manifestazione. “Non solo foto e video smentiscono facilmente” scrive USB, “ma a sottolineare la pretestuosità di questi provvedimenti basta il fatto che a pochi metri di distanza migliaia di cosentini, alle prese con lo shopping natalizio, affollavano corso Mazzini”.

I lavoratori che si trovavano in piazza il 4 dicembre protestavano per la poca attenzione mossa dal Governo Draghi nei confronti della “regione più povera d’Italia”, dalla quale centinaia di giovani sono costretti a spostarsi ogni anno per avere prospettive di vita migliori. I manifestanti chiedevano così al Governo iniziative che migliorassero le prospettive lavorative e occupazionali in una realtà dove “quasi tutti i lavoratori dipendenti operano nella maggior parte dei casi con contratti illegittimi, sottopagati, sottoposti perennemente a ricatti resi possibili dai tassi altissimi di disoccupazione”.

Il sindacato USB definisce la decisione della questora Petrocca e del dirigente della Digos De Marco di sanzionare i manifestanti un “preoccupante attacco” alle attività svolte dalle organizzazioni sociali e sindacali e “ai diritti sanciti dalla Costituzione”, che “contribuisce ad aggravare il clima da caccia alle streghe che si registra in città”.

L’agibilità democratica è fortemente minata” denuncia il sindacato. La tendenza a muoversi in questo senso non è di certo nuova per questo esecutivo, dal momento che vi è stato un notevole dispiegamento delle Forze dell’Ordine per sopire le iniziative di protesta in diversi contesti, a partire da scuole e università. E in un Paese democratico il diritto fondamentale ad esprimere dissenso non può certo essere silenziato da azioni coercitive e punitive.

[di Valeria Casolaro]

“Partygate”, richieste dimissioni di Johnson anche da suo stesso partito

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Sono molte le personalità politiche a richiedere le dimissioni del premier inglese Boris Johnson a seguito delle rivelazioni sulla sua partecipazione ad un evento organizzato nei giardini della residenza ufficiale in Downing Street nel maggio 2020, in pieno lockdown per la pandemia da covid-19. Johnson si è scusato ufficialmente ieri 12 gennaio, ma tanto non è bastato per quietare le critiche nei suoi confronti. Tra coloro che ne richiedono le dimissioni, oltre al fronte dell’opposizione, vi sono anche figure di spicco appartenenti al suo stesso partito, come i leader conservatori scozzesi William Wragg e Douglas Ross, che definiscono la sua posizione “insostenibile”. Per mettere seriamente in bilico la posizione del premier, tuttavia, servirebbe una lettera di sfiducia firmata da almeno 54 deputati conservatori su 360 presenti in Parlamento.

Guadagno di funzione, Fauci e la nascita del virus: fact-checking su Veritas

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Project Veritas ha recentemente pubblicato un’esclusiva che potrebbe rivoluzionare la lettura dei rapporti tra USA e i laboratori di Wuhan, una lettera-rivelazione inviata dal Maggiore Joseph Murphy all’Ispettore Generale del Dipartimento della Difesa il 13 agosto 2021, con in allegato un report investigativo circa l’origine del virus Sars-Cov2. Il documento collegherebbe gli Stati Uniti alla creazione del coronavirus stesso, la sua portata sarebbe storica se non fosse che Project Veritas e il suo fondatore, James O’Keefe, non sono certamente celebri per la loro integrità etico-giornalistica. ...

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Italia, la Camera approva una legge per controllare le lobby

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È stato approvato ieri alla Camera, con 339 voti favorevoli e 42 astenuti, il testo unico sull’attività delle lobby. Nata dalla sintesi delle proposte di tre forze politiche (Iv, M5s e Pd), si tratta della legge che, ove il Senato ponesse il suo timbro definitivo, regolerà l’attività di influenza dei gruppi di pressione sui decisori pubblici.

Nello specifico, il testo prevede l’istituzione di un Registro per la trasparenza dell’attività di rappresentanza di interessi presso l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Per interfacciarsi con i decisori pubblici, i rappresentanti di interessi saranno obbligati ad iscriversi al Registro attraverso l’inserimento dei propri dati, di quelli riferiti alle “risorse umane ed economiche” delle quali dispongono per “svolgere le attività” e di quelli che identificano il titolare degli interessi in vista dei quali il rappresentante opera.

I portatori di interessi, come ricorda il dettato del progetto di legge, sono “persone, enti, società o associazioni che, per lo svolgimento delle attività di rappresentanza di interessi particolari, incaricano rappresentanti di interessi” e “i committenti che conferiscono ai rappresentanti di interessi uno o più incarichi professionali aventi ad oggetto lo svolgimento delle citate attività”. Vengono invece inquadrati come decisori pubblici i Parlamentari, i membri del Governo (Presidente del Consiglio, Ministri, Viceministri e Sottosegretari); i presidenti, gli assessori e i consiglieri regionali; i presidenti e i consiglieri provinciali e delle città metropolitane; i sindaci, gli assessori e i consiglieri comunali dei comuni capoluogo di Regione; i membri delle autorità indipendenti; i titolari degli incarichi di vertice degli enti territoriali e degli enti pubblici; i responsabili degli uffici di diretta collaborazione di sindaci o ministri.

Il registro sarà suddiviso in due sezioni: una riservata ai soggetti iscritti e alle Amministrazioni Pubbliche, l’altra consultabile da tutti i cittadini, i quali potranno effettuare l’accesso con lo SPID o la carta d’identità elettronica.

In parallelo, è stato introdotto lo strumento dell’Agenda degli incontri tra i decisori pubblici e i rappresentanti di interessi iscritti al Registro per la trasparenza: obbligatorio sarà, per questi ultimi, aggiornarla settimanalmente.

Nonostante l’ampissima maggioranza delineatasi alla Camera per la sua approvazione in prima lettura, non sono mancati gli spunti di perplessità e critica sul testo, che, come ha ammesso il ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, dopo avere plaudito al risultato del voto di oggi, è stato frutto di una mediazione tra posizioni politiche molto distanti.

Una delle maggiori problematicità riguarda, ad esempio, il fatto che il divieto di iscrizione nel Registro dei rappresentanti di interessi per gli ex decisori pubblici che sono stati membri del Governo nazionale o regionale valga solo per un anno dalla chiusura dell’incarico, mentre il testo base redatto dalla Deputata Vittoria Baldino del Movimento 5 Stelle indicava in origine un lasso di tempo di 3 anni: l’opposizione di centro-destra e Italia Viva ha portato ad un faticoso accordo finale su un testo che, tra l’altro, ha escluso dai soggetti coinvolti da tale divieto gli ex deputati (i quali avrebbero dunque la possibilità di iscriversi al Registro anche subito dopo la conclusione del loro mandato).

Inoltre, dall’obbligo di iscrizione al Registro e dalla redazione settimanale dell’Agenda saranno esclusi Confindustria, con tutte le sue articolazioni settoriali, ed i sindacati, producendo il “film già visto” secondo cui i ‘pesci piccoli’ saranno (giustamente) soggetti a regole molto stringenti, mentre i ‘grandi attori’ potranno godere di un trattamento nettamente meno rigido. Molto folto il fronte dei parlamentari che hanno spinto per l’inserimento di tale esenzione all’interno del provvedimento: tra di loro, esponenti di Lega, Fi, Pd e gruppi centristi.

Ad ogni modo, grande entusiasmo è stato manifestato dal leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, che ha parlato di un «traguardo storico del Parlamento grazie all’azione del M5S».

Lobbying4Change, associazione nata nel 2020 per promuovere l’approvazione di una legge che disciplinasse l’attività di lobbying, pur esprimendo «soddisfazione per un passo in avanti verso una norma necessaria per il corretto funzionamento della nostra democrazia», palesa la propria «preoccupazione per gli effetti negativi di un compromesso al ribasso sul testo di legge», evidenziando il rischio che, sulla base dell’esclusione di Confindustria e dei sindacati dall’obbligo di iscrizione al Registro, si possano creare «interessi di serie A e interessi di serie B» e giudicando negativamente la «definizione ristretta di decisore pubblico» che esclude dall’obbligo di firma «figure apicali e alti dirigenti con potere di firma», nonché i contenuti delle «disposizioni troppo blande previste dalla legge in merito alle porte girevoli fra politica e affari».

Il testo, in ogni caso, è in viaggio verso il Senato. La partita è ancora aperta.

[di Stefano Baudino]

Yemen, preoccupazione ONU per escalation violenza militare

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Solamente nell’ultimo mese sono 15 mila le persone sfollate e 350 i civili uccisi in seguito all’aumento delle azioni militari in Yemen, il Paese più povero del mondo arabo nel quale dal 2014 è in atto una guerra tra i ribelli Houti e le forze leali al governo. Durante l’incontro del 12 gennaio del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’inviato speciale ONU Hans Grundberg ha espresso preoccupazione per l’aumento delle azioni militari, la peggiore alle quali lo Yemen abbia assistito negli ultimi anni. L’ONU prevede siano necessari per quest’anno all’incirca 3,9 miliardi di dollari in aiuti umanitari alla popolazione yemenita, ma i drastici tagli ai finanziamenti e la difficoltà ad accedere al territorio per ragioni di sicurezza potrebbero rendere gli interventi difficili da realizzare.

Caso Epstein: principe Andrea andrà a processo negli Stati Uniti

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Il principe Andrea d’Inghilterra, coinvolto nello scandalo sessuale legato alla frequentazione del defunto miliardario americano Jeffrey Epstein, andrà a processo negli Stati Uniti. Un giudice americano, infatti, ha rigettato la richiesta del terzogenito della regina Elisabetta di archiviare la causa civile intentata dalla sua accusatrice Virginia Giuffrè. Quest’ultima, oltre ad aver accusato il defunto finanziere Epstein e la compagna Ghislaine Maxwell di aver abusato sessualmente di lei quando era minorenne, nel 2001, ha altresì raccontato di essere stata obbligata ad avere rapporti sessuali con il principe Andrea all’età di 17 anni. Ha intentato dunque una causa civile nei confronti del principe ad agosto, parlando anche di percosse e stress emotivo provocato nei suoi confronti intenzionalmente.

 

Glifosato, a Pavia scatta l’allarme contaminazione

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A causa delle alte concentrazioni riscontrate nelle acque dell’erbicida glifosato, e del suo metabolita Ampa, nella zona risicola in provincia di Pavia sono scattate misure finalizzate a limitare l’uso del fitofarmaco. A darne notizia la Regione Lombardia che, nelle Linee guida di attuazione del Piano nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari, ha scritto: «Seppur in un contesto di ampia diffusione di significativi valori di concentrazione nelle acque, a livello regionale la situazione appare in leggero miglioramento, ad eccezione della zona risicola della provincia di Pavia dove si evidenzia un peggioramento». La contaminazione interessa sia le acque superficiali sia quelle sotterranee e, a dirla tutta, non solo il glifosato. A superare la soglia, infatti, sono state anche le concentrazioni di altri due erbicidi: il Flufenacet e il Sulcotrione. Per tutte queste sostanze, quindi, come previsto dal documento entrato in vigore questo mese, si attuano misure di mitigazione che prevedono, inoltre, limitazioni nell’utilizzo di ciascuno dei pesticidi in eccesso. Le azioni saranno prioritarie nelle coltivazioni più critiche, quali mais, riso e vite, così come nei siti protetti della Rete Ecologica Natura 2000.

Ad allarmare maggiormente, comunque, sono le concentrazioni di glifosato: il principio attivo contenuto nel Roundup, il prodotto diserbante della Monsanto-Bayer più utilizzato al mondo. Ormai considerato ‘probabile cancerogeno’ per l’uomo, ne è stata già appurata la sua pericolosità per il comparto acquatico. L’utilizzo del dibattuto fitofarmaco, entro certi limiti, è stato consentito dall’Unione europea fino al termine del 2022. Tuttavia, un gruppo di aziende, nel 2019, ne aveva chiesto il rinnovo dell’approvazione. Il Gruppo per il rinnovo del glifosato, costituito da otto società determinate a prolungare la vita dell’erbicida, ha presentato una serie di studi, poi valutata dal Gruppo europeo di valutazione. Questo, di conseguenza, ha redatto la Relazione di valutazione del rinnovo, a sua volta trasmessa all’Agenzia europea della Sostanze chimiche e all’Autorità europea per la sicurezza alimentare. Il documento, tuttavia, è stato fortemente criticato da scienziati ed ambientalisti circa l’attendibilità degli studi presentati a monte dalle aziende. Il 90% delle ricerche sarebbe stato scartato e a dominare, tra quelle presentate, le indagini aziendali su quelle accademiche decisamente più indipendenti. L’unica via per garantire che i pesticidi dannosi per la salute umana e/o l’ambiente siano rimossi dal mercato Ue – come hanno ricordato numerose associazioni – è infatti smetterla di fare ricorso a studi industriali inaffidabili o di parte.

[di Simone Valeri]

L’associazione Essere Animali è stata denunciata dal Consorzio Grana Padano

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L’associazione Essere Animali è finita nel mirino del Consorzio che tutela il Grana Padano DOP: quest’ultimo, infatti, ha intentato una causa civile presso il Tribunale di Brescia nei confronti dell’associazione ed ha presentato una denuncia-querela nei confronti di quattro membri dell’organizzazione per i reati di diffamazione, sostituzione di persona, interferenza nella vita privata e ricettazione. A riferirlo è stata proprio Essere Animali, la quale tramite un articolo ha comunicato che il Consorzio ha agito in tal modo in seguito alla diffusione di due investigazioni dell’associazione in due differenti allevamenti di mucche da latte produttori di Grana Padano.

Per quanto riguarda la causa civile il Tribunale, seppur nella fase cautelare, su diversi aspetti ha dato ragione ad Essere Animali, tuttavia ha disposto la rimozione dal web dei video delle investigazioni ed inibito la divulgazione di ulteriori contenuti relativi ai fatti oggetto delle inchieste in quanto l’associazione avrebbe trasmesso il messaggio che «l’intera produzione del formaggio a marchio Grana Padano avvenga con le modalità violente e nelle condizioni denunciate». Essere Animali però non si dà per vinta, ed anzi i suoi avvocati proporranno reclamo contro quanto disposto dal Tribunale cercando di far revocare l’ordine di rimozione e rendendo nuovamente visibili i video.

L’associazione in tal senso specifica di ribadire da tempo in ogni video e comunicato che in tutti gli allevamenti di mucche da latte, indipendentemente dal fatto che esso sia utilizzato per la produzione di Grana Padano, avvengono determinate pratiche denunciate tramite le investigazioni essendo esse legali, così come da tempo specifica che alcune irregolarità di legge, documentate nelle inchieste, non costituiscono di certo il motivo per affermare che esse avvengano nella maggior parte degli allevamenti italiani. Venendo poi nel dettaglio alla prima investigazione incriminata, riguardante un allevamento intensivo in provincia di Bergamo, essa oltre a mostrare alcuni maltrattamenti da parte degli operatori verso gli animali si concentrava principalmente sulle condizioni di vita dei vitelli, separati dalla madre alla nascita e rinchiusi in piccoli recinti individuali. Un modus operandi appunto consentito dalle leggi: proprio per questo, ciò che chiedeva Essere Animali con tale investigazione nonché con la seconda investigazione era un cambiamento delle stesse, sulla cui base tali pratiche vengono generalmente attuate negli allevamenti di mucche da latte.

Successivamente però il Consorzio, secondo quanto riferito da Essere Animali, ha chiesto la rimozione dei riferimenti al marchio dal video dell’investigazione. Richiesta rifiutata dall’associazione che anzi – nonostante la successiva richiesta del Consorzio di astenersi dal pubblicare altri contenuti che facessero riferimento diretto alla DOP Grana Padano – ha poi diffuso la seconda investigazione. Quest’ultima, realizzata in un allevamento di mucche da latte in provincia di Brescia produttore di Grana Padano, oltre a documentare la pratica di prassi nei confronti dei vitelli sopracitata documentava anche un grave stato di incuria.

Detto ciò, per conoscere in maniera dettagliata la posizione di Essere Animali riguardo ai reati contestati, abbiamo contattato l’avvocato dell’ufficio legale dell’associazione, Alessandro Ricciuti, secondo cui ci sarebbe un’enorme distanza tra quello che Grana Padano contesta nella denuncia e la realtà dei fatti. L’avvocato ha premesso in tal senso che le indagini sono state svolte tramite un “infiltrato”, ossia un collaboratore dell’associazione che si è presentato all’azienda dicendo di essere interessato a lavorare. Durante l’investigazione, dunque, il collaboratore «era sul posto legittimamente essendo stato chiamato a lavorare». Di conseguenza, «il reato di sostituzione di persona non c’è, perché esso vi è nel momento in cui si assume un’identità fittizia mentre il collaboratore si è presentato sul luogo di lavoro con il suo nome e cognome reali ed è stato in tal modo assunto».

Riguardo invece le interferenze illecite nella vita privata, «il Consorzio sostiene che aver filmato all’interno dell’allevamento configuri tale reato, che però in realtà si realizza nel momento in cui si filma – senza esserne autorizzati – l’interno di una privata dimora, che secondo la giurisprudenza consolidata corrisponde al luogo dove si svolge la vita privata della persona e quindi non di certo un allevamento». Conseguentemente, «non vi è nessuna interferenza illecita».

Venendo alla ricettazione, invece, «il consorzio ritiene vi sia in base al presupposto, falso, che siano stati commessi i due reati sopracitati, sostenendo che i responsabili dell’associazione abbiano utilizzato le immagini ottenute commettendo questi due reati, macchiandosi così del reato di ricettazione». Tuttavia, «venendo meno i primi due reati viene meno anche la ricettazione». Infine vi è la diffamazione, che però l’avvocato sostiene non vi sia in quanto i contenuti degli articoli di Essere Animali non hanno «mai superato il limite della continenza verbale» e «la comunicazione è sempre stata corretta». Ad ogni modo per quanto riguarda la denuncia, che «è stata depositata nel giudizio civile», l’avvocato ricorda che «l’esame dai fini penalistici della nostra comunicazione sarà oggetto del giudice penale solo eventualmente, non essendo scontato che il pm chiuda le indagini con la richiesta di rinvio a giudizio e potendo anche chiuderle con la richiesta di archiviazione. Dunque, «solo se sarà necessario ci difenderemo».

[di Raffaele De Luca]