domenica 8 Febbraio 2026
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Il canone Rai e il finanziamento a nostra insaputa

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Si chiama un po’ pomposamente “Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione”, e in teoria dovrebbe appunto servire per alimentare e incentivare un panorama di voci libere e indipendenti. In realtà, la raccolta pubblicitaria e le dinamiche dei media italiani, da anni, sono serviti più a strangolarle, che a fargli da amplificatore. Basti pensare che il tesoretto viene gestito dal ministero per lo Sviluppo Economico, quindi di volta in volta ha un colore e un indirizzo politico, al quale viene assegnato il compito di aprire o chiudere il rubinetto, decidendo chi ha diritto e a quanto. Un fondo che, all’insaputa di quasi tutti i cittadini, passa attraverso il canone Rai.

Il gruzzoletto ammonta a circa 110 milioni l’anno e ne beneficia una platea piuttosto vasta di tv e radio commerciali, esattamente 137 televisioni e 163 emittenti radiofoniche (oltre a 621 tra tv e radio comunitarie, ossia cooperative, opere diocesane, parrocchie, associazioni culturali), ma anche testate giornalistiche di carattere nazionale. Proprio questo, invero, è il punto. Perché il finanziamento a questa fetta cospicua e nemmeno troppo sommersa di media, passa – all’insaputa dei più – attraverso il canone Rai che tutti dobbiamo pagare. La norma infatti prevede che una parte della “bolletta” associata a quella della luce, e con la quale gli italiani finanziano l’emittente di Stato, serva appunto a sostenere tutto il sommerso che sta dietro a Mamma Rai. In molti casi, peraltro, proprio testate o emittenti che fanno concorrenza alla Rai stessa.

Non sono certo in molti, gli italiani che lo sanno. Non sanno per esempio che l’anno scorso tv e radio locali che in molti casi, non possono vedere e non vedranno mai, hanno beneficiato di 66 milioni da questo fondo, nell’anno appena iniziato la cifra dovrebbe essere aumentata di 5 milioni. Come non sanno che la quota rimanente a disposizione, viene elargita ad una platea di 107 tra giornali e periodici, comprese 8 testate editate per le minoranze linguistiche. Anche in questo, l’imbuto tra cui passa il fiume di soldi pubblici è politico, perché la lista e i criteri di ammissione sono gestiti dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Editoria, in questo caso col governo Draghi si tratta del senatore forzista Giuseppe Moles. Ma la lunga lista dei giornali che vengono sostenuti dal Fondo, attraverso la Rai, comprende testate molto note, la più fortunata delle quali è Dolomiten, quotidiano in lingua tedesca di Bolzano che incassa sei milioni e 176 mila euro. Ma anche i giornali cattolici Famiglia cristiana e Avvenire non possono lamentarsi per il trattamento che ricevano: rispettivamente sei e cinque milioni di euro. Ci sono anche Libero (5,4 milioni di euro), Italia Oggi (quattro milioni), Il Manifesto (tre milioni), Il Foglio (un milione e 800mila euro).

La legge che ha accorpato il canone Rai alla bolletta risale al governo Renzi, fu pensata (e molto criticata) per cercare di ridurre l’alto tasso di evasione su questo contributo all’Ente di stato e se è per quello, con la coercizione, si è notevolmente abbassato il numero dei morosi (dal 27% al 5%): 7 milioni di italiani in più, totale circa 22 milioni, pagano 90 euro di canone Rai, non sapendo che 5 euro vanno a tutti gli altri senza che gli italiani in pratica lo sappiano. Una situazione che non fa contenta nemmeno la Rai, anzi. Grazie alla norma che fa pagare coercitivamente tutti, quindi aumentando la platea di cittadini che pagano, il gettito è aumentato a quasi 2 miliardi, ma tra Iva, tasse di concessione e appunto il Fondo, le risorse per Mamma Rai non sono aumentate, anzi sono diminuite. Tanto è vero che il sindacato Usigrai fece anche un ricorso al Presidente della Repubblica e l’amministratore Rai, Carlo Fuortes, appena insediato ha sollevato il problema davanti alla commissione di Vigilanza.

Ha poi proposto di azzerare il Fondo e quindi di drenare le risorse per il servizio pubblico che negli anni ha visto dimezzarsi le entrate pubblicitarie (dal 2008 al 2021: da 1 miliardo 187 milioni a 557), scatenando però subito una tempesta tra gli editori e i giornalisti. E ricevendo di fatto l’altolà da parte del presidente della Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali), Andrea Riffeser Monti, che ha tuonato a difesa del pluralismo e per difendere le decine di testate che campano coi soldi del Fondo. E all’insaputa degli italiani che li finanziano.

[di Salvatore Maria Righi]

Le sanzioni americane stanno condannando a morte i civili afghani

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Da quando i talebani si sono insediati in Afghanistan e gli Stati Uniti hanno ritirato le proprie truppe dal territorio, per i civili si prospettano tempi molto duri. Anzi, quei giorni sono già arrivati.

Cosa ha ridotto così in miseria il popolo afghano? I fattori sono tanti e probabilmente frutto di anni di politiche e interventi sbagliati. Tuttavia il collasso economico succeduto al ritiro dell’esercito americano, unito alle enormi sanzioni imposte al Paese e alla cessazione di molti aiuti umanitari, hanno siglato una vera e propria condanna. Milioni di persone soffrono quotidianamente la fame. Molte di loro moriranno. Paul Spiegel, direttore del Center for Humanitarian Health, dopo essere tornato da un viaggio in Afghanistan per conto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha detto che “se gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali non cambiano le loro politiche sanzionatorie, più afgani moriranno a causa delle sanzioni che per mano dei talebani”.

Le morti saranno quindi anche conseguenza di decisioni politiche e strategie. Ad agosto Ajmal Ahmady, Governatore della Banca Centrale locale, diceva che le riserve valutarie del Paese sono per lo più depositate in conti esteri e “pertanto, possiamo dire che i fondi accessibili ai talebani sono forse lo 0,1-0,2% delle riserve internazionali totali dell’Afghanistan”. Nello stesso periodo gli Stati Uniti hanno congelato gran parte dei 9,5 miliardi di dollari di beni di proprietà proprio della Banca centrale dell’Afghanistan, interrompendo i trasferimenti di denaro verso il Paese.

Quello delle sanzioni è un efficace strumento di controllo, utilizzato dagli Stati Uniti soprattutto negli affari di politica estera. Il problema è che il governo afghano, costruito anche con l’intervento straniero nel corso di moltissimi anni, dipende quasi interamente dal sostegno fuori porta, in particolare in ambito sanitario ed alimentare.

E gli effetti cominciano già a mostrarsi in maniera più che evidente. Per sottrarsi alla fame molte persone sono arrivate a vendere i propri organi. Nasir Ahmad, un chirurgo locale, ha detto di aver effettuato 85 operazioni di trapianto di rene negli ultimi mesi, operazione nel 99% dei casi effettuata su individui poveri spinti da motivi economici. E ancora. 3,2 milioni di bambine e bambini al di sotto dei cinque anni stanno soffrendo di malnutrizione acuta.

L’insicurezza alimentare che oggi si sta affrontando nel Paese è la più grave degli ultimi decenni. Gli interventi umanitari sono fondamentali per evitare una catastrofe umanitaria che colpisce tutti indistintamente, anche chi fino a qualche tempo fa poteva dirsi “fortunato”. La disoccupazione dilagante ha ridotto in povertà quasi tutta la popolazione. L’Onu ha per questo chiesto cinque miliardi di dollari ai paesi donatori per finanziare un piano di aiuti che agisca in maniera emergenziale. L’Organizzazione ha poi anche chiesto altri 623 milioni di dollari per aiutare i quasi 6 milioni di rifugiati afgani che vivono nei Paesi vicini come Iran e Pakistan.

“Il fatto è che senza non ci sarà futuro”, ha detto Martin Griffiths, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari.

[di Gloria Ferrari]

Tonga, eruzione vulcanica: effetti in tutto il Pacifico Meridionale

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Nell’Oceano Pacifico meridionale si è verificata una violenta eruzione sottomarina del vulcano Hunga Tonga-Hunga Haʻapai. Il fenomeno è stato talmente forte da essere percepito sin nelle isole Fiji, a 800 km di distanza, dove le persone residenti nelle zone costiere a bassa quota sono state evacuate. Nell’isola di Tonga, che si trova a soli 65km dal vulcano, è scattato un allarme tsunami, dopo che le persone hanno visto le proprie case invase dall’acqua e la cenere cadere sugli edifici. Secondo i servizi geologici locali, i pennacchi di fumo, gas e cenere hanno raggiunto un’altitudine di 20 km nel cielo. In Nuova Zelanda, che si trova a 2300 km di distanza, è stato annunciato il rischio del verificarsi di onde anomale improvvise come effetto dell’eruzione.

La verità sui marchi DOP e IGP: veri prodotti tipici o marketing?

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Il più delle volte l’italianità e la regionalità del prodotto è solo sulla carta. In realtà la materia prima viene dall’estero e l’origine tradizionale del prodotto non è più rispettata. Esempi tipici di falsa provenienza sono l’aceto balsamico di Modena IGP, la Piadina romagnola IGP, la bresaola della Valtellina IGP, le cui materie prime arrivano dall’estero con una ricetta alterata e industriale rispetto all’originale con cui il prodotto è nato tanti anni fa… 

Per proteggere i prodotti di qualità del territorio, l’Unione Europea da anni emette certificati DOP e IGP. Ma ad essere tutelata, più dei consumatori, delle tradizioni e dei piccoli produttori, è una forma di concorrenza che impone di togliere dai disciplinari ogni riferimento aggiuntivo sulla provenienza delle materie prime, a discapito di filiere locali virtuose dal punto di vista economico e ambientale. E’ successo così a Modena per l’aceto balsamico, e sta continuando a succedere in Romagna con la lunga diatriba sulla piadina, ad esempio. 

Marchi DOP e IGP: cosa garantiscono al consumatore?

In teoria si tratta di veri e propri marchi di qualità rilasciati dall’Unione Europea per la tutela di prodotti alimentari tipici e tradizionali di un determinato territorio (mozzarella di Bufala Campana DOP, oliva Bella di Cerignola DOP…), quindi con l’obiettivo di proteggere le eccellenze enogastronomiche del made in Italy (i prodotti DOP e IGP sono presenti anche in altri Paesi europei).

  • Prodotti DOP: sono cibi legati al territorio, le cui caratteristiche sono influenzate dalla zona geografica (una regione o un paese). La coltivazione, preparazione e trasformazione devono avvenire interamente nella zona indicata. Un disciplinare di produzione specifica le materie prime da utilizzare. Cosa significa? Che i fattori naturali, come il clima e le caratteristiche ambientali e del suolo, insieme ai fattori umani – sempre legati al territorio, come le tecniche di lavorazione tramandate – permettono di ottenere un prodotto unico, impossibile da realizzare uguale in un altro luogo. È il caso di alcuni formaggi tipici, come il Gorgonzola DOP, il Taleggio DOP, ma anche l’Aglio di Voghiera DOP, o il Pane di Altamura DOP.
  • Prodotti IGP: la qualità del prodotto è collegata alla zona geografica, ma è sufficiente che solo un passaggio della lavorazione avvenga nel luogo indicato. Un olio IGP può essere prodotto con olive tunisine spremute in Italia, perché in questo caso è considerato più importante il metodo di trasformazione della provenienza della materia prima.

Prodotti DOP e IGP: quale differenza in concreto?

La differenza fra prodotti DOP e prodotti IGP sta nel fatto che, nel caso del prodotto DOP, tutto ciò che concerne la produzione e la commercializzazione del prodotto, ha origine nel territorio dichiarato (es. olio extravergine di oliva Riviera Ligure DOP). Un olio extravergine DOP è prodotto solo con olive di quella zona e una percentuale di acidità generalmente inferiore a quella prevista per il normale extravergine (acidità meno di 0,8%). Mentre nel caso del prodotto IGP, il territorio dichiarato conferisce al prodotto, attraverso alcune fasi o componenti della elaborazione, le sue caratteristiche peculiari, ma non tutti i fattori che concorrono all’ottenimento del prodotto provengono dal territorio dichiarato. 

L’elenco completo di tutti i prodotti DOP e IGP presenti in Italia può essere consultato sul sito del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.

Bresaola della Valtellina IGP: prodotto made in Italy, ma la carne arriva dal Brasile!

Bresaola della Valtellina IGP? È fatta in gran parte con carne congelata di zebù, un bovino con la gobba che viene allevato in Sudamerica (Brasile, nello specifico), ma che è originario dell’Asia e dell’Africa. In Brasile gli zebù furono importati nel XX secolo e incrociati con una razza bovina francese, la Charolaise. Il salume derivato da questo bovino si spaccia come tipico della Valtellina. Una truffa alimentare? In realtà no, affatto. Lo consente il disciplinare di produzione, ma il consumatore medio non lo sa, nonostante secondo il Consorzio di Tutela, attivo dal 1998, il gradimento degli italiani nei confronti della bresaola sia cresciuto del 39% rispetto a 15 anni fa.

Non è una truffa, ma un po’ ingannevole lo è…

L’articolo 2 del disciplinare di produzione IGP specifica che la bresaola valtellinese debba essere solamente «elaborata» nella tradizionale zona di produzione che comprende l’intero territorio della provincia di Sondrio. E all’articolo 3 si prescrive che debba essere ricavata da cosce di bovino tra i 18 mesi e i 4 anni. Insomma, per produrre Bresaola della Valtellina IGP, fatta e stagionata all’italiana e in Italia, si può utilizzare — appunto — qualsiasi tipo di bovino, anche quello che di italiano non ha nulla. Tutta colpa, anzi merito, del bos taurus indicus, comunemente detto zebù. Incrociando la vacca comune con questo bovino dotato di gobba e grande giogaia, gli allevatori brasiliani ottennero un animale con la carne dura come la suola delle scarpe. “Ma è carne magra e va benissimo per le nostre bresaole”, dice Emilio Rigamonti, presidente del consorzio che tutela appunto la bresaola della Valtellina.

Paradossalmente, la carne magra degli zebù allevati spesso al pascolo brado, rischia di essere ben più sana di quella bovina italiana da allevamento industriale e intensivo, che si produce con animali sempre chiusi in stalla e che sviluppano molto più grasso nelle carni oltre a residui di antibiotici e pesticidi dei mangimi…

Qualche consumatore sarà sorpreso. Forse pensava, magari guardando la pubblicità in tv, che la carne da stagionare fosse gentilmente offerta dalle vacche e dai manzi delle montagne bergamasche. “Sono ormai decenni – dice l’uomo del consorzio – che acquistiamo carne brasiliana e il motivo è semplice: solo quella va bene per il nostro prodotto. Quella italiana ed europea sono troppo grasse. E poi bisogna ricordare che lo zebù è un bovino come gli altri. Ha solo quel nome strano, che richiama Belzebù… “.Niente di strano quindi, a sentire chi fa profitto con questo salume e gestisce il Consorzio di Tutela della breasola IGP. A dire la verità, però, al consumatore dà fastidio che il Ministero delle Politiche Agricole permetta la denominazione di un prodotto, come IGP (Indicazione Geografica Protetta) della Valtellina. La gente si aspetta di mangiare un prodotto fatto con carne italiana allevata in Valtellina! In conclusione questo salume si faceva un tempo, è vero, con le carni dei bovini allevati nella Valtellina, ma poi il prodotto è diventato industriale trasformandone la filiera e oggi rimangono pochissime piccole aziende agricole nella provincia di Sondrio che producono ancora la vera bresaola della Valtellina.

La Piadina Romagnola IGP

Questo alimento ha ricevuto la certificazione IGP nel 2014, ma si tratta di una IGP richiesta dall’industria, fatta per gli industriali della piadina e non richiesta dai piccoli produttori del territorio romagnolo. Se ne producono 70-80 mila pezzi al giorno! Qualsiasi prodotto alimentare che abbia un marchio DOP o IGP ha anche un disciplinare di produzione ben preciso e circoscritto, ovvero il prodotto va preparato sempre e solo con le specifiche, gli ingredienti e le tecniche di lavorazione indicate dal suo disciplinare di produzione. Se ad esempio la piadina si prepara secondo altri criteri non può essere più denominata, imbustata, etichettata e venduta come piadina romagnola IGP, pena severe sanzioni amministrative e penali per chi la spaccia come qualcosa che nei fatti non è.

All’articolo 5 del Disciplinare di produzione della Piadina Romagnola IGP si elencano le materie prime obbligatorie per la preparazione di questo alimento e la sua etichettatura. La farina deve essere di grano tenero, il sale deve essere pari o inferiore a 25 grammi su un chilo di farina, i grassi che si devono obbligatoriamente utilizzare e che sono ammessi sono: strutto, olio extravergine di oliva oppure olio d’oliva (raffinato), fino a un massimo di 250 grammi per chilo di farina. Il lievito consentito è quello chimico (carbonato acido di sodio, o difosfato disodico), non è ammessa invece la preparazione con il lievito di birra o il lievito madre. Per quanto riguarda l’uso dei grassi impiegati nell’impasto, è bene notare come sia ammesso lo strutto di qualsiasi genere, fosse anche strutto di maiali allevati all’estero, sebbene la ricetta originale usasse solo lo strutto di maiale della razza Mora romagnola, un suinetto scuro e oggi quasi estinto. Ma soprattutto è ammesso l’uso, in alternativa allo strutto, dell’olio d’oliva (non extravergine di oliva), molto raffinato e non di qualità, che si ottiene dalle lavorazione residue delle bucce di oliva dopo aver estratto a freddo quello extravergine. L’olio d’oliva si estrae a caldo, attraverso macchinari ad alta temperatura e pressione; questo fa si che si degradino le sostanze grasse dell’olio stesso, ecco perché non è salutare. La farina è sufficiente che sia di grano tenero, secondo il Disciplinare. Quindi non serve che questa farina sia locale, di grano coltivato in Romagna (come era una volta) ma può venire da qualsiasi parte del mondo.

Altre indicazioni fornite dal Disciplinare, riguardano la possibilità di usare e aggiungere alcol nel momento del confezionamento (per garantirne una maggiore conservazione all’interno della confezione) e di poter addirittura congelare o surgelare per 12 mesi il prodotto. Entrambi questi aspetti sono molto lontani dalla tradizione: i produttori locali non aggiungevano alcol e non congelavano il prodotto, che veniva preparato in giornata e venduto nelle piadinerie di città il giorno stesso. Cosa c’è di male? Nulla, se non fosse che lo si continua a spacciare come prodotto tipico locale del territorio della Romagna, e che lo stesso Consorzio di Promozione e Tutela della Piadina Romagnola IGP, una associazione di garanzia con il compito istituzionale di vigilare e far rispettare il disciplinare a tutti i produttori, in realtà è controllato economicamente dagli industriali della piadina. Ecco che tutto, allora, appare molto “finto” e ingannevole. La facciata è una, ma la realtà dei fatti un’altra.

L’aceto balsamico di Modena IGP

Il vero re degli IGP in Italia è lui: l’aceto Balsamico di Modena IGP, un marchio che frutta 700 milioni di euro l’anno. Alla base del suo successo c’è uno dei prodotti di eccellenza del nostro Paese: il vero, tradizionale aceto balsamico di Modena, che si ottiene però solo ed esclusivamente con il metodo tradizionale che è il seguente: partendo da un quintale d’uva si ottiene alla fine circa mezzo litro di aceto dopo 25 anni di invecchiamento nelle botti. Questo prodotto è il vero nettare, quello da cui è partita tutta la storia dell’aceto balsamico. Un prodotto che costa centinaia di euro al litro e che ha ottenuto nel 2000 in Europa la certificazione DOP (Denominazione di Origine Protetta), da non confondersi con la certificazione IGP, ideata solo nel 2009 da astuti industriali e proposta all’Unione Europea per poi essere accolta e riconosciuta.

La produzione dell’Aceto Balsamico di Modena IGP, secondo le regole del suo Disciplinare, deve essere effettuata nel territorio amministrativo delle province di Modena e Reggio Emilia. Si badi bene che si parla di produzione da farsi in quel territorio, ma non si dice che le materie prime del prodotto debbano provenire da quel territorio. Le uve e l’aceto di vino utilizzati per produrre l’aceto balsamico IGP possono arrivare da qualsiasi parte del mondo, e infatti avviene esattamente questo. Le uve arrivano non solo dall’Italia ma anche da Argentina, Grecia e altri Paesi. La sola cosa imprescindibile è che le uve appartengano ai 7 vitigni indicati dal disciplinare di produzione. E’ evidente come rispetto all’aceto balsamico Tradizionale di Modena (il vero aceto di Modena insomma), che ha invece la certificazione DOP con tutto ciò che ne consegue, che qui siamo di fronte ad una industrializzazione totale dell’alimento. Di legame con il territorio di Modena è rimasto solo l’imbottigliamento e la stagionatura di 60 giorni nelle cantine di Modena.                                        

Per produrre l’aceto balsamico di Modena IGP è sufficiente una quantità di mosto d’uva pari al 20%, il resto è costituito da aceto di vino (minimo 10% e fino all’80% del prodotto), aceto di qualsiasi tipo (non specificata la tipologia di aceto né la percentuale di prodotto da utilizzare) e da colorante caramello (massimo il 2%). Quando il consumatore acquista un aceto balsamico IGP però, non può conoscere queste informazioni in dettaglio, dal momento che il disciplinare vieta espressamente di indicare in etichetta la provenienza dell’uva, la percentuale di aceto aggiunta ed il tempo d’invecchiamento. Nel sito ufficiale del Consorzio di Tutela dell’aceto balsamico IGP si legge che “la produzione può avvenire esclusivamente nelle province di Modena e Reggio Emilia”, ma questa affermazione va presa con le pinze, dal momento che per produzione si intende soltanto la preparazione finale nelle botti e l’imbottigliamento e invecchiamento di 60 giorni. E’ un po’ come dire “pasta 100% italiana”, ma poi scoprire che è fatta con del grano coltivato in Canada o Australia, che viene trasferito ai pastifici italiani per l’impasto e cottura della semola. Si può davvero sostenere che questi prodotti siano il risultato di una territorialità e tradizione italiana? Di una Indicazione Geografica Protetta (IGP)?

Forse non è proprio così. Sarebbe quindi, più serio e onesto dire che il prodotto viene fatto con una variazione della ricetta originale e con materie prime che provengono anche da territori diversi da quello italiano. 

In definitiva, l’Indicazione Geografica Protetta è sulla carta un modo per tutelare le eccellenze del made in Italy dalla contraffazione, ma le logiche di profitto industriale hanno stravolto a tal punto questo principio da farlo arrivare al paradosso di un italiano (aceto balsamico IGP) che copia un altro italiano (aceto Tradizionale balsamico DOP, la vera eccellenza), facendo un ritocco alla ricetta della tradizione per creare un prodotto più vendibile su larga scala ed esportabile in tutto il mondo. Ribadiamo che il balsamico IGP ha fatturati stellari nel mondo e da quando ha ottenuto la certificazione ha dimezzato i fatturati del balsamico Tradizionale DOP.  È bene ricordare che non tutti i prodotti IGP sono slegati dal territorio italiano e dalla ricetta tradizionale originale con cui sono nati, pertanto questa analisi non vuole generalizzare i punti presentati sulla bresaola della Valtellina, la piadina romagnola e l’aceto balsamico di Modena. Sebbene altri IGP e persino altre DOP presentino questo ingannevole legame col territorio e con le eccellenze del made in Italy, molti altri rimangono ancora vere certificazioni di indicazione geografica protetta. 

[di Gianpaolo Usai]

La Francia verso via libera alla certificazione vaccinale

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Con un disegno di legge governativo approvato nella notte tra venerdì 14 e sabato 15 gennaio la Francia si avvia a trasformare la certificazione sanitaria in certificazione vaccinale, ovvero con la stessa valenza del super green pass. Il ddl, che ha suscitato forti dibattiti sia istituzionali che nell’opinione pubblica, dovrebbe entrare in vigore a partire da domenica, dopo il voto dell’Assemblea Nazionale. Il pass vaccinale non sarà obbligatorio per i giovani tra i 12 e i 16 anni, che avranno però ugualmente bisogno di quello sanitario per accedere a diversi luoghi.

Il Quebec vuole introdurre una tassa speciale sui non vaccinati

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Nella provincia canadese del Quebec potrebbe essere presto introdotta una tassa per coloro che scelgono di non vaccinarsi contro il Covid, per sostenere quello che, secondo il secondo il governo locale, è il peso che tali persone rappresenterebbero nei confronti del sistema sanitario. Il premier Francois Legault, infatti, durante una conferenza stampa tenuta nella giornata di martedì ha annunciato che il suo governo sta lavorando a «un contributo sanitario per gli adulti che rifiutano di vaccinarsi contro il Covid per motivi non medici»: già nelle prossime settimane, ha aggiunto Legault, «chi si rifiuterà di ricevere la prima dose dovrà pagare tale contributo».

Non è ancora stato deciso a quanto ammonterà precisamente quest’ultimo, ma il premier ha affermato che si tratterà senza dubbio di un importo rilevante, che non sarà sicuramente inferiore ad una somma pari a circa 70 euro. La sua ragion d’essere, inoltre, risiederebbe nel fatto che il vaccino rappresenterebbe «la chiave per combattere il virus», ed in tal senso il premier ha sottolineato che gli adulti non vaccinati costituiscono solo il 10% della popolazione ma occupano il 50% dei posti in terapia intensiva. «In questo momento queste persone costituiscono un onere molto importante sul nostro sistema sanitario e penso che sia normale che la maggior parte della popolazione chieda che ci siano conseguenze», ha aggiunto Legault, sostenendo che «si tratti anche di una questione di equità nei confronti del 90% della popolazione che ha fatto sacrifici».

Ad ogni modo, tale misura sarebbe solo l’ennesima imposta all’intero della provincia canadese per cercare di affrontare la pandemia: solo due settimane fa, infatti, sono state introdotte diverse restrizioni in Quebec, tra cui il coprifuoco in vigore dalle ore 22:00 alle ore 5:00 ed il divieto di riunioni private.

[di Raffaele De Luca]

In Italia la peste suina è tornata a diffondersi: allarme nel Nord-ovest

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Da settimane l’allarme è sottotraccia, ora è arrivata la conferma: in Italia, e in altri paesi europei, è ufficiale la propagazione di una nuova ondata di peste suina africana, il morbo che colpisce suini e cinghiali, letale circa nell’80% dei casi. La Commissione Europea ha stabilito che fino al 7 aprile l’Italia dovrà applicare le misure contro la diffusione della patologia nelle aree particolarmente infette di Piemonte e Liguria. Inoltre, il nostro Paese dovrà vietare i movimenti di suini detenuti nelle aree citate, e dei relativi prodotti, verso altri Stati membri e paesi terzi. Tuttavia, in molti stanno giocando di anticipo: Cina, Giappone, Taiwan, Kuwait e, con certe eccezioni, anche la Svizzera, hanno già vietato in via precauzionale ogni import di salumi e carni suine Made in Italy. Una misura dannosa a livello economico e almeno in parte ingiustificata. È stato ad esempio dimostrato che il processo di stagionatura cui va incontro il prosciutto nostrano è in grado abbattere o inattivare praticamente ogni patogeno.

La Peste suina africana (PSA) è una patologia virale che colpisce esclusivamente i suidi – maiali e cinghiali – altamente contagiosa e letale per gli animali, non è, in nessun caso, trasmissibile agli esseri umani. Per il morbo non esistono né cure né vaccini, pertanto, le epidemie hanno pesanti ripercussioni economiche nei Paesi colpiti. Una volta accertato anche un solo caso, è infatti necessario procedere all’abbattimento preventivo di migliaia di capi potenzialmente infetti. Per quanto riguardo invece i sintomi – quali febbre, inappetenza, debolezza, aborti spontanei, emorragie interne evidenti su orecchie e fianchi – non differiscono troppo da quelli tipici della peste suina classica, malattia analoga causata però da un virus differente. Mentre tra le modalità più rilevanti di diffusione vanno citati la circolazione di animali infetti, i prodotti a base di carne di maiale contaminata e lo smaltimento illegale di carcasse. C’è da dire, inoltre, che le condizioni in cui versano gli allevamenti intensivi spesso non fanno altro che esacerbare una trasmissibilità già di per sé elevata.

In ultimo, c’è la questione della diffusione in natura. I cinghiali allo stato brado rappresentano infatti dei vettori significativi del virus, tant’è che nei 60 comuni dell’area infetta a cavallo tra Piemonte e Liguria è stato anche chiesto di sospendere la caccia e le attività nel bosco. «Sia perché le battute con il metodo della ‘braccata’ disperdono i gruppi e aumentano il rischio di diffusione – ha spiegato Francesco Feliziani, veterinario dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Umbria e delle Marche – sia perché l’uomo è il primo veicolo di contagio attraverso materiali e superfici». In questo senso, poi, il rischio maggiore sarebbe legato agli scarti di cibo lasciati incustoditi, specie nelle aree rurali. «Il gran numero di esemplari che ospitiamo sul territorio italiano – ha concluso – si sposta soprattutto in funzione delle risorse alimentari più accessibili e i rifiuti urbani possono rappresentare un pericoloso focolaio d’infezione».

[di Simone Valeri]

Milano, gli studenti del Liceo Brera protestano pacificamente: tutti sospesi

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Sospensione dalle lezioni fino a cinque giorni: questo il provvedimento adottato contro 67 studenti del liceo artistico Brera di Milano, i quali a dicembre avevano deciso di allontanarsi dalle aulee per protestare contro le temperature insostenibili dovute alla rottura dei caloriferi. In risposta alle disposizioni della preside, che in quell’occasione aveva richiesto anche l’intervento dei Carabinieri, gli studenti hanno organizzato nella giornata di ieri 13 dicembre una mobilitazione all’interno del cortile del liceo, per protestare contro le misure adottate nei loro confronti e rivendicare i propri diritti.

Sono 67 gli studenti del liceo artistico Brera di Milano che sono stati raggiunti da provvedimento disciplinare per aver protestato contro le temperature insostenibili all’interno delle aulee. A causa di un malfunzionamento nell’impianto di riscaldamento, infatti, nelle classi si è registrata una temperatura di 14 gradi, ben al di sotto dei 18 previsti dalla legge. Dopo che le richieste di intervento rivolte alla preside e ai pompieri sono cadute nel vuoto, gli studenti hanno deciso di allontanarsi dalle classi formando un corteo di protesta spontaneo e pacifico all’interno della scuola. La reazione della preside non si è fatta attendere: ad intervenire sono state infati le Forze dell’Ordine, che hanno riaccompagnato gli studenti nelle aulee. Cinque di loro sono stati identificati dai Carabinieri e successivamente sospesi dalle lezioni per un periodo di cinque giorni, con accuse di atteggiamenti aggressivi nei confronti delle Forze dell’Ordine, comportamenti che secondo gli studenti non sono mai avvenuti. Provvedimenti di sospensione della durata di un giorno hanno colpito più di 60 altri studenti, motivati dall’accusa di manifestazione non autorizzata. Per tutti rimane in vigore l’obbligo di frequenza.

La preside ha fornito una versione leggermente diversa da quella dei ragazzi. Tuttavia, il problema delle carenze edilizie nella scuola è ormai di lunga data e gli effetti che ne conseguono ricadono inevitabilmente sulla salute e sulla sicurezza degli studenti, che l’istituzione scolastica dovrebbe occuparsi di tutelare. La risposta alle rivendicazioni, in questo come in altri casi, è invece purtroppo sempre la stessa: la repressione tramite l’intervento delle Forze dell’Ordine come misura preferenziale rispetto al confronto tra le parti. Gli studenti sono anche stati accusati di aver violato le norme sul distanziamento causando un assembramento, frasi che riecheggiano ironicamente le accuse mosse ai lavoratori cosentini in corteo: sebbene si tratti di due contesti alquanto diversi, non può non saltare all’occhio una tendenza sempre più frequente ad utilizzare il pretesto della sicurezza sanitaria quando non si hanno risposte adeguate da fornire a chi manifesta scontento.

 

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Come tuttavia dimostrato dal moltiplicarsi delle proteste, tra gli studenti come tra i lavoratori ed altri settori, l’approccio repressivo e l’impiego della forza non inducono al silenzio e all’accettazione. Semmai, la voce dei soggetti contro le ingiustizie si alza ancora più forte.

[di Valeria Casolaro]

Nel silenzio dei media Londra celebra i successi della Brexit

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Se la matematica non è un'opinione, è molto difficile dire che il Regno Unito se la passi male a ormai due anni da quel 30 gennaio 2020, data in cui Londra lasciò definitivamente l'Unione Europea. Al netto della situazione dovuta alla pandemia. Stante una certa opinione pubblica tutta contro Downing Street e vari commentatori che non hanno smesso di evidenziare ogni possibile rischio, i numeri parlano chiaro. Come scrive Bloomberg, dopo una caduta del prodotto interno lordo, dovuta alla crisi Covid, del 9,8%, per il 2021 la Gran Bretagna prevede una crescita del 6,9%. Più di tutti, anche degli...

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Reddito di cittadinanza, a rischio 100 mila beneficiari senza green pass

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L’obbligo di green pass verrà indirettamente esteso anche ai beneficiari del reddito di cittadinanza: è quanto denuncia Sputnik, che spiega come questo sia il risultato dell’azione combinata di Legge di Bilancio e decreto del 7 gennaio 2022 (estensione del green pass per l’accesso a tutti gli uffici pubblici). Per continuare a beneficiare del sussidio sarà infatti obbligatorio, dal 1° febbraio, accedere fisicamente ai Centri per l’impiego, ma l’ingresso sarà vietato a chi sprovvisto di certificato verde. Si stima che la misura possa andare a colpire circa 100 mila beneficiari su 3 milioni totali.