Roberto Napoletano, ex direttore de Il Sole 24 Ore, è stato condannato a due anni e sei mesi di carcere per i reati di aggiotaggio e false comunicazioni sociali relativamente al numero di copie del quotidiano vendute a partire da marzo 2011 e per tutto il periodo in cui è stato ai vertici del gruppo editoriale. Napoletano avrebbe infatti gonfiato i numeri sul quantitativo di copie vendute in edicola, per poter di conseguenza innalzare anche il prezzo delle inserzioni pubblicitarie. Il Sole 24 Ore, di proprietà di Confindustria -la principale associazione degli imprenditori-, è il principale quotidiano economico italiano.
Martedì 31 maggio
9.00 – La Russia ferma l’erogazione di gas verso l’Olanda a causa del rifiuto del pagamento in rubli.
10.00 – Vendite dei quotidiani gonfiate: condannato a 30 mesi di carcere l’ex direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano.
11.00 – Approvata alla Camera la legge Siani, per lo stop alla detenzioni in carcere di madri con bambini piccoli, il testo passa al Senato.
12.00 – Italia: l’inflazione raggiunge il 6,9% su base annua, è il record dal 1986.
12.20 – È morto all’età di 99 anni il partigiano Carlo Smuraglia, ex presidente dell’ANPI.
13.30 – La squadra di calcio del Milan passa al fondo d’investimento americano RedBird per la cifra complessiva di 1,3 miliardi di euro.
15.00 – “Il glifosato non è cancerogeno”, lo ha stabilito il verdetto dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche, scatenando le proteste delle associazioni ambientaliste e per la salute.
16.00 – Dopo vent’anni una italiana vince le olimpiadi di Filosofia, è la studentessa aostana Giulia Pession.
17.00 – Accordo in Europa per embargo sui 2/3 del petrolio russo, rimarrà attivo l’oleodotto che passa per l’Ungheria.
19.00 – Armi: dopo l’ennesima strage il premier canadese Trudeau annuncia legge per bloccarne la compravendita, mentre negli USA Biden afferma di “voler agire” ad una stretta.
La Commissione UE approva la raccolta firme per favorire la carne vegetale e sintetica
Escludere l’allevamento di bestiame dalle attività a cui possono essere destinati “sussidi agricoli”, includere “alternative etiche ed ecologiche, come l’agricoltura cellulare e le proteine vegetali” ed introdurre incentivi per la produzione e la vendita di prodotti “a base vegetale e cellulare”: sono queste le richieste avanzate tramite l’iniziativa dei cittadini europei (Ice) “End The Slaughter Age” – letteralmente “mettere fine all’era della macellazione” – che lo scorso 27 aprile la Commissione europea ha deciso di registrare. Una decisione, quest’ultima, di notevole importanza, dato che grazie al via libera della Commissione europea adesso l’iniziativa, che consiste in una raccolta firme, potrà essere avviata. Si partirà il prossimo 5 giugno, come stabilito dall’organizzazione promotrice denominata a sua volta “End The Slaughter Age”, che ha scelto tale data in occasione del National Animal Right Day, una giornata dedicata alla sensibilizzazione sui diritti degli animali. L’obiettivo è quello di raccogliere 1 milione di firme in almeno sette Stati membri dell’Unione europea entro un anno: è questa infatti la condizione necessaria per far sì che la Commissione debba reagire ad una qualsiasi iniziativa dei cittadini europei (Ice) registrata. In pratica, se tale requisito venisse soddisfatto, la Commissione dovrebbe esprimersi a riguardo e decidere – illustrando i motivi della sua scelta – se portare avanti o meno quanto chiesto tramite l’iniziativa: sostanzialmente favorire la produzione di carne vegetale e sintetica (realizzata appunto tramite l’agricoltura cellulare) e sfavorire quella proveniente dagli allevamenti.
Si tratta dunque di un’iniziativa con cui si chiede un cambio rivoluzionario nel modo di produrre cibo in Europa, passando dalla produzione classica tramite allevamenti e macelli ad una produzione che, secondo l’organizzazione promotrice, sarebbe più etica ed ecologica. Grazie alla carne sintetica ed a quella vegetale, infatti, non solo non ci sarebbe bisogno di uccidere animali per nutrirsi ma, sottolinea ancora l’organizzazione, si potrebbe produrre la stessa quantità di carne con il 99% in meno di risorse necessarie e di emissioni di gas serra. Un punto che “End The Slaughter Age” ritiene di fondamentale importanza, dato che “secondo l’IPCC, abbiamo circa 10 anni per evitare il punto di svolta climatico” in quanto “le emissioni di gas serra hanno raggiunto livelli mai visti prima su questo pianeta”: un problema fortemente associato al consumo di carne tradizionale, dato che lo stesso produce “dal 15% al 51%” delle emissioni. Per tutti questi motivi, dunque, l’organizzazione ritiene ci si debba rifare non solo alla carne vegetale, “capace di eguagliare il sapore ed il gusto di quella tradizionale”, ma anche a quella sintetica, detta anche “coltivata”: un appellativo non casuale, trattandosi di carne creata in laboratorio tramite le cellule animali che, nutrite con sieri di origine vegetale o animale, crescono fino a diventare tessuto muscolare all’interno di bio-reattori. Un prodotto che al contrario di quello tradizionale si ottiene senza macellazione e senza procurare alcuna sofferenza agli animali in quanto, ricorda ancora l’organizzazione, “le cellule vengono prelevate attraverso una biopsia completamente indolore”.
Eppure, non è detto che i consumatori saranno ben disposti verso alternative del genere, in quanto se da un lato la carne vegetale potrebbe non soddisfare il gusto degli stessi dall’altro l’idea di mangiare carne sintetica potrebbe far storcere il naso a tanti. Non solo poiché si tratta di un prodotto creato in laboratorio, ma anche poiché il suo prezzo è ancora molto caro. Inoltre, non tutti gli esperti sono d’accordo sul fatto che la carne sintetica sia la soluzione giusta. Alcuni, infatti, sostengono la necessità di promuovere un miglioramento delle regole del sistema attuale di produzioni animali, facendolo passare da intensivo non sostenibile a intensivo sostenibile (anche se non è chiaro come questo possa accadere), mentre altri chiedono una trasformazione da un modello alimentare industriale ad uno più tradizionale, con forte potenziamento di produzioni biologiche. Una trasformazione del genere, però, comporterebbe ovviamente un minor consumo di carne, con cui si riuscirebbe ad ottenere una riduzione notevole dell’impatto ambientale.
[di Raffaele De Luca]
Sblocco grano Ucraina, Macron spinge per la risoluzione ONU
«Nel colloquio che abbiamo avuto con Olaf Scholz sabato scorso ho proposto al presidente Putin un’iniziativa per una risoluzione alle Nazioni Unite» per sbloccare i carichi di grano e cereali fermi nel porto di Odessa, ha dichiarato il presidente francese Emmanuel Macron al termine del Consiglio europeo. «Siamo ora in attesa di una risposta della Russia su questo punto e siamo in contatto permanente con il Segretario Generale delle Nazioni Unite», ha aggiunto. Le dichiarazioni arrivano a poche ore dall’annuncio del sesto pacchetto di sanzioni dell’Ue verso Mosca, riguardanti l’embargo graduale di greggio russo.
Goldman Sachs torna a preoccuparsi per le scelte democratiche degli italiani
In un rapporto dedicato alla sostenibilità del debito nei paesi dell’Europa meridionale, Goldman Sachs ha equiparato le prossime elezioni politiche italiane a un rischio. Secondo quanto affermato da una delle banche d’affari più grandi del mondo, con sede a New York e filiali sparse nei vari continenti, i Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) potrebbero “tornare a essere dei sorvegliati speciali sui mercati obbligazionari governativi a causa dei rischi legati agli esiti delle elezioni politiche del 2023 e agli impatti che potranno avere sugli investimenti e le riforme richieste dal Recovery Fund”. Tradotto, il rischio è rappresentato dall’eventuale vincita della destra alle elezioni che si terranno in Italia nella primavera 2023, vista la sua natura “euroscettica” e lo “strappo politico” che rappresenterebbe con l’attuale esecutivo guidato da Mario Draghi, vicepresidente di Goldman Sachs dal 2002 al 2005.
Le preoccupazioni della banca statunitense sono rivolte non solo verso l’Italia ma anche nei confronti di Grecia e Spagna, interessate dalle elezioni nel 2023. Tuttavia, se ad Atene il favore di cui godono i partiti al governo abbassa di molto le probabilità di un’interruzione della “continuità politica”, in Spagna e in Italia gli esiti sono ancora tutti da scrivere. La differenza tra i due paesi – come scrive Goldman Sachs nel suo rapporto – è che a Madrid le due coalizioni rivali “condividono lo stesso impegno verso l’integrazione fiscale europea e perciò l’implementazione del Recovery Fund” mentre a Roma la coalizione (Fratelli d’Italia e Lega) più scettica verso l’Europa guida regolarmente i sondaggi. “L’Italia resta quindi il paese più a rischio di una rottura politica e l’avvicinarsi delle elezioni potrebbe diventare un catalizzatore per rinnovate preoccupazioni circa la sostenibilità del debito”. Secondo la banca statunitense, è probabile che un cambiamento nella coalizione al governo “rafforzi l’incertezza sull’implementazione del Recovery Fund e il suo impatto sulla crescita”.
Il fenomeno delle pressioni esterne rappresenta uno dei pericoli per la salute delle democrazie. Negli ultimi decenni si sono registrati diversi casi in cui la politica ha fatto un passo indietro rispetto ai grandi attori economici, che non solo hanno la forza necessaria a inserire un determinato tema nelle agende dei partiti ma anche a influenzare la stabilità finanziaria di un paese, detenendone (o potendo acquistare) un impreciso quantitativo di titoli di debito. Nel 2013, la banca statunitense JP Morgan si distinse per un rapporto in cui si auspicava che in Italia e negli altri paesi europei “venissero abolite le costituzioni antifasciste che troppo concedono a sindacati e lavoratori”. Nei giorni scorsi, Goldman Sachs ha mostrato invece il proprio interesse e appoggio nei confronti dell’esecutivo guidato da Mario Draghi, augurandone un implicito prosieguo, e ha messo in guardia gli italiani circa le conseguenze delle loro scelte politiche facendo leva su una “paura” quasi dimenticata dai cittadini, lo spread, dopo aver rappresentato il loro incubo nel 2011, con il rischio default e il passaggio di consegne tra Berlusconi e il governo tecnico di Monti (dal 2005 International Advisor per Goldman Sachs) avvenuto con il benestare dell’Unione europea.
Cosa sono i BTP e che fine ha fatto lo spread?

I Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) sono dei titoli di debito emessi dallo stato per finanziare il proprio debito pubblico. Si tratta di strumenti finanziari che i risparmiatori possono acquistare avendo la sicurezza di vedersi restituire quanto versato al termine di quello che può essere considerato un vero e proprio prestito nei confronti dello stato. La scadenza dei Buoni del Tesoro Poliennali varia dai 18 mesi ai 50 anni: quelli con termine decennale sono i più noti, perché utilizzati come riferimento per lo spread, ovvero la differenza tra il rendimento dei BTP a 10 anni italiani e quello dei Bund tedeschi (titoli di debito) della stessa durata. In parole povere, il valore di un rendimento risponde a un rischio: più il rischio è elevato e più deve essere remunerato con un interesse maggiore. Quindi, alti rendimenti si traducono in costi più sostenuti per lo stato, che deve far fronte agli interessi maturati nei confronti dei risparmiatori. Un paese affidabile dal punto di vista economico emetterà titoli di debito con bassi rendimenti perché rappresenteranno un basso rischio per i creditori. Viceversa, uno stato con un elevato debito pubblico dovrà “pagare” di più per convincere i risparmiatori a rischiare e, dunque, finanziarlo. Il debito pubblico italiano ha raggiunto a settembre 2021 la cifra record di 2.734 miliardi di euro. Si tratta, in base alle stime della Commissione Europea, del 154,4% del Prodotto Interno Lordo (PIL). L’elevato debito pubblico è alla base sia della costante necessità di emettere titoli di Stato, sia dei rendimenti che i BTP raggiungono, mediamente più elevati di quelli analoghi di altri paesi dell’Eurozona.
[Di Salvatore Toscano]
Istat: a maggio inflazione sale al 6,9%, ai massimi dal 1986
“A maggio, dopo il rallentamento di aprile, l’inflazione torna ad accelerare salendo a un livello che non si registrava da marzo 1986 (quando fu pari a +7,0%)”: è quanto fa sapere l’Istat (Istituto nazionale di statistica) tramite un comunicato pubblicato nella giornata di oggi. “Secondo le stime preliminari, nel mese di maggio 2022 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,9% su base mensile e del 6,9% su base annua (da +6,0% del mese precedente)”, si legge infatti all’interno del comunicato. Non solo, perché l’Istat fa altresì sapere che gli alimentari lavorati “fanno salire di un punto la crescita dei prezzi del cosiddetto ‘carrello della spesa’ che si porta a +6,7%, come non accadeva dal marzo 1986 (quando fu +7,2%)”.
L’isola di Vanuatu, a due passi dall’Australia, dichiara l’emergenza climatica
Nell’arcipelago delle Vanuatu, piccolo stato insulare composto da circa ottanta isole nel Sud Pacifico, i cittadini sono in serio pericolo. Lo scorso venerdì il primo ministro del Paese Bob Loughman ha dichiarato lo stato di emergenza climatica e l’adozione di un piano da 1,2 miliardi di dollari. A destare preoccupazione è il significativo innalzamento del livello del mare, senza parlare dei disastri naturali e delle intemperie che colpiscono significativamente il Pacifico in maniera sempre crescente.
Secondo le autorità è necessario mettere in pratica manovre al più presto, per salvare i circa 300mila abitanti dell’arcipelago dopo che negli ultimi dieci anni due potenti cicloni si sono abbattuti nelle Vanuatu, colpite anche da una siccità senza precedenti. Motivo per cui il parlamento ha appoggiato all’unanimità la mozione sull’emergenza climatica. Loughman ha sottolineato come sia necessario tuttavia che provvedimenti urgenti per contrastare cause ed effetti del surriscaldamento globale vadano prese con urgenza a livello internazionale, senza lasciare soli i Paesi che, per collocazione e conformazione geografica ne stanno accusando per primi le conseguenze.
Già lo scorso anno il Paese si era mosso per chiedere il parere legale della Corte Internazionale di giustizia, con la speranza di iniziare un percorso di reale salvaguardia per alcuni luoghi del mondo che prima di altri stanno subendo le imponenti conseguenze del cambiamento climatico, come ad esempio le città Jacobabad, in Pakistan, e di Ras Al Khaimah, negli Emirati Arabi Uniti, dichiarate non più adatte alla vita umana o quella di Matatā, in Nuova Zelanda, al centro di un progetto di evacuazione. La recente dichiarazione è parte di una “spinta della diplomazia climatica” prima del voto previsto da parte delle Nazioni Unite. L’ONU voterà proprio riguardo la richiesta mossa alla Corte Internazionale da parte del governo di Vanautu. Agire per proteggere le nazioni vulnerabili dai cambiamenti climatici dovrebbe essere l’attuale priorità, ha lamentato Loughman intenzionato altresì a coronare l’Accordo di Parigi. Alle Vanautu serviranno almeno 1,2 miliardi di dollari per fronteggiare l’attuale crisi entro la data stabilita dall’Accordo (il 2030) e ci si aspetta l’arrivo di finanziamenti da paesi donatori.
La bozza del piano d’azione sui diversi impatti dettati dal cambiamento climatico palesa l’importanza di una presa in carico da parte di più Stati, a partire dalla vicina Australia soprattutto dopo la formazione del nuovo governo, dimostratosi nelle intenzioni più attento alla questione climatica. La nuova Ministra degli Esteri australiana Penny Wong sembra intenzionata ad abbracciare le richieste del leader delle Vanuatu, come promesso durante un recente viaggio alle Fiji. La stessa Wong ha espresso l’intenzione di ripristinare la politica climatica del Pacifico quasi del tutto abbandonata negli ultimi dieci anni. Wong ha promesso un impegno serio contro le emissioni di gas serra e che sarà in prima linea per chiedere una Cop sul clima che includa le isole del Pacifico.
Rimane di primaria importanza il parere dell’ONU quando analizzerà i punti della campagna diplomatica delle Vanuatu durante la prossima Assemblea generale delle Nazioni Unite, prevista per settembre 2022. La campagna dello Stato insulare chiede l’adozione di una legislazione internazionale per fare fronte alle conseguenze materiali e umane della crisi climatica e che possa garantire quanto prima una reale transizione ecologica per i Paesi del Pacifico.
[di Francesca Naima]
In Grecia dilaga la protesta contro l’istituzione della polizia universitaria
In Grecia studenti e professori stanno protestando contro la decisione del governo di inserire in maniera permanente contingenti delle forze dell’ordine nei campus universitari, a cominciare da quelli di Atene e Salonicco, i due principali del Paese. Il provvedimento, votato dal Parlamento all’inizio dello scorso anno, entrerà in vigore a partire dal prossimo giugno. Complice una storia recente di sanguinose repressioni delle proteste studentesche, studenti e professori si sono mobilitati in entrambe le città, per richiedere con forza l’abolizione di una misura ritenuta fortemente repressiva e antidemocratica.
Le città di Atene e Salonicco sono così diventate gli epicentri degli scontri tra le forze dell’ordine e gli studenti, che hanno comportato l’isolamento parziale del centro della capitale greca. La repressione della polizia ha raggiunto picchi di violenza tali da suscitare anche la preoccupazione di Amnesty. La decisione di istituire un corpo di polizia universitaria è stata introdotta dal Parlamento greco all’inizio del 2021. Prima di allora, le forze di polizia potevano fare ingresso nei campus solamente su esplicita richiesta dell’amministrazione. Le reclute, addestrate specificamente per questo compito, potranno fare ingresso nelle università di Atene e Salonicco a partire dal prossimo giugno. All’interno del campus dovranno essere disarmate, ma potranno contare sull’immediato supporto di contingenti armati presenti all’esterno delle università. Inoltre, entro il perimetro del campus gli agenti potranno fermare, perquisire e trattenere temporaneamente le persone quando ritenuto opportuno. Le strutture saranno poi dotate di videocamere di sicurezza e di un sistema di ingresso a tornelli, attivabili con tessera magnetica.
“Non è la polizia che entra nelle università, ma la democrazia” ha sostenuto il primo ministro Kyriakos Mitsotakis, insediatosi al governo nel 2019. Di parere contrario sono i principali partiti di opposizione, tra i quali il partito di centro-sinistra Kynal, quello di sinistra Syriza e il comunista KKE. A loro parere, infatti, la presenza della polizia nelle università violerebbe il principio europeo di autonomia di tali istituti: la misura, dichiarano, è più una mossa del governo conservatore per attuare una politica di “sicurezza”.
La presenza della polizia nelle università è un tema estremamente delicato in Grecia, dove ancora non è spenta la memoria della violenta repressione del 1973. In quell’occasione il governo militare al potere mise fine con i carri armati all’occupazione studentesca del Politecnico di Atene, organizzata per protestare contro la dittatura, causando la morte di 26 persone. Dalla rivolta nacque un movimento che riuscì, anni dopo, a far cadere la giunta militare. In seguito a questi eventi fu introdotta una legge che di fatto impediva l’ingresso della polizia nei campus universitari, rendendoli così un rifugio sicuro per i perseguitati politici. Tale legge è stata di fatto abolita nel 2019, anno nel quale si insediò al governo il primo ministro Mitsotakis.
Thousands of students took to the streets of #Thessaloniki to protest a law passed by the Ministry of Education which would create a university police force for the first time since the fall of Greece’s military junta. https://t.co/EWEC0ZaKMB#antireport #ACAB
15 April pic.twitter.com/tl3Dyeapuk— Protests.media (@ProtestsMedia) April 22, 2021
L’operazione del governo costituisce una mossa controversa anche dal punto di vista economico. Sarebbe infatti di 20 milioni di euro l’anno, secondo il Tesoro greco, il costo dell’operazione, a fronte di un budget di appena 91,6 milioni di euro per l’istruzione superiore. Una maggiore sicurezza nei campus si traduce in un maggiore apprendimento, hanno inoltre dichiarato i partiti conservatori che sostengono l’iniziativa: sono questi stessi partiti, tuttavia, che hanno tagliato i fondi alle università pubbliche, rifiutandosi di fornire supporto economico anche durante il periodo della pandemia. Solo per il 2021 la riduzione dei fondi delle università, che già soffrivano di carenze in forniture e attrezzature, è stata del 22%.
Oltre 1000 docenti universitari hanno firmato una lettera per denunciare i costi esorbitanti dell’operazione e, insieme a ricercatori e studenti, si sono appellati al Consiglio di Stato affinché dichiarasse la legge incostituzionale. Nel maggio scorso, invece, è stato stabilito che il provvedimento “non mette in pericolo la libertà accademica o l’autogestione delle università”.
[di Valeria Casolaro]
Camera, primo ok per legge contro carcere per madri detenute con figli piccoli
Con 241 voti a favore e 7 contrari la Camera dà il primo ok allo stop per al carcere per i bambini più piccoli figli di madri detenute. La proposta “Tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori”, a firma del dem Paolo Siani, è volta a superare la normativa in vigore, con la quale 10 anni fa sono stati istituiti gli Istituti di detenzione attenuata. In caso di ok del Senato, le madri con figli conviventi inferiori ai 6 anni non verrebbero più collocate in carcere ma in case famiglia protette, dove i bambini potrebbero crescere in modo più adeguato.








