venerdì 20 Maggio 2022

Il nuovo rapporto della Dia spiega che Cosa Nostra sta cambiando

La Direzione Investigativa Antimafia ha presentato al parlamento la relazione relativa al primo semestre del 2021, da cui emergono molte novità sulla peculiare fase di transizione che interessa Cosa nostra. Tradizionalmente nota fra le associazioni criminali di stampo mafioso nostrane per il carattere unitario e verticistico del suo impianto, la mafia palermitana si starebbe rimodulando secondo “un processo più orizzontale caratterizzato dal riassetto degli equilibri tra le famiglie dei diversi mandamenti in assenza di una struttura di raccordo di comando al vertice ”. Si rilevano inoltre forti criticità dovute alla “presenza di nuove figure di spicco che si innalzano a capi, sebbene non sempre riconosciute come tali dagli anziani uomini d’onore detenuti o da poco tornati in libertà”.

Importante è considerare che quasi tutti i boss storicamente più illustri e autorevoli di Cosa Nostra si trovano oggi relegati al “carcere duro”: la riforma dell’ergastolo ostativo, approvata alla Camera e ora al vaglio del Senato, che escluderebbe dall’accesso ai benefici carcerari i detenuti al 41-bis, potrebbe concorrere all’accelerazione del processo di “rinnovamento” in atto, aprendo la strada alle nuove leve e favorendo l’abbandono dei vecchi retaggi. I boss più anziani che tornano nei loro quartieri dopo aver scontato la loro pena all’interno degli istituti penitenziari, infatti, sembrano non voler spartire il potere con i nuovi reggenti: secondo la Dia, rappresentano i “portabandiera di un’ortodossia difficile da ripristinare a fronte di una visone più fluida del potere mafioso”, che viene “declinato in chiave moderna”. In ogni caso, tutto è ancora da scrivere e questo scontro-confronto potrebbe costituire lo spartiacque più importante per i futuri assetti e strategie dell’organizzazione mafiosa.

Per quanto riguarda la suddivisione interna, il capoluogo siciliano rimane frazionato in 8 mandamenti, nel cui perimetro sono distribuite 33 famiglie; il territorio provinciale accoglie invece 7 mandamenti, composti in totale da 49 famiglie. 

Sul fronte degli affari, la mafia palermitana continua a imporre il pizzo, i cui proventi sono ancora necessari per arricchire il salvadanaio dei clan e offrire sostegno alle famiglie degli uomini d’onore che si trovano in prigione. L’egemonia dei punciuti è però messa a dura prova dall’ascesa dei cults nigeriani, sempre più potenti grazie alla fruttuosa gestione del traffico di esseri umani: essi “sembrano aver acquisito un vantaggio competitivo nel settore degli stupefacenti”, riuscendo a controllarne sia l’offerta che la domanda. Da quando la mafia nigeriana ha messo le radici sul suolo siciliano (e, in particolare, nei vari comparti del business illegale del capoluogo) si è concretizzata una sostanziale “coabitazione” tra le due entità criminali, che, come si legge nel report, “conduce ad accordi utilitaristici in uno o più settori di cointeressenza confermando ulteriormente la tendenza, già emersa in passato, a rinunciare alla violenza e ai conflitti cruenti in favore di una predilezione per gli affari”. Sostanzialmente, dunque, si riesce a convivere senza attaccarsi vicendevolmente, in un’ottica di spartizione del guadagno dei traffici illeciti.

Nel dettato della relazione aleggia anche il fantasma di Matteo Messina Denaro: il capomandamento di Castelvetrano, ricercato dal 1993, costituirebbe ancora la “figura criminale più carismatica di cosa nostra e in particolare della mafia trapanese”. Nonostante la difficile latitanza, infatti, il pupillo di Totò Riina “resterebbe il principale punto di riferimento per far fronte alle questioni di maggiore interesse che coinvolgono l’organizzazione”, oltre che “per la risoluzione di eventuali controversie in seno alla consorteria”, e “per la nomina dei vertici di articolazioni mafiose anche non trapanesi”. In attesa che qualcuno si degni di catturarlo.

[di Stefano Baudino]

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