domenica 8 Febbraio 2026
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Usa, in Oklahoma disposta la legge più restrittiva sull’aborto

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Il governatore repubblicano dell’Oklahoma, Kevin Stitt, ha firmato la legge sull’aborto più restrittiva degli Stati Uniti d’America, che vieta l’interruzione di gravidanza sin dalla fecondazione e consente ai privati cittadini di fare causa a chi la pratica o la induce “consapevolmente”. La misura arriva a qualche settimana dalla diffusione all’interno della Corte Suprema statunitense della bozza riguardante il possibile abbattimento della storica sentenza Roe v. Wade, uno dei principali precedenti riguardo la legislazione sull’aborto. In base al provvedimento approvato in Oklahoma, l’aborto sarà proibito in ogni fase della gravidanza, tranne che per emergenze mediche o in caso di stupro, incesto e aggressione sessuale.

Mercoledì 25 maggio

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6.00 – Tirana, nella notte tifosi di Roma e Feyenoord si sono scontrati fra loro e con gli agenti di polizia della capitale albanese: 60 arresti e 80 rimpatri.

7.00 – Texas, 18enne apre il fuoco in una scuola elementare e uccide 19 bambini e 2 adulti: è la peggiore strage in una scuola dal 2012.

8.30 – La Corte suprema federale del Brasile conferma l’autorizzazione all’estradizione in Italia del narcotrafficante della ‘ndrangheta Rocco Morabito.

10.00 – Scandalo in Spagna: la magistratura indaga su oltre duemila personaggi famosi che avrebbero acquistato falsi certificati di vaccinazione anti-Covid.

11.00 – La Cina organizza manovre militari nel mare e nello spazio aereo attorno a Taiwan in risposta alle “recenti attività di collusione tra Stati Uniti e Taiwan”.

11.30 – Brasile, violenta irruzione della polizia in una favela di Rio contro il Comando Vermelho: 21 morti.

13.00 – Zelensky ammette che la Russia sta avanzando in Donbass e si dice pronto a un tavolo di pace, ma senza rinunciare all’integrità territoriale.

13.30 – NATO, delegazioni di Finlandia e Svezia arrivano in Turchia per colloqui riguardanti la richiesta di adesione all’Alleanza.

13.45 – Il Parlamento della Russia approva un progetto di legge che prevede di abolire il limite di 40 anni per chi desidera arruolarsi nelle forze armate.

16.00 – Processo Ruby Ter: chiesti sei anni di carcere per Silvio Berlusconi.

18.20 – Al via il processo d’appello a Mimmo Lucano, ex “sindaco dell’accoglienza” di Riace condannato a 13 anni in primo grado.

 

YouTube ha chiuso oltre 9.000 canali accusandoli di essere filo-russi

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La testata britannica The Guardian ha fatto un po’ di conti in tasca al più noto portale di video-social, YouTube. Ne è emerso che dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina, il sito di streaming operante sotto Google ha compiuto un’intensa azione di censura nei confronti dei video filo-russi. A scomparire dalla Rete sono stati infatti 70.000 clip e 9.000 canali che avevano commentato la situazione bellica attualmente in atto, accusate di aver violato le policy del sito.

In passato abbiamo già scritto della rimozione di RT, canale d’informazione controllato dal Cremlino, tuttavia l’intervento di YouTube si è esteso in maniera capillare toccando anche giornalisti specifici quali Vladimir Solovyov e i canali collegati al Ministero della Difesa e a quello degli Affari Esteri di Mosca. Il sito non ha fornito dati specifici sulla questione e, interpellato dal quotidiano inglese, il responsabile del prodotto Neal Mohan si è limitato a rilasciare un commento molto vago e ambiguo.

«Non ho i numeri specifici», ha sostenuto il dirigente, «ma potete immaginare che molti di questi video rappresentino narrative che provengono dal Governo russo o da attori russi che operano in vece del Governo russo». Se YouTube ha tenuto traccia della sua scelta editoriale, insomma, non ha in questo momento alcun progetto di condividerne i dettagli con il pubblico internazionale.

Quello che tuttavia è chiaro è che l’intervento sia stato elevato oltre alla dinamica della lotta alla disinformazione, alla guerra alle “fake news”. Molti dei canali e dei video colpiti non sarebbero stati infatti intercettati per l’incorrettezza delle informazioni trattate, quanto per il tono adottato nei video stessi. Alcuni profili sono stati dunque bloccati temporaneamente semplicemente per aver identificato l’assalto russo a Kiev come una «missione di liberazione», una lettura che, per quanto difficilmente condivisibile, è propria di dinamiche geopolitiche che sono generalmente tollerate.

Content creator, giornalisti e istituzioni vicine al Cremlino avrebbero violato le linee guida del portale, le quali «proibiscono contenuti che negano, minimizzano o trivializzano eventi violenti ben documentati». O almeno così sostiene YouTube su Twitter. Che i social vogliano sgravarsi da qualsivoglia contenuto politico e dipingersi come posti felici dove svagarsi è cosa nota, tuttavia la portata di questo approccio censorio apre inevitabilmente una discussione su quali siano le narrazioni da considerare valide e quali invece meritino di essere punite con l’oscurantismo.

Non è raro che Governi e Amministrazioni descrivano le manovre belliche al pari di “missioni di pace” o di “esportazioni di democrazia”, che decorino i propri interessi strategici come un bene per l’umanità che fatalmente si traduce nella morte di innocenti, in crimini di guerra e nel foraggiamento di cleptocrazie che violano apertamente i diritti umani. Allo stesso tempo, è difficile credere che Google, azienda statunitense, sia pronta a bloccare i canali della Casa Bianca qualora questa dovesse imporre le proprie narrazioni al pubblico della Rete, quindi si torna sempre al solito dilemma: sta davvero alle Big Tech decidere quali siano gli argomenti degni di censura e, nel caso, i portali non dovrebbero essere considerati legalmente come omologhi delle case editrici?

[di Walter Ferri]

Processo Ruby ter: procura chiede condanna a 6 anni per Berlusconi

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Nell’ambito del processo Ruby Ter, il procuratore aggiunto di Milano Tiziana Siciliano e il pm Luca Gaglio hanno chiesto una condanna a 6 anni di reclusione per Silvio Berlusconi, imputato per corruzione in atti giudiziari. L’accusa ha anche chiesto 5 anni di reclusione per Karima El Mahroug, meglio nota come “Ruby”, per falsa testimonianza e corruzione in atti giudiziari. Non solo, perché in totale sono state chieste 28 condanne, tra cui quella relativa alla senatrice ed ex fedelissima di Berlusconi, Maria Rosaria Rossi, per la quale è stata richiesta una condanna a 1 anno e 4 mesi per falsa testimonianza.

Ucciso 8 anni fa in Donbass, Andrea Rocchelli cerca ancora giustizia

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Andy aveva una macchina fotografica e lo sguardo di chi di cose ha ne viste tante, troppe. Molte di più di quelle che avrebbero potuto stare dentro al suo obiettivo. Nelle poche, pochissime foto che lo ritraggono, lui che ha scattato immagini in mezzo mondo, non sorride mai. Ha qualche ciuffo di barba e un viso pulito da ragazzino adulto, gli occhi scuri e un’aria seria che a 30 anni capita raramente. A meno che, appunto, non sei uno come Andrea Rocchelli che era un fotoreporter italiano e otto anni fa, il 24 maggio 2014, è stato fatto a pezzi, crivellato più volte, dai colpi di un mortaio. Ucciso dentro una buca insieme all’amico e collega Andry Mironov, letteralmente decapitato da uno di quei colpi. È successo nel Donbass, che proprio in quei giorni stava diventando il tritacarne che poi è stato, con le sue 15mila vittime , un massacro lunghissimo e atroce, frutto di una faida quasi medievale, casa per casa e collina per collina, tra i soldati di Kiev e i separatisti filorussi.

Un macello silenzioso e in penombra, lontano dai media, dalle tv. Proprio come la fine di Andrea, per tutti Andy. Proprio ora che la guerra in Ucraina compie tre mesi, proprio ora che i russi sembrano aver preso il controllo delle regioni orientali, torna dolorosamente alla memoria l’anniversario della vita e della morte di Andrea. Uno dei tanti giornalisti uccisi sul campo, letteralmente campo di battaglia, mentre facevano il loro lavoro. Anzi, secondo l’accusa al processo per la sua morte celebrato in Italia, ucciso proprio perché faceva il suo lavoro.

Andrea Rocchelli era un ragazzo di Pavia, classe 1983, uno di quelli nati dopo il Mundial spagnolo che è stato anche uno spartiacque generazionale. Aveva studiato al Politecnico di Milano ma la passione per raccontare il mondo con le immagini l’aveva catturato presto, quasi subito. Ha collaborato con l’agenzia di Grazia Neri e poi ha preso uno zaino e si è messo a girare un po’ il mondo: nord Africa, dove nel 2011 in Tunisia e Libia era presente alla cosiddetta Primavera araba, poi Russia e in generale est europeo, il suo mondo, la sua grande curiosità. I diritti umani negati, violati o piegati erano il metronomo dei suoi passi e dei suoi scatti. Li ha documentati in Kirgizistan e Inguscezia così come nel nostro mezzogiorno, al Sud, dove ha raccontato lo sfruttamento dei migranti da parte della criminalità organizzata.

Come un destino generoso e cupo, un percorso che non ti scegli, casomai ti sceglie lui, aveva le stimmate di uno che non sopporta le ingiustizie e la curiosità di un ragazzo che vuole dare voce a chi non ce l’ha. Anche per questo, nel 2014 era in piazza a Kiev durante le rivolte di Maidan, quello che poi si è rivelato qualcosa di molto diverso e probabilmente prodromico alla situazione attuale. Da lì all’incipiente sterminio nel Donbass il passo è stato breve, le tensioni erano già oltre i limiti della dialettica democratica, e la sua decisione di raccontare e documentare il dramma della popolazione civile è stata consequenziale.

Ha scelto di spostarsi nel Donetsk, in una terra contesa tra truppe regolari ucraine coadiuvate dai battaglioni neonazisti e i miliziani filorussi. Con l’amico e collega Andryj, un giornalista italo-russo, ex dissidente e in quel momento inviato per Novaja Gazeta, il giornale di Anna Politkovskaja. Alloggiavano alla meglio in qualche casa o palazzo nelle zone controllate dai separatisti e cercavano di raccontare un conflitto che per il mondo era fantasma, come fantasmi le sue vittime, anche i bambini. L’ultimo giorno della sua breve vita da fotoreporter, era anche tra i fondatori del gruppo Cesura, ha preso un taxi insieme ad Andryj e ad un collega francese, William Roguelon, con direzione Sloviansk.

Una zona martoriata dai bombardamenti e dagli scontri tra ucraini e filorussi, dove i civili si muovevano come sagome terrorizzate sullo sfondo, incapaci di sfuggire alla tenaglia della morte e dell’orrore.

È successo tutto molto rapidamente, e come spesso succede in guerra, anche molto caoticamente. All’altezza di una collina che gli ucraini difendevano, quella di Karachun, e in prossimità di un posto di blocco ad Alekeseeva, quando il taxi è stato fermato dai miliziani, si è scatenato un inferno di colpi di mortaio. Roguelon è stato colpito subito, ma sono riusciti a caricarlo sul taxi che è ripartito a folle velocità, con numeri fori di proiettili sulle fiancate. Andrea e Andryj invece hanno cercato riparo in una buca, dalla quale l’italiano ha continuato a scattare foto dello scambio di colpi, in un inferno di boati e schegge. Proprio una raffica di quei colpi hanno raggiunto la buca, con un botto terrificante. Mironov è morto decapitato, Andrea è caduto sotto ai colpi senza riuscire a dire una parola. Nel 2016 hanno poi trovato gli ultimi scatti, ripresi in quei momenti, con la sequenza dei colpi, la posizione, la dinamica.

Tutti elementi che avrebbero potuto essere molto utili al processo che nel 2018 si è tenuto in Italia, in primo grado, presso la Corte d’Assise di Pavia, L’anno precedente, al suo arrivo all’aeroporto di Bologna, viene arrestato Vitaly Markiv, ex membro della Guardia Nazionale ucraina. Tre anni anni di indagini condotte dalla procura di Parma e dai ROS dei carabinieri avevano portato ad accusarlo per aver fatto parte del gruppo di militari che hanno sparato i colpi di mortaio che hanno ucciso Rocchella e Mironov, e ferito gravemente Roguelon.

Markiv, nato nel 1989, era arrivato in Italia, nelle Marche, nel 2002 insieme alla madre e alla sorella. Al compimento del 18esimo anno ha preso la cittadinanza e allo scoppio della guerra nel Donbass si è arruolato volontariamente nella Guardia ucraina. I vertici del corpo, chiamati a testimoniare nel corso della vicenda giudiziaria, hanno detto che per gli ucraini Markiv era considerato un eroe nazionale. Il processo si è concluso nel 2019 con la condanna a 24 anni per concorso in omicidio volontario di Markiv, che si è sempre proclamato innocente. Le autorità di Kiev hanno criticato pesantemente la sentenza, il ministero degli Esteri ha convocato l’ambasciatore italiano e ha chiesto un’inchiesta indipendente. Si è lamentano anche Zelensky che ha parlato col premier  Conte definendo la sentenza “ingiustificatamente severa”.

Il 29 settembre 2020 inizia in Corte d’appello a Milano il processo di secondo grado, la difesa dell’imputato chiede un sopralluogo e l’assoluzione per Markiv. La Corte denuncia poi intimidazioni ad un interprete e dispone la trascrizione integrale di un’intercettazione nella quale l’imputato avrebbe detto tra l’altro “abbiamo fottuto un reporter”. Il 3 novembre i giudici milanesi emettono la sentenza d’appello: l’imputato viene assolto con formula piena per non aver commesso il fatto e viene scarcerato. Un vizio di forma, si dice, ha ribaltato il verdetto di primo grado. Vengono anche revocati i risarcimenti a carico dello stato ucraino, ritenuto responsabile in sede civile.

Al momento, quindi, non ci sono responsabili e non c’è un colpevole per la morte di Andrea e di Andryj. Ci sono due giornalisti uccisi dentro una buca da colpi di mortaio e c’è un Paese, l’Italia, che fa della libertà di stampa un caposaldo democratico, ma che di questa brutta, bruttissima storia non ha praticamente mai sentito parlare. La Procura generale annuncia un ricorso in Cassazione, mentre i genitori di Andrea Rocchelli ribadiscono le responsabilità di Kiev nella vicenda, definendo Andrea e i suoi colleghi “vittime inermi di un attacco deliberato delle forze armate ucraine, così come sancito in tre gradi di giudizio dalla magistratura italiana. Noi siamo determinati a impedire che le responsabilità ucraine restino impunite”. E si augurano che non ci debbano più essere giornalisti uccisi mentre fanno il loro mestiere, ricordando anche l’impegno di Andrea con la Ong Soleterre,  i reportage e i video che aveva realizzato nella loro casa famiglia di Kiev con i bambini malati oncologici. Quel figlio che era solo un ragazzo ma aveva già gli occhi di un adulto, un uomo che raccontava le ferite del mondo, cercando con le sue immagini una cura al silenzio e all’oblio.

[di Salvatore Maria Righi]

Ucraina: Putin firma decreto per semplificare acquisizione cittadinanza russa in zone occupate

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Il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato un decreto con il quale viene semplificata la procedura necessaria per acquisire la cittadinanza russa per i residenti nelle regioni ucraine di Kherson e Zaporizhia, occupate dalle truppe di Mosca. A renderlo noto è l’agenzia Ria Novosti, la quale precisa che tale provvedimento apporta modifiche al testo di un precedente decreto con cui, nel mese di aprile 2019, le autorità russe avevano semplificato il procedimento per ottenere la cittadinanza per i residenti nelle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Luhansk. Ad esse, ora, vengono appunto aggiunte le regioni ucraine sopracitate.

I parlamentari di Alternativa hanno chiesto una commissione d’inchiesta sui vaccini

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Un gruppo di parlamentari di Alternativa ha presentato una proposta di legge per l’istituzione di una Commissione bicamerale di inchiesta sulla gestione della campagna vaccinale e sull’utilità ed efficacia dei vaccini. La proposta è stata avanzata per «ricercare le cause e le responsabilità a vari livelli sulle vaccinazioni anti-Covid» ci spiega al telefono Francesco Sapia, componente della Commissione Affari Sociali della Camera e autore della proposta di legge.

«Vogliamo che sia fatta luce sulle reazioni avverse e sul rapporto rischi/benefici dei vaccini nelle diverse fasi della pandemia, oltre a verificare se vi siano stati condizionamenti nella gestione della pandemia e le modalità di approvvigionamento delle partite vaccinali». L’intento, spiega Sapia, è quello di «riaprire il dibattito politico, soffocato dagli atteggiamenti dominanti», soprattutto a causa dell’altissimo numero di voti di fiducia cui è ricorso questo governo «per proteggersi dalla propria maggioranza o dalle opposizioni di Fratelli d’Italia e di Alternativa, insieme a quelle di qualche altro componente fuoriuscito come Manifesta. Il dissenso, in questo momento, è imbavagliato».

«Io credo che sia una prerogativa dei parlamentari richiedere la verità» prosegue Sapia, «se il ministero della Sanità non ha problemi io non vedo la difficoltà a reperire i report vaccinali relativi ai soggetti deceduti, acquisire le schede Istat relative ai decessi o i dati necroscopici. Noi vogliamo sapere se c’è correlazione fra le morti improvvise e i vaccini, e se non c’è vogliamo appurarlo». Il riferimento è ai dati italiani sugli studi i quali, come ricorda il dott. Frajese durante la conferenza stampa, sono secretati. Nel citare gli ultimi studi sui vaccini, apparsi su riviste quali Nature The Lancet, Frajese mostra inoltre come le evidenze riportate discostino molto da quanto inizialmente affermato circa l’efficacia dei vaccini, che si sosteneva garantissero una copertura fino al 95% dal virus. La protezione offerta da due dosi si avvicinerebbe infatti di molto allo zero a sei mesi dalla somministrazione, mentre risulterebbe addirittura negativa dal settimo mese in poi. «Si tratta di un dato mai verificatosi nella storia di qualunque vaccino» afferma Frajese, evidenziando come tali dati profilino la possibilità di danni al sistema immunitario dei soggetti vaccinati.

«Altra cosa importante da indagare» prosegue Sapia «è perchè il piano pandemico non sia stato aggiornato. Confrontando i piani pandemici aggiornati di altre nazioni, io ho dimostrato come altri Paesi fossero già pronti con mascherine FFP2 e quant’altro, mentre in Italia non esistevano i protocolli, nemmeno quelli per i medici. Venivano spesso cambiati, perchè non ce n’era uno da seguire». La lista di interrogativi ai quali il governo dovrebbe dare risposta, secondo Sapia, è molto lunga e passa per un chiarimento sull’andamento futuro della campagna vaccinale, sul persistere dell’esistenza del green pass, sulla somministrazione dei farmaci antivirali, l’obbligo di vaccinazione per i medici fino al 31 dicembre e molto altro.

«Va sottolineato come ogni volta che un parlamentare conduce un atto ispettivo, che è una sua prerogativa, il ministero non risponde mai. Non lo ha fatto sul piano pandemico, sulla richiesta di inviare ispettori per verificare la correlazione tra vaccini e morti improvvise e su molte altre cose. Si tratta di dati da verificare, noi non diciamo che la correlazione esista per certo, quello che è certo è che sono morte molte persone, anche soggetti giovani e sani. Sono interrogativi da porsi, considerato che stiamo portando avanti una campagna vaccinale e che sembra non esista altra via d’uscita alla pandemia. Eppure il governo non risponde mai, né per confermare né per smentire».

[di Valeria Casolaro]

Italia: finalmente saranno accessibili ai cittadini le relazioni tra sanità e industria

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La Commissione Affari Sociali della Camera ha approvato all’unanimità il disegno di legge Baroni, firmato dal deputato di Alternativa e incentrato sulla volontà di indirizzare il settore sanitario verso la trasparenza e la meritocrazia. Il cosiddetto Sunshine Act italiano, ispirato a norme già presenti all’estero, «permetterà di monitorare i legami di interesse esistenti tra circa 290.000 aziende coinvolte nel settore sanitario e più di un milione di operatori della salute, inclusi i vertici amministrativi», ha dichiarato Massimo Enrico Baroni. L’obiettivo è di tutelare la trasparenza e prevenire processi distorsivi attraverso «l’obbligo di dichiarazione su un sito internet del governo, consultabile da tutti i cittadini come registro pubblico telematico, di tutti i dati relativi a regalie, remunerazioni, accordi» che producono vantaggi e che l’industria sanitaria porrà in essere nei confronti dei lavoratori del settore, tra cui medici, biologi, infermieri e ostetrici.

A fornire i dati delle collaborazioni e degli accordi saranno le aziende, mentre gli operatori sanitari non avranno alcun tipo di adempimento. Il sistema dichiarativo sarà posto a vigilanza e, in caso di mancata comunicazione, scatteranno le sanzioni, con multe per le imprese di venti volte l’importo dell’erogazione alla quale si riferisce l’omissione, non prevedendo un tetto massimo. «In questo modo le aziende ci penseranno due volte prima di coprire un trasferimento di valore nei confronti di un operatore sanitario con cui si ha un accordo», ha dichiarato a L’Indipendente Massimo Enrico Baroni. Nel concreto, si pensi ad esempio ai regali sotto forma di prodotti della prima infanzia agli ostetrici o agli integratori alimentari indirizzati a biologi e medici dello sport da parte di aziende inserite nel settore sanitario. A questi si aggiungono poi le partecipazioni azionarie o brevettuali. Con l’approvazione della norma, tutti i trasferimenti di valore (denaro, beni, servizi e partecipazioni) verranno segnalati e i cittadini potranno scegliere con maggiore consapevolezza i professionisti a cui affidare la propria salute, conoscendone gli accordi e le collaborazioni poste in essere con le imprese. Si darà, dunque, piena attuazione ai principi contenuti nell’articolo 32 (tutela della salute), articolo 41 (libertà e qualità dell’iniziativa economica privata), articolo 97 (efficienza e imparzialità) e articolo 117 (diritto alla conoscenza) della Costituzione italiana.

Struttura registro pubblico telematico

La norma, per quanto riguarda la struttura del registro pubblico telematico, si ispira al modello francese, aggiungendo l’importante elemento sanzionatorio che invece manca a Parigi. L’idea è di rendere più semplice e intuitivo l’accesso ai cittadini, dividendo il registro in tre sezioni: i vantaggi (o regali), la remunerazione e gli accordi (o convenzioni). In questo modo verranno dichiarati tutti i movimenti che implicheranno uno spostamento di reddito tra le parti, dalle collaborazioni ai beni materiali. Il Sunshine Act italiano punta sulla trasparenza, in un paese in cui la Sanità registra il 16% dei casi totali di corruzione, stando ai dati pubblicati da Transparency nel 2020. Il provvedimento riempirà un vuoto all’interno del sistema, concludendo il suo travagliato iter nei prossimi mesi, con l’approvazione dei decreti attuativi. Presentato a inizio Legislatura, nel 2018, il disegno di legge Baroni «ha subito prima l’insabbiamento al ministero dell’Economia e delle Finanze per circa 18 mesi e poi la non calendarizzazione in Aula per mano del M5S», come dichiarato dallo stesso deputato di Alternativa. Un cambio di rotta tra i pentastellati ha però sbloccato l’iter: Mariolina Castellone, divenuta capogruppo del partito al Senato, ha infatti deciso di calendarizzare il provvedimento. «Si tratta di una misura che potrà contribuire ad aumentare la fiducia dei cittadini nella scienza e nella medicina, oltre che dare un impulso importante per rendere più indipendenti gli studi scientifici», ha dichiarato Nicola Provenza, deputato pentastellato e relatore del disegno di legge.

[Di Salvatore Toscano]

Cina, file hackerati alla polizia cinese mostrano la repressione nello Xingjiang

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Alcuni file hackerati alla polizia cinese e consegnati alla BBC mostrerebbero come nella regione dello Xingjiang, a maggioranza musulmana, le autorità cinesi stiano mettendo in atto incarcerazioni di massa e assassini ai danni della popolazione uigura, operazioni fino ad ora sempre smentite dal governo di Pechino. Il regime cinese avrebbe definito i luoghi di detenzione “centri di rieducazione e formazione”. La pubblicazione delle informazioni coincide con l’arrivo nello Xinjiang della Commissaria per i Diritti Umani delle Nazioni Unite Michelle Bachelet.

 

Allargare la prospettiva: il conflitto in Ucraina visto dalla Cina 

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La Cina ha riconosciuto la genesi e le criticità storico-geografiche di questa crisi fin dall’inizio. Anzi, si potrebbe dire che le preoccupazioni di Mosca sono state a lungo condivise da Beijing. Ci riferiamo a provocazioni, minacce, interferenze e interventi militari posti in essere dal sistema USA-Nato in tutto l’arco eurasiatico, che tocca o lambisce i confini russi e cinesi. Come approfondito da una letteratura estesa, tre decenni di rivoluzioni colorate e cambi di regime, tentati o realizzati attraverso vari pretesti, rientrano pienamente ed ufficialmente nelle strategie di lungo termine degli apparati militari, di sicurezza e intelligence, statunitensi. Inoltre, Beijing continua a non accettare i cicli sanzionatori avanzati unilateralmente da Washington e che hanno di fatto alterato i regimi commerciali mondiali violando costantemente l’ordine incentrato sul WTO. 

La Cina non ha cambiato le proprie posizioni, neanche a seguito dello scoppio della guerra tra Russia e Ucraina. Essa non può non criticare l’attuale conflitto, in quanto foriero di un nuovo processo di destabilizzazione in Europa e in Eurasia che va contro i propri interessi ed il proprio operato, volto a realizzare, al contrario, una crescente integrazione intercontinentale. Beijing, da sempre sostenitore del principio di non interferenza, è diventato il primo partner commerciale di circa 140 paesi nel mondo, tra cui Russia ed Ucraina. Uno dei principali corridoi eurasiatici della Via della Seta passa attraverso l’Ucraina. Pertanto, la Cina, a differenza degli Stati Uniti, non ha alcun interesse a vedere la destabilizzazione di un’area così cruciale per i suoi legami con l’Europa. Tuttavia, i fatti persuadono del fatto che, anche quando la situazione ucraina sarà risolta, le tendenze globali rimarranno quelle a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni: la continua crescita dell’Asia (in collaborazione con Africa e America Latina) e un’Europa sempre più vittima della propria subordinazione a Washington. Da questo punto di vista la Cina suggerisce all’Europa di sviluppare una propria autonomia politica nell’ambito delle vicende internazionali. 

In merito alla riorganizzazione degli equilibri mondiali, possiamo asserire che la direzione, già segnata, è quella di una riduzione di fatto del peso dell’Occidente a livello politico ed economico mondiale a favore di una nuova multipolarità, il cui consolidamento passerà tuttavia attraverso altri conflitti. A questo punto si tratterà di capire quale sarà l’entità del danno generato dalla volontà dell’Occidente di rimanere l’unico polo dominante. Indubbiamente, la crisi ucraina è un banco di prova che solleva grande preoccupazione. Se guardiamo alla destabilizzazione globale generata nei decenni dall’egemone in declino e dai suoi più stretti alleati, possiamo asserire che un mondo più influenzato dalla Cina sarà caratterizzato da maggiore cooperazione e minore competizione (o iper-competizione distruttiva). Ed il principio del rispetto reciproco tra i diversi sistemi politici, che oggi non è soddisfatto, potrebbe divenire una pietra angolare delle relazioni internazionali.

La partnership sino-russa  

Per quanto riguarda il legame sino-russo, su cui tanto si specula, possiamo ricordare innanzitutto che esso sia particolarmente forte e che non si romperà a causa di questa guerra in Europa. Legami e complementarietà energetiche, commerciali, finanziarie e valutarie sono andate molto avanti. Ma anche i legami nell’ambito della sicurezza regionale si sono sviluppati. Un esempio di questo è la collaborazione tra la Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) – cioè l’organismo intergovernativo che riunisce Cina, Russia, India, Pakistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan e ospita in qualità di osservatori altri paesi importanti come Iran e Bielorussia – e l’‘Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), ovvero l’alleanza militare che lega Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. La proposta cinese per la risoluzione dell’attuale crisi sembra essere equilibrata ed in linea con un approccio pacifico alle relazioni internazionali, coerente con la propria cultura diplomatica almeno sin dai tempi di Zhou Enlai. La Cina tiene conto degli interessi di tutte le parti coinvolte, dando forma ad un approccio pragmatico, orientato alla pace, ampio, complesso e non manicheo. Perché non c’è una soluzione facile, veloce ed a buon mercato alla risoluzione di problemi storico-politici e geostrategici accumulatisi nel tempo. A meno che non intervengano gli Usa, coloro i quali avrebbero avuto, secondo Beijing, le più grandi responsabilità nel provocare questa crisi. 

La Repubblica popolare, dunque, sta mettendo in campo le proprie attività diplomatiche, promuovendo la ridefinizione di un sistema di sicurezza europeo più equilibrato e fuori dalla logica dei blocchi. In ultima istanza, la Cina continuerà a rafforzare l’amicizia di ferro con la Russia, traendone eventualmente vantaggio a medio termine, per motivi economici ed energetici, ma non potrebbe mai accettare una destabilizzazione del vicino russo, come Washington auspica, ovvero un cambio di regime. Ma andiamo a vedere il retroterra storico dei rapporti sino-russi, nonché l’evoluzione e il ruolo della Shanghai Cooperation Organization per meglio comprendere questa partnership.  

Un breve excursus storico

I rapporti intercorsi negli ultimi decenni fra la Russia e la Cina sono stati altalenanti. Nel 1950 la Cina firmò il Trattato di amicizia e mutua assistenza con l’URSS, che fu rotto dieci anni dopo a causa della dura critica avanzata dal Partito Comunista cinese al pragmatismo di Chruscev, che intraprese la strada della coesistenza pacifica con gli USA. Sentendosi minacciata dalla superpotenza sovietica, la Cina mantenne un atteggiamento freddo e distaccato fino alla metà degli anni Ottanta, quando riavviò un processo di normalizzazione dei rapporti, sfociato in seguito in una collaborazione più solida. 

Pertanto, a partire dall’inizio del XXI secolo, Russia e Cina hanno firmato un nuovo accordo di amicizia e cooperazione di validità ventennale. Opponendosi continuamente al progetto statunitense di costruzione di un sistema di scudo antimissile in Europa e in Asia (poi regolarmente avvenuto), Cina e Russia hanno spesso mostrato posizioni comuni su numerose questioni e non è un caso che nel 2002 abbiano lavorato insieme alla risoluzione della crisi indo-pakistana e nel 2004 a quella nordcoreana, così come nel 2011 si siano schierate contro l’intervento USA-Nato in Libia ed oggi siano impegnate nell’elaborazione di una strategia comune in Afghanistan. È di pochi giorni fa l’incontro dei ministri degli esteri dei paesi vicini dell’Afghanistan tenutosi in Cina a Tunxi nella provincia di Anhui.

Passati più di venti anni dall’avvio dell’ultima fase di riconciliazione, l’asse sino-russo sembra essere in buona salute soprattutto sul piano geostrategico. Le prime manovre militari congiunte, svoltesi nell’agosto del 2005, hanno rappresentato un fatto storico-politico importantissimo, la cui valenza aumenterà quando tali esercitazioni includeranno anche le forze armate indiane. 

Dalla nostra prospettiva, i recenti movimenti asiatici possono essere letti come una risposta di Beijing e dei suoi nuovi partner alle iniziative intraprese da Washington. Il riavvicinamento sino–russo è infatti una diretta conseguenza degli interventi statunitensi in Iraq e Afghanistan, nonché delle azioni intraprese nelle Repubbliche Centro–Asiatiche. Beijing non accetta peraltro che Washington rifornisca continuamente Taiwan di armamenti sofisticati. In questo quadro si comprende bene il ruolo strategico della SCO, che è oggi assurta al ruolo di vera organizzazione per la cooperazione regionale: favorendo ad esempio lo smantellamento di alcune basi statunitensi nelle Repubbliche Centro–Asiatiche e promuovendo lo sviluppo di un sistema di infrastrutture energetiche e di trasporto più autonomo dall’Occidente. Definito da alcuni asse anti-egemonico, rievocando la dottrina Primakov, la SCO ha avviato tra l’altro una cooperazione stretta con la CSTO, ovverosia la Collective Security Treaty Organization facente capo a Mosca. 

Ricordiamo infine che la Russia è un importante fornitore di armi ed energia, mentre la Cina (primo partner commerciale della Siberia orientale) esporta beni industriali e prodotti hi–tech. I contratti in campo energetico sono andati avanti fino a poche settimane fa, accrescendo la rete infrastrutturale asiatica e i legami vitali a lungo termine tra le principali potenze regionali. In questo contesto, l’India, corteggiata costantemente da Washington, rappresenta un attore indispensabile per contenere l’ascesa dell’asse sino–russo e la maggiore integrazione/espansione della SCO. Tuttavia, negli ultimi anni risulta sempre più evidente che l’India non abbia alcun interesse ad assumere una postura anti-cinese nell’ambito dei progetti geostrategici di Washington nella macroregione dell’Indo-Pacifico. 

Evoluzione e ruolo dell’alleanza SCO

Dopo la caduta dell’URSS, sia la Cina che gli USA hanno avviato trattative diplomatiche per avere un ruolo in questi territori, considerati strategici per la loro ubicazione geografica e per la presenza di importanti risorse energetiche. Nonostante i risultati raggiunti dagli USA, con intese di vario tipo, la Cina e la Russia mantengono dei vantaggi storico–geografici evidenti. Nel 1996 e 1997, le nuove Repubbliche Centro–Asiatiche, corteggiate anche da Washington, hanno firmato con Beijing e Mosca due accordi indirizzati all’accrescimento della fiducia reciproca e alla riduzione delle forze militari nelle aree transfrontaliere. Nel giro di pochi anni ciò ha consentito di risolvere le dispute di confine e di consolidare la collaborazione interstatuale in funzione antiterroristica. Col passare del tempo la SCO si va configurando sempre di più come uno spazio di cooperazione strategico-militare ed economico-commerciale, in cui il peso della Cina emerge in maniera preponderante. Non solo sul piano politico-culturale — i principi continuamente affermati da Beijing di “non interferenza”, “non allineamento”, “apertura al mondo” e “rispetto reciproco” sono stati ad esempio inseriti nella Carta costituzionale della SCO — ma anche per quanto riguarda la costruzione di infrastrutture, i programmi di cooperazione economica transfrontaliera e le manovre militari congiunte. Con l’allargamento della stessa e l’entrata di India, Iran e Pakistan, la SCO rappresenta la più grande organizzazione regionale del mondo, che, senza la diretta partecipazione degli USA, include le due economie più dinamiche del Pianeta e alcune significative potenze nucleari. Tutto ciò svela nondimeno l’esistenza di attriti competitivi fra Occidente e Oriente, visto che dalla seconda metà degli anni Novanta, e soprattutto dopo l’intervento in Afghanistan, gli Stati Uniti hanno aumentato la propria azione nella regione — ottenendo ad esempio un’ampia adesione alla “guerra al terrorismo” — per contrastare l’espansionismo sino–russo. 

Alcuni dei fatti che dimostrano l’inedita solidità e ampiezza del ruolo cinese nell’ambito di questo accordo regionale transfrontaliero sono: la realizzazione di nuovi oleodotti e gasdotti, la costruzione di autostrade e ferrovie, il miglioramento delle infrastrutture esistenti, le esercitazioni militari congiunte, la risoluzione di dispute confinarie, i nuovi accordi di libero scambio e la creazione di Zone Economiche Speciali.  

La situazione geostrategica in Asia Centrale è dunque la seguente. Con il collasso dell’Unione Sovietica nel 1991, la Cina ha esteso la sua influenza per affermare una leadership regionale e tentare di frenare allo stesso tempo l’espansionismo statunitense verso Est. In queste dinamiche sia la Russia che l’Iran si sentono a loro agio: entrambe soffrono di un senso di accerchiamento a causa dell’instabilità mediorientale e dell’ex Repubbliche sovietiche, ed entrambe possono contare su un partner sempre più potente per superare i vincoli e le pressioni occidentali. Da una prospettiva opposta, invece, gli Stati Uniti, egualmente interessati al valore strategico di questa regione, hanno costruito dopo l’11 settembre 2001 diverse basi militari per contenere l’influenza cinese. Ciò nonostante, negli ultimi 20 anni la loro presa su questi Paesi è stata ridimensionata. I voti in ambito Onu delle ultime settimane hanno confermato la mancanza di interesse in Asia a seguire le richieste sanzionatorie di Washington verso la Russia.  

[di Fabio Massimo Parenti]