In Spagna è stato trovato un fossile che potrebbe appartenere al più antico essere umano identificato in Europa. La scoperta, la quale si deve a un gruppo di ricercatori della Fondazione Atapuerca, è avvenuta nel sito Sima del Elefante, tra le montagne di Atapuerca vicino alla città di Burgos, a nord del paese, e ha portato alla luce un frammento osseo facciale lungo una decina di centimetri. Gli archeologi stanno analizzando i resti parziali del volto e, se la datazione preliminare dovesse essere confermata – circa 1,4 milioni di anni fa -, questi sarebbero i più antichi mai scoperti in Europa, poiché batterebbero l’osso mascellare scoperto nel 2007 nella stessa area, e risalente a 1,2 milioni di anni fa.
Nello specifico, il fossile è stato rinvenuto in un’area dal terreno argilloso, a due metri di profondità da dove è apparsa la mascella del 2007, un punto più profondo rispetto ai precedenti ritrovamenti fatti nello stesso sito. Le analisi hanno convinto i ricercatori che, molto probabilmente, l’osso apparteneva a un ominide geneticamente più vicino agli umani moderni come l’Homo antecessor, che ad antenati quali l’Homo habilis. Sicuramente saranno necessarie analisi più approfondite al fine di indicare il periodo più preciso durante il quale l’individuo in questione è vissuto. La datazione, che avrà luogo presso il Centro nazionale di ricerca sull’evoluzione umana (CENIEH) a Burgos, a 10 chilometri da Atapuerca, dovrebbe durare dai sei agli otto mesi. Le analisi del CENIEH, secondo la Fondazione, permetterà anche di identificare la specie primitiva a cui apparteneva l’individuo, e di comprendere e scoprire ulteriori e importanti particolari sull’evoluzione umana nel continente europeo.
Nella giornata di oggi la polizia di Palermo, su delega della Direzione Distrettuale Antimafia, ha dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di nove persone (otto in carcere ed una agli arresti domiciliari) accusate a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione con l’aggravante del metodo mafioso ed intestazione fittizia di beni. Ad essere colpite dal blitz, nello specifico, sono state le famiglie mafiose del mandamento della Noce e Cruillas, che comprende le cosche della Noce, Cruillas, Malaspina ed Altarello.
Venerdì scorso, il presidente amercano Joe Biden è volato a Gedda in Arabia Saudita, con lo scopo di riavvicinare all’amministrazione USA il più importante partner strategico di Washington in Medio Oriente dopo Israele: da tempo, infatti, Riad ha preso le distanze dalle linee statunitensi a causa di questioni diplomatiche e geopolitiche, rinsaldando sempre di più, invece, i legami economici con Mosca, considerata la principale “minaccia” dalla Casa Bianca. In particolare, il viaggio di Biden era finalizzato a trovare un accordo sull’aumento della produzione di petrolio da parte di Riad, ma anche a normalizzare i rapporti tra Stati arabi e Israele – sfruttando gli Accordi di Abramo promossi dal predecessore Trump – in modo da creare una sorta di “NATO araba” in funzione anti-iraniana. E, infatti, il dossier sul nucleare iraniano è stato anche al centro della visita del presidente americano in Israele.
Tuttavia, non solo la missione di Biden non ha ottenuto i risultati sperati, ma ha anche suscitato una sorta di imbarazzo diplomatico, scatenando polemiche e risentimenti a livello internazionale: dopo aver definito Riad uno «Stato paria» in campagna elettorale, per via dell’uccisione – attribuita al principe ereditario Mohammed bin Salman – del giornalista del Washington Post, Jamal Khashoggi, Biden è stato costretto da circostanze economiche e geostrategiche a recarsi in Arabia Saudita per “supplicare” i reali e lo stesso principe ad aumentare la produzione di petrolio.
La questione dell’aumento della produzione dell’oro nero, del resto, è di fondamentale importanza per Biden, il quale è in caduta libera nei sondaggi elettorali a causa dell’aumento del prezzo dei beni energetici: aumentare la produzione di greggio significherebbe far rientrare l’inflazione ponendo rimedio all’annosa questione che rischia di far perdere al Presidente le elezioni di medio termine previste per il prossimo novembre. Anche in questo caso, però, la richiesta dell’amministrazione americana non è stata accolta dell’(ex) alleato saudita: Riad, infatti, non ha assunto alcun impegno in merito, limitandosi a rimandare l’argomento alla prossima riunione dell’OPEC Plus – l’associazione dei principali produttori di petrolio comprendente anche la Russia – prevista per il prossimo tre agosto. In particolare, il ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita, Adel al-Jubayr, ha dichiarato che non è stato raggiunto alcun accordo sul petrolio e che i paesi OPEC prenderanno una decisione basata sul mercato, non sull’«isteria» o sulla «politica». Nel frattempo, i prezzi del petrolio sono aumentati, dopo che un funzionario statunitense ha riferito all’agenzia Reuters che non si prevede un aumento di produzione di petrolio nel breve termine da parte dell’Arabia Saudita.
Da notare anche come, allo stesso tempo, Riad abbia intensificato gli scambi commerciali con Mosca aumentando considerevolmente le importazioni di petrolio russo: queste, infatti, sono più che raddoppiate, passando dalle 320.000 tonnellate del periodo aprile-giugno 2021 alle 647.000 dello stesso periodo nel 2022. Un segnale significativo di come stanno cambiando le relazioni commerciali, diplomatiche e politiche a livello internazionale. Cosa che naturalmente ha spinto Washington a prendere contromisure.
Ma se, da un lato, il tentativo di ottenere maggiore petrolio non è andato a buon fine, dall’altro anche quello di compattare i Paesi arabi contro l’Iran, in una sorta di NATO regionale, non ha registrato particolari successi: un primo segnale negativo al riguardo, infatti, è arrivato dagli Emirati Arabi Uniti, i quali hanno fatto sapere di voler riallacciare i rapporti con Teheran e di non essere interessati, di conseguenza, a partecipare ad un’alleanza contro altri Paesi mediorientali. La stessa posizione è stata espressa dall’Iraq che non ha intenzione di partecipare ad un’alleanza militare ostile nei confronti del suo vicino e partner nella regione.
Infine, per quanto riguarda la normalizzazione dei rapporti tra Paesi arabi e Israele, Riad ha affermato che tale normalizzazione potrà avvenire solo a determinate condizioni: «Abbiamo chiarito che abbiamo bisogno di un processo e che questo processo deve includere l’attuazione dell’Iniziativa di pace araba. Una volta raggiunto questo obiettivo, ci impegniamo per un accordo a due Stati con lo Stato palestinese nei territori occupati e la sua capitale, Gerusalemme est. Questa è la nostra richiesta di pace» ha precisato al-Jubayr. Anche qui, dunque, la strada risulta ancora in salita e nient’affatto scontata, sebbene ci siano state alcune distensioni tra i due Paesi, con Riad che ha aperto il suo spazio aereo ai voli da e per lo Stato ebraico e il Premier israeliano Yair Lapid che sembra abbia dato il suo benestare alla restituzione ai sauditi delle isole contese di Sanafir e Tiran nel Mar Rosso.
Il quadro generale mostra come il Medioriente si stia sganciando sempre di più dall’orbita statunitense e come, altresì, sia difficile ricondurlo nuovamente sotto l’ala di Washington: gli equilibri internazionali, infatti, risultano notevolmente e rapidamente mutati, sia in seguito alla crisi ucraina, sia a causa di errori politici e diplomatici dei governi americani. Contemporaneamente, nazioni come Russia e Cina acquisiscono un peso geopolitico ed economico sempre maggiore, attirando verso di sé i cosiddetti Paesi non occidentali. Quest’ultimi stanno prendendo coscienza delle enormi potenzialità dell’asse orientale e sarà difficile, dunque, che rinuncino facilmente alla loro indipendenza politica e geostrategica in favore dell’ormai declinante egemonia a stelle e strisce.
«Abbiamo istruzioni che non ci permettono di vendere prodotti a cittadini russi». Così si è giustificata la commessa di uno dei negozi del marchio Bottega Veneta presenti a Firenze, per aver allontanato un ragazzo rifiutandosi di servirlo a causa della sua cittadinanza russa. L’episodio sta provocando un certo caos mediatico, soprattutto dopo la presa di posizione di alcune testate di fact-checking che hanno giustificato la commessa ed il marchio. Gli stessi siti, anziché ridimensionare l’accaduto, hanno rivelato alcuni dettagli che rendono il caso ancor più degno di attenzione. Ecco cosa è successo.
Nel video, ripreso dal diretto interessato, si sentono chiaramente le parole della commessa, che dopo aver negato la vendita dei prodotti dell’azienda al ragazzo russo, a causa della propria cittadinanza, avrebbe invece consentito ad un suo amico con il passaporto italiano di comprargli un giacchetto. Questo ha scatenato il web che ha lanciato l’hashtag #bottegaveneta per boicottare il brand. Ma non solo.
In seguito alla diffusione su Twitter del video, il portale italiano Bufale.netha pubblicato un fact-checking intitolato “Perché non bisogna demonizzare Bottega Veneta e la commessa” nel quale giustifica l’operato della lavoratrice e del marchio grazie all’applicazione di un articolo del Reg. 427/2022. Il Regolamento di Esecuzione UE del 15 marzo, 427/2022 introduce restrizioni alla vendita, fornitura, trasferimento ed esportazione diretta o indiretta di beni di lusso il cui valore è superiore a 300 euro per articolo, salvo diversa indicazione. Nel caso di Bottega Veneta, brand di lusso, qualsiasi articolo viene considerato tale.
La citazione del regolamento sulle sanzioni è corretta. Effettivamente una interpretazione in chiave restrittiva di quanto previsto a livello comunitario permette che i negozi del lusso siano chiusi ad alcuni clienti semplicemente in base a criteri di appartenenza etnica. Non si parla di sanzioni che vanno a colpire una lista di oligarchi o personaggi giudicati vicini al potere politico di Vladimir Putin, ma genericamente ogni cittadino russo. Anche se magari residente in un Paese europeo da anni, anche se magari oppositore dello stesso governo Putin. Un fatto che dovrebbe spingere la stampa alla riflessione, considerando anche la brutalità di fatti di cronaca come questo.
Ma così non è. L’attenzione dei paladini del fact-checking si concentra ancora una volta su una difesa cavillosa della norma, criticando chi – seguendo i principi del diritto di critica – si permette di sottolineare i profili di ingiustizia e di presunta illegittimità, quantomeno in Italia dove è in vigore una Costituzione che al suo articolo numero tre prevede che nessun cittadino possa essere discriminato per ragioni razziali.
Su un punto la critica ci trova tuttavia d’accordo. Non è stato corretto diffondere il video senza oscurare il viso della commessa, la quale è chiaramente esecutrice di ordini che le sono stati impartiti e non deve essere posta in condizione di essere vittima di possibili atti dimostrativi. Per questo abbiamo modificato il filmato coprendo il viso dell’interessata. Ma questa considerazione non può omettere il fatto più importante, ovvero la discriminazione subita all’interno di una paese democratico da parte di un cittadino semplicemente a causa della sua nazionalità.
“Il 42,1% dei partecipanti ha riportato un ciclo mestruale più intenso” dopo essersi sottoposto alla vaccinazione anti Covid: è quanto emerso da uno studio osservazionale recentemente pubblicato sulla rivista Science Advances, che ha avuto ad oggetto oltre 35.000 donne. «All’inizio del 2021, molte persone hanno iniziato a raccontare di aver sperimentato sanguinamenti mestruali inaspettati dopo l’inoculazione», affermano gli autori del lavoro, che per tale motivo hanno deciso di studiare questo fenomeno emergente attraverso un sondaggio condotto tra aprile e giugno 2021. Da questo è appunto emersa, all’interno del gruppo composto da persone che avevano un ciclo mestruale regolare, che oltre quattro donne su dieci hanno avuto un ciclo più intenso, mentre il 43,6% del campione non ha riportato alterazioni nel ciclo dopo il vaccino ed il 14,3% ha riportato il problema inverso, ovvero un ciclo mestruale meno intenso.
Venendo invece al gruppo di persone che non avevano le mestruazioni, esso era costituito da due raggruppamenti: le persone in premenopausa – che “usavano contraccettivi reversibili a lunga durata d’azione (LARC) e/o contraccettivi ormonali continui e/o un trattamento per l’ affermazione di genere che elimina le mestruazioni” – e le persone in postmenopausa di età superiore ai 55 anni che non perdevano sangue da almeno 12 mesi. Tra i partecipanti in premenopausa senza mestruazioni perché in trattamento ormonale, la maggioranza ha “manifestato emorragia da rottura dopo il vaccino”. La problematica inoltre è stata segnalata dal 70,5% di coloro che utilizzavano solo contraccettivi reversibili a lunga durata d’azione e dal 38,5% di chi si rifaceva a trattamenti per l’affermazione di genere. Tra le persone in postmenopausa che non erano in trattamento ormonale, invece, il 66% ha riportato emorragie da rottura.
I ricercatori sottolineano che lo studio, basandosi su esperienze auto-riferite, non può stabilire un nesso di casualità tra il vaccino e le alterazioni del ciclo mestruale né può essere considerato predittivo delle eventuali alterazioni nella popolazione generale. Tuttavia si tratta comunque di un lavoro di oggettiva rilevanza, non solo poiché al suo interno sono state incluse solo persone vaccinate prive di una precedente diagnosi di Covid-19, a volte associata a mutamenti del ciclo mestruale, ma anche perché i ricercatori non hanno preso in considerazione i dati della fascia di età 45-55 anni per evitare fattori confondenti legati alla perimenopausa, generalmente caratterizzata da alterazioni mestruali.
Oltretutto, lo studio pubblicato su Science Advances, giunge a risultati simile a quelli ottenuti da una ricerca italiana dello scorso mese di marzo dalla quale sono emerse alcune irregolarità nel ciclo mestruale di un gruppo di donne vaccinate. Il lavoro, che ha avuto ad oggetto un campione di 164 donne, ha infatti evidenziato che “circa il 50-60% delle donne in età riproduttiva che hanno ricevuto la prima dose del vaccino Covid-19 hanno riportato irregolarità del ciclo mestruale, indipendentemente dal tipo di vaccino somministrato”. “Il verificarsi di irregolarità mestruali sembra essere leggermente superiore (60-70%) dopo la seconda dose”, si legge inoltre nella ricerca, che sottolinea anche che “le irregolarità mestruali dopo la prima e la seconda dose di vaccino si sono risolte in circa la metà dei casi entro due mesi”.
L’ente pubblico responsabile delle carceri, la SNAI, ha dichiarato che tredici detenuti hanno perso la vita durante una rissa in una prigione dell’Ecuador, mentre altri due sono rimasti feriti. Si tratta del centro di detenzione Bellavista, nella provincia di Santo Domingo de los Tsachilas, dove a maggio sono morti 44 detenuti durante degli scontri tra bande rivali. Secondo il governo, si tratterebbe di una guerra totale per il controllo delle carceri sovraffollate che le autorità non sono state finora in grado di arginare.
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Il 19 Luglio 1992, alle ore 16.58, un boato scuote Palermo. È la seconda volta in 57 giorni: dopo aver eliminato Giovanni Falcone a Capaci con un attentato terribile quanto scenografico, questa volta la mafia scatena la sua violenza contro il giudice Paolo Borsellino, che viene investito dall’esplosione di un’autobomba in Via D’Amelio, quando ha appena suonato al campanello di casa dell’anziana madre. Con lui, muoiono anche i 5 membri della scorta Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano ed Eddie Walter Cosina. Eppure, subito dopo lo scoppio, tra le macerie di quella strada dissestata qualcuno è alla ricerca di un oggetto che deve essere rimosso dal perimetro della strage nel più breve tempo possibile. L’agenda rossa del giudice.
La scomparsa dell’agenda rossa
La vicenda legata alla sparizione dell’agenda rossa appartenuta a Paolo Borsellino, che la utilizzò senza mai separarsene nel periodo compreso tra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio, è ancora avvolta nel mistero. L’agenda, contenuta nella borsa di cuoio che si trovava sul sedile posteriore della macchina che ha ospitato il magistrato nel suo ultimo viaggio, venne prelevata dall’auto nei minuti successivi all’esplosione della bomba: sappiamo che passò dalle mani di Rosario Farinella, carabiniere e membro della scorta dell’allora deputato (e precedentemente pm al Maxiprocesso) Giuseppe Ayala, il quale la prelevò dall’auto e la consegnò a una persona non meglio identificata; poi, tra le 17.20 e le 17.30, fu nella disponibilità di un capitano dei Carabinieri, Giovanni Arcangioli, che venne ripreso mentre la portava all’uscita di via D’Amelio. La borsa ritornò poi nell’auto da cui era stata tolta, per poi essere prelevata dall’agente Francesco Paolo Maggi, che la portò in Questura, nella stanza del capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera. Quest’ultimo è un personaggio centrale nella nostra storia, dal momento che, nella storica sentenza del Borsellino-Quater (che ha ricevuto il timbro della Corte di Cassazione), viene collegato dalla Corte d’Assise di Caltanissetta al macroscopico depistaggio che si verificò sulle indagini sulla strage di Via D’Amelio, che fu incarnato dalle false dichiarazioni rese ai magistrati dal finto pentito Vincenzo Scarantino e costituì il frutto di «un proposito criminoso determinato essenzialmente dall’attività degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri». I giudici di Caltanissetta hanno infatti sancito che «c’è un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, sicuramente desumibile dall’identità di uno dei protagonisti di entrambe le vicende», per l’appunto La Barbera, il quale sarebbe stato «intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa» e il cui ruolo fu «fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia». Ma gli uomini di fiducia di La Barbera, rinviati a giudizio con l’accusa di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa Nostra per aver esercitato un “pressing fatto di minacce, anche psicologiche, maltrattamenti e manomissioni di prove” per indurre Scarantino a depistare le indagini, non hanno ricevuto condanne: lo scorso 12 luglio due di loro, Mario Bo e Fabrizio Mattei, essendo caduta l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra, sono stati salvati dalla prescrizione, mentre il terzo, Michele Ribaudo, è stato assolto “perché il fatto non costituisce reato”.
La testimonianza di Lucia Borsellino
[Lucia Borsellino, figlia del giudice Paolo ]«Ho deciso di recarmi direttamente in via D’Amelio. Quel luogo è stato letteralmente vandalizzato, non c’erano transenne, non c’era niente che potesse impedire di avvicinarsi ai corpi. L’unica persona alla quale si stava impedendo di avvicinarsi a un corpo ero io, probabilmente perché si pensava che non fossi in grado di reggere l’emozione. Ma io avevo il dovere di dare l’ultimo saluto a mio padre e con le mie mani ho composto gli arti inferiori al busto, perché era spaccato in due. E sono stata felice di averlo fatto». È il 3 Dicembre 2018 quando Lucia Borsellino, figlia del giudice Paolo, ripercorre con grande emozione davanti ai giudici di Caltanissetta le ore immediatamente successive all’esplosione della bomba che le tolse per sempre suo padre, citando particolari importanti sulle agende che Paolo era solito utilizzare in quel periodo: quella marrone, rimasta all’interno della borsa di cuoio che Borsellino aveva portato con sé in Via D’Amelio, contenente dei numeri di telefono; quella grigia, ritrovata invece all’interno della casa di Borsellino (il quale, dunque, quel 19 Luglio non l’aveva portata con sé), in cui il giudice annotava le spese e alcuni appuntamenti; infine quella rossa, la più nota: «successivamente – dice Lucia – seppi che negli ultimi tempi lui (Paolo Borsellino, ndr) era abituato ad annotare delle cose importanti per il suo lavoro. Lui di solito era molto schematico nelle annotazioni: il fatto che lui in questa agenda rossa scrivesse delle cose per esteso lo seppi successivamente dal maresciallo Canale (stretto collaboratore di Borsellino, ndr)». Lucia afferma di avere assistito suo padre nella preparazione della borsa la mattina del 19 luglio. È assolutamente certa che all’interno della borsa avesse trovato posto l’agenda rossa, poiché, avendo dormito la notte tra il 18 e il 19 sul divano situato a pochi metri dalla scrivania di suo padre, quella mattina aveva avuto modo di vederla proprio sul tavolo di lavoro del giudice e, subito prima di uscire (quando già Paolo aveva lasciato l’abitazione), aveva invece trovato la scrivania pulita, ordinatissima. «Mi creda, tutto potevo immaginare tranne che ci potesse essere nel luogo del delitto qualcuno che si infilasse nella macchina ancora fumante e prendesse quello che lui aveva lasciato – continua Lucia deponendo a Caltanissetta -. Potevo solo confidare che chiaramente si avesse avuto riguardo a quello che poteva essere indispensabile ai fini dell’attività investigativa». Lucia parla anche delle modalità con cui la borsa di cuoiotornò nella disponibilità dei familiari, spiegando che essa venne riportata dal capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera a sua madre Agnese, moglie del magistrato, alcuni mesi dopo la strage di Via D’Amelio, direttamente in casa e alla presenza sua e di suo fratello Manfredi. La figlia del giudice tiene a specificare come in nessuna occasione la famiglia, in quel lasso di tempo, avesse ritenuto di fare pressioni affinché la borsa fosse loro restituita, dal momento che era massima la fiducia che i suoi componenti nutrivano nei confronti dello Stato e dunque negli uomini che di quella borsa (e dei documenti ivi contenuti) avevano dovuto occuparsi. Lucia, che volle aprire la borsa in presenza di Arnaldo La Barbera, immediatamente si accorse della mancanza dell’agenda rossa. Chiese dunque insistentemente spiegazioni a La Barbera, il quale, dice Lucia, «si mostrò meravigliato di questa mia intolleranza che mostrai da subito. La mia rabbia fu tale che non mi seppi controllare: alla mia ennesima insistenza, vedendo che la risposta era assolutamente insoddisfacente perché tendeva implicitamente a dimostrare che l’oggetto non ci fosse e fosse una mia invenzione, me ne andai sbattendo la porta». La Barbera dirà ad Agnese, la madre Lucia, che forse sua figlia avrebbe avuto bisogno di un supporto psicologico, in quanto «molto provata».
Gli ultimi giorni di vita di Borsellino
Quello di cui siamo certi, perché a ribadircelo sono stati i familiari e i più stretti collaboratori del giudice, è che Borsellino utilizzò quell’agenda nei 57 giorni intercorsi tra la morte di Falcone e la strage di Via D’Amelio. E quelle settimane furono dense di appuntamenti, scoperte e colpi di scena che coinvolsero direttamente l’azione umana e investigativa del magistrato.
Il 25 maggio, due giorni dopo l’omicidio di Giovanni Falcone, Borsellino rilasciò un’intervista al giornalista di Repubblica, Giuseppe D’Avanzo, in cui manifestò apertamente la sua intenzione di fornire ai magistrati titolari dell’inchiesta sulla strage di Capaci importanti rivelazioni: «Purtroppo la procura di Palermo [in cui Borsellino lavorava come procuratore aggiunto, Ndr] non è titolare delle indagini. Dico “purtroppo” perché, se avessi avuto la possibilità di seguire questa indagine, avrei trovato un sollievo al mio dolore. […] Per indagare sulla morte di Giovanni ho sollecitato la mia applicazione a Caltanissetta, ma mi hanno ricordato che in quella città non c’è la funzione di procuratore aggiunto. In ogni caso, andrò a Caltanissetta […] come testimone. […] Racconterò fatti, episodi, circostanze, […] racconterò gli ultimi colloqui avuti con Giovanni».
Il 25 giugno, il magistrato si incontrò in segreto con Mario Mori e Giuseppe De Donno, uomini del Ros, in una caserma a Carini. Pochi giorni prima, De Donno aveva avvertito Liliana Ferraro (la quale aveva preso il posto di Giovanni Falcone come direttore generale degli affari penali al ministero della Giustizia) di aver avviato una trattativa con i vertici di Cosa nostra grazie all’intermediazione di Vito Ciancimino, ex sindaco DC di Palermo, corleonese e mafioso, che avrebbe accettato questo ruolo in cambio di “garanzie politiche”. La Ferraro chiese a De Donno di informare Paolo Borsellino e avvertì del colloquio avuto col carabiniere del Ros il ministro Martelli, il quale, a sua volta, le indicò di parlarne con Borsellino. Avvertito dalla Ferraro di quanto riferito da De Donno il 28 giugno, il giudice si limitò a risponderle: «Ci penso io». La sera stessa, intervenendo a un dibattito organizzato dalla rivista Micromega presso l’atrio della Biblioteca Comunale di Palermo, Borsellino lanciò un grido disperato all’indirizzo della Procura di Caltanissetta, aprendo così il suo discorso: «Questa sera sono venuto soprattutto per ascoltare, perché ritengo che mai, come in questo momento, sia necessario che io ricordi a me stesso e a voi che sono un magistrato. In questo momento, inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone – non voglio dire più di ogni altro […] – e avendo raccolto comunque, come amico di Giovanni Falcone tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico delle opinioni, delle convinzioni che mi sono fatto raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me devo per prima cosa assemblarli e riferirli all’autorità giudiziaria, l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni, e che, soprattutto nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita». Eppure, a Borsellino, la chiamata da Caltanissetta non arrivò mai.
Domenica 28 giugno, Borsellino incontrò all’aeroporto di Fiumicino il ministro della Difesa Salvo Andò, che lo prese in disparte per parlare con lui di un’informativa del Ros, inviata alla Procura di Palermo, che li individuava come possibili bersagli di un attentato mafioso. Borsellino ne era però completamente ignaro: il suo Procuratore capo Pietro Giammanco non gli aveva riferito alcunché. Il giorno seguente, facendo ritorno in Procura, Paolo Borsellino protestò veementemente contro Giammanco per non averlo avvertito. Addirittura, sbatté il pugno sul tavolo ferendosi una mano.
Il 1° luglio ebbe luogo il primo interrogatorio dell’ex autista di Totò Riina, Gaspare Mutolo, sentito da Paolo Borsellino nella sede della dia a Roma. Mutolo anticipò al giudice che le sue rivelazioni sarebbero state sconvolgenti, poiché gli avrebbe riferito delle collusioni tra i mafiosi e Bruno Contrada, l’allora numero tre del Sisde, e Domenico Signorino, pm al Maxiprocesso. “Comincio a parlare e lui aprì la sua agenda rossa – ha ricordato Mutolo -. Non lo so cosa ci scrivesse, ma era grande e piena di appunti. Quel luglio lo vidi tre volte e l’agenda era sempre la prima cosa che metteva sul tavolo insieme alle sigarette e poco altro. Scriveva e fumava“.
Il 15 luglio il giudice rivelò a sua moglie Agnese, come da lei stessa raccontato anni dopo ai magistrati, di aver visto “la mafia in diretta” e che qualcuno, quel giorno, gli aveva riferito “che il generale Subranni (capo del Ros, ndr) si è ‘punciuto‘” [La “punciuta” è il nome del rituale di affiliazione a Cosa nostra, Ndr], mostrandosi in tale frangente “turbatissimo”.
Il 16 luglio ebbe luogo l’ultimo interrogatorio di Paolo Borsellino a Gaspare Mutolo, il quale aveva accettato di verbalizzare le accuse a Bruno Contrada e Domenico Signorino il lunedì successivo. I due, però, non si sarebbero mai più rivisti.
[Immagini successive all’attentato di Via D’Amelio]Il 18 luglio, Paolo fece una passeggiata con la moglie sul lungomare di Carini. Ricostruendo il dialogo, Agnese ha testimoniato che il marito le disse che “non sarebbe stata la mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere“. Il giorno dopo, l’esplosione in via D’Amelio. E, pochi minuti dopo, la sparizione dell’agenda.
Gazprom ha dichiarato che per «cause di forza maggiore» dovrà interrompere le forniture di gas all’Europa. Lo si legge in una lettera inviata dal colosso energetico a RWE – il più grande importatore tedesco di gas russo – come riportato dall’agenzia Reuters. Gazprom ha riferito di non poter adempiere ai propri obblighi a causa di circostanze «straordinarie» al di fuori del suo controllo: attualmente il Nord Stream 1 è in fase di manutenzione. Di conseguenza, la Germania sarà costretta a pagare di più l’energia con serie ripercussioni sull’industria e l’economia. «Se l’economia subirà un colpo, ciò si estenderà all’intera zona euro», ha dichiarato in riferimento all’economia tedesca David Madden, analista di mercato presso Equiti Capital.
L’ingresso della Svezia e della Finlandia nella NATO è bloccato fino a quando non verranno soddisfatte tutte le condizioni poste dalla Turchia. Ad annunciarlo è il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, alludendo all’asilo politico offerto dai due paesi ai curdi del PKK. «Durante il vertice NATO di Madrid abbiamo messo sul tavolo tutte le nostre condizioni all’ingresso di Svezia e Finlandia, ora devo ricordare a questi due paesi quali sono le nostre richieste e che il processo d’ingresso è congelato perché non sono stati compiuti i passi necessari per venirci incontro», ha dichiarato Erdoğan.
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