domenica 3 Luglio 2022

Ucciso 8 anni fa in Donbass, Andrea Rocchelli cerca ancora giustizia

Andy aveva una macchina fotografica e lo sguardo di chi di cose ha ne viste tante, troppe. Molte di più di quelle che avrebbero potuto stare dentro al suo obiettivo. Nelle poche, pochissime foto che lo ritraggono, lui che ha scattato immagini in mezzo mondo, non sorride mai. Ha qualche ciuffo di barba e un viso pulito da ragazzino adulto, gli occhi scuri e un’aria seria che a 30 anni capita raramente. A meno che, appunto, non sei uno come Andrea Rocchelli che era un fotoreporter italiano e otto anni fa, il 24 maggio 2014, è stato fatto a pezzi, crivellato più volte, dai colpi di un mortaio. Ucciso dentro una buca insieme all’amico e collega Andry Mironov, letteralmente decapitato da uno di quei colpi. È successo nel Donbass, che proprio in quei giorni stava diventando il tritacarne che poi è stato, con le sue 15mila vittime , un massacro lunghissimo e atroce, frutto di una faida quasi medievale, casa per casa e collina per collina, tra i soldati di Kiev e i separatisti filorussi.

Un macello silenzioso e in penombra, lontano dai media, dalle tv. Proprio come la fine di Andrea, per tutti Andy. Proprio ora che la guerra in Ucraina compie tre mesi, proprio ora che i russi sembrano aver preso il controllo delle regioni orientali, torna dolorosamente alla memoria l’anniversario della vita e della morte di Andrea. Uno dei tanti giornalisti uccisi sul campo, letteralmente campo di battaglia, mentre facevano il loro lavoro. Anzi, secondo l’accusa al processo per la sua morte celebrato in Italia, ucciso proprio perché faceva il suo lavoro.

Andrea Rocchelli era un ragazzo di Pavia, classe 1983, uno di quelli nati dopo il Mundial spagnolo che è stato anche uno spartiacque generazionale. Aveva studiato al Politecnico di Milano ma la passione per raccontare il mondo con le immagini l’aveva catturato presto, quasi subito. Ha collaborato con l’agenzia di Grazia Neri e poi ha preso uno zaino e si è messo a girare un po’ il mondo: nord Africa, dove nel 2011 in Tunisia e Libia era presente alla cosiddetta Primavera araba, poi Russia e in generale est europeo, il suo mondo, la sua grande curiosità. I diritti umani negati, violati o piegati erano il metronomo dei suoi passi e dei suoi scatti. Li ha documentati in Kirgizistan e Inguscezia così come nel nostro mezzogiorno, al Sud, dove ha raccontato lo sfruttamento dei migranti da parte della criminalità organizzata.

Come un destino generoso e cupo, un percorso che non ti scegli, casomai ti sceglie lui, aveva le stimmate di uno che non sopporta le ingiustizie e la curiosità di un ragazzo che vuole dare voce a chi non ce l’ha. Anche per questo, nel 2014 era in piazza a Kiev durante le rivolte di Maidan, quello che poi si è rivelato qualcosa di molto diverso e probabilmente prodromico alla situazione attuale. Da lì all’incipiente sterminio nel Donbass il passo è stato breve, le tensioni erano già oltre i limiti della dialettica democratica, e la sua decisione di raccontare e documentare il dramma della popolazione civile è stata consequenziale.

Ha scelto di spostarsi nel Donetsk, in una terra contesa tra truppe regolari ucraine coadiuvate dai battaglioni neonazisti e i miliziani filorussi. Con l’amico e collega Andryj, un giornalista italo-russo, ex dissidente e in quel momento inviato per Novaja Gazeta, il giornale di Anna Politkovskaja. Alloggiavano alla meglio in qualche casa o palazzo nelle zone controllate dai separatisti e cercavano di raccontare un conflitto che per il mondo era fantasma, come fantasmi le sue vittime, anche i bambini. L’ultimo giorno della sua breve vita da fotoreporter, era anche tra i fondatori del gruppo Cesura, ha preso un taxi insieme ad Andryj e ad un collega francese, William Roguelon, con direzione Sloviansk.

Una zona martoriata dai bombardamenti e dagli scontri tra ucraini e filorussi, dove i civili si muovevano come sagome terrorizzate sullo sfondo, incapaci di sfuggire alla tenaglia della morte e dell’orrore.

È successo tutto molto rapidamente, e come spesso succede in guerra, anche molto caoticamente. All’altezza di una collina che gli ucraini difendevano, quella di Karachun, e in prossimità di un posto di blocco ad Alekeseeva, quando il taxi è stato fermato dai miliziani, si è scatenato un inferno di colpi di mortaio. Roguelon è stato colpito subito, ma sono riusciti a caricarlo sul taxi che è ripartito a folle velocità, con numeri fori di proiettili sulle fiancate. Andrea e Andryj invece hanno cercato riparo in una buca, dalla quale l’italiano ha continuato a scattare foto dello scambio di colpi, in un inferno di boati e schegge. Proprio una raffica di quei colpi hanno raggiunto la buca, con un botto terrificante. Mironov è morto decapitato, Andrea è caduto sotto ai colpi senza riuscire a dire una parola. Nel 2016 hanno poi trovato gli ultimi scatti, ripresi in quei momenti, con la sequenza dei colpi, la posizione, la dinamica.

Tutti elementi che avrebbero potuto essere molto utili al processo che nel 2018 si è tenuto in Italia, in primo grado, presso la Corte d’Assise di Pavia, L’anno precedente, al suo arrivo all’aeroporto di Bologna, viene arrestato Vitaly Markiv, ex membro della Guardia Nazionale ucraina. Tre anni anni di indagini condotte dalla procura di Parma e dai ROS dei carabinieri avevano portato ad accusarlo per aver fatto parte del gruppo di militari che hanno sparato i colpi di mortaio che hanno ucciso Rocchella e Mironov, e ferito gravemente Roguelon.

Markiv, nato nel 1989, era arrivato in Italia, nelle Marche, nel 2002 insieme alla madre e alla sorella. Al compimento del 18esimo anno ha preso la cittadinanza e allo scoppio della guerra nel Donbass si è arruolato volontariamente nella Guardia ucraina. I vertici del corpo, chiamati a testimoniare nel corso della vicenda giudiziaria, hanno detto che per gli ucraini Markiv era considerato un eroe nazionale. Il processo si è concluso nel 2019 con la condanna a 24 anni per concorso in omicidio volontario di Markiv, che si è sempre proclamato innocente. Le autorità di Kiev hanno criticato pesantemente la sentenza, il ministero degli Esteri ha convocato l’ambasciatore italiano e ha chiesto un’inchiesta indipendente. Si è lamentano anche Zelensky che ha parlato col premier  Conte definendo la sentenza “ingiustificatamente severa”.

Il 29 settembre 2020 inizia in Corte d’appello a Milano il processo di secondo grado, la difesa dell’imputato chiede un sopralluogo e l’assoluzione per Markiv. La Corte denuncia poi intimidazioni ad un interprete e dispone la trascrizione integrale di un’intercettazione nella quale l’imputato avrebbe detto tra l’altro “abbiamo fottuto un reporter”. Il 3 novembre i giudici milanesi emettono la sentenza d’appello: l’imputato viene assolto con formula piena per non aver commesso il fatto e viene scarcerato. Un vizio di forma, si dice, ha ribaltato il verdetto di primo grado. Vengono anche revocati i risarcimenti a carico dello stato ucraino, ritenuto responsabile in sede civile.

Al momento, quindi, non ci sono responsabili e non c’è un colpevole per la morte di Andrea e di Andryj. Ci sono due giornalisti uccisi dentro una buca da colpi di mortaio e c’è un Paese, l’Italia, che fa della libertà di stampa un caposaldo democratico, ma che di questa brutta, bruttissima storia non ha praticamente mai sentito parlare. La Procura generale annuncia un ricorso in Cassazione, mentre i genitori di Andrea Rocchelli ribadiscono le responsabilità di Kiev nella vicenda, definendo Andrea e i suoi colleghi “vittime inermi di un attacco deliberato delle forze armate ucraine, così come sancito in tre gradi di giudizio dalla magistratura italiana. Noi siamo determinati a impedire che le responsabilità ucraine restino impunite”. E si augurano che non ci debbano più essere giornalisti uccisi mentre fanno il loro mestiere, ricordando anche l’impegno di Andrea con la Ong Soleterre,  i reportage e i video che aveva realizzato nella loro casa famiglia di Kiev con i bambini malati oncologici. Quel figlio che era solo un ragazzo ma aveva già gli occhi di un adulto, un uomo che raccontava le ferite del mondo, cercando con le sue immagini una cura al silenzio e all’oblio.

[di Salvatore Maria Righi]

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3 Commenti

  1. Queste storie atroci confermano che la giustizia è venduta alla politica corrotta.
    Se l’Italia non purifica le correnti della magistratura dai personaggi che nuotano nel guano del malaffare, non usciremo mai da questa abominevole situazione. Uno Stato senza giustizia non è uno stato libero. Punto.

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