lunedì 9 Febbraio 2026
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La Lituania blocca l’exclave russa di Kaliningrad, per Mosca è un’aggressione

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La Lituania ha deciso di bloccare il trasferimento via ferrovia di una lunga lista di beni sottoposte alle sanzioni europee a Kaliningrad, exclave russo in territorio europeo. I 15000 chilometri quadrati incastonati tra Polonia e Lituania rappresentano un importante avamposto militare russo che dista 1400 chilometri da Parigi e Londra, 530 da Berlino e 280 da Varsavia. Da venerdì scorso, le autorità di Vilnius stanno vietando l’importazione e l’esportazione di metalli, materiali da costruzione, carbone e apparati tecnologici da e per la città russa, spingendo il mezzo milione di abitanti a una corsa alle scorte. Da Mosca è arrivata prontamente l’accusa di aggressione diretta contro la Russia, che potrebbe “costringere il paese a ricorrere all’autodifesa”.

Kaliningrad

Il capo della Commissione del Consiglio della Federazione per la protezione della sovranità, Andrey Klimov, ha dichiarato che «o Bruxelles correggerà la situazione relativa al blocco di Kaliningrad o la Russia avrà mano libera per risolvere la questione del transito con qualsiasi mezzo». Nel frattempo, questa mattina il ministro degli Esteri lituano Gabrielius Landsbergis ha ribadito la volontà del paese di applicare le sanzioni e di avere agito dopo essersi consultato con la Commissione di Bruxelles. «Se forniamo all’Ucraina il 90 per cento degli aiuti militari che ha chiesto, e non il 10 per cento, la guerra sarà chiusa in fretta», ha poi aggiunto. Così, dopo essere stata a lungo nell’oblio, Kaliningrad torna a rappresentare un motivo di discussione, complice la riscoperta dell’importante ruolo tattico-strategico che l’exclave può assumere negli equilibri militari europei. A maggio scorso, infatti, in seguito alle dichiarazioni di Svezia e Finlandia sull’adesione alla NATO, il Cremlino aveva reso noto – attraverso il presidente del Consiglio di Sicurezza della Russia Dmitrij Medvedev – che sarebbe stato necessario «rafforzare seriamente il gruppo di truppe di terra e il sistema di difesa aerea e schierare consistenti forze navali nel Golfo di Finlandia».

La Lituania e altre fonti occidentali sostengono che già da tempo Mosca possieda ordigni nucleari nell’exclave. Sebbene ciò non sia confermato, la regione risulta una delle più militarizzate d’Europa: già nel 2016, infatti, la Russia cominciò a spostare a Kaliningrad sistemi Iskander, ossia missili balistici tattici ipersonici a corto raggio in grado di portare testate nucleari, con una gittata massima di 500 chilometri.

[di Salvatore Toscano]

Il capo dell’esercito britannico avvisa le truppe: “Pronti alla guerra in Europa”

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Il nuovo capo dell’esercito britannico Patrick Sanders ha dichiarato: «L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia sottolinea il nostro scopo principale: proteggere il Regno Unito essendo pronti a combattere e vincere le guerre di terra. Inoltre, rafforza l’esigenza di scoraggiare l’aggressione russa con la minaccia della forza». In una lettera indirizzata a “tutti i gradi e ai dipendenti pubblici”, il generale Sanders ha poi aggiunto: «Il mondo è cambiato dal 24 febbraio e ora c’è l’imperativo categorico di forgiare un esercito in grado di combattere a fianco dei nostri alleati e di sconfiggere la Russia in battaglia».

Le dichiarazioni del capo dell’esercito britannico, a dispetto del tono utilizzato, non implicano lo scoppio immediato di una guerra in Europa, ma comunque preoccupano perché rivelano il pessimo stato in cui versa la diplomazia tra le parti: Russia da un lato e Occidente dall’altro, che da mesi accenna a una “guerra lunga e duratura”. A quasi quattro mesi dall’inizio delle ostilità, non si è giunti a un accordo definitivo e quelli “temporanei” – riguardanti ad esempio i corridoi umanitari – hanno mostrato diversi limiti, tra cui l’effettività. Gli incontri organizzati per sbloccare le forniture di grano e altri beni alimentari fermi nei porti ucraini hanno evidenziato la lontananza fra le parti, in un contesto di escalation verbale che coinvolge Mosca e Kiev – ma non solo – e allontana la fine del conflitto. Particolarmente attivo su questo fronte si è rivelato essere proprio il Regno Unito, che a fine aprile ha dichiarato – attraverso il viceministro della Difesa – di considerare interamente legittimo l’uso da parte ucraina di armi fornite dal paese «per prendere di mira obiettivi all’interno del territorio della Russia». Alle parole ha fatto poi seguito in questi ultimi quattro mesi l’invio di armamenti a Kiev, tra cui i “sistemi missilistici M270 a lungo raggio” annunciati a inizio giugno, insieme alla collaborazione con l’esercito ucraino che in territorio britannico sarà addestrato a utilizzare i lanciarazzi forniti.

[di Salvatore Toscano]

Crimea e Sebastopoli: Consiglio Ue proroga di un anno sanzioni per annessione russa

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“Il Consiglio Ue ha deciso oggi di rinnovare le sanzioni introdotte dall’UE in risposta all’annessione illegale della Crimea e di Sebastopoli da parte della Federazione russa fino al 23 giugno 2023”. Lo si legge all’interno di un comunicato stampa dello stesso Consiglio, il quale precisa che le sanzioni sono in vigore dal 2014 e “comprendono divieti riguardanti le importazioni di prodotti originari della Crimea o di Sebastopoli, illegalmente annesse, nell’UE, investimenti infrastrutturali o finanziari e la fornitura di servizi turistici in Crimea o a Sebastopoli”. Inoltre, “le esportazioni di determinati beni e tecnologie diretti alle imprese della Crimea o destinati a essere usati nella Crimea illegalmente annessa nei settori dei trasporti, delle telecomunicazioni e dell’energia o destinati alla prospezione, all’esplorazione e alla produzione di petrolio, gas e risorse minerali sono anch’esse soggette alle restrizioni dell’UE”.

Svolta storica per la Colombia: eletto presidente l’ex guerrigliero Gustavo Petro

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Petro elezioni

Quella di domenica 19 giugno per la Colombia è una data da segnare in calendario: l’ex guerrigliero Gustavo Petro ha vinto il ballottaggio delle presidenziali, diventando ufficialmente presidente del paese. La vittoria di Petro è stata decretata dal 50,7% dei voti (cioè quasi 700mila in più rispetto a quelli guadagnati dall’avversario politico Rodolfo Hernández): il neo presidente ha esultato accanto a Francia Márquez, un’avvocata che ricoprirà il ruolo di vicepresidente. È a prima donna nera ad avere questo incarico. La sua presenza al Governo può avere un ruolo molto importante: Marquez si oppone da tempo alle miniere illegali e in quanto combattente ecologista è stata lei stessa vittima di attentati per il suo schieramento.

 

La Colombia non è mai stata governata da un rappresentante di sinistra e fino ad ora ha custodito gelosamente la propria anima conservatrice e filo-americana. Che, a quanto pare, non piace più. Negli ultimi anni infatti migliaia di latinoamericani sono scesi in piazza a protestare (anche in Perù, in Cile) contro i partiti al comando e per una generale insoddisfazione per il modello economico vigente, le istituzioni esistenti, la corruzione e la collusione tra stato e militari.

 

Ma chi è Gustavo Petro e come si colloca in tutto questo? La sua presenza in politica non è una novità. Il presidente è stato ex sindaco della capitale Bogotà ed è leader del Pacto Histórico, un’alleanza di sinistra. Si era già candidato alla presidenza altre due volte, sconfitto poi dalla parte conservatrice del Paese. È noto soprattutto per il suo passato da ex guerrigliero del Movimento 19 aprile, una fazione della sinistra rivoluzionaria operante tra gli anni ’70 e ’80 in lotta con il Governo (fino alla pace firmata nel 1990). Dopo la “resa delle armi” il gruppo divenne per un breve periodo un vero e proprio partito, l’Alleanza Democratica M-19, i cui interessi principali erano orientati verso un’istruzione accessibile a tutti, lavoro e maggiore rispetto per l’ambiente (con lo stop alle nuove esplorazioni di petrolio e gas).

La sua campagna elettorale si era incentrata proprio su alcuni di questi temi, di fatto riprendendoli: Petro infatti ha “promesso” istruzione gratuita e maggiore attenzione nei confronti dei disoccupati. Un punto chiave su cui ha battuto la sua politica (e che era un focus importante anche nella vecchia alleanza) è lo stop a nuove esplorazioni di petrolio e gas. Un tema molto caldo e che porta spesso in piazza migliaia di cittadini. Proprio lo scorso aprile decine di manifestanti si sono riversati in strada per opporsi all’estrazione di idrocarburi fossili mediante fracking – o fratturazione idraulica. Si tratta di una controversa pratica a detta di molti altamente impattante sul territorio. A concedere l’autorizzazione era stata l’Autorità colombiana sulle licenze ambientali, che non si è consultata con le comunità interessate. Andare in strada non è un “semplice” atto rivoluzionario: per i cittadini equivale a mettere a repentaglio la propria vita visto che la Colombia è ancora al primo posto per delitti nei confronti dei difensori dell’ambiente.

Anche in questo caso Petro ha proposto di cambiare le cose, promettendo di non permettere più persecuzioni politiche, e garantendo maggior coinvolgimento della «maggioranza silenziosa di contadini, persone indigene, donne e giovani».

È difficile stabilire se le cose andranno effettivamente così, per diversi motivi. Primo fra tutti (e più scontato) è che non sempre quanto detto in campagna elettorale poi trova un riscontro dopo le elezioni. In secondo luogo Petro non avrà di certo vita facile. Già prima del ballottaggio sono stati molti i tentativi messi in atto per screditare la sua figura. Nelle scorse settimane alcune forze conservatrici e di centro, unitesi attorno a Hernández, l’altro candidato, hanno definito Petro “una minaccia per la democrazia”. Anche la stampa ci ha messo del suo, pubblicando titoli come “Gustavo Petro ha un patto con Satana?”. Non sono mancate poi fake news e video messi in rete, tant’è che la giornalista colombiana María Jimena Duzán è arrivata a coniare il termine “Petrofobia”.

È pur vero che «gli elettori sono stufi e vogliono cambiare», ha detto a Ojo Público Silvia Otero, esperta di politica latinoamericana. «E la voglia di farlo è così grande che molti elettori sembrano non curarsi di alcune caratteristiche della personalità di Petro: la sua tendenza all’autoritarismo e alla megalomania, sempre in agguato nei suoi discorsi, nei suoi tweet, nei momenti chiave della sua biografia e persino nell’enorme P –in maiuscolo e in rosso brillante– che ha plasmato il palcoscenico su cui ha camminato il grande leader mentre pronunciava il suo discorso inaugurale della campagna elettorale a Barranquilla», a nord del Paese.

Quello che è certo è che la Colombia ha un gran bisogno di farcela: liberarsi da decenni di politiche liberiste e dalla nomea di narcostato sarebbe già un ottimo punto di partenza.

[di Gloria Ferrari]

Il parlamento ucraino ha messo al bando ogni forma di cultura russa

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Ieri il parlamento dell’Ucraina ha approvato due leggi che impongono nuovi e severi limiti alla circolazione di libri e musica russi. Entrambe le leggi sono state approvate da una larga maggioranza e sono ora solo in attesa della firma del presidente Volodymyr Zelensky. Con la conferma della prima legge, diventerà impossibile per i cittadini russi stampare libri in Ucraina e l’importazione di libri da Russia, Bielorussia e dai territori dell’Ucraina occupati sarà totalmente vietata. Allo stesso tempo, l’importazione di libri in lingua russa dall’estero sarà soggetta a speciali autorizzazioni. La seconda legge, invece, vieta la trasmissione di musica realizzata da cittadini russi sui media e sul trasporto pubblico del territorio ucraino.

Torino, dopo oltre un mese 4 studenti sono ancora detenuti per aver protestato

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Si trova ancora in carcere Francesco, uno dei tre studenti sottoposti a custodia cautelare a partire dal 12 maggio scorso per aver partecipato, il 18 febbraio, a una manifestazione studentesca a Torino. Questo nonostante la giovanissima età del ragazzo, peraltro incensurato. Altri due studenti si trovano ai domiciliari con braccialetto elettronico e il divieto di contatto con chiunque non siano i familiari conviventi. Una terza ragazza si trova ai domiciliari, seppure con misure meno restrittive, per aver parlato al megafono nel corso della manifestazione. Come Francesco, tutti i giovani coinvolti, cui è stato contestato il reato di resistenza a pubblico ufficiale, sono incensurati.

Che senso ha la custodia cautelare per studenti incensurati che non hanno compiuto reati gravi? È una punizione? Una vendetta?? Un segnale di forza?”. Questo l’interrogativo al centro della lettera che le detenute della sezione femminile del carcere Lorusso e Cotugno di Torino hanno inviato alle madri degli studenti sottoposti a misure cautelari per aver partecipato a una manifestazione contro l’alternanza scuola-lavoro lo scorso 18 febbraio. Una domanda che, in un modo o nell’altro, siamo portati a farci tutti. Dei tre giovani inizialmente sottoposti a misure di custodia cautelare in carcere solamente uno si trova ancora in cella: Francesco, di 20 anni appena compiuti. Gli altri due, i ventiduenni Jacopo ed Emiliano, si trovano ai domiciliari, ma con braccialetto elettronico e divieto di contatto con chiunque non siano i familiari conviventi.

«Si tratta di una misura se vogliamo ancora peggiore del carcere, perché quantomeno lì si può socializzare. Così chiusi in casa sono completamente isolati. Non possono lavorare, sostenere gli esami, fare visite mediche, parlare con nessuno» ci dice al telefono Cinzia, mamma di Jacopo. «La condotta di Francesco è stata evidentemente ritenuta più grave, tuttavia le accuse contro di lui non sono ancora state confermate, non si sa se sia stato veramente lui». I ragazzi, tutti incensurati, sono accusati di resistenza a pubblico ufficiale, in seguito alla quale diversi agenti hanno avuto una prognosi media di 6 giorni «per ferite non meglio specificate». La pena prevista, in caso di condanna, potrebbe superare i 3 anni e mezzo di reclusione, anche se, riferisce Cinzia, gli avvocati ritengono improbabile l’eventualità di una pena così lunga. Altri 7 ragazzi sono ora sottoposti a obbligo di firma per i fatti del 18 febbraio mentre Sara, una studentessa di 19 anni e incensurata, si trova ai domiciliari aver parlato al megafono durante la manifestazione. Solamente poche settimane prima, il 28 gennaio, la polizia aveva caricato senza alcun motivo gli studenti (per la maggior parte minorenni) che protestavano in piazza Arbarello contro l’alternanza scuola-lavoro, provocando il ricovero di decine di loro per via delle ferite riportate.

«L’impressione è che a Torino vi sia una gestione della piazza e delle misure cautelari particolarmente eccedente rispetto alla norma. Come si può pensare di usare uno strumento come la carcerazione o l’applicazione di braccialetto elettronico a ragazzi incensurati di 19-20 anni per aver partecipato a movimenti studenteschi?» dichiara Cinzia. «Noi non mettiamo in discussione l’intervento della magistratura, ma le modalità con le quali vengono messi in atto gli interventi. Poi se ci sarà necessità di applicare delle sanzioni si verrà sanzionati». Come spiega Cinzia, inoltre, «Le indagini sono state chiuse, ora partirà tutto l’iter ma può passare anche un anno prima del primo processo. Quando finiranno le misure? Quando uscirà Francesco dal carcere? Quando finiranno i domiciliari? Sara, che è rea di aver parlato a un megafono, quando potrà uscire?». La vicenda ha portato a sollevare due interrogazioni parlamentari, in Camera e Senato, rivolte ai ministri Cartabia e Lamorgese.

Ulteriore quesito da non sottovalutare è quale possa essere l’effetto di mesi di carcere su di un ragazzo così giovane e potenzialmente innocente. Come scrivono le detenute della sezione femminile, “Il carcere è una scuola del crimine in cui si coltiva la rabbia e l’impotenza assoluta quindi, specie per i giovani non è proprio utile ritrovarsi lì o isolati dal contesto socio-culturale”. La situazione è resa ancora più complessa dal persistente problema di sovraffollamento del carcere di Torino, sul quale ha recentemente riportato l’attenzione la garante comunale per i diritti dei detenuti Monica Cristina Gallo. Sono oltre 1300 le persone attualmente detenute al Lorusso e Cotugno di Torino, “a fronte di una capienza di 1060”, dato al quale si va ad aggiungere “l’aumento preoccupante di giovani detenuti” che rende il carcere “quasi contenitore di una rabbia sociale che varrebbe la pena invece curare sul territorio”.

[di Valeria Casolaro]

 

 

Roma, mobilitazione cittadina contro disastro ambientale per incendio di Malagrotta

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A Roma si svolgerà oggi alle 15.30 un sit in dei cittadini per protestare contro il disastro ambientale causato dall’incendio della discarica di Malagrotta di mercoledì scorso. La protesta, organizzata dal Comitato giovani della Valle Galeria, intende portare l’attenzione sulle responsabilità dei partiti politici, “dell’Unione europea e delle politiche di austerità”, che hanno comportato “tagli alla spesa pubblica tali da assecondare la privatizzazione della gestione dei rifiuti”. L’incendio era stato definito dal presidente del municipio Roma XI Gianluca Lanzi “un disastro ambientale di proporzioni incalcolabili”.

Le elezioni francesi preoccupano le élite: Macron ha perso la maggioranza

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Il secondo mandato di Emmanuel Macron sarà da presidente azzoppato, privo cioè di una maggioranza parlamentare in grado di approvarne i provvedimenti senza trovare faticose intese con le opposizioni. È quanto hanno sancito i risultati delle elezioni legislative svoltesi in Francia nella giornata di ieri, 19 giugno. Il partito del presidente, La République en marche, ha infatti perduto la maggioranza assoluta dei seggi, riuscendo ad eleggere solo 245 deputati rispetto ai 289 necessari per formare la maggioranza. Un risultato che preoccupa i mercati internazionali che hanno da tempo eletto Macron ad uno dei loro uomini di punta del panorama politico europeo, con il presidente del World Economic Forum, Klaus Schwab, che aveva definito il presidente francese – insieme al premier italiano Mario Draghi – un «pioniere» della cosiddetta governance 4.0, la nuova era in cui i governi democratici si rendono conto di «non avere tutte le risposte» e decidono le politiche insieme ai portatori d’interesse globali.

Le opposizioni con le quali il partito di Macron si troverà a dover trattare non sono certo agevoli. Quella numericamente più rilevante sarà l’alleanza di sinistra radicale Nupes, guidata dal leader de La France Insoumise, Jean-Luc Melanchon (135 seggi) seguita dalla destra del Rassemblement National di Marine Le Pen (89 seggi). Con Melanchon e Le Pen non vi è alcuna possibilità di formare un governo, ed è quindi ovvio che le attenzioni del partito di Macron si siano da subito rivolte al quarto in comodo, il partito di centro-destra dei Repubblicani, i cui 61 deputati potrebbero fornire una maggioranza più o meno stabile al presidente. Ma il leader della formazione, Christian Jacob, ha spento l’ipotesi sul nascere dichiarando: «Abbiamo fatto una campagna all’opposizione, siamo all’opposizione e rimarremo all’opposizione».

Probabile a questo punto che La République en marche dovrà formare un governo di minoranza, andando a cercare di volta in volta maggioranze parlamentari diverse per approvare ogni singolo provvedimento. Una missione che appunto non sarà agevole, perché le opposizioni del Nupes e del Rassemblement National – seppur da fronti contrapposti – si preannunciano severe su molti punti caldi. In economia ad esempio i programmi del leader della sinistra radicale Melenchon sono incompatibili con la dottrina neoliberista di Macron, chiedendo nuove tutele per i lavoratori, aumento degli stipendi e dello stato sociale, e l’abbassamento a 60 anni dell’età pensionabile. Lo stesso vale in politica estera dove sia Melenchon che Le Pen vogliono la fine immediata dell’invio di armi verso l’Ucraina e sono in posizione fortemente critica verso la stessa collocazione della Francia all’interno della NATO. Forti le tensioni anche su alcuni punti cardine della politica interna, come certificato ad esempio dalla lunga battaglia parlamentare che Macron dovette ingaggiare per fare approvare l’obbligo vaccinale e il green pass, definito da Melenchon «una misura che crea una società di controllo permanente che è insopportabile e assolutamente iniqua».

Ad ogni modo, il fatto che i 61 deputati dei Repubblicani basteranno a garantire una maggioranza al partito di Macron dovrebbero fornire una stampella sufficiente quantomeno nei passaggi parlamentari più delicati della politica estera ed economica, mantenendo l’ancoraggio di sicurezza della Francia al sistema atlantico che tanto preoccupa i think tank globalisti. Tuttavia i risultati delle elezioni dimostrano che in Francia, dopo lunghi anni di tensioni sociali e politiche, è ufficialmente iniziata una nuova fase politica, nella quale le forze che si oppongono al sistema, se manterranno dritta la barra politica nonostante le pressioni politico-economiche che senza dubbio cercheranno di spingerle verso posizioni “responsabili”, avranno la reale possibilità di introdurre nuovi rapporti di forza e di mettere ripetutamente i bastoni tra le ruote dell’agenda di Emmanuel Macron.

[di Andrea Legni]

La produzione di foie gras è una pratica barbarica ancora accettata

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L’alimentazione forzata, pratica utilizzata per ottenere il foie gras è vietata in 22 Paesi europei che hanno riconosciuto la natura brutale dell’alimentazione forzata cui le oche sono sottoposte. Una misura di rispetto per il benessere animale che ora è a rischio, dopo che il Parlamento europeo ha approvato una relazione proposta da Jérémy Decerle, deputato della nazione maggiormente produttrice del “fegato grasso”, la Francia. La relazione sentenzia che la produzione di foie gras sia rispettosa per oche e anatre, animali da cui viene ottenuto l’alimento: “La produzione di foie gras, si basa su procedure di allevamento che rispettano i criteri di benessere degli animali […] dove l’ingrasso rispetta i parametri biologici dell’animale”. È quanto specifica il punto 31 della relazione approvata dal Parlamento, in quella che è e rimane solo una teoria ben distante da ciò che è ormai stato dimostrato essere una pratica barbarica. Svariati studi hanno messo in evidenza la dannosità dell’alimentazione forzata ed è intuitivo quanto ingozzare animali molto più del necessario sia dannoso e provochi gravi conseguenze fisiche, causando una vita di sofferenze alle vittime di un allevamento notoriamente crudele.

L’alimentazione forzata: il vero prezzo da pagare per il prelibato piatto francese

Il foie gras è uno dei cibi più prelibati della cucina francese, ma il modo in cui viene ottenuto è tutt’altro che sopraffino. Il prodotto tanto noto è frutto di una pratica contro cui svariate organizzazioni animaliste combattono da tempo. L’osannato “fegato grasso” viene infatti ottenuto dalla cosiddetta gavage a cui sono sottoposte oche e/o anatre. Attraverso l’alimentazione forzata il fegato degli animali cresce in maniera spropositata, causando la steatosi ovvero un significativo aumento di grassi nelle cellule epatiche.

Le cellule epatiche sono le principali strutture del fegato, ghiandola fondamentale per il metabolismo. Con l’alimentazione forzata sopraggiungono problemi e patologie, proprio come la steatosi, legati all’accumulo di trigliceridi nelle cellule epatiche che possono portare alla morte delle cellule (necrosi). Eppure i produttori e a quanto pare anche il Parlamento Europeo, tendono a sostenere che nella produzione del foie gras non esista alcun tipo di crudeltà; gli animali vivrebbero senza gravi sofferenze o importanti conseguenze salutari. Eppure “l’ingozzamento” di anatre e oche avviene due o tre volte al giorno durante due settimane per le prime e tre settimane per le seconde. Gli animali assumono forzatamente una quantità di cibo molto maggiore di quella davvero necessaria, tanto che il loro fegato cresce fino a dieci volte più del normale.

Motivo per cui Animal Equality e diverse altre organizzazioni per la protezione dei diritti animali stanno facendo pressioni per respingere l’insensata relazione proposta da Decerle. Questo perché dalle forze politiche, nonostante studi volti a mostrare il contrario, si continua a credere alle teorie di un eurodeputato piuttosto che all’evidenza, in quel che è stato battezzato come un vero e proprio humanwashing.

[di Francesca Naima]

Covid, FDA autorizza vaccini Pfizer e Moderna in bambini dai 6 mesi di età

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La Food and Drug Administration statunitense ha dato il via libera all’uso di vaccini Pfizer e Moderna contro il Covid-19 in bambini a partire dai 6 mesi di età. In particolare, Moderna potrà essere somministrato come serie di due dosi, a distanza di un mese l’una dall’altra, e di una eventuale terza dose dopo 30 giorni in soggetti immunocompromessi tra i 6 mesi e i 17 anni. Pfizer verrà somministrato in una serie da tre dosi, le prime due a distanza di 3 settimane l’una dall’altra e la terza dopo 8 settimane, in bambini tra i 6 mesi e i 4 anni.