lunedì 5 Dicembre 2022

Torino, dopo oltre un mese 4 studenti sono ancora detenuti per aver protestato

Si trova ancora in carcere Francesco, uno dei tre studenti sottoposti a custodia cautelare a partire dal 12 maggio scorso per aver partecipato, il 18 febbraio, a una manifestazione studentesca a Torino. Questo nonostante la giovanissima età del ragazzo, peraltro incensurato. Altri due studenti si trovano ai domiciliari con braccialetto elettronico e il divieto di contatto con chiunque non siano i familiari conviventi. Una terza ragazza si trova ai domiciliari, seppure con misure meno restrittive, per aver parlato al megafono nel corso della manifestazione. Come Francesco, tutti i giovani coinvolti, cui è stato contestato il reato di resistenza a pubblico ufficiale, sono incensurati.

Che senso ha la custodia cautelare per studenti incensurati che non hanno compiuto reati gravi? È una punizione? Una vendetta?? Un segnale di forza?”. Questo l’interrogativo al centro della lettera che le detenute della sezione femminile del carcere Lorusso e Cotugno di Torino hanno inviato alle madri degli studenti sottoposti a misure cautelari per aver partecipato a una manifestazione contro l’alternanza scuola-lavoro lo scorso 18 febbraio. Una domanda che, in un modo o nell’altro, siamo portati a farci tutti. Dei tre giovani inizialmente sottoposti a misure di custodia cautelare in carcere solamente uno si trova ancora in cella: Francesco, di 20 anni appena compiuti. Gli altri due, i ventiduenni Jacopo ed Emiliano, si trovano ai domiciliari, ma con braccialetto elettronico e divieto di contatto con chiunque non siano i familiari conviventi.

«Si tratta di una misura se vogliamo ancora peggiore del carcere, perché quantomeno lì si può socializzare. Così chiusi in casa sono completamente isolati. Non possono lavorare, sostenere gli esami, fare visite mediche, parlare con nessuno» ci dice al telefono Cinzia, mamma di Jacopo. «La condotta di Francesco è stata evidentemente ritenuta più grave, tuttavia le accuse contro di lui non sono ancora state confermate, non si sa se sia stato veramente lui». I ragazzi, tutti incensurati, sono accusati di resistenza a pubblico ufficiale, in seguito alla quale diversi agenti hanno avuto una prognosi media di 6 giorni «per ferite non meglio specificate». La pena prevista, in caso di condanna, potrebbe superare i 3 anni e mezzo di reclusione, anche se, riferisce Cinzia, gli avvocati ritengono improbabile l’eventualità di una pena così lunga. Altri 7 ragazzi sono ora sottoposti a obbligo di firma per i fatti del 18 febbraio mentre Sara, una studentessa di 19 anni e incensurata, si trova ai domiciliari aver parlato al megafono durante la manifestazione. Solamente poche settimane prima, il 28 gennaio, la polizia aveva caricato senza alcun motivo gli studenti (per la maggior parte minorenni) che protestavano in piazza Arbarello contro l’alternanza scuola-lavoro, provocando il ricovero di decine di loro per via delle ferite riportate.

«L’impressione è che a Torino vi sia una gestione della piazza e delle misure cautelari particolarmente eccedente rispetto alla norma. Come si può pensare di usare uno strumento come la carcerazione o l’applicazione di braccialetto elettronico a ragazzi incensurati di 19-20 anni per aver partecipato a movimenti studenteschi?» dichiara Cinzia. «Noi non mettiamo in discussione l’intervento della magistratura, ma le modalità con le quali vengono messi in atto gli interventi. Poi se ci sarà necessità di applicare delle sanzioni si verrà sanzionati». Come spiega Cinzia, inoltre, «Le indagini sono state chiuse, ora partirà tutto l’iter ma può passare anche un anno prima del primo processo. Quando finiranno le misure? Quando uscirà Francesco dal carcere? Quando finiranno i domiciliari? Sara, che è rea di aver parlato a un megafono, quando potrà uscire?». La vicenda ha portato a sollevare due interrogazioni parlamentari, in Camera e Senato, rivolte ai ministri Cartabia e Lamorgese.

Ulteriore quesito da non sottovalutare è quale possa essere l’effetto di mesi di carcere su di un ragazzo così giovane e potenzialmente innocente. Come scrivono le detenute della sezione femminile, “Il carcere è una scuola del crimine in cui si coltiva la rabbia e l’impotenza assoluta quindi, specie per i giovani non è proprio utile ritrovarsi lì o isolati dal contesto socio-culturale”. La situazione è resa ancora più complessa dal persistente problema di sovraffollamento del carcere di Torino, sul quale ha recentemente riportato l’attenzione la garante comunale per i diritti dei detenuti Monica Cristina Gallo. Sono oltre 1300 le persone attualmente detenute al Lorusso e Cotugno di Torino, “a fronte di una capienza di 1060”, dato al quale si va ad aggiungere “l’aumento preoccupante di giovani detenuti” che rende il carcere “quasi contenitore di una rabbia sociale che varrebbe la pena invece curare sul territorio”.

[di Valeria Casolaro]

 

 

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15 Commenti

  1. Ho letto l’articolo qualche giorno fa e non riesco più a dormire. Ho fatto le mie battaglie in numerose manifestazioni, ci sono stati alcuni episodi dove sia parte manifestante che polizia hanno perso il controllo, mai e dico mai nessuno di noi ragazzi (parlo del periodo della scuola media superiore) ha subito un trattamento simile dalle istituzioni. Ora il punto, non sono pratica e poco “social” ma qualcuno più esperto di chi legge, riesce a lanciare una campagnia di sensibilizzazione? mi riferisco a quelle raccolte firme che girano un po’ ovunque, tipo avaaz, amnesty international ecc Grazie. Io provo con facebook.

  2. A parte la gravita’ delle pene comminate, pari a reati come stupro o attentato terroristico all’integrita’ dello stato e delle istituzioni, la cosa preoccupante e’ il silenzio dei mezzi di comunicazione di massa: questo e’ il vero segno di una deriva autoritaria, questa volta non di destra ma dell’esimio partito garantista e sinistrorso denominato PD, con il benestare dei sindacati di regime che in tema di diritto di manifestare dovrebbero saperla lunga. Non siamo ancora alla legge marziale, che significherebbe ammettere pubblicamente la fine della democrazia, ma alla democrazia di facciata che nasconde di fatto una manipolazione delle informazioni, e quindi del pensiero. Siamo alla fase in cui le catene sono camuffate da sottili fili da burattinaio: questo il motivo per cui i mezzi di informazione come “L’indipendente” ed altri non possono ancora essere chiusi, ma semplicemente relegati lontano da cio’ che fa l’italiano medio: tornare a casa dopo una dura giornata di lavoro, sedersi davanti alla tv e guardare talkshow di “informazione” in cui chi la pensa diversamente viene interrotto perche’ i tempi televisivi devono essere veloci affinche’ il solito italiano stanco non si annoi davanti allo schermo, cosi’ come vengono orchestrati tiri di fuoco incrociato contro chi dissente tramite non veri esperti indipendenti, ma tramite i cosi’ detti “opinionisti”. E intanto, sotto la cenere, si fanno liste di proscrizione su chi e’ contro, si indaga con la polizia scientifica su scritte comparse sui muri, si fanno le prime prove di “premialita’” sociale in quel di Bologna (mentre anche Roma ci sta pensando) per i cittadini “buoni”…E intanto sotto sotto lo stato si prepara a fronteggiare anche da noi un eventuale movimento di “gilet gialli-like” di vasta portata…

  3. È vergognoso punire dei ragazzi che hanno manifestato contro una misura che, anche ad oggi, non è servita a nulla. Hanno alzato le mani? Va bene, puniteli, ma con giustizia…non con il carcere senza processo. Ma la ragazza che ha parlato al megafono? Cos’ha fatti di male? Questi sono segni evidenti che non siamo in democrazia.

  4. “È una punizione? Una vendetta?? Un segnale di forza?”

    E’ la prova, provata che viviamo in un paese fascista, dove finchè fai la brava pecora ti danno da brucare un pò di pascolo, ma nel momento in cui ti ribelli scatta il manganello e l’olio di ricino di fascista memoria! Ma prima o poi pagheranno, la storia lo insegna!

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