In Libia, nel corso di alcune proteste contro il peggioramento delle condizioni di vita e lo stallo politico del Paese, alcuni manifestanti hanno preso d’assalto il Parlamento di Tobruk, nella zona orientale. I media locali, citati da Reuters, hanno riferito che in diversi sono riusciti a entrare nell’edificio e commettere atti di vandalismo, mentre alcuni hanno bruciato pile di pneumatici all’esterno. Parte dell’edificio, al momento dei fatti vuoto, sarebbe stata bruciata. Venerdì si sono svolte manifestazioni anche a Tripoli, la capitale, dove i manifestanti hanno protestato contro le milizie armate e chiesto migliore fornitura di elettricità e il taglio del prezzo del pane. Nelle scorse settimane sono state infatti registrate interruzioni di corrente di diversi giorni, aggravate dal blocco di numerosi impianti petroliferi per via di rivalità politiche.
Venerdì 1 luglio
7.40 – Ucraina, missili su palazzo e centro ricreativo a Odessa: almeno 20 i morti.
9.30 – Polonia, terminata costruzione del muro anti-migranti.
10.00 – Inflazione all’8%: è il dato più alto dal 1986.
11.00 – Zelensky, Ucraina “ha iniziato a esportare in modo significativo elettricità in Romania, territorio UE”.
11.30 – Svizzera, legale a partire da oggi il matrimonio tra coppie omosessuali.
12.00 – Sudan, 8 morti nella repressione delle manifestazioni contro il regime militare.
16.00 – Venezia, ingresso a pagamento a partire da gennaio 2023.
Von der Leyen annuncia piani di emergenza sul gas
Durante la conferenza stampa congiunta con il premier ceco, Petr Fiala, in occasione del lancio del semestre della presidenza ceca dell’Ue, la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen ha affermato che la Russia potrebbe interrompere le forniture di gas e che è necessario prepararsi a questa eventualità. «Sono tempi difficili: la Russia ci sta deliberatamente parzialmente tagliando la fornitura di gas e ci dobbiamo preparare. Per questo, con la presidenza ceca, stiamo preparando dei piani di emergenza per l’Europa». Ha quindi dichiarato che potrebbe servire il contenimento e ha insistito sulla solidarietà europea: «abbiamo le interconnessioni che ci permettono di invertire i flussi. Questi piani ci permetteranno di fare fluire il gas dove sarà più necessario» ha affermato.
La NATO ha rivelato le politiche strategiche per i prossimi dieci anni
Dopo la chiusura del vertice NATO di Madrid, è il momento di fare un punto. Il summit è stato definito «storico» dal presidente americano Joe Biden e per una volta non si tratta di una esagerazione. La pubblicazione del nuovo Concetto Strategico NATO 2022, ovvero del documento guida dell’Alleanza Atlantica volto a delinearne obiettivi e strategie contiene dei punti che segneranno il futuro del pianeta e innanzitutto del continente europeo. Il documento guida viene pubblicato ogni dieci anni e, per capire quanto sia cambiato il mondo in appena due lustri, basti sapere che in quello del 2010 la Russia veniva ancora definita un “partner strategico”. Di certo il nuovo Concetto Strategico segna una vittoria per gli USA, ma difficilmente per i cittadini può avere il medesimo sapore. A meno che non si consideri una vittoria un futuro fatto di spese militari moltiplicate, presenza rafforzata di forze armate americane sul territorio, ostilità aperta con la Russia e pericolosa contrapposizione strategica con la Cina. Ma andiamo con ordine.
Il messaggio principale emerso al summit è stato quello di unità degli Stati membri di fronte alle minacce rappresentate dai cosiddetti Paesi autoritari come Russia e Cina: «inviamo un messaggio inequivocabile. La Nato è forte e unita. La Nato è pronta ad affrontare qualsiasi tipo di minaccia, in qualsiasi campo. E ora è più che mai necessaria» ha affermato Biden.
In seguito al terremoto geopolitico innescato dalla guerra in Ucraina stanno rapidamente cambiando le relazioni e le alleanze internazionali, nonché l’architettura di sicurezza europea e globale, con Russia e Cina viste sempre più come un pericolo per l’assetto internazionale sorto con la fine della Guerra Fredda e strenuamente difeso dagli USA che lo hanno dominato fino ad ora. Gli epocali cambiamenti in corso, dunque, non potevano non riflettersi anche nella strategia atlantica sintetizzata nello “Strategic Concept 2022”: non a caso, il Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha affermato che si tratta della «più grande revisione della nostra deterrenza e difesa collettiva dai tempi della Guerra Fredda».
Nel documento si afferma che le minacce da affrontare sono globali e interconnesse e che i regimi autoritari sfidano gli “interessi” e “i valori democratici” dell’Alleanza e al contempo investono in “sofisticate capacità militari, anche missilistiche, sia convenzionali che nucleari”. Si legge poi che «L’area euro-atlantica non è in pace» e che dopo più di trent’anni «non possiamo escludere la possibilità di un attacco contro la sovranità e l’integrità territoriale degli alleati».
Molti paragrafi del Concetto Strategico sono dedicati a Russia e Cina: la prima viene definita come “la più diretta e significativa minaccia per gli Alleati” in quanto cerca di stabilire “sfere di influenza e di controllo diretto attraverso la coercizione, sovversione, aggressione e annessione” utilizzando metodi convenzionali, cyber, e ibridi contro l’Alleanza e i suoi partner. La Cina, invece, non viene individuata come una minaccia, ma come una “sfida” per gli “interessi, la sicurezza e i valori” della NATO. Pechino, infatti, userebbe la sua leva economica per “creare dipendenze strategiche e aumentare la sua influenza”, oltre a compiere “operazioni maligne ibride e cibernetiche” che colpiscono la sicurezza alleata. Ma a preoccupare di più l’alleanza militare euroatlantica è “la partnership strategica, sempre più profonda” tra Pechino e Mosca, la quale viene descritta come contraria agli interessi e ai valori dei Paesi NATO.
Una volta stabiliti principi e obiettivi, nel documento si passa ad analizzare l’ambiente strategico, il quale pone minacce multiforme, assumendo i tratti della guerra ibrida: vengono citate infatti attività malevole nello spazio cibernetico, la promozione di campagne di disinformazione, le migrazioni usate come strumenti di provocazione e destabilizzazione geopolitica, la manipolazione dell’accesso alle fonti energetiche e l’impiego della coercizione economica. L’Alleanza quindi si prepara ad agire su ciascuno di questi fronti, attraverso l’aspetto più pratico del Concetto Strategico 2022, vale a dire il nuovo modulo forze Nato, integrato sui cinque domini (terra, mare, aria, cyber e spazio): esso prevede truppe preassegnate a specifiche aree e Paesi, mezzi pre-posizionati rafforzati per le rotazioni. A tale scopo, Stoltenberg ha annunciato un aumento di 260.000 soldati con vari livelli di prontezza.
I contenuti del Concetto Strategico così delineati non potevano non comportare la decisione di aumentare le spese militari da parte dei Paesi membri dell’Alleanza e, infatti, tale incremento è uno dei punti salienti emerso al summit, sottolineato in particolare dal Segretario generale Stoltenberg, secondo il quale il 2% del PIL in spesa militare «è sempre più considerato come un punto di partenza, non un tetto», in quanto «fare di più costa di più». In generale, gli investimenti militari dell’Alleanza sono aumentati costantemente a partire dal 2014 per tutti gli Stati che vi aderiscono, con diverse nazioni che hanno già superato il 2%. Stati Uniti e Grecia sono i Paesi che hanno visto l’incremento maggiore arrivando, rispettivamente, al 3,47% e al 3,76%.
Insieme alla corsa agli investimenti nel settore militare, l’altro evento fondamentale del summit è stata la decisione da parte del presidente turco Erdogan di ritirare il veto sull’adesione all’Alleanza di Svezia e Finlandia. L’eventuale ingresso dei due Paesi nordici nella NATO rappresenterebbe per questi ultimi una svolta storica e una rivoluzione nell’impianto di sicurezza europeo che, tuttavia, oltre a sacrificare i curdi, non comporterebbe più sicurezza nel Vecchio Continente, ma più instabilità e la possibilità di escalation. Mosca ha già fatto sapere, infatti, che qualora venissero predisposte basi militari NATO in questi Paesi non esiterebbe a prendere contromisure, portando così ad un livello di tensione che si riverserebbe anche sull’area del Baltico. Non per niente, il viceministro degli Esteri russo Ryabkov ha asserito che: «La sicurezza dell’Alleanza così si indebolisce».
Tutto il summit NATO di Madrid è stato improntato a fornire un’immagine di unità e compattezza degli Stati membri per rispondere in primo luogo alla Russia e alla crisi ucraina, ma anche alla Cina. L’obiettivo della NATO, infatti, non è tanto quello di difendere il territorio degli Stati dell’Alleanza, bensì quello di difendere lo status quo dell’ordine internazionale sorto all’indomani della caduta dell’URSS e ora messo in discussione dalle nuove potenze in ascesa definite “autoritarie” dal mondo liberal. Le decisioni prese al Vertice NATO di Madrid e il nuovo Strategic Concept hanno esattamente questa funzione: plasmare la strategia e gli obiettivi che serviranno all’Alleanza nei prossimi anni per mantenere e difendere un’egemonia che si presenta sempre più vulnerabile e incerta e che ha subito un ulteriore colpo con l’avvio dell’operazione speciale russa in Ucraina.
[di Giorgia Audiello]
Venezia, ingresso a pagamento a partire da gennaio 2023
L’assessore al Turismo di Venezia Simone Venturini ha dichiarato che nella giornata di giovedì la giunta comunale ha approvato il regolamento del contributo di accesso alla città, ideato al fine di regolarizzare gli accessi dei turisti che arrivano da fuori Regione e non pernottano. In base a fattori quali stagione turistica, fascia oraria e numero di prenotazioni già effettuate, a partire dal 16 gennaio 2023 l’accesso alla città avrà un costo compreso tra i 3 e i 10 euro. La misura è “indispensabile se vogliamo ridurre gli eccessi dei picchi stagionali”, ha dichiarato Venturini. Il Comune ha anche precisato che non è previsto un tetto massimo di ingressi giornaliero.
Alluminio, litio e zinco: la Cina conquista le scorte mondiali per l’auto elettrica
Recentemente, il Parlamento europeo ha votato la messa al bando della vendita di auto diesel e benzina dal 2035 in avanti, anno a partire dal quale sarà autorizzata solo la vendita di veicoli elettrici. Tuttavia, ci è voluto poco per rendersi conto che tale decisione legherà mani e piedi l’industria del Vecchio Continente alla Cina, per via delle cosiddette materie prime critiche. Per produrre le batterie delle auto elettriche, infatti, occorrono una serie di metalli – comprese le terre rare – la cui disponibilità è detenuta in grandi quantità proprio dalla Cina. Mentre, al contrario, essi scarseggiano notevolmente in Europa e negli Stati Uniti. Se, dunque, l’obiettivo è quello di rendere indipendente l’Occidente dalle importazioni di risorse provenienti dai cosiddetti “Paesi autoritari” – come affermato spesso dai leader democratici – tale decisione sembra andare nella direzione completamente opposta.
Le auto elettriche, infatti, necessitano di decine di metalli per funzionare e le loro batterie richiedono, oltre al litio anche grafite e manganese, cobalto e nickel insieme a rame, ferro e alluminio. Per il motore, vengono usati neodimio, disprosio e praseodimio (appartenenti al gruppo di 17 elementi noti come terre rare). La maggior parte di questi elementi, però, sta diventando introvabile in Europa: si registra, infatti, una scarsità preoccupante di metalli quali lo zinco, il rame, l’alluminio e lo stesso litio. In particolare, risulta che l’alluminio sia ai minimi storici, con meno di 20000 tonnellate depositate nei magazzini e particolarmente allarmante è ciò che sta avvenendo a Londra. L’esperto di terre rare Gianclaudio Torlizzi – citato dal Corriere della Sera – spiega, infatti, che «il livello delle scorte di metalli nei magazzini del London Metal Exchange continuano a mostrare un livello critico. Nei primi quattro mesi dell’anno si è assistito a un calo di 479 mila tonnellate». Anche negli Stati Uniti si registra una situazione simile, considerato che gli stock sono in calo da 18 mesi, toccando il record minimo di 22.339 tonnellate.
Al contrario, a detenere in abbondanza diversi metalli è proprio il Dragone che possiede il 93% delle scorte mondiali di rame, una buona quantità di terre rare e di litio. Secondo le stime della US Geological Survey al mondo esiste una riserva di circa 40 milioni di tonnellate di litio, il 65% del quale si trova nel sottosuolo di Bolivia, Cile e Argentina. Gli Stati che possiedono i principali giacimenti sono, infatti, nell’ordine, Australia, Cile e Argentina, cui si è aggiunta – al quarto posto – la Cina. Tuttavia, il gigante asiatico avendo ottenuto buona parte delle concessioni da parte degli Stati dell’America latina e dall’Africa, si è posizionata ai primi posti nel settore della raffinazione e dell’estrazione. Con una capacità di progettazione a lungo termine che non appartiene di certo alla perenne logica emergenziale delle democrazie occidentali, insomma, la Cina è stata in grado di stringere prima degli altri accordi con i paesi produttori.
Già da tempo la Cina è il principale esportatore di materie prime critiche verso l’Europa con il 44% del totale, così come è il principale fornitore di terre rare che esporta per il 98%. Con la decisione europea di puntare tutto sull’elettrico, questa situazione non potrà che inasprirsi, consegnando l’industria europea completamente nelle mani di Pechino. A ciò si aggiunge il fatto, non trascurabile, per cui se è vero che i veicoli elettrici non producono emissioni inquinanti, i metodi estrattivi del litio possono avere seri impatti ambientali: le estrazioni, infatti, oltre a danneggiare il suolo e causare la contaminazione dell’aria, richiedono un enorme quantità di acqua: circa 2000 litri per un chilo di litio. Attualmente si stima che la domanda di litio sia di 500000 tonnellate e che potrebbe raggiungere circa 2 milioni di tonnellate entro il 2030. Bisogna capire, dunque, se per porre rimedio a un problema non lo si finisca in realtà per peggiorare, sebbene con impatti e modalità differenti.
Anche al netto della questione ambientale resta comunque da risolvere l’allarmante posizione in cui l’Europa versa ancora una volta, riguardante la completa dipendenza in settori strategici da quei Paesi autoritari che il mondo liberal non perde mai occasione di giudicare e condannare. La transizione energetica su cui l’Unione Europea ha investito il suo futuro economico e industriale, infatti, richiederebbe alcune scelte e strategie oculate per far sì che non si trasformi in un “suicidio green” dal punto di vista economico e occupazionale. Alcuni esperti del settore suggeriscono di promuovere gli acquisti centralizzati europei di metalli e la costruzione di alleanze commerciali con i Paesi sudamericani. Tuttavia, questi ultimi risultano in ottimi rapporti proprio con la Cina, la Russia e la coalizione dei BRICS, alla quale l’Argentina ha chiesto recentemente di aderire. Si tratta di un polo commerciale in rapida ascesa, dal quale, però, l’UE e l’Occidente in genere pare aver deciso di prendere le distanze, auto-isolandosi.
Una transizione energetica così concepita e attuata rischia di trasformarsi in un boomerang per l’economia già fragile del Vecchio Continente, distruggendo posti di lavoro e concedendo un ulteriore importante vantaggio competitivo proprio a quegli Stati che l’Occidente considera “rivali” sia da un punto di vista commerciale che geopolitico.
[di Giorgia Audiello]
Attacco missilistico russo a Odessa
Questa mattina alcuni missili hanno colpito il villaggio di Sergiyivka nella regione di Odessa: lo ha riportato il servizio di emergenza statale dell’Ucraina che ha fatto sapere che «Alle 13:30 il bilancio delle vittime è di 20 persone rimaste uccise, mentre 38 sono i feriti». Secondo il servizio di emergenza statale, i feriti sono stati ricoverati in ospedale. Otto persone sono state salvate, tre delle quali bambini.
Dall’altra parte, il portavoce del Cremlino ha ripreso le parole del Presidente Putin secondo cui l’esercito russo non attacca siti civili. «I russi colpiscono i depositi militari, le imprese che equipaggiano e riparano l’hardware militare, i depositi di munizioni, le aree di concentrazione e di addestramento dei mercenari, compresi quelli stranieri, e gli elementi nazionalisti» ha affermato.
Combattere inquinamento e caro vita con i treni a basso costo: l’esempio della Germania
In Germania da inizio mese sono stati venduti 21 milioni di abbonamenti per i mezzi pubblici, da treni a bus alle metropolitane. Considerando i 10 milioni di abbonamenti che erano già stati siglati, in poco tempo i cittadini tedeschi che usano regolarmente il trasporto pubblico sono diventati più di 30 milioni. Un boom di buon auspicio e che rende il Paese esempio da seguire da altri governi, come quello italiano, per dirne uno. L’attuale governo tedesco Scholz ha scelto di non lasciar fluttuare in un’aurea di teoria l’osannata svolta ecologica e di infliggere allo stesso tempo un colpo al caro carburante che attanaglia i cittadini di tutta Europa, approvando un piano che fissa l’abbonamento mensile ai mezzi pubblici a 9 euro. Nove euro spendendo i quali un tedesco può muoversi in lungo e in largo per tutta la nazione. La risposta dei cittadini è stata sorprendente e dimostra quanto preferire l’automobile non sia una scelta presa a priori, ma il frutto di ragioni spesso economiche.
Il così soprannominato ticket per il clima (Klima-Ticket) è per ora un esperimento circoscritto nel tempo, che ha preso il via il mese scorso e terminerà a fine agosto. Visti gli ottimi risultati ottenuti che non riguardano solo una risposta positiva a livello effettivo di utilizzo di bus, treni e metro ma anche un intuibile calo molto significativo del traffico, un’ottimizzazione del tempo e addirittura un effetto positivo contro l’inflazione, c’è tuttavia chi già propone di sfruttare l’attuale momento di slancio per introdurre «un’offerta basata su sconti permanenti», come ha precisato il presidente del SOVD (Sozialverband Deutschland, un’associazione sociale tedesca) Adlof Bauer. Quest’ultimo ha anzi proposto di introdurre abbonamenti annuali pari a 365 euro, ovvero a un euro al giorno.
Lo sperimentale ticket per il clima che sarà valido fino alla fine di agosto ha dunque posto le basi per riscoprire e preferire trasporti che da quando nati hanno permesso di viaggiare e spostarsi a chiunque, in maniera spesso conveniente. Poi però il treno e altri mezzi di trasporto pubblici sono diventati sempre più cari e mal organizzati, portando i cittadini di diversi paesi a preferire altre alternative (basti guardare la situazione nel Bel Paese). Ma ora che i pendolari tedeschi hanno perso meno ore nel tragitto casa-lavoro, come ad Amburgo e Wiesbaden in cui è stato rilevato un risparmio medio attorno ai quattro minuti su un tragitto di mezz’ora, e che in 23 delle 26 principali città della Repubblica federale non si riscontrano praticamente più le lunghe code di automobili, quella sperimentata potrebbe davvero essere un’ottima scusa per dare inizio a una rinascita del trasporto pubblico, pronta a giovare non solo i cittadini ma anche i governi.
I calcoli dell’Istituto federale di statistica mostrano infatti come direttamente proporzionale all’aumento di abbonamenti Kilma-Tiket sia stato il calo dell’impennata dei prezzi al consumo (dal 7,9% di maggio al 7,6% di giugno). L’offerta dei treni è poi moltiplicata, vista la richiesta sensibilmente aumentata specialmente per le tratte a breve raggio e se all’inizio dell’offerta erano stati riscontrati alcuni inghippi dovuti a una risposta ben più entusiasta del previsto, le ferrovie statali sono state in grado di prendere immediati provvedimenti e dimostrare come l’allarmismo che alcuni hanno visto nel Klima-ticket fosse infondato.
Ciò che si diceva quasi deridendo il provvedimento del governo Scholz mettendo in guardia su incredibili blocchi, prenotazioni impossibili, blackout di siti, sovraffollamenti soffocanti e altre piaghe simil bibliche, è stato completamente smentito dalla realtà dei fatti. Un mese di abbonamenti a nove euro ha invece permesso di vedere città meno trafficate, persone di più settori utilizzare lo stesso mezzo pubblico a un prezzo accessibile a tutti mentre il governo è stato in grado di trarre benefici economici facendo un favore all’ambiente e ai cittadini. Insomma, si può fare, con grandi benefici per l’ambiente e per le tasche dei cittadini.
[di Francesca Naima]
La forzatura del governo sull’uso del POS è un nuovo regalo alle banche
Da ieri, 30 giugno, è scattato in Italia l’obbligo di POS per i commercianti, prestatori di servizi e professionisti. Il Point of sale, o terminale di pagamento, è un dispositivo elettronico che consente di effettuare pagamenti mediante moneta elettronica, ovvero tramite carte di credito, di debito o prepagate. Le diverse tipologie di POS sono accomunate dalle commissioni bancarie che variano mediamente tra l’1% e il 4% a carico dell’esercente. È su questo punto che vertono le proteste di coloro che vendono un servizio/prodotto finale al cliente: dai tassisti ai liberi professionisti, dalle edicole agli ambulanti, dai parrucchieri ai panettieri e ai fiorai. Non l’utilizzo del POS, che viene considerato dagli stessi esercenti come un motivo di sicurezza dal momento in cui diminuisce la quantità di moneta cartacea in cassa, ma le commissioni a vantaggio delle banche, che accresceranno i loro profitti a meno di improbabili misure governative.
In effetti, ad oggi le strade percorribili sono due: trasferire l’onere della commissione allo stato (e per esteso ai cittadini) o giungere a un accordo con gli istituti bancari per abolirle o al massimo modificarle. Si tratta di due alternative difficili, che sicuramente non entreranno in vigore nel prossimo futuro. Ciò che, invece, produce effetti giuridici all’interno del nostro ordinamento è l’obbligo per i commercianti, prestatori di servizi e professionisti di accettare dai clienti pagamenti elettronici, pena multe da 30 euro a cui si aggiunge il 4% della transazione negata. L’iter sanzionatorio ha inizio con una denuncia da parte del cliente nei confronti dell’esercente che non si è adeguato alla misura. Tuttavia, la legge prevede che “in caso di problemi tecnici o di connessione” riguardanti il POS non possano scattare sanzioni e multe.
Considerando le diverse aziende che mettono a disposizione degli esercenti i dispositivi per i pagamenti elettronici, emerge che la commissione media sia dell’1,5%. A rappresentare un “valore estremo” è Satispay, che non applica alcun costo aggiuntivo sulle transazioni inferiori a dieci euro. Ad ogni modo, si tratta di percentuali sui beni di consumo e sui servizi che andranno ad arricchire le banche, ricevendo passivamente decine di migliaia di euro al giorno. Per capire l’impatto delle commissioni sulla potenza d’acquisto è esemplificativo paragonare lo scambio di moneta cartaceo a quello digitale (nel caso in cui si applichino commissioni): partendo da una banconota da 100 euro – anche dopo scambi fisici infiniti – l’ultima persona che li incasserà si troverà in mano sempre le stesse 100 euro. Nell’ipotesi digitale, invece, all’aumento degli scambi corrisponde una diminuzione della quantità di moneta, più o meno rapida a seconda della commissione applicata. Per esempio, applicando anche solo la commissione minima, le stesse 100 euro scambiate via bancomat caleranno dell’uno percento ogni volta. Diventeranno 99 euro alla prima transazione, poi quelle 99 diventeranno 98,01 euro, poi 97,03, e così via. Alla cinquantesima transazione quelle che in principio erano 100 euro saranno diventate 62 e spicci. E i 38 euro mancanti? Tutti quanti “regalati” alle banche.
[di Salvatore Toscano]








