martedì 10 Febbraio 2026
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Guerra o speculazione? Le vere cause dell’inflazione in corso

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Stando ai dati di maggio, in Italia il livello generale dei prezzi ha subito un incremento del 6,9% rispetto al 2021, a fronte del +8,6% registrato nell'Unione europea. Il fenomeno inflazionistico non si è arrestato a giugno, salendo a un livello (8%) che non veniva registrato nel nostro paese da gennaio 1986. Le cause dell'inflazione - esplosa con la guerra in Ucraina - hanno radici ben più profonde e riguardano, oltre alle conseguenze del conflitto, lo squilibrio domanda-offerta nelle catene di approvvigionamento globali dovuti ai blocchi della produzione durante i lockdown, l'aumento dei co...

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Finlandia e Svezia verso la firma dei protocolli di adesione alla NATO

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La Finlandia e la Svezia lunedì hanno iniziato e completato i colloqui di adesione alla NATO. I protocolli di adesione dovrebbero essere firmati oggi, martedì ​​5 luglio, come riferito dalla NATO in una nota diffusa a Bruxelles. Entrambi i paesi hanno formalmente confermato la loro volontà e capacità di rispettare gli obblighi e gli impegni politici, legali e militari dell’adesione alla NATO. “Dopo il completamento dei colloqui, gli alleati dovrebbero firmare i protocolli di adesione per la Finlandia e la Svezia presso il quartier generale della NATO martedì (5 luglio 2022)”, si legge nel documento. “I protocolli di adesione andranno poi a tutti i paesi della NATO per la ratifica, secondo le loro procedure nazionali”, ha spiegato l’organizzazione militare nel comunicato.

La relazione del Governo apre alla depenalizzazione delle droghe

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Il 28 giugno scorso il ministro per le Politiche giovanili Fabiana Dadone ha trasmesso alle Camere la Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia. La relazione, che analizza il fenomeno nella sua totalità – mercato degli stupefacenti, diffusione e tendenze di consumo nella popolazione, conseguenze dell’uso di sostanze e attività del Dipartimento in materia -, propone una completa revisione delle norme che sanzionano le persone che fanno uso di droghe, per superare l’approccio basato sulla repressione e favorire un modello di “governo e regolazione sociale” del fenomeno.

Le indicazioni operative contenute nella Relazione prendono spunto da quanto emerso nel corso della VI Conferenza Nazionale sulle Dipendenze, conclusasi a Genova il 27 e 28 novembre 2021, a 12 anni dalla sua ultima edizione. Quanto emerso ha mostrato la necessità di un cambio di paradigma completo nell’approccio alle tossicodipendenze e ai soggetti che ne fanno abuso, visto il fallimento del sistema repressivo nel contenere il fenomeno. Il primo punto da mettere in atto, secondo la relazione, è quindi il superamento dello stigma nei confronti delle persone tossicodipendenti, attraverso la modifica del linguaggio usato nel parlare di soggetti che abusano di sostanze e campagne informative all’interno delle scuole e nelle famiglie.

Parallelamente a questo passo, che prevede quindi un sostanziale cambio di prospettiva nell’approccio umano alle persone con problemi di dipendenza, è necessario, secondo la Relazione, promuovere la depenalizzazione del fenomeno, “intesa come necessità di rivedere le norme che prevedono sanzioni penali e amministrative a carico di persone che usano droghe” e “rivedere la legge attuale passando dal modello repressivo a un modello di governo e regolazione sociale del fenomeno e sottrarre all’azione penale alcune condotte illecite, contemplate dall’Art.73, rivedendo, contestualmente l’impianto sanzionatorio ed escludendo l’obbligatorietà dell’arresto in flagranza”. Una delle necessità primarie emerse dai Tavoli di lavoro, in particolare, è quella di ripensare l’azione penale nei confronti della coltivazione di cannabis a uso domestico e della cessione di quantità modeste per uso di gruppo quando questa non ha la finalità di guadagno.

Con il progressivo allentarsi delle restrizioni alla mobilità imposte nel corso del 2020 per via della pandemia da Covid-19, la produzione e la circolazione di sostanze psicoattive è tornata nel 2021 a livelli prepandemici, secondo quanto rilevato dall’analisi delle acque reflue all’interno dei contesti urbani. I modelli di consumo e sviluppo si sono anzi fatti sempre più complessi, complice la digitalizzazione del mercato. Ciò è confermato anche dal dato relativo ai sequestri e al numero di operazioni antidroga, che “delinea uno scenario di significativa ripartenza del narcotraffico”, sottolinea il documento. Va sottolineato, nell’ambito delle conclusioni della Relazione, che il 35% della popolazione carceraria è costituito da detenuti per reati legati allo spaccio (art. 73 e 74 DPR 309/90).

[di Valeria Casolaro]

 

Draghi in visita da Erdogan: focus su Ucraina, grano e migranti

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Il premier italiano Mario Draghi si recherà oggi in visita dal presidente turco Erdogan, insieme ai ministri Di Maio, Guerini, Lamorgese, Giorgetti e Cingolani, per rilanciare la cooperazione bilaterale tra i due Paesi e siglare accordi e protocolli d’intesa in materia di Affari esteri e Difesa e sostegno alle piccole e grandi imprese. Focus dei colloqui saranno le conseguenze del conflitto in Ucraina, in particolare sulla crisi alimentare, la crisi in Libia e la questione migranti, in seguito all’aumento nel 2021 dei soggetti provenienti dalla Turchia ed entrati irregolarmente in Italia. La Turchia rappresenta anche un importante partner economico ed energetico per l’Italia: il gasdotto Tanap rappresenta infatti la terza fonte di approvvigionamento di gas per l’Italia, dopo Algeria e Russia.

In 20 anni le multinazionali hanno conquistato terreni grandi tre volte l’Italia

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Magnati, multinazionali e potenti nel mondo si sono appropriati di immensi territori a discapito delle popolazioni, calpestando diritti umani e stravolgendo interi ecosistemi. Negli ultimi venti anni il cosiddetto land grabbing (accaparramento di terra), fenomeno economico e geopolitico diffusasi dal XXI secolo e che riguarda l’acquisizione di terreni agricoli su scala globale, è cresciuto a dismisura. Ben 91,7 milioni di ettari di terre (pari a 917.000 chilometri quadrati) in diverse parti del mondo sono finite nelle grinfie dei padroni della Terra solo negli ultimi vent’anni. Una superficie pari a circa tre volte quella italiana e che potrebbe espandersi ancora di più a seguito della recente guerra. Sono alcuni dei dati contenuti nel V° Rapporto I padroni della Terra, redatto da FOCSIV, denunciando le conseguenze dannose di una rischiosa tendenza che invece di rallentare, sembra sia in crescita.

I dati provengono da Land Matrix, sito che raccoglie informazioni sui contratti di cessione e affitto di grandi estensioni di terra. Dall’analisi della banca dati è stato possibile capire in quali parti del mondo si concentri maggiormente il fenomeno preso in analisi: il Paese più coinvolto risulta essere il Perù con ben 16 milioni di ettari di Terre concesse a diverse aziende e società, a seguire il Brasile, l’Argentina, l’Indonesia e la Papua Nuova Guinea. Prendendo invece in considerazione il continente europeo, in prima posizione per territorio accaparrato si trova l’Ucraina, mentre nel continente africano la classifica parte dal Sud Sudan e a seguire si trovano il Mozambico, la Liberia e il Madagascar. I grandi investitori troppo spesso indisturbati, sembra abbiano anche approfittato della digitalizzazione, con l’avvento di registri e certificazioni digitali volte a semplificare alcune operazioni di accaparramento, nonché ottimo modo per lasciare nel dimenticatoio i diritti alla terra e di intere comunità.

Uno dei punti più tristi che la FOCSIV mette in risalto è relativo alla crescente deforestazione per lo sfruttamento delle risorse naturali, con 11,1 milioni di ettari di foreste tropicali perse lo scorso anno. Le grandi piantagioni monocolturali si espandono, cancellando i polmoni della Terra con danni agli ecosistemi, perdita di biodiversità e soprusi alle popolazioni native e contadine. Comunità che soprattutto negli ultimi anni hanno ottenuto visibilità, dopo proteste e battaglie spesso anche sanguinose, ma che sembrano ancora lontane dall’essere davvero ascoltate, quando invece non solo si otterrebbe giustizia umana ma anche quel che oggi è necessario considerare come primo obiettivo mondiale per combattere contro l’imponente crisi climatica: un maggiore rispetto ambientale.

Se il cambiamento sembra partire proprio dalle lotte dei popoli nativi, il rapporto sottolinea come importanti modifiche dovrebbero essere adottate nella finanza e soprattutto da parte delle banche pubbliche di sviluppo come la Cassa Depositi e Prestiti, le quali dovrebbero “Dotarsi di meccanismi efficaci e trasparenti di valutazione ex ante, di controllo e di accesso alla giustizia, sostenendo le richieste delle comunità locali”. Sarebbe bene seguire le leggi già esistenti e sceglierne delle altre che regolino al meglio le linee guida per i regimi fondiari, dando più importanza e potere a chi ne è fautore come il Comitato Mondiale per la Sicurezza Alimentare. Ciò che serve è una vera e propria ristrutturazione del sistema alimentare internazionale per limitare quel che ora è dimostrato essere causa di ingiustizie su più fronti. Non solo, ma cambiare le cose ora è essenziale anche per la questione della guerra in Ucraina, Paese che già vede il 55% del proprio terreno come coltivabile (percentuale più alta in Europa). Purtroppo sono proprio momenti di crisi mondiale di questo tipo ad incentivare determinati eventi e la guerra nell’Est Europa ne è chiaro esempio, visto come si alimenti “La competizione degli attori sovrani e di mercato più potenti” , pronti a fare affari con le élite locali “Appropriandosi di terre fertili e di risorse minerarie per il proprio tornaconto a discapito dei popoli che da secoli vi vivono”.

[di Francesca Naima]

Lunedì 4 luglio

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07.00 – Copenaghen: è di 3 morti e 3 feriti il bilancio della sparatoria avvenuta nella serata di domenica in un centro commerciale.

09.10 – Marmolada, 20 dispersi per il crollo di parte del ghiacciaio avvenuto domenica.

09.30 – Mattarella a Biden: «il legame transatlantico ha riconfermato la sua ineludibile centralità, mostrando di essere la chiave per affrontare con efficacia le comuni sfide».

12.30 – Ryanair, i sindacati annunciano nuovo sciopero il prossimo 17 luglio.

14.00 – Roma, nuovo maxi incendio in un centro sportivo: evacuati i bambini.

16.00 – La procura generale di Parigi ricorre in Cassazione contro il rifiuto all’estradizione dei 10 ex terroristi delle Brigate Rosse.

16.30 – Omicidio Willy Monteiro, condannati all’ergastolo i fratelli Bianchi: lo picchiarono a morte per aver difeso un amico in una rissa.

18.00 – Chicago, sparatoria durante manifestazioni per il 4 luglio: 6 vittime e 31 feriti.

 

Piombino, migliaia di persone in piazza contro il rigassificatore

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Oltre duemila persone hanno manifestato per le vie del centro di Piombino nel giorno del Consiglio comunale straordinario per ribadire il no della città all’impianto di rigassificazione che dovrebbe occupare il porto cittadino per volere del governo Draghi. I manifestanti, forti anche dell’appoggio del sindaco della città, intendono contrastare un’opera che considerano inquinante e a forte impatto negativo sul turismo. Si tratta di un impianto che serve a riportare allo stato gassoso il gas liquido d’importazione, che in Italia arriverebbe principalmente dagli Stati Uniti. Secondo le stime, l’opera nel porto di Piombino dovrebbe essere in grado di trattare 5 miliardi di metri cubi di gas all’anno (il 6,5% del fabbisogno nazionale) contribuendo in modo decisivo, nelle intenzioni del governo, a diminuire la dipendenza da Mosca, anche alla luce del probabile embargo che potrebbe arrivare dall’Unione europea nei prossimi mesi, facendo seguito a quello parziale di maggio.

A inizio giugno, Mario Draghi ha nominato il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani Commissario straordinario per i rigassificatori (unitamente a Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia-Romagna). Giani, presente al Consiglio comunale straordinario e fortemente contestato – al punto da aver lasciato la città con la scorta – ha promesso ai cittadini che l’impianto rimarrà per «soli due o tre anni» e che vi saranno ampie compensazioni economiche da parte del governo. A meno di stravolgimenti, a settembre arriverà nel porto di Piombino una nave rigassificatrice di 293 metri che avrà il compito di ridurre la dipendenza dal gas russo, per abbracciare invece gli approvvigionamenti provenienti dagli Stati Uniti. Nel 2021, circa 29 miliardi di metri cubi di gas hanno rifornito le coste europee: in testa Regno Unito e Spagna – con 6 miliardi di metri cubi – seguite da Olanda e Francia. In Italia, non è stato invece sfondato il muro del miliardo, nonostante i tre rigassificatori attivi nella penisola (Livorno, La Spezia e Rovigo). Decisivi nell’indirizzare le scelte di Roma sono stati i contatti con Algeria e Russia basati sui gasdotti che attraversano il Mediterraneo e il Mar Nero. Una tendenza, quella del Gln, destinata comunque a essere invertita in futuro, come dimostrano gli 11 miliardi di metri cubi (la metà provenienti da Washington) importati in Europa nel 2022 nel solo mese di gennaio.

[di Salvatore Toscano]

Taxi, confermato lo sciopero di 48 ore

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Nelle scorse settimane, le associazioni e i sindacati dei tassisti avevano manifestato la volontà di indire uno sciopero con l’obiettivo di rimuovere l’articolo 10 dal disegno di legge Concorrenza. La disposizione affida una delega al governo per “l’adeguamento dell’offerta di servizi alle forme di mobilità mediante applicazioni web che utilizzano piattaforme tecnologiche”. Secondo gli addetti ai lavori, rappresenterebbe la strada per la liberalizzazione selvaggia. Visto il fallimento dell’incontro odierno tra il viceministro delle Infrastrutture Teresa Bellanova e le associazioni di categorie, è stato confermato definitivamente lo sciopero di 48 ore dei taxi, che coinvolgerà tutto il paese tra domani e mercoledì.

Energia: il governo Draghi protegge l’ENI cancellando la tassa sugli extraprofitti

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Nella serata di giovedì 30 giugno, il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo Decreto Bollette, contenente “misure urgenti per il contenimento dei costi dell’energia elettrica e del gas naturale per il terzo trimestre 2022 e per garantire la liquidità delle imprese che effettuano stoccaggio di gas naturale”. Un provvedimento che impegnerà le casse dello stato italiano per 3 miliardi di euro e che non intaccherà gli extraprofitti conseguiti dalle imprese che importano gas in Italia a un prezzo molto più basso di quello di vendita. Tradotto, il governo Draghi ha deciso di proteggere gli utili di ENI, rafforzando i rapporti lungo l’asse esecutivo-De Scalzi, l’amministratore delegato della multinazionale energetica che negli ultimi mesi ha accompagnato il ministro degli Esteri Luigi di Maio nelle spedizioni alla ricerca di gas e petrolio tra Africa e Medio Oriente.

Articolo 5 del Decreto Bollette sparito dalla stesura finale

Dal provvedimento definitivo è stata eliminata la disposizione che da settimane circolava in diverse bozze e riguardava la previsione di una tassa sugli extraprofitti delle compagnie energetiche. Le aziende che hanno stipulato contratti di importazione di lungo termine avrebbero così versato alla Cassa per i servizi energetici e ambientali (CSEA) un importo calcolato a partire dalla differenza tra il prezzo finale di vendita del gas e il costo di approvvigionamento medio. La misura avrebbe riguardato in modo particolare ENI, dal momento in cui gestisce oltre la metà del gas che rivende in Italia attraverso contratti di questo genere, continuando lungo la direzione tracciata lo scorso aprile, quando nel Decreto Aiuti è stato inserito un contributo una tantum sugli extraprofitti, sdoppiato in due rate (giugno e novembre) per mitigare i malumori delle aziende energetiche coinvolte. La tassa inserita inizialmente dal governo Draghi nel Decreto Bollette avrebbe coperto un periodo di soli tre mesi per un contributo comunque esiguo (10% di un importo ancora da definire nei dettagli), rappresentando tuttavia un precedente sfavorevole alle grandi imprese del settore, capeggiate da ENI, che nel primo trimestre del 2022 ha registrato un utile netto adjusted di 3,27 miliardi di euro, in crescita rispetto al periodo precedente grazie al «forte scenario prezzi».

Il caro vita e l’aumento dei prezzi non agevolano invece le famiglie italiane, che nei prossimi mesi – stando ai dati dell’Unione Nazionale Consumatori – si ritroveranno a fare i conti con bollette più salate dell’81,3% nel caso dell’energia e del 46% in quello del gas. Ciò significa che nel terzo trimestre del 2022 la bolletta della luce segnerà +127 euro nel confronto con il corrispondente periodo dell’anno scorso, passando, per la famiglia tipo, da 155 a 282 euro.

[di Salvatore Toscano]

La Libia sta sprofondando nuovamente nel caos

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La Libia è attraversata nuovamente da violente proteste di piazza, scontri, disordini e manifestazioni in tutto il Paese da venerdì scorso, quando una folla di manifestanti ha preso d’assalto la sede del Parlamento a Tobruk, nella Cirenaica, a est del Paese. Lo stallo politico, la drammatica situazione economica con l’impennata dei prezzi dei generi alimentari e i continui blackout energetici hanno scatenato l’ira dei cittadini che si sono riversati in piazza, chiedendo un miglioramento delle condizioni di vita e nuove elezioni politiche, al grido di «Vogliamo la luce», «Libia, Libia» e «No, no ai battaglioni», riferito alla polizia che attaccava i manifestanti. Secondo fonti locali e vari video che circolano su Twitter, i dimostranti hanno fatto irruzione nella Camera dei rappresentanti – chiusa in quanto venerdì è giorno festivo – portando via tutto ciò che potevano, mentre una parte dell’edificio è stata data alle fiamme insieme alle auto delle forze dell’ordine. Le proteste hanno coinvolto tutto il Paese da est a ovest con reazioni violente che non si verificavano dal 2019 nelle principali città, tra cui anche Tripoli, Bengasi e Misurata.

In particolare, la situazione è precipitata lo scorso aprile quando, a causa delle diverse fazioni che avvelenano la Libia e che si contendono il Paese e le istallazioni petrolifere, sono stati bloccati diversi terminal di giacimenti petroliferi per le esportazioni, creando ingenti danni economici alla National Oil Corporation, la compagnia energetica libica. Quest’ultima ad oggi ha perso circa 3,5 miliardi di dollari, ma soprattutto, il calo della produzione di gas ha avuto come conseguenza la continua interruzione di elettricità nel Paese che dura fino a 12 ore al giorno. A ciò si aggiunge il problema dello stallo politico, dovuto all’incapacità, o al disinteresse, del cosiddetto Governo di unità nazionale di indire nuove elezioni, previste inizialmente nel dicembre 2021 e richieste ora a gran voce dalla popolazione.

A causa di divisioni interne sulle regole e le modalità delle elezioni – nonché delle polemiche sui nomi di alcuni candidati alla presidenza, tra cui il figlio di Gheddafi, Saif al-Islam Gheddafi – queste ultime sono state posticipate a data da destinarsi. Con Abdel Amid Dbeibah, nominato premier ad interim con l’approvazione delle Nazioni Unite, che ha rifiutato di farsi da parte. Ora proprio quest’ultimo, a causa delle reazioni violente dei cittadini, ha invocato con urgenza nuove elezioni, chiedendo a tutti gli organi politici di dimettersi: «Aggiungo la mia voce ai manifestanti in tutto il Paese: tutti gli organi politici devono dimettersi, compreso il governo, e non c’è modo per farlo se non attraverso le elezioni» ha affermato ieri. Pare, dunque, che le proteste popolari abbiano avuto più successo della mediazione dell’ONU: lo scorso giovedì, infatti, erano falliti i negoziati, sotto l’egida ONU, tra il presidente della Camera, Aquila Saleh, e il rivale, Khaled al Meshri, capo dell’Alto Consiglio di Stato (vicino al governo di Tripoli), per concordare un quadro costituzionale che consentisse lo svolgimento delle elezioni.

Tutto ciò non lascia di certo sorpresi: disordini e instabilità politica e socioeconomica, infatti, caratterizzano ormai la nazione dal 2011, anno in cui Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna – Paesi NATO – hanno attaccato militarmente la Libia, uccidendo il colonnello Mu’ammar Gheddafi per garantire – ufficialmente – pace e democrazia, nel contesto delle Primavere arabe. Quello che si è ottenuto, invece, è sotto gli occhi di tutti: la frammentazione del Paese in una miriade di fazioni avverse l’una all’altra che hanno provocato continui scontri, corruzione e guerra civile, con l’avvicendarsi di diversi esecutivi incapaci di governare e unire il Paese, fino alla nascita nel 2014 di due governi rivali: uno con sede a Tripoli a ovest del Paese, riconosciuto dalla “comunità internazionale” e dall’ONU e guidato dal 2021 da Abdel Amid Dbeibah; l’altro con sede a Tobruk nella Cirenaica, con a capo Fathi Bashagha e sostenuto dal generale Haftar.

La situazione così delineata ha comportato enormi scompensi per la popolazione e ha visto anche aumentare esponenzialmente i fenomeni migratori a causa delle peggiorate condizioni economiche del Paese. Con Gheddafi, invece, la questione risultava ampiamente contenuta, in quanto – a dispetto di quanto diffuso dai media e dai leader occidentali – il colonnello aveva garantito un periodo di stabilità e relativa prosperità alla Libia e al nord Africa. Non stupisce quindi che tra i dimostranti, molte persone sventolassero le bandiere verdi dell’ex regime del colonnello.  Stiamo assistendo, dunque, ancora una volta, ai successi dell’“esportazione della democrazia” targata NATO.

Il che dovrebbe preoccuparci non solo per le sorti dei libici, ma anche per quelle delle nazioni europee, Italia in testa. Se, infatti, prima della rimozione di Gheddafi, Roma era in buoni rapporti con Tripoli con cui concludeva vantaggiosi accordi energetici e commerciali, ora il nostro Paese ha perso qualunque peso politico, diplomatico e militare nello Stato nordafricano, dove prevalgono – per ovvie ragioni – Stati come Russia e Turchia che sostengono rispettivamente il governo della Cirenaica, la prima, e quello della Tripolitania, la seconda. L’instabilità libica comporta per l’Italia ulteriori problemi a livello energetico e il potenziale aumento dei flussi migratori sulle coste del Belpaese.

Secondo i media libici, le proteste non si fermeranno. Sono, infatti, già previste nuove manifestazioni organizzate da movimenti giovanili che coinvolgeranno varie città dell’est, dell’ovest e del sud del Paese.
Allo stesso tempo le Nazioni Unite, che dall’inizio dell’odissea libica nel 2011 non sono state in grado di trovare alcuna soluzione concreta per il martoriato Stato nordafricano, hanno bollato come «inaccettabile» l’assalto al Parlamento: «Il diritto del popolo a protestare pacificamente deve essere rispettato e protetto, ma i disordini e gli atti di vandalismo come l’assalto al quartier generale della Camera dei rappresentanti la scorsa notte a Tobruk sono totalmente inaccettabili», ha asserito Stephanie Williams, consigliere speciale dell’ONU per la Libia.

[di Giorgia Audiello]