martedì 10 Febbraio 2026
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L’esercito russo ora punta su Seversk, Kramatorsk e Sloviansk

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Dopo la conquista di Lysychansk nel Lugansk, ora la Russia punta a conquistare le città strategiche della regione di Donetsk – Kramatorsk e Sloviansk – attraverso la presa di Seversk, cittadina che si trova a una ventina di chilometri da Lysychansk. Secondo quanto afferma un esponente della repubblica filorussa di Lugansk, Vitaly Kiselev, il controllo di Seversk, attaccata da due direzioni, consentirebbe ai russi di sviluppare un’offensiva contro Kramatorsk e Sloviansk, garantendo il controllo di quasi tutto il Donbass. Intanto il presidente ucraino Zelensky ha commentato il ritiro delle forze di Kiev da Lysychansk: «ritorneremo grazie alle nostre tattiche e all’aumento nella fornitura di armi moderne», ha affermato nel suo abituale discorso serale alla popolazione.

Caso Assange: depositato all’Alta Corte di Londra il ricorso contro l’estradizione

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L’istanza di ultimo appello contro il decreto di estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti è stata depositata presso l’Alta Corte di Londra dai suoi avvocati difensori: si tratta dell’ultimo tentativo per impedire il trasferimento del giornalista in una prigione di massima sicurezza americana, dove rischia fino a 175 anni di detenzione per aver divulgato documenti secretati del governo americano, tra i quali numerosi che ne dimostrano i crimini di guerra nel corso dei conflitti in Iraq e Afghanistan.

Come spiega la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, nel caso in cui la richiesta, che riguarda questioni procedurali, fosse accettata, Assange potrebbe sfruttarla in vari gradi di giudizio britannico, fino a giungere alla Corte Suprema. Potrebbe anche decidere di rivolgersi direttamente alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo, ma in quel caso l’ordine di estradizione diverrebbe esecutivo. Assange si trova ad oggi recluso nel carcere londinese di massima sicurezza di Belmarsh – dove ieri ha festeggiato i suoi 51 anni. L’appello presentato dagli avvocati difensori dovrebbe contenere nuove informazioni che il team legale non era riuscito a presentare in precedenza in tribunale.

Ad opporsi all’estradizione di Assange sono diverse associazioni internazionali per la libertà di informazione e i diritti umani, tra le quali Amnesty International, che ha definito la sentenza di conferma dell’estradizione del giornalista negli Stati Uniti “un messaggio agghiacciante” per i giornalisti di ogni parte del mondo. Le iniziative in suo sostegno si moltiplicano all’interno di diverse realtà, grandi e piccole: Lucera, per esempio, è stato il primo Comune italiano a conferire al fondatore di WikiLeaks la cittadinanza onoraria, in quanto, come ha dichiarato il consigliere comunale che ha avanzato la proposta, «Assange è un simbolo su cui dobbiamo tenere sempre alta l’attenzione, anche per quello che può rappresentare nel nostro paese. Abbiamo bisogno di giornalisti liberi e portatori di verità».

Nella giornata di domenica 3 luglio si è inoltre svolto un sit-in di protesta del Comitato per la liberazione di Julian Assange in all’esterno del Consolato britannico di Milano. Il 16 giugno lo stesso Comitato aveva presentato alla Prefettura di Milano i moduli con oltre 2000 firme rivolte al Presidente Mattarella, chiedendo che si facesse parte attiva nella difesa di Assange. Anche il consiglio nazionale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana ha rinnovato il proprio sostegno ad Assange e alla richiesta di non estradizione.

[di Valeria Casolaro]

Danimarca, spari in centro commerciale a Copenaghen: 3 morti.

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Un 22enne danese, che secondo gli inquirenti avrebbe agito da solo, ha aperto il fuoco nel tardo pomeriggio di domenica all’interno di un centro commerciale di Copenaghen, in Danimarca, uccidendo tre persone e ferendone altre tre in modo grave. Secondo quanto riferito dal capo della polizia danese in conferenza stampa, il giovane aveva problemi di salute mentale ed era conosciuto dai servizi psichiatrici. Al momento, precisa, non vi sono elementi che indichino un atto di terrorismo.

Jovanotti e il WWF sono finiti nel mirino dei movimenti ecologisti

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Il tour estivo in spiagge e riserve naturali di Jovanotti è nuovamente al centro delle polemiche. A finire nel mirino della critica questa volta è stato l’evento che si terrà sulla spiaggia di Marina di Ravenna, dove sono attese 80mila persone nel doppio concerto dell’8 e 9 luglio. Come riportato da San Marino RTV, infatti, il “San Marino Green Festival” (un’iniziativa a tema ambientale) ha denunciato che “per predisporre tale operazione sarebbero stati abbattuti un cospicuo numero di tamerici con gravi ricadute sulla ventilazione interna della pineta”. «Come ideatore del San Marino e Montefeltro Green Festival mi ritengo profondamente deluso e arrabbiato per l’atteggiamento di un artista come Jovanotti che in passato ha dimostrato grande attenzione ai temi del sociale e dell’ambiente», ha dunque affermato Gabriele Geminiani, sottolineando di non riuscire a capire «come Jovanotti insista negli anni nel voler portare i suoi concerti con logistica, persone, veicoli, in luoghi naturali in cui si trova una ricca biodiversità e dove uccelli migratori sostano e nidificano». «Non escludiamo dimostrazioni contro l’iniziativa», ha quindi dichiarato Geminiani.

Non si tratta dell’unica polemica sulla questione, visto che ad aprile la sezione ravennate di Italia Nostra denunciava: “Abbattuto in questi giorni, a Marina di Ravenna, in periodo vietato, un filare di tamerici lungo ben sessantacinque metri, per far posto al concerto di Jovanotti”. “Nessun dubbio che l’autorizzazione sia giunta dal Comune, in accordo con gli enti cui compete il demanio marittimo”, affermava inoltre Italia Nostra, chiedendosi quale fosse “la ragione di queste scelte, visti i tempi siccitosi, i cambiamenti climatici e l’inquinamento pesante che affligge le nostre zone”. Era così arrivata la risposta dell’amministrazione ravvenate, secondo cui non solo si sarebbe trattato di un intervento di routine volto a curare il patrimonio ambientale e vegetativo del territorio, ma “gli esemplari di tamerici della specie Tamarix Africana, rimossi dalla spiaggia”, non avrebbero avuto “nessuna funzione di protezione della pineta dalla ventilazione” ed avrebbero fatto “parte di specie alloctone”, che sarebbero state “ripiantumate”. “Nell’ottica della riqualificazione relativa al Parco Marittimo” sarebbero invece state “privilegiate le piantumazioni di specie autoctone, Tamarix Gallica”. Giustificazioni che tuttavia non avevano convinto la sezione ravvenate di Italia Nostra, che nei giorni seguenti aveva pubblicato un articolo intitolato: “Le bugie con le radici corte…le tamerici rimosse per Jovanotti non verranno ripiantate e non sono alloctone“.

Non è però la prima volta che l’evento così come il WWF – presente anche quest’anno al Jova Beach Party con l’obiettivo di “coinvolgere quante più persone possibile per difendere e tutelare fiumi, laghi e coste del territorio italiano” – finiscono nel mirino della critica. Anche il tour del 2019 era infatti stato al centro di polemiche per la scelta di luoghi come la spiaggia di Miramare (Rimini), caratterizzata dalla presenza di alcuni pulcini di fratino: un piccolo uccello che nidifica sulle spiagge europee la cui popolazione è in calo e per la cui protezione era stato deciso poi di coinvolgere carabinieri e una dozzina di addetti dell’organizzazione. Sulla scia delle critiche degli ambientalisti c’era dunque stata la reazione di Jovanotti, che nel 2019 aveva definito il mondo dell’ambientalismo «più inquinato della scarico della fogna di Nuova Delhi». «Io ogni giorno da novembre scorso mi confronto, e con me i responsabili della produzione, con il WWF e chiediamo a loro se le cose che girano in rete sono credibili e la riposta è sempre stata, dopo ogni verifica fatta, che non lo sono». «Ci siamo presi cura di ogni aspetto legato alla tutela dell’ambiente investendo più delle risorse disponibili», aveva inoltre aggiunto Jovanotti, precisando anche che “la primissima cosa che abbiamo fatto” iniziando a progettare il Jova Beach Party “è stato contattare il WWF”.

Una scelta che tuttavia non è bastata ad evitare le critiche. “Jovanotti, in breve, ci dice: se c’è il WWF non serve agitarsi. Lui ci crede: ci pensano loro. E pertanto ci dovremmo credere anche noi”. È questo ciò che veniva affermato in un articolo del 2019 del collettivo Alpinismo Molotov e pubblicato dalla Wu Ming Foundation, in cui il Jova Beach Party veniva definito come “la quintessenza del ‘presabenismo’ à la Jovanotti”, portatore di un “ambientalismo interessato” in partnership coi “numerosi sponsor sempre in cerca di nuove strategie di greenwashing”. “La retorica usata da Jovanotti col beneplacito di un’organizzazione come il WWF – che, per quanto grande e con migliaia di soci, può avere posizioni politiche controverse e non condivise da tutti – giustifica, pittandolo di verde, un grande evento privato e a scopo di lucro che danneggia un patrimonio ambientale collettivo”, aggiungeva inoltre l’articolo.

[di Raffaele De Luca]

La siccità sta devastando le risaie italiane

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Secondo quanto affermato dalla Coldiretti, la siccità sta devastando le risaie italiane con perdite stimate di oltre il 30% del raccolto a causa della mancanza d’acqua e delle bombe di calore verificatesi nell’ultimo periodo. Dei 217 mila ettari coltivati in Italia, il 90% è concentrato al nord fra la Lombardia e il Piemonte dove è stato chiesto lo stato di emergenza. Si tratta di un settore strategico per l’economia e l’approvvigionamento alimentare del Paese dove si raccolgono 1,5 milioni di tonnellate di risone all’anno, oltre il 50% dell’intera produzione Ue. «Per cercare di contrastare l’aumento dei costi di produzione bisogna lavorare fin da subito sugli accordi di filiera che sono uno strumento indispensabile per la valorizzazione delle produzioni nazionali e per un’equa distribuzione del valore lungo la catena di produzione», ha affermato il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini.

Mano sul cuore all’inno USA e alleanza con Macron: Di Maio ormai è senza ritegno

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Luigi Di Maio ha solennemente ultimato la sua giravolta politica, giurando fedeltà agli assi portanti dell’establishment americano ed europeo con un bell’inchino finale. Dopo la rottura con il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, di cui era stato simbolo e capo politico nella sua ascesa verso il 33% alle elezioni del 2018, e l’ufficializzazione della nascita del suo nuovo gruppo parlamentare Insieme per il Futuro, il ministro degli Esteri ha piazzato a stretto giro un clamoroso uno-due da navigato governista.

Il primo atto ha avuto luogo in occasione dell’aperitivo organizzato per le celebrazioni del giorno dell’Indipendenza Usa, tenutosi il 30 giugno (in anticipo sul 4 luglio) all’ambasciata americana a Roma, a cui di Maio ha partecipato alla presenza di Nancy Pelosi, speaker della Camera americana, in pole position per diventare la nuova ambasciatrice nella Capitale. «Davanti all’atroce guerra della Russia all’Ucraina non ci possono essere dubbi, stiamo dalla parte giusta della storia», ha detto Di Maio, lanciando implicite frecciatine a Conte e alla cautela con cui il M5S sta gestendo la questione armi. «La nostra comune appartenenza all’Alleanza Atlantica, la nostra unità di intenti e di azione sono la chiave per fronteggiare le sfide comuni e difendere la pace». Forse eccessivamente preso dalla voglia di accreditarsi come partner di ferro davanti alle autorità a stelle e strisce, Di Maio si è lasciato andare a un atto del quale non si ricordano precedenti, portandosi la mano al cuore davanti alla sfilata dei marines.

Di Maio, accompagnato dalla sua compagna Virginia Saba, è stato raggiunto anche da alcuni tra i più noti ex 5 Stelle che l’hanno seguito nella “scissione”, come Vincenzo Spadafora e Manlio Di Stefano, un tempo fortemente critico verso la Nato. Presente anche il capogruppo alla Camera dei 5 Stelle Davide Crippa, vicinissimo a Grillo e convintamente governista.

A dir la verità, Di Maio non è stato il solo leader a partecipare alla cerimonia: presente con la fidanzata il segretario della Lega Matteo Salvini, che appare sempre più in difficoltà a restare in equilibrio tra il suo ruolo di uomo di governo e politico “di piazza”, e la leader di Fdi Giorgia Meloni, che nell’ultimo periodo ha a più riprese ribadito la sua fedeltà all’Alleanza Atlantica e, seppur dalle file dell’opposizione, alla linea dell’Esecutivo sull’invio delle armi all’Ucraina. Una Meloni che, il giorno successivo, ha addirittura ricevuto le lodi del ministro degli Esteri, il quale ha dichiarato in conferenza stampa che di fronte a una guerra che «sta producendo effetti economici in tutto il mondo» e a «problemi rispetto a cui abbiamo bisogno di unità», paradossalmente «alcuni partiti di opposizione (chiaro riferimento a Fdi, ndr) si dimostrano a volte più responsabili di alcuni partiti della maggioranza».

Non fosse abbastanza, il leader di Insieme per il Futuro ha voluto spingersi oltre. A margine del vertice Nato di Madrid di fine giugno, Di Maio ha infatti incontrato Emmanuel Macron, una delle personalità politiche europee tradizionalmente più invise all’universo pentastellato (basti ricordare il viaggio di cui si rese protagonista lo stesso Di Maio nel 2019, quando da vicepremier incontrò a Montargis i gilet gialli in ottica anti-macroniana). Dal Presidente francese, Di Maio ha ottenuto il via libera per fare confluire il suo gruppo politico, attualmente rappresentato nel Parlamento europeo da due deputate, nel partito centrista europeo Renew, fondato dallo stesso Macron. Nello stesso gruppo sono presenti anche i due “centristi” per eccellenza della politica italiana: Matteo Renzi e Carlo Calenda.

In una manciata di giorni, le manovre politiche di Di Maio hanno puntato tutte nella medesima direzione: rinfoltire di truppe l’Esecutivo per metterlo al sicuro dai “moti”, a dir la verità ancora timidi e disordinati, del Movimento 5 Stelle, costituendo di fatto la stampella privilegiata di Mario Draghi, e accreditarsi come nuovo punto di riferimento dell’area centrista.

Eppure, come ampiamente prevedibile, i sondaggi non sorridono ai “dimaiani”. Secondo Ipsos, in questo momento “Insieme per il Futuro” sarebbe fermo al 2,3%. Il risultato non sorprende: l’ex capo politico dei 5 Stelle, che ha scelto di legare a doppio filo la sua esperienza professionale a quel sistema di potere che prima lo umiliava, affibbiandogli un giorno sì e l’altro pure l’etichetta di “bibitaro” e che ora, nel momento del bisogno, lo accoglie a braccia aperte, per lo zoccolo duro dei 5 Stelle sarà per sempre “il traditore”, mentre l’elettorato moderato (a dir la verità, in Italia e in Europa sempre più esiguo, come dimostrano i risultati delle ultime votazioni) ha al momento ben altri punti di riferimento. Sarà per questo che Di Maio, la cui comunicazione social ormai iper-istituzionale contempla decine di fotografie che lo ritraggono, tra sorrisi e strette di mano, accanto a presidenti ed omologhi europei e mondiali, non ha ancora trovato il tempo di pubblicare un post di presentazione del suo nuovo progetto politico? Forse, il timore (o, per meglio dire, la certezza matematica) di essere subissati da commenti poco simpatici, alle volte porta a tenere il freno a mano tirato anche ai politici “di professione”.

[di Stefano Baudino]

Domenica 3 luglio

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9.00 – Il ministro della Salute, Roberto Speranza, annuncia che in autunno partirà una nuova campagna vaccinale contro le varianti Covid.

10.00 – Argentina: sull’onda delle proteste si dimette in ministro dell’economia artefice dell’accordo con il Fondo Monetario Internazionale.

10.30 – Mosca annuncia la conquista della città di Lysychansk, ottenendo il pieno controllo della regione di Luhansk.

12.00 – Violente inondazioni colpiscono il sud-est dell’Australia: migliaia di cittadini evacuati.

14.00 – Libia: governo verso le dimissioni a causa delle proteste che da venerdì invadono il Paese.

15.00 – Conferenza ONU di Lisbona: 100 Paesi firmano impegno a tutela delle aree naturali della Terra e degli Oceani.

16.10 – Marmolada: crolla grande blocco di ghiaccio, almeno 6 morti e 8 feriti.

17.30 – In piazza del Liberty, a Milano, prende il via un presidio di protesta per la liberazione di Julian Assange.

Marmolada: crolla ampio blocco di ghiaccio, almeno 5 morti e 8 feriti

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Sulla Marmolada – il gruppo montuoso delle Alpi orientali al confine tra la provincia di Trento e la provincia di Belluno – è crollato un grande blocco di ghiaccio. Il distacco, che come riportato dal Cnsas (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico) si è precisamente verificato nei pressi di Punta Rocca, lungo l’itinerario di salita della via normale per raggiungere la vetta, ha provocato 5 morti ed 8 feriti: è questo il bilancio attuale reso noto dal Suem (Servizio Urgenza Emergenza Medica) del Veneto tramite un tweet. Quest’ultimo, inoltre, ha fatto sapere che 2 dei feriti sono in condizioni gravi, mentre 18 persone che si trovano sopra l’area del crollo saranno evacuate dal Cnsas.

Australia: inondazioni a Sydney, evacuate migliaia di persone

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A Sydney, in Australia, migliaia di persone hanno ricevuto l’ordine di lasciare le loro case per l’emergenza maltempo. A causa delle piogge torrenziali verificatesi nelle scorse ore, infatti, la diga di Warragamba, nel Sud-Ovest di Sydney, ha iniziato a straripare questa mattina, ovverosia molto prima di quanto previsto dalle autorità. I servizi di emergenza hanno salvato dalle inondazioni diverse persone, tuttavia un uomo che era in kayak è affogato nonostante i soccorsi. I meteorologi, inoltre, prevedono che il tempo peggiorerà nelle prossime ore: si tratta dunque di una situazione che inevitabilmente preoccupa, dato che a marzo le inondazioni causate da forti temporali avevano devastato la parte occidentale di Sydney, causando la morte di 20 persone.

Nei Paesi Bassi esplodono le proteste degli agricoltori

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Negli scorsi giorni, nei Paesi Bassi sono letteralmente esplose le proteste degli agricoltori contro un piano del governo volto a ridurre drasticamente le emissioni di azoto ed ammoniaca, che secondo questi ultimi metterà in pericolo i loro mezzi di sussistenza. La scorsa settimana, infatti, in migliaia hanno viaggiato in trattore da tutti gli angoli del Paese e bloccato il traffico sulle principali autostrade olandesi per poi recarsi a Stroe, un villaggio situato nella provincia di Gheldria, dove si è si è tenuta una manifestazione. Un palco con gli altoparlanti è stato allestito, ed i partecipanti – circa 40.000 secondo gli organizzatori – hanno espresso il loro dissenso contro il piano del governo, esponendo anche striscioni con scritte come “ciò che l’Aia sceglie è profondamente doloroso per l’agricoltore” e “non possiamo più essere fermati”.

A tale protesta ha fatto seguito quella di lunedì scorso, quando gli agricoltori a bordo dei trattori hanno nuovamente bloccato diverse autostrade dei Paesi Bassi, al punto tale che le autorità hanno esortato gli automobilisti a controllare gli aggiornamenti sul traffico prima di partire. Inoltre, alcuni agricoltori hanno anche appiccato piccoli incendi all’esterno di almeno due municipi. Come riportato dai media locali, infatti, i contadini hanno dato fuoco ad alcune balle di paglia che avevano portato con sé davanti al municipio della città di Epe e di Apeldoorn.

La rabbia degli agricoltori però a quanto pare ha portato anche ad altri gesti violenti da parte di alcuni di loro che, come riportato dal quotidiano olandese NRC, nella tarda serata di martedì hanno sfondato una blocco della polizia nei pressi della casa del ministro dell’azoto Christianne van der Wal – con un’auto delle forze dell’ordine che è stata distrutta – ed hanno svuotato in strada un’autocisterna di liquame. A confermarlo è stata la stessa polizia di Gheldria – la provincia dove ha avuto luogo la vicenda – tramite un tweet in cui ha parlato di una “situazione minacciosa e inaccettabile”. Nella giornata di martedì però non è accaduto solo questo, in quanto centinaia di agricoltori si sono recati all’Aia, dove ha sede il Parlamento, sempre per protestare contro gli obiettivi di riduzione stabiliti dal governo. I manifestanti hanno portato anche due mucche con loro, minacciando di macellarle nel caso in cui le misure contro le emissioni di azoto vengano adottate.

Ma non finisce qui dato che, secondo quanto riportato da alcuni quotidiani locali, lunedì prossimo gli agricoltori potrebbero tra l’altro bloccare i centri di distribuzione dei supermercati e l’aeroporto di Schiphol. Non è un caso, dunque, che l’aeroporto in questione parli di una “possibile protesta degli agricoltori di lunedì 4 luglio”, che “potrebbe portare a un traffico maggiore del solito sulle strade dei Paesi Bassi” e per la quale è in “stretto contatto con il Royal Netherlands Marechaussee e il comune di Haarlemmermeer” per capire “come questo potrebbe influenzare Schiphol”.

Ma quali sono i motivi per cui, precisamente, gli agricoltori protestano? Innanzitutto poiché il governo – che vuole ridurre le emissioni inquinanti del 50% a livello nazionale entro il 2030 – afferma che le emissioni di ossido di azoto e ammoniaca, prodotte dal bestiame, devono essere drasticamente ridotte vicino alle aree naturali che fanno parte di una rete di habitat protetti dell’Ue, che si estende nei 27 Stati membri. Tuttavia, gli agricoltori olandesi sostengono che altri paesi dell’UE non stiano reprimendo il settore agricolo così duramente. Inoltre ritengono che il governo non stia fornendo un quadro chiaro del loro futuro e credono di essere ingiustamente presi di mira – con il piano che probabilmente li costringerà a diminuire la quantità di bestiame allevato o interrompere del tutto il lavoro – mentre altri settori che contribuiscono alle emissioni dovranno affrontare restrizioni minori.

Una prospettiva cupa dunque per gli agricoltori, con il governo che è stato costretto ad agire in tal modo dopo una serie di sentenze dei tribunali che hanno bloccato infrastrutture e progetti di costruzione per paura che potessero causare altre emissioni violando le norme ambientali. Ad ogni modo però, benché siano stati delineati gli obiettivi di riduzione delle emissioni, i modi concreti con cui raggiungerli devono ancora essere messi in campo: la palla, infatti, passa adesso alle autorità provinciali, a cui il governo ha concesso un anno per elaborarli. Nel frattempo gli agricoltori sembrano intenzionati a proseguire la loro protesta, nell’intenzione di non perdere il lavoro.

[di Raffaele De Luca]