martedì 9 Agosto 2022

Da bibitaro a statista: la giravolta dei media mainstream su Luigi Di Maio

Luigi Di Maio ha probabilmente compiuto il più grande cambio di casacca parlamentare della storia della Repubblica. Proprio lui che, solo nel 2017, parlava del “mercato delle vacche” come di un problema drammatico per il Paese. A leggere certi quotidiani italiani di stampo “liberale” e “democratico” tuttavia, si ha l’impressione che assieme a lui e a quella sessantina di parlamentari, anche decine di giornalisti abbiano fatto i voltagabbana. L’addio al Movimento 5 Stelle ha fatto mutare le narrazioni su Di Maio: è passato dall’essere un ignorante, incompetente e pericoloso populista, ad un giovane “statista”, l’Emmanuel Macron italiano quasi. Per ingraziarsi certi media gli è bastato sposare le posizioni atlantiste ed europeiste, rinnegando tutti i vecchi principi, a partire dal celeberrimo “uno vale uno”.

Stefano Folli, già una settimana fa, quando la crisi fra il titolare della Farnesina e Conte si era fatta tangibile, spiegava su la Repubblica che il giovane di Pomigliano non ha più molto in comune né con l’ex premier né con «quel che resta dello spirito originario del grillismo». Anzi: Di Maio adesso fa parte dell’establishment. In certi passaggi del pezzo sembrava quasi che il giornalista empatizzasse con il fu promotore dell’impeachment al Presidente della Repubblica. A un passo dall’espulsione Di Maio era per Folli diventato «una vittima designata», e «difendendo sé stesso» dagli attacchi del Movimento difendeva anche, e viene da dire soprattutto, «un assetto generale in politica estera che Draghi e Mattarella vogliono tutelare».

Ad addio ai 5 Stelle ormai evidente, sempre su la Repubblica, Matteo Pucciarelli accarezza l’ex vicepremier giallo-verde in modo anche più esplicito. Il suo curriculum non veniva più descritto come quello del bibitaro del San Paolo, ma come «spendibile a 360 gradi». Il suo standing, commentava il giornalista, sarebbe «di quelli che funzionano nel mondo che conta, tra economia e relazioni internazionali». E giù a decantarne i “record”: Pucciarelli racconta che Di Maio è «il più giovane vicepresidente della Camera della storia», che poi è diventato vicepremier, passando per il Ministero del Lavoro e infine due volte da quello degli Esteri. Come se non bastasse arriva anche una lode finale, alquanto singolare: l’ex mister congiuntivo sbagliato avrebbe ora «comprovate capacità politico-camaleontiche che sanno di antica e innata sapienza democristiana». Più recentemente Pucciarelli racconta della completa mutazione di Di Maio: è passato «da movimentista a stratega di palazzo che fonda un nuovo gruppo parlamentare».

Dulcis in fundo, sempre dal fronte Repubblica, è arrivato anche Gianni Riotta, il giornalista tristemente noto, fra le cose, per aver cavalcato con odio la narrazione dei presunti “filo-putiniani” nel nostro Paese. Mandando un “buona fortuna” via twitter al Ministro, ha imbastito improbabili paragoni con personaggi storici d’oltre oceano e non solo: «Bob Kennedy debuttò come segretario Commissione anticomunista McCarthy – ha scritto Riotta – e divenne leader dei diritti umani Usa. Molti dirigenti Pci passarono dallo stalinismo alla Repubblica, il presidente Scalfaro dal moralismo all’unità nazionale. Si cresce, si cambia: good luck Luigi Di Maio».

Ma forse il cambiamento più significativo fra i pezzi grossi dei media è quello di Massimo Giannini, direttore di La Stampa. In diretta a Otto e Mezzo ha dichiarato: «Chi lo contestava e criticava perché bibitaro secondo me non aveva capito che cosa stava succedendo in Italia in quel momento […] attaccare un candidato politico perché viene dal popolo è un errore madornale che non andrebbe mai fatto, perché se un bibitaro riesce a entrare nella stanza dei bottoni e magari si fa anche valere, bé questa è la vera democrazia: è la parte bella della democrazia». Da strenuo sostenitore di quella visione, più oligarchica che “liberale” a dire il vero, fatta di autorità, titoli ingannevoli e malcelata superiorità intellettuale-morale, Giannini sembra adesso, nel caso di Di Maio, sostenere che a volte “uno può valere uno”.

[di Andrea Giustini]

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5 Commenti

  1. Aspettavo questo pezzo per stimare ancora di più il giornale su cui scrivo. Ho sempre pensato che in Italia ci saranno stati laureati e laureate di valore in Relazioni Internazionali che magari sanno parlare correntemente tre lingue. Beh, è in quel bacino lì, inesperienza per inesperienza, che andava cercato un giovane Ministro degli Affari Esteri

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