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Bielorussia: dura reazione alle sanzioni

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Dopo le nuove sanzioni adottate dagli Usa, in coordinamento con Ue, Canada e Gb, arriva la dura reazione del governo bielorusso che parla di una “dichiarazione di guerra economica”. Inoltre, nella nota diramata dal ministero degli Esteri bielorusso si dice: «Lo Stato bielorusso è in grado e farà tutto il possibile per proteggere i suoi cittadini e le entità commerciali: sanzioni e restrizioni non avranno l’effetto desiderato».

Turchia sempre più autoritaria: il partito filo-curdo potrebbe essere messo fuori legge

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Il Partito Democratico dei Popoli (HDP), fondato nel 2012 con l’unione degli elementi socialisti turchi con forze filo-curde, terzo schieramento nel panorama politico del Paese, potrebbe presto essere fuori legge: è quanto deciso dalla Corte costituzionale turca che ha accettato l’incriminazione posta dal procuratore capo Bekir Sahin. Nella causa, Sahin ha affermato che l’HDP è un partito antidemocratico e colluso con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), considerata come organizzazione terroristica da Turchia, Stati Uniti, Unione Europea e altre nazioni.

A chi ha mosso accuse di soppressione della democrazia, Sahin ha risposto che era necessaria un’azione contro l’HDP poiché coinvolto in «attività volte a distruggere e abolire l’unità indivisibile dello stato». Sahin ha giustificato l’atto d’accusa citando il rifiuto dell’HDP di condannare il PKK e le sue attività, che il governo turco considera di stampo terroristico.

L’HDP, che conta 55 seggi in Parlamento, nega qualsiasi legame con il PKK, che dal 1984 è in guerra contro lo stato per l’autonomia del sudest anatolico a maggioranza curda. Da quando è stato fondato, l’HDP ha rappresentato un elevato fattore di rischio per l’AKP del premier turco Recep Tayyip Erdoğan. Per questo, il partito socialista e filo-curdo ha visto decimare la sua classe dirigente in maniera impressionante: un centinaio di sindaci sono stati rimossi e molti di questi sono finiti dietro le sbarre, assieme a circa ventimila tra dirigenti e semplici militanti oltre a 14 parlamentari.

[di Michele Manfrin]

Transgender nelle categorie sportive femminili: il caso Hubbard

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Negli ultimi giorni è scoppiata una polemica in seguito all’ammissione della sollevatrice pesi Laurel Hubbard alle olimpiadi di Tokyo della prossima estate. Hubbard, neozelandese, è una donna dal 2012, avendo cambiato sesso dopo 35 anni vissuti da uomo (almeno biologicamente parlando). La decisione di includerla nella categoria femminile del sollevamento pesi ha spaccato l’opinione pubblica in due. Rientra perfettamente nelle linee guida dell’International Olympic Committee in fatto di persone transgender e da molti è stata accolta con entusiasmo, come segno di inclusione. Molte critiche sono però emerse all’interno della comunità scientifica, in vari circoli femministi e persino tra molti transgender.

Secondo le linee guida elaborate nel 2015 dell’International Olympic Committee, gli atleti che passano dal sesso maschile a quello femminile possono competere nella categoria femminile senza dover necessariamente aver subito un’operazione di rimozione dei testicoli. Questo purché il loro livello di testosterone si sia mantenuto al di sotto delle 10 nanomoli per litro negli ultimi 12 mesi.

Alcuni recenti studi scientifici, però, hanno evidenziato che le persone che hanno attraversato la pubertà maschile mantengono comunque vantaggi biologici in quanto a forza e prestanza, per quanto il loro livello di testosterone possa essere clinicamente soppresso. Parliamo del “male performance advantage“, ovvero un vantaggio legato al solo fatto di essere stati maschi, di cui l’IOC, secondo le voci critiche, non tiene sufficientemente conto.

Secondo gli studiosi Hilton e Lundberg, il male performance advantage spazia dal 10 al 50% a seconda del tipo di sport. Ovviamente, gli sport in cui è più significativo sono proprio quelli che richiedono molta forza muscolare. In alcuni studi longitudinali condotti su persone che avevano soppresso il proprio livello di testosterone, si è visto che la perdita di massa muscolare è appena del 5% dopo 12 mesi di trattamento. Alcuni effetti della pubertà maschile sembrerebbero essere di fatto irreversibili. 

Chiaramente, si tratta di questioni molto delicate. Da una parte, c’è una forte volontà ad includere i transgender e dar loro gli stessi diritti di riconoscimento e partecipazione alle competizioni sportive. Dall’altra parte, le donne biologiche hanno un notevole svantaggio naturale in fatto di sport, e senza un giusto approccio basato sull’evidenza scientifica, si rischia di sacrificare i loro di diritti, per garantire quelli dei transgender. Dagli ambienti femministi sono infatti giunte molte critiche. L’associazione britannica Fair Play for Women, per esempio, si oppone all’inclusione delle donne trans nelle categorie sportive femminili e propone, in alternativa, una conversione della categoria maschile in una categoria aperta a tutti.

Come immaginabile, le critiche sono state numerose anche all’interno dell’ambiente sportivo femminile. Molte sollevatrici pesi hanno espresso solidarietà con la causa dei transgender, ma hanno comunque dichiarato di sentirsi vittime di un’ingiustizia.

[di Anita Ishaq]

Spagna: governo approva indulto ai separatisti catalani

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Il Consiglio dei Ministri del governo spagnolo ha approvato i decreti d’indulto parziale per i nove leader indipendentisti catalani condannati al carcere dopo il tentativo di secessione del 2017. Barricate da parte dei partiti di opposizione: Partito Popolare, Ciudadanos e Vox hanno annunciato che porteranno avanti tutte le azioni legali necessarie per bloccare l’iniziativa del governo.

Sospensione medici non vaccinati: la sanità è a rischio caos

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A due mesi dal decreto con cui è stato introdotto l’obbligo di vaccinazione anti Covid per il personale sanitario, le aziende sanitarie di molte regioni italiane hanno dato il via alla procedura per sospendere gli operatori che non si sono sottoposti al siero. In tal senso gli Ordini professionali, gli ospedali e le Rsa hanno comunicato, e stanno tuttora comunicando, i nominativi dei medici e degli infermieri non vaccinati delle diverse strutture sanitarie.

Secondo quanto riferito dal segretario dell’Anaao-Assomed (sindacato dei medici del Servizio sanitario nazionale) «i medici non vaccinati per il Covid-19 sul totale degli operatori sanitari, e per i quali le Asl potrebbero avviare i procedimenti di sospensione dalla professione sono una percentuale molto bassa». Tuttavia, in base ai dati che provengono dalle varie Regioni i numeri dei medici “disobbedienti” sembrano essere tutt’altro che contenuti. Tanto da far ipotizzare che la sospensione di tutti gli operatori della sanità non vaccinati potrebbe avere conseguenza molto serie sulla possibilità di continuare a garantire prestazioni sanitarie adeguate.

Stando ai dati forniti dal governo, all’interno della categoria dei sanitari sono 45.753 le persone in attesa della prima dose o della dose unica, ossia il 2,3% del totale. Nello specifico, la regione con il numero maggiore di operatori non vaccinati è l’Emilia Romagna, che ne ha 14.390 (7,8% del totale). Seguono la Sicilia con 9.214 (6,5%) e la Puglia con 9099 (6,5%). Ma ad avere la percentuale più alta è la provincia autonoma di Trento, dove i non vaccinati sono 2.205 e rappresentano l’11% del totale.

E tali numeri potrebbero in realtà rappresentare una sottostima: in Piemonte nelle scorse settimane, da una riunione convocata d’urgenza nella sanità, è infatti emerso che sono circa 20.000 i sanitari che non si sono fatti vaccinare. Tali dati sono stati sviluppati dal Csi, il Consorzio informatico, incrociando i dati del personale con quelli della piattaforma vaccinale. Inoltre, anche per la provincia autonoma di Bolzano i numeri forniti dal governo potrebbero essere inesatti. Infatti, mentre dal documento governativo risulta che tutti gli operatori sanitari siano stati vaccinati, sembra che siano stati in realtà richiamati 3.926 dipendenti: 1.108 hanno deciso di vaccinarsi mentre tutti gli altri sono stati convocati presso i centri vaccinali. Ed ai primi 28 appuntamenti si sono presentati solo in tre.

Dunque, certamente non sarà semplice portare a compimento la procedura di sospensione, a meno che non si voglia generare ulteriore caos nei confronti di un sistema sanitario danneggiato dai tagli effettuati negli ultimi anni. Già nel 2015 proprio l’Anaao-Assomed sottolineava che la sanità non potesse sopportare altri tagli. E vedendo come si è evoluta la situazione, viene da pensare che ad oggi sia ancora maggiore il bisogno di non deteriorarla ulteriormente. Infatti, negli ultimi 10 anni sono stati chiusi 173 ospedali ed il personale è stato ridotto di 46.000 unità (il 6,5% del totale). Oltre a tutto ciò, quindi, tramite tali sospensioni vi sarebbero più di 40.000 operatori in meno per il sistema sanitario.

[di Raffaele De Luca]

Repubblica Centrafricana: i mercenari russi accusati di gravi violazioni dei diritti umani

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Il gruppo Wagner è un’organizzazione paramilitare, una sorta di esercito privato, fondato nel 2014, e attivo in una serie di paesi tra cui Siria e Ucraina, ma anche Repubblica centrafricana e Sudan. Una sorta di azienda di sicurezza privata, il gruppo protegge diamanti e metalli preziosi in Africa e oleodotti e impianti petroliferi in Siria.

Ha un ruolo particolarmente rilevante nella Repubblica Centrafricana. Il paese è da tempo in subbuglio per via di lotte intestine tra gruppi ribelli, che controllano buona parte del territorio, e forze governative. Queste ultime fanno largo uso di mercenari russi. Le Nazioni Unite hanno però registrato una serie di episodi di gravi violazioni di diritti umani nella regione, che sembrano connesse con l’operato di questi mercenari.

Tra le violazioni riportate dalle Nazioni Unite figurano esecuzioni sommarie di massa, detenzioni arbitrarie, tortura nel corso di interrogazioni, sparizioni forzate, sfollamenti forzati di civili (parliamo di centinaia di migliaia di sfollati), violazioni del diritto alla salute nonché attacchi diretti contro gli operatori umanitari. Nonostante la gravità di questi episodi, nessun responsabile è stato identificato, né ha avuto luogo alcuna indagine.

Come ha riportato il quotidiano tedesco Deutsche Welle, che ha indagato la questione, le autorità russe hanno risposto a queste accuse dichiarando che «gli specialisti militari russi vengono mandati [nella Repubblica centrafricana] nel rispetto delle linee guida delle Nazioni Unite» e che la presenza russa altro non è che un aiuto per la sicurezza della popolazione locale. Il presidente Putin, oltretutto, ha sottolineato che il gruppo Wagner è indipendente dal governo russo e sulla questione diritti umani si è espresso poco.

Molte voci critiche vedono nella presenza russa nella Repubblica centrafricana, e nel continente africano più in generale, una strategia di tipo economico, più che una volontà di fornire un aiuto politico. I russi sarebbero interessati alle risorse del continente, soprattutto a oro e diamanti, intorno ai quali gira un business particolarmente redditizio. Sicuramente la Russia non fa beneficenza e ha anzi forti interessi economici che motivano le sue scelte politiche. Ma in questo, c’è da dire, è in ottima compagnia.

[di Anita Ishaq]

Grecia: scossa terremoto di magnitudo 5.1

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in Grecia, precisamente al largo delle isole del Dodecaneso, è stata registrata una scossa di terremoto di magnitudo 5.1 all’1:14 ora locale (00:14 in Italia). In base ai dati dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) italiano e del servizio di monitoraggio geologico statunitense (Usgs), il sisma ha avuto ipocentro a 14 km di profondità ed epicentro vicino alle isole di Nisiro e Kos. Fortunatamente, però, attualmente non sono stati segnalati danni a persone o cose e non è stato annunciato alcun pericolo di tsunami.

Caro Draghi, non serve il CTS: l’inutilità delle mascherine all’aperto è provata da tempo

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Nella giornata di oggi il Comitato tecnico scientifico (CTS), su richiesta del presidente del Consiglio Mario Draghi, si riunirà con il fine di fornire il suo parere circa la possibile eliminazione dell’obbligo di indossare le mascherine all’aperto, ad eccezione del caso in cui vi siano assembramenti. Ci si chiede, però, per quale motivo in Italia tale decisione sia stata presa in considerazione solo adesso e perché ci sia bisogno di aspettare il via libera degli esperti del CTS. Diverse ricerche scientifiche, infatti, da tempo hanno dimostrato che non vi sia una reale necessità di utilizzare questi dispositivi di protezione all’esterno.

In tal senso, da uno studio dell’Health Protection Surveillance Centre (Hpsc), l’ente che monitora la situazione epidemiologica in Irlanda, è emerso che solo un caso di Covid su mille è riconducibile ad un’infezione avvenuta all’aperto. Stima grossomodo confermata anche da una ricerca condotta in Cina l’anno scorso, da cui si è appreso che tra i 1245 casi di Covid analizzati, solo 3 erano attribuibili a persone contagiatesi all’aperto. Inoltre, il mese scorso il Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), l’agenzia governativa di controllo sulla sanità negli Stati Uniti, ha ammesso che le misure imposte per l’utilizzo delle mascherine all’aperto si sono basate su studi sbagliati e su stime completamente inesatte e che i dati disponibili «supportano l’ipotesi che il rischio di trasmissione all’esterno sia basso».

In più, anche le decisioni prese da alcuni paesi europei rappresentano un’ulteriore conferma della poca utilità delle mascherine all’aperto. In Polonia, ad esempio, è dal 15 maggio che tale obbligo è stato rimosso, mentre in Francia dal 17 giugno è possibile togliersi le mascherine all’esterno.

Dunque, sulla base di tutto ciò ci si chiede quale sia l’esigenza di aspettare che il CTS si esprima. Infatti non solo sono già disponibili tutte le prove necessarie per muoversi in tal senso, ma in più gli “esperti” del Comitato non sono sempre stati protagonisti di scelte impeccabili. Basterà ricordare la recente bufera scoppiata nei confronti degli Open Day per i giovani con i vaccini a vettore adenovirale, a cui il CTS aveva inspiegabilmente dato il via libera nonostante le raccomandazioni dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) di non somministrare tali sieri nelle persone al di sotto dei 60 anni.

[di Raffaele De Luca]

Perù: Castillo ha vinto, ma la destra liberista cerca il colpo di Stato

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Nonostante la vittoria alle elezioni tenutesi ormai due settimane fa non è ancora stato proclamato presidente Pedro Castillo, l’ex maestro alla guida del movimento socialista e anti-imperialista Perù Libre, uscito vittorioso alle urne. Il “Gruppo di Puebla” (importante forum politico che racchiude ex presidenti socialisti dell’America Latina) denuncia il concreto rischio di un colpo di stato militare. Opinione rafforzata dal comunicato pubblicato da un gruppo di ex ufficiali dell’esercito, che lo hanno paventato senza troppi giri di parole.

La contenditrice Keiko Fujimori, del partito liberista Fuerza Popular, ha rifiutato i risultati delle elezioni, scegliendo di screditare tutto il processo nel nome di presunti brogli e frodi elettorali. La giuria sta pazientemente analizzando tutti i voti per verificare la veridicità delle accuse, ma nel frattempo Fujimori si è investita in una campagna mediatica e propagandistica contro l’opposizione, causando forti tensioni nel paese.

Keiko Fujimori, conservatrice e figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori, ha impedito che il risultato fosse ufficializzato, chiedendo l’annullamento di 200.000 voti (Castillo ha vinto per appena 45.000) per presunte irregolarità nelle operazioni di voto. La candidata di destra ha già perso due elezioni prima di questa, ma in questo caso la vittoria potrebbe avere un’importanza particolare. La politica è infatti accusata di corruzione e in condizioni di libertà provvisoria, visto il recente rinvio a giudizio, e la pena, equivalente a 30 anni di carcere, potrebbe essere sospesa qualora lei diventasse presidente.

Vincere queste elezioni è quindi molto importante per Keiko Fujimori, anche se sembra improbabile che riesca nel suo intento: la giuria sta analizzando i voti come richiesto, ma al momento non sembra esserci stato alcun broglio. Le elezioni sono state infatti riconosciute come regolari dalla comunità internazionale e dai paesi vicini (Argentina, Bolivia), che stanno facendo pressione al Perù perché ne prenda atto. Perché allora insistere con la questione dei brogli? Qual è la strategia di Fujimori? Al momento, ritardare il più possibile il processo. A fine luglio il nuovo presidente deve prendere il potere e Fujimori spera di procrastinare fino a quel momento perché vi si arrivi senza un vincitore, per poi istigare una crisi costituzionale. Di fatto, un colpo di stato.

Nel frattempo, la situazione nel paese è molto tesa. Il partito Fuerza Popular sta aizzando le masse contro Castillo e più in generale contro lo spauracchio del “comunismo” e sta esasperando la crescente polarizzazione del popolo peruviano. La campagna è molto aggressiva. Fuerza Popular è sostenuta da El Comercio Group, un’azienda che tiene sotto controllo la quasi totalità dei media peruviani. In questi giorni, molti giornalisti che si rifiutavano di sostenere il partito sono stati minacciati e licenziati. Anche vari corrispondenti internazionali sono stati vittime di attacchi e diffamazione, come ha riportato l’associazione della stampa straniera del Perù (APEP).

Tutto questo si inserisce in un contesto particolarmente delicato: il Perù è un paese caratterizzato da forti disuguaglianze socio-economiche, aggravate dalla crisi Covid che lo ha colpito più di qualsiasi altro paese dell’America Latina. Queste sono difficoltà che, se riuscirà a vedere la sua vittoria riconosciuta, Castillo dovrà affrontare, pur essendo alla guida di un partito che non ha la maggioranza in congresso.

[di Anita Ishaq]

Svezia: Parlamento vota sfiducia al primo ministro Stefan Lofven

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Per la prima volta nella storia della Svezia il primo ministro, il socialdemocratico Stefan Lofven, è stato sfiduciato in un voto in Parlamento. La mozione di sfiducia, presentata la settimana scorsa dal partito nazionalista Democratici Svedesi, è stata approvata oggi da una maggioranza di 181 parlamentari su un totale di 349. Il premier ora avrà a disposizione una settimana di tempo per dimettersi (ed in tal caso il Parlamento verrà incaricato dal suo presidente di formare un nuovo governo) o per indire nuove elezioni.