martedì 10 Febbraio 2026
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L’Italia ha ancora un problema con la dispersione scolastica

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Secondo gli ultimi dati Eurostat, l’Italia sarebbe uno dei Paesi con il tasso più alto di abbandono scolastico. Con il suo 13,1% raggiunto nel 2020, il Bel Paese vive un’imponente dispersione scolastica, l’insieme di fenomeni che definiscono una cattiva – o, nei casi peggiori, quasi assente – istruzione. L’Italia vede dunque studenti che scelgono di abbandonare la scuola fin da giovanissimi, altri che invece ripetono più volte anni scolastici e in generale molti alunni che sono in ritardo con gli studi per i più disparati motivi. Tutto questo e altro compone ciò che viene definito come “dispersione scolastica”, di cui l’Italia è uno dei migliori esempi in Europa solo dopo Malta (con il 16,7%), la Spagna ( con il 16%) e la Romania (15,6%).

Gli studenti demotivati che cercano altro al di fuori della scuola si collocano perlopiù nelle regioni del Sud Italia, zone più povere della penisola. Il primo posto nella triste classifica è occupato dai ragazzi siciliani, in quanto il 19,4% di loro si ferma prima di iniziare le superiori. Eppure esiste un paradossale picco anche a Trento, dove si riscontra la seconda percentuale più alta di studenti che prendono solo la terza media per poi abbandonare il percorso scolastico, con una percentuale del 19%.

L’imponente abbandono scolastico e il palese livello troppo basso di istruzione dei cittadini italiani ha spinto il Governo a prendere provvedimenti. Il 24 giugno 2022 è infatti stato approvato il DM 170, volto a definire in che termini contrastare la dispersione scolastica. Il decreto approvato è interno al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), manovra volta a migliorare qualitativamente più settori. Per quanto riguarda l’argomento istruzione, il Ministero competente ha stanziato 500 milioni di euro per ora (parte del miliardo e mezzo del finanziamento previsto) per interventi sulla fascia di studenti che va dai 12 ai 18 anni.

Un’iniziativa che nasce da un vero e proprio bisogno, visto come gli studenti italiani siano stati riconosciuti tra i meno intenti a continuare gli studi o a prendere in maniera seria i percorsi scolastici. Non a caso il 9,5% dei diplomati finirebbe le superiori con competenze base assolutamente inadeguate, almeno stando alle prove Invalsi. Ecco dunque come nel PNRR sia stato essenziale porre anche un ingente finanziamento alle scuole, che entro il 2026 si spera vedano un netto miglioramento. L’intenzione è infatti quella di arrivare alla data prefissata con almeno 2,9 punti percentuali di abbandono scolastico in meno. Per questo è ora stato approvato il primo step del piano per contrastare la dispersione scolastica. I primi 500 milioni di fondi degli 1,5 miliardi di euro sono indirizzati a più di 3.000 istituti scolastici, perlopiù collocati nel Sud della Penisola (il 51,16% del totale, nonché 255,8 milioni di euro). Per quanto le intenzioni sembrino buone, alcuni sindacati hanno criticato a priori l’azione del governo, in quanto dare soldi “alla cieca” senza davvero comprendere quale sia il problema di fondo non potrà mai essere una soluzione efficace e definitiva.

[di Francesca Naima]

Mercoledì 6 luglio

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9.30 – Ucraina, il governatore della regione di Donetsk ha invitato 350 mila civili residenti a evacuare in vista di una imminente offensiva russa.

10.10 – UE, Von der Leyen: “prepararsi a nuovi tagli gas russo”.

12.30 – Omicidio Attanasio, carabinieri dei Ros in Congo per interrogare 5 uomini sospettati dell’uccisione dell’ambasciatore italiano.

13.45 – Incontro Conte-Draghi: scansata la crisi di governo dopo minacce 5 Stelle di uscire dalla maggioranza per mancato emendamento a Superbonus.

15.15 – Tassonomia, Europarlamento non si oppone a inclusione gas e nucleare tra attività sostenibili.

16.20 – Dl Aiuti: governo pone la fiducia, votazione domani.

17.30 – UK, Johnson: “non mi dimetto, voglio resistere”, ma altri due ministri rassegnano le dimissioni.

18.15 – Marmolada, salgono a 9 le vittime del crollo del ghiacciaio.

La Rai ha misteriosamente trasferito il corrispondente da Mosca Marc Innaro

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Dopo ben 16 anni, prima dal 1993 al 2001 e poi dal 2014 ad oggi, Marc Innaro non sarà più corrispondente per la Rai da Mosca. Si conclude così l’avventura russa del giornalista dapprima additato a “filo-putiniano” e poi addirittura inserito nella lista di “propagandisti russi” presentata alla Camera da esponenti del Partito Democratico e di +Europa. L’amministratore delegato di viale Mazzini, Carlo Fuortes, ha deciso di spostare il giornalista al Cairo, in Egitto, dove sostituirà il collega Giuseppe Bonavolontà, prossimo alla pensione. Una decisione giunta senza esplicite motivazioni: Innaro vi aveva già lavorato dal 2004, seguendo per l’Italia le cosiddette “primavere arabe” e la fine del regime di Gheddafi, tuttavia è difficile non pensare che quella della Rai non sia una “sentenza” e che non c’entri la politica.

Da quando è iniziato il conflitto in Ucraina la politica, in particolare il Partito Democratico, si è sempre dimostrata intollerante alle corrispondenze di Innaro: sin dalla prima “problematica” di fine febbraio, dove il giornalista, in diretta presso il Tg2, osò ricordare che l’unica ad essersi espansa dopo il crollo dell’URSS era la Nato. Nemmeno il tempo di capire e contestualizzare la sua frase che già i dem lanciarono una interrogazione in Commissione di Vigilanza Rai. Proprio Andrea Romano non si fece scrupolo a dichiarare che quelli del giornalista erano «resoconti confezionati dal Cremlino» e che occorreva prendere provvedimenti: «Gli ambasciatori vengono fatti ruotare, non rimangono 15 anni nella stessa sede proprio per evitare un eccesso di identificazione col Paese nel quale vivono. Mi domando se non sia il caso di fare lo stesso con i corrispondenti Rai». Ma anche il resto della politica non si è dimostrato da meno. Solo per citare un esempio, il senatore con doppia tessera Lega-Fi Francesco Giro aveva dichiarato: «Basta con Marc Innaro, il corrispondente filorusso della Rai da Mosca. Basta! Fermatelo!».

Ma qual è esattamente la colpa di Innaro? Ad un’analisi obiettiva non si può dire sia quella di essersi fatto megafono della cosiddetta propaganda russa, critica che sui media dominanti viene mossa un po’ contro chiunque, parlando di Ucraina, esprima un pensiero critico sulla condotta del Governo Draghi o dell’Occidente in generale. Paradossalmente l’unica colpa imputabile ad Innaro pare essere quella di aver rispettato i principi del mestiere giornalistico, a costo di smontare attraverso dati e dichiarazioni alcune argomentazioni che trovava scorrette. E questo evidentemente non andava bene. Ne ricordiamo alcune.

La teoria della “guerra lampo”: in diretta a Cartabianca Innaro disconfermò quella narrazione tutta costruita che la Russia avesse intenzione di condurre “una guerra lampo”, così come quella, ancora più infondata, secondo cui “il piano” fosse quello di terminare il conflitto entro il famoso 9 maggio, giorno di celebrazione della vittoria della Russia sulla Germania nazista. «Qui – disse Innaro – non li ho mai sentiti dire (i russi) che in Ucraina sarebbe stata una guerra lampo. E francamente non ho nemmeno mai sentito parlare della data del 9 maggio come una sorta di data entro la quale risolvere il conflitto. Questi (i russi) sapevano benissimo che non sarebbe stato facile».

La “Russia isolata nel mondo” è un’altra delle narrazioni ripetute ad nauseam. Interpellato dall’Adnkronos Marc Innaro fece banalmente notare che la chiusura di grandi aziende occidentali, come Coca Cola, Starbucks, o anche Facebook, non sia così impattante per la Russia. Soprattutto che la somma della popolazione dei paesi considerati non ostili fa qualcosa come 4 miliardi di persone: «Stiamo parlando di più del 60% del pianeta – aveva detto detto il giornalista – a voi le conclusioni».

Un episodio importante è quello riguardo il presunto attacco russo alla centrale nucleare di Zaporizhzhia. I primi di marzo circolò la “notizia” che i russi avessero attaccato questa centrale nucleare. I giornali, senza alcuna verifica, se ne uscirono subito con titoloni, riportando anche le dichiarazioni forti di Mario Draghi, che aveva parlato di «scellerato attacco». In diretta dal Tg2 Innaro notò che in realtà la centrale non era stata presa di mira dai russi nelle ore precedenti, come raccontato da molti giornali: era invece sotto il controllo delle forze speciali russe già da 5 giorni. Rispetto a ciò che si diceva in Occidente poi, le autorità russe sostenevano che il livello di radioattività fosse nella norma. Non c’era quindi nessun pericolo di catastrofe, come invece si narrava. «La notte scorsa, continuano a dire qui, un gruppo di sabotatori ucraini ha attaccato il centro di addestramento del personale tecnico che è a fianco della centrale, ma l’attacco, dicono, è stato respinto».

Da notare il comportamento che ebbe un quotidiano come la Repubblica. Secondo il giornale Innaro ci era “cascato un’altra volta”. Il corrispondente dalla Russia, chiamato a intervenire proprio in quanto tale, aveva “stranamente” riportato solo fonti russe nello spazio di intervento riservatogli, e per giunta nemmeno le aveva messe in discussione. “Come se la propaganda del Cremlino – scrisse il giornale – fosse un fatto acclarato e non il frutto avvelenato di una campagna di disinformazione in corso ormai da mesi”. Come se, riprendendo le parole di Repubblica, il mestiere del giornalista fosse quello di riportare solo le fonti della parte “buona”, e non di prendere tutte le fonti disponibili e verificarle – quando possibile – o quantomeno metterle a confronto.

Ciò che in questi mesi Marc Innaro ha fatto, proprio in virtù di corrispondente, è stato condividere quello che, come più di una volta ha detto lui stesso, «si dice qua»: in Russia. Perché tra i compiti del corrispondente, farà strano, vi è anche quello di trasmettere in patria la versione dei fatti del Paese nel quale è inviato. Questo serve non per propaganda, ma per permettere ai lettori di avere maggiori elementi per farsi un’idea, e non solo quelli che provengono da una parte. Un corrispondente non divulga la posizione politica del Paese che lo ha inviato, è un lavoro che si può fare comodamente da casa, risparmiando denaro pubblico. Non può dirsi davvero libera, obiettiva e pluralista quell’informazione che considera sempre e a priori falso ciò che arriva da una certa fonte, senza la minima verifica. Men che meno se punisce un professionista che lavora per fornire un’informazione più completa.

[di Andrea Giustini]

Conte: «il M5S resta al governo»

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«Nel M5S c’è profondo disagio per gli attacchi pregiudiziali nei nostri confronti. Restiamo al governo, ma serve un forte segno di discontinuità», ha dichiarato Giuseppe Conte al termine dell’incontro con il presidente del Consiglio Mario Draghi. Scongiurato dunque il rischio di una crisi, almeno per il momento vista la precisazione del leader del M5S: «il futuro della nostra collaborazione è nelle risposte che avremo». Risposte a richieste che Conte ha consegnato a Draghi durante l’incontro e che riguardano la permanenza del reddito di cittadinanza, il salario minimo, il cuneo fiscale e il conflitto in Ucraina.

Le ragioni del viaggio di mezzo governo italiano dal “dittatore” Erdogan

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Sono lontani i tempi in cui il presidente del Consiglio Mario Draghi definiva Recep Tayyip Erdoğan «un dittatore». In poco più di un anno, Italia e Turchia sono diventati infatti «partner, amici, alleati», così come dimostrano i nove accordi siglati durante il vertice inter-governativo tenutosi ad Ankara, a pochi giorni dal summit NATO di Madrid che ha visto cadere il veto turco sull’adesione di Finlandia e Svezia in cambio della pelle dei curdi. Svariati i temi dell’incontro: dalla cooperazione per la guerra in Ucraina e soluzione allo stallo del grano e dei fertilizzanti fermi nel Mar Nero, al rafforzamento dell’interscambio economico, passando per l’energia, la Libia e gli accordi nell’industria della Difesa. Roma riconosce, dunque, il ruolo che Ankara ha assunto in Medio Oriente e in cambio promette un aumento del commercio e la persistenza del disinteresse verso l’uso delle armi vendute.

La settimana scorsa a Madrid, Draghi aveva schivato una domanda sui curdi e sul loro destino scaricando la responsabilità su Finlandia e Svezia, che permetteranno tra le altre cose l’estradizione dei membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) verso la Turchia, dopo aver offerto loro asilo negli ultimi anni. Il presidente del Consiglio italiano si è limitato a descrivere la situazione come «un punto molto importante», caduto però nell’oblio durante l’incontro con Erdoğan, dove Draghi si è limitato a «incoraggiare il presidente turco a rientrare nella Convenzione di Istanbul». Un tema tanto importante da essere dimenticato da mezzo esecutivo che ha accompagnato Draghi ad Ankara: il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, della Difesa Lorenzo Guerini, dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, della Transizione ecologica Roberto Cingolani e degli Esteri Luigi Di Maio. Questi ultimi, dopo aver raggiunto intese in Medio Oriente e in Africa per rimpiazzare le importazioni di gas e petrolio dalla Russia, hanno firmato gli accordi con i loro omologhi per ribadire e rafforzare la cooperazione energetica con la Turchia, destinata a diventare il secondo partner dell’Italia, dopo l’Algeria. Ankara ha infatti aumentato del 62,5% il volume di gas trasportato attraverso il metanodotto Tanap (gasdotto Trans-Anatolico), che si collega al Tap (gasdotto Trans-Adriatico) in Puglia.

Dal punto di vista energetico sussiste poi la questione dello sfruttamento degli idrocarburi presenti nelle acque cipriote, a cui Erdoğan si oppone per avere voce in capitolo sui profitti. La scorsa settimana l’Eni e la TotalEnergies hanno iniziato a perforare un pozzo esplorativo di gas al largo delle coste di Cipro, tuttavia una soluzione definitiva è ancora lontana, bloccata dai rapporti tra Grecia e Turchia, che nel 1974 invase l’isola in risposta alle rivendicazioni dei nazionalisti ciprioti circa l’annessione alla Grecia. Durante il vertice inter-governativo di ieri è stata invece espressamente sottolineata la volontà di aumentare l’interscambio economico lungo l’asse Roma-Ankara. «Abbiamo superato i 23 miliardi di dollari e quest’anno possiamo raggiungere anche i 25 miliardi», ha dichiarato Erdoğan al termine dell’incontro, per poi aggiungere: «con l’Italia abbiamo rapporti militari e della Difesa e siamo d’accordo per svilupparli e approfondirli». Il riferimento è ai 42 milioni di euro di armi vendute dal nostro paese nel 2021 e all’intesa raggiunta nel vertice circa «la protezione delle informazioni nell’industria della Difesa», che ha la finalità di garantire la sicurezza dei documenti classificati scambiati tra le parti nell’ambito delle attività di sviluppo industriale e approvvigionamento in campo militare.

Spazio poi alla condanna alla guerra in Ucraina e alla necessità dell’accordo che vede protagonisti la Turchia e le Nazioni Unite nella cessazione dello stallo relativo al grano nel porto di Odessa. L’ottimismo di Erdoğan, secondo cui in massimo dieci giorni si arriverà a un risultato positivo, si scontra con la realtà: il silenzio di Putin e la mancanza di un piano alternativo, non presente nei temi del G7 conclusosi nei giorni scorsi in Germania. Dopo il lavoro diplomatico tra Mosca e Kiev, la Turchia punta a rafforzare il ruolo di intermediario tra le fazioni di Tripoli, Misurata, Bengasi e Tobruk, con la benedizione dell’Italia, dal momento in cui l’Eni – a causa della precarietà politica della Libia – non estrae il petrolio e il gas di cui avrebbe bisogno.

[di Salvatore Toscano]

Un anticorpo ha sconfitto il cancro al colon-retto in uno studio sperimentale 

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Un anticorpo ha sconfitto il cancro al colon-retto in uno studio sperimentale effettuato da un gruppo di ricercatori del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, negli Stati Uniti. La ricerca è stata condotta su dodici pazienti, con un’età media di 54 anni, i quali sono guariti dal tumore senza sottoporsi né a interventi chirurgici né a cicli di chemioterapia, ma solo a un trattamento basato sulla somministrazione dell’anticorpo monoclonale dostarlimab.

Ai pazienti coinvolti è stato fatto assumere il farmaco per infusione ogni tre settimane, per un lasso di tempo lungo sei mesi. L’esperimento, ovviamente, nel caso in cui la cura non fosse andata come previsto, avrebbe previsto un “piano B”: cicli di chemioterapia o interventi chirurgici nel periodo subito dopo il trattamento sperimentale. Questi, tuttavia, non si sono rivelati necessari. Inoltre, seppur generalmente un paziente su cinque riporti effetti collaterali in risposta a questo genere di terapia – quali debolezza muscolare o difficoltà nella deglutizione -, nessuno dei volontari ha accusato malesseri. Un aspetto indubbiamente positivo, ma da prendere ancora con le pinze, in quanto potrebbe essere dovuto o al numero ridotto di soggetti coinvolti nella ricerca o al tipo di tumore.

Il dostarlimab è un anticorpo monoclonale, ovvero un tipo di proteina prodotto in laboratorio con tecniche di DNA ricombinante, che imita la capacità del sistema immunitario di combattere i virus. Entrando più nello specifico, questo tipo di composto organico stimola la risposta immunitaria perché, rendendo visibili le cellule tumorali alle difese naturali dell’organismo, questa le trova e le combatte. Mai prima d’ora si era arrivati alla scomparsa completa del cancro – certificata per almeno sei mesi da diversi esami clinici (PET, endoscopia, risonanza magnetica) -, in tutti i partecipanti.

Un farmaco simile, il pembrolizumab, era già stato sperimentato nel 2017, su 86 pazienti affetti da diversi tipi di cancro metastatico, da Luis A. Diaz, uno degli autori dello studio. I soggetti avevano sì tumori differenti, ma presentavano tutti la stessa mutazione genetica che impedisce alle cellule di riparare i danni causati al DNA. Dopo un anno o due dall’assunzione del farmaco, il 10% dei pazienti era guarito, mentre la metà si era stabilizzata. È stato questo buon risultato a fare sorgere un quesito importante: se il trattamento fosse iniziato con largo anticipo, prima della formazione e diffusione delle metastasi? Da qui è partita la sperimentazione sui pazienti con tumore al colon-retto localizzato e affetti dalla stessa mutazione genetica dei partecipanti alla ricerca del 2017. Questa ha dato un risultato storico ma da considerare ancora provvisorio, poiché se è vero che, per ora, in nessun caso il cancro si sia ripresentato, è opportuno approfondire e attendere più tempo per capire se si possa parlare di guarigione.

[di Eugenia Greco]

Tassonomia: Europarlamento non si oppone a inclusione gas e nucleare tra attività sostenibili

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Il Parlamento europeo ha respinto una risoluzione di rigetto relativa alla proposta di tassonomia della Commissione Ue. Con 328 voti contrari, 278 voti favorevoli e 33 astenuti, gli eurodeputati non si sono dunque opposti all’atto delegato sulla tassonomia della Commissione, che prevede l’inserimento del nucleare e del gas tra le attività economiche considerate sostenibili dal punto di vista ambientale. Quest’ultimo dunque può continuare il suo iter e se anche il Consiglio europeo non si opporrà, entrerà in vigore il 1° gennaio 2023.

Colao annuncia la rivoluzione digitale che «nessun futuro governo potrà smontare»

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Il Ministro per l’innovazione tecnologica e digitale, Vittorio Colao, ha deciso: tutti i dati dei cittadini dovranno essere digitalizzati e contenuti in un portafoglio elettronico sempre consultabile, mentre sta lavorando affinché il progetto assuma una dimensione europea. Come spiegato dallo stesso Colao ieri in conferenza stampa, infatti: «l’obiettivo è creare una vera e propria Schengen del digitale», ossia un Qr code contenente tutti dati e i documenti validi a livello europeo. L’Italia ha l’ambizione di porsi come avanguardia e apripista del progetto di digitalizzazione, che rientra nel contesto più ampio di riforme previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e necessarie per ottenere i fondi del Next Generation EU.

Il Ministro per la transizione digitale – facendo il punto sullo stato di attuazione del PNRR in materia di digitalizzazione e innovazione – ha spiegato che sono stati stanziati 20 miliardi nei settori digitale e spazio e che «ad oggi sono stati allocati o assegnati circa 15 miliardi, quasi 11 miliardi sul digitale, 4 miliardi sullo spazio». Ma la dichiarazione più importante – e anche più preoccupante – del Ministro è quella secondo cui «il percorso delle riforme è tracciato, nessun futuro governo potrà fermarlo». Una tale esternazione evidenzia inequivocabilmente quanto poco potere abbiano in realtà gli esecutivi eletti dal popolo di fronte a decisioni prestabilite a tavolino da agende sovranazionali rispetto alle quali cittadini e politica non hanno voce in capitolo. Un dato di fatto che indebolisce notevolmente quel concetto di “democrazia” costantemente ostentato dalla classe politica europea.

Dunque, il disegno dei rappresentanti di Bruxelles – sostenuto anche da organizzazioni extranazionali ed estremamente influenti come il World Economic Forum – prevede un Paese interamente digitalizzato, connesso e online dove tutto sarà potenzialmente controllabile e tracciabile. Nulla potrà sfuggire a quello che pare a tutti gli effetti un “grande occhio digitale”, dal sapore vagamente orwelliano.
L’idea è quella di estendere a tutti il possesso di un’identità digitale e di un portafoglio virtuale – come, ad esempio, l’App Io già utilizzata per il green pass – in cui saranno contenute tutte le informazioni che riguardano la vita di una persona: dai documenti al conto bancario, dalla tessera elettorale fino al fascicolo sanitario elettronico: quest’ultimo, in particolare, “custodirà” l’intera storia del nostro corpo e renderà possibile anche trattamenti sanitari a distanza che sono quelli su cui punta la “nuova” sanità 4.0. Non è un mistero, infatti, che attraverso le tecnologie più avanzate sia possibile monitorare in tempo reale l’organismo di un individuo nelle sue funzioni vitali, aggiungendo così un elemento ulteriore di possibile controllo sulla vita fisica dei cittadini. Si tratta del consolidamento del cosiddetto biopotere, già inaugurato da vaccini e green pass.

Un altro obiettivo fondamentale del ministero di Colao per trasformare l’Italia in una nazione “smart” è rappresentato dall’estensione onnipervasiva della rete 5G, che dovrà raggiungere anche i borghi più isolati del Paese entro il 2026. Durante la conferenza stampa di ieri, l’ex AD di Vodafone ha asserito, infatti, che «saremo il primo Paese europeo che avrà il 100% di fibra per il 5G, copriremo il 99% della popolazione e le reti a banda larga saranno per il 94% in fibra», aggiungendo anche che «a dicembre di quest’anno avremo completato tutta l’architettura digitale del Paese». A dispetto di quanto narrato, la rete 5G non è pensata tanto per la popolazione, quanto per fare decollare la cosiddetta Quarta rivoluzione industriale (4RI), in quanto permette il collegamento di milioni di oggetti alla Rete, rendendo possibile così l’automazione del lavoro, pilastro della 4RI, ma anche minaccia per milioni di posti di lavoro.

A tal fine, è necessario collegare tra loro i cavi delle antenne 5G: per questo, lo Stato ha assegnato 725 milioni alla Tim per “rilegare” antenne in 5G – ben 11 mila – alla fibra, coprendo così il 90% delle spese.
Tutto ciò rientra nella Strategia italiana per la Banda Ultra Larga, monitorata attentamente dall’Unione europea. Il governo e il ministero di Colao hanno lanciato per la sua realizzazione 5 bandi di gara, inclusi i due del 5G, finanziati dal piano di rilancio europeo (PNRR): tutti i bandi prevedono che la proprietà delle nuove reti resti appannaggio delle imprese private che le realizzano. Sarà poi il Garante delle Comunicazioni (l’AgCom) a dettare le regole affinché eventuali altre aziende concorrenti possano noleggiare queste reti d’avanguardia a prezzi equi.

Altri due punti importanti del progetto di digitalizzazione riguardano le amministrazioni pubbliche e la questione del contante: nel primo caso, si prevede il caricamento sul cloud di almeno il 75% delle amministrazioni italiane; nel secondo, la limitazione all’uso del contante va inserita proprio all’interno del progetto digitale che renderà possibile il controllo totale sui movimenti bancari degli utenti e non solo: le transazioni elettroniche, infatti, sono fonte di grande guadagno per gli istituti di credito grazie alle commissioni, che possono variare dall’1 al 4%.

Dietro alla facciata avanguardistica che si sta cercando di attribuire al Paese grazie a quello che dovrebbe essere il più grande ammodernamento tecnologico, dunque, si nascondono diversi problemi e rimangono, altresì, gravi criticità: una sanità sempre meno efficiente che ha visto il taglio di milioni di fondi e in cui manca personale medico e infermieristico, una scuola sempre più prostrata alle logiche di mercato piuttosto che alla formazione culturale, disoccupazione e disagi sociali, cui ora si è aggiunto un altissimo tasso di inflazione.

Si vedrà presto, dunque, se (e come) la digitalizzazione del Paese contribuirà a risolvere questi problemi strutturali, oppure se tale “ambizione” si rivelerà essere solo l’ennesimo “disegno futuristico” di una élite ormai sempre più distante dai problemi concreti della nazione e dei cittadini.

[di Giorgia Audiello]

 

Non si ferma la protesta dei tassisti contro la riforma del governo Draghi

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Ha preso il via nella mattina di ieri 5 luglio lo sciopero di 48 ore dei tassisti di tutta Italia, al quale hanno aderito quasi tutte le sigle sindacali. La protesta riguarda l’art. 10 del ddl Concorrenza, che determina la deregolamentazione del settore e che per tale motivo i tassisti vogliono sia del tutto abolito. Il governo, tuttavia, ha chiaramente mostrato di non voler nemmeno prendere in considerazione questa opzione. Ieri vi sono stati cortei a Milano e Roma, dove i manifestanti si sono scontrati con la polizia, mentre oggi la protesta sarà estesa ad altre città.

L’art. 10 del ddl Concorrenza prevede “l’adeguamento dell’offerta di servizi alle forme di mobilità che si svolgono mediante applicazioni web che utilizzano piattaforme tecnologiche per l’interconnessione dei passeggeri e dei conducenti” e “la promozione della concorrenza, anche in sede di conferimento delle licenze, al fine di stimolare standard qualitativi più elevati”. Come in altri Paesi europei, dunque, quali Francia, Spagna e Germania – nei quali pure vi sono state dure proteste -, verrebbero in questo modo introdotte senza limitazioni app per gli spostamenti su ruota quali per esempio Uber, liberalizzando completamente il settore e ponendolo nelle mani delle multinazionali.

A detta del governo il provvedimento sarebbe stato richiesto come condizione dall’Unione europea al fine di poter ottenere i fondi del Pnrr. L’ultimo confronto tra i sindacati e il ministero per le Infrastrutture e la Mobilità sostenibili si è svolto lunedì 4 luglio e non ha avuto buon esito: la viceministra Teresa Bellanova (Italia Viva) ha infatti dichiarato che non vi è alcuna intenzione di cancellare o modificare l’art. 10, ma che il governo è comunque «disponibile a portare avanti il confronto per chiarire meglio e puntualizzare». La viceministra ha poi precisato che l’intenzione sarebbe quella di distinguere «il ricorso alle piattaforme di intermediazione da quelle di interconnessione», in quanto «Le prime sono gestite da altri soggetti a pagamento, le seconde sono quelle che oggi usano anche molti tassisti. Nel momento in cui c’è la distinzione c’è anche la possibilità, per i tassisti, di aderire a una o a tutte e due le piattaforme, ma questo non può essere impedito. Si tratta di una maggiore efficienza per la categoria e una maggiore disponibilità per l’utenza». Come sottolinea Nicola Di Giacobbe di Unica Cgil taxi, tuttavia, «Il tentativo che c’è dietro questa delega è dare in mano questo servizio alle multinazionali, fonte dello sfruttamento del lavoro altrui. Il governo ci pone la richiesta di una delega che rimandiamo al mittente. Siamo pronti a venire a un tavolo di concertazione per migliorare il servizio ma diciamo no alla legge delega».

A Roma ieri mattina i manifestanti si sono trovati in piazza della Repubblica per dare il via ad un corteo che ha sfilato per le vie della città fino ad arrivare in piazza Venezia, recando striscioni quali “Draghi, non te lo chiede l’Europa, te lo chiede Uber”. Arrivati di fronte alla sede del governo di Palazzo Chigi i manifestanti sono riusciti per qualche minuto a forzare i blocchi della polizia, che è poi riuscita a farli arretrare verso la Galleria Alberto Sordi. Da lì i tassisti hanno iniziato a lanciare fumogeni in direzione di piazza Colonna e a intonare cori contro il premier Draghi, assente perché in Turchia per incontrare Erdogan. A Milano alcune categorie arrivano a un tasso di adesione del 100%, garantendo solamente le corse del servizio sociale quali per esempio il trasferimento di persone fragili in ospedale. Le mobilitazioni proseguono oggi, con manifestazioni e cortei previsti in tutte le principali piazze italiane.

[di Valeria Casolaro]

Decreto Aiuti, M5S a maggioranza: senza Superbonus lasciamo la maggioranza

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La maggioranza di governo rischia di spaccarsi definitivamente sul decreto Aiuti, per via della norma sul Superbonus voluta dai 5 Stelle, che si dicono pronti a uscire dalla maggioranza in caso di esito negativo. Mentre PD e Leu si mostrano disposti ad accogliere le istanze del Movimento, Italia Viva e dimaiani, insieme a Lega e Forza Italia, sono contrari e premono perché il discorso sia chiuso con la fiducia. La discussione, prevista alla Camera ieri, è stata rinviata a oggi, ma la via della fiducia sembra la più probabile. Ancora più atteso è ora l’incontro tra Conte e il premier Draghi, di rientro da Ankara.