La gestione dei cookie è innegabilmente fastidiosa. Le iniziative europee che avrebbero dovuto aiutare gli utenti a mantenere il controllo dei propri dati sono state tradotte dalle aziende in banner molesti, invasivi e, fin troppo spesso, non conformi alle normative vigenti. Le imprese, a loro volta, hanno a lungo lamentato che i banner per i cookie fossero l’esempio più lampante dell’iperregolazione dell’Unione Europea, tale da complicare notevolmente il loro operato. Ebbene, il Digital Omnibus si apprestava a rimuovere questi famigerati pop-up, ma sono state proprio le Big Tech a fare pressioni affinché l’idea venisse depennata.
Sul web, aprendo una nuova pagina, si viene regolarmente accolti da banner che chiedono il permesso di raccogliere quanti più dati possibile sull’utente: una scelta che, sulla carta, si dovrebbe poter accettare o rifiutare con eguale facilità, ma che nella realtà complica spesso la vita a chiunque non desideri farsi profilare ogni volta che naviga in rete. I portali impongono i propri strumenti di memorizzazione delle abitudini online – i cosiddetti “cookie” – facendo leva su stratagemmi di dubbia ammissibilitá, dark pattern che, portati davanti ai regolatori, si dimostrano spesso in contrasto con la lettera della legge. Un’operazione che, tuttavia, andrebbe condotta caso per caso, rendendola di fatto difficilmente applicabile su larga scala.
Un’iniziativa pensata per migliorare la vita dei cittadini europei è stata deformata e corrotta al punto che sono gli stessi utenti a essere pronti a cedere tutte le proprie informazioni pur di sottrarsi al logorio di dover sfogliare schermate su schermate per poter semplicemente esercitare il proprio diritto al dissenso. Consapevoli di questa situazione, i legislatori UE stavano valutando di sfruttare il Digital Omnibus per eliminare del tutto i banner dei cookie, sostituendoli con un segnale automatico capace di semplificare la vita a tutte le parti coinvolte. Un’impostazione prevista dall’Art. 88b che avrebbe consentito a ogni browser di configurare le proprie preferenze predefinite, trasmettendole autonomamente ai siti visitati.
Di fronte a questa prospettiva, Google ha improvvisamente rivelato di essere molto affezionata a quei frustranti banner. La Big Tech ha commissionato un report – reso pubblico ieri da noyb – in cui si sostiene che una simile rivoluzione stravolgerebbe il mercato delle inserzioni, privando complessivamente le aziende coinvolte di circa 50 miliardi di euro, pari a oltre un terzo degli introiti totali stimati nel documento. Secondo quanto riscontrato, ristabilire il diritto dei cittadini a non essere tracciati intaccherebbe i guadagni di chi si arricchisce con la pubblicità; ma ció dimostra soltanto che quei guadagni vengono oggi ottenuti attraverso la coercizione, ponendo le persone davanti a pagine opache e scoraggianti che li spingono deliberatamente a compiere le scelte che vanno a vantaggio delle aziende.
In passato Google ha cercato di inquadrare le proprie preoccupazioni richiamando il danno che un simile taglio di risorse infliggerebbe ai media d’informazione. Tuttavia, i social network stanno già da tempo cannibalizzando i flussi pubblicitari che un tempo alimentavano le casse delle testate giornalistiche, e l’AI Overview di Google – lo strumento che sintetizza i contenuti del web in un’unica risposta agile – ha inferto un ulteriore colpo al settore, mettendolo in ginocchio. Google sorvola inoltre sul fatto che, fiutando il cambiamento nell’aria, anni fa stesse valutando di realizzare qualcosa di simile a quanto proposto dal Digital Omnibus, intavolando un “Privacy Sandbox” che avrebbe sollevato le persone dalla fatica dei cookies, ma accentrando ulteriore potere sulla Big Tech.
Che si tratti di difendere i giornalisti o di scongiurare un salasso economico, la Commissione Europea ha comunque scelto di far scomparire il famigerato Art. 88b. Paesi come Germania, Francia e Polonia hanno spinto apertamente in questa direzione; l’Italia ha assunto una posizione più ambigua, limitandosi a mettere in dubbio la fattibilità tecnica della soluzione proposta, in quanto avrebbe richiesto azioni di controllo su ogni singolo browser in commercio – un’operazione per cui mancherebbero le adeguate risorse umane. Evidentemente, Roma trova più agevole e realistico vigilare su ogni singolo sito presente sul web. Uno per uno.




