La gestione dei cookie è innegabilmente fastidiosa. Le iniziative europee che avrebbero dovuto aiutare gli utenti a mantenere il controllo dei propri dati sono state tradotte dalle aziende in banner molesti, invasivi e, fin troppo spesso, non conformi alle normative vigenti. Le imprese, a loro volta, hanno a lungo lamentato che i banner per i cookie fossero l’esempio più lampante dell’iperregolazione dell’Unione Europea, tale da complicare notevolmente il loro operato. Ebbene, il Digital Omnibus si apprestava a rimuovere questi famigerati pop-up, ma sono state proprio le Big Tech a fare pressioni affinché l’idea venisse depennata.
Sul web, aprendo una nuova pagina, si viene regolarmente accolti da banner che chiedono il permesso di raccogliere quanti più dati possibile sull’utente: una scelta che, sulla carta, si dovrebbe poter accettare o rifiutare con eguale facilità, ma che nella realtà complica spesso la vita a chiunque non desideri farsi profilare ogni volta che naviga in rete. I portali impongono i propri strumenti di memorizzazione delle abitudini online – i cosiddetti “cookie” – facendo leva su stratagemmi di dubbia ammissibilitá, dark pattern che, portati davanti ai regolatori, si dimostrano spesso in contrasto con la lettera della legge [1]. Un’operazione che, tuttavia, andrebbe condotta caso per caso, rendendola di fatto difficilmente applicabile su larga scala.
Un’iniziativa pensata per migliorare la vita dei cittadini europei è stata deformata e corrotta al punto che sono gli stessi utenti a essere pronti a cedere tutte le proprie informazioni pur di sottrarsi al logorio di dover sfogliare schermate su schermate per poter semplicemente esercitare il proprio diritto al dissenso. Consapevoli di questa situazione, i legislatori UE stavano valutando di sfruttare il Digital Omnibus per eliminare del tutto i banner dei cookie, sostituendoli con un segnale automatico capace di semplificare la vita a tutte le parti coinvolte. Un’impostazione prevista dall’Art. 88b che avrebbe consentito a ogni browser di configurare le proprie preferenze predefinite, trasmettendole autonomamente ai siti visitati.
Di fronte a questa prospettiva, Google ha improvvisamente rivelato di essere molto affezionata a quei frustranti banner. La Big Tech ha commissionato un report [2]– reso pubblico ieri da noyb – in cui si sostiene che una simile rivoluzione stravolgerebbe il mercato delle inserzioni, privando complessivamente le aziende coinvolte di circa 50 miliardi di euro, pari a oltre un terzo degli introiti totali stimati nel documento. Secondo quanto riscontrato, ristabilire il diritto dei cittadini a non essere tracciati intaccherebbe i guadagni di chi si arricchisce con la pubblicità; ma ció dimostra soltanto che quei guadagni vengono oggi ottenuti attraverso la coercizione, ponendo le persone davanti a pagine opache e scoraggianti che li spingono deliberatamente a compiere le scelte che vanno a vantaggio delle aziende.
In passato Google ha cercato di inquadrare [3] le proprie preoccupazioni richiamando il danno che un simile taglio di risorse infliggerebbe ai media d’informazione. Tuttavia, i social network stanno già da tempo cannibalizzando i flussi [4] pubblicitari che un tempo alimentavano le casse delle testate giornalistiche, e l’AI Overview di Google – lo strumento che sintetizza i contenuti del web in un’unica risposta agile – ha inferto un ulteriore colpo [5] al settore, mettendolo in ginocchio. Google sorvola inoltre sul fatto che, fiutando il cambiamento nell’aria, anni fa stesse valutando di realizzare qualcosa di simile a quanto proposto dal Digital Omnibus, intavolando un “Privacy Sandbox” [6]che avrebbe sollevato le persone dalla fatica dei cookies, ma accentrando ulteriore potere sulla Big Tech.
Che si tratti di difendere i giornalisti o di scongiurare un salasso economico, la Commissione Europea ha comunque scelto di far scomparire il famigerato Art. 88b. Paesi come Germania, Francia e Polonia hanno spinto apertamente in questa direzione; l’Italia ha assunto una posizione più ambigua, limitandosi a mettere in dubbio [7] la fattibilità tecnica della soluzione proposta, in quanto avrebbe richiesto azioni di controllo su ogni singolo browser in commercio – un’operazione per cui mancherebbero le adeguate risorse umane. Evidentemente, Roma trova più agevole e realistico vigilare su ogni singolo sito presente sul web. Uno per uno.