giovedì 2 Aprile 2026

La storia infinita dei depistaggi sulla strage che uccise Paolo Borsellino

A soli 57 giorni dalla tremenda strage di Capaci, il 19 luglio 1992 un’autobomba esplodeva a Palermo, in via Mariano D’Amelio, uccidendo il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. A distanza di quasi 34 anni, però, grossi pezzi di verità sul quel massacro sono ancora tutti da scrivere. Sin da quel pomeriggio, infatti, entrò in funzione una clamorosa macchina del depistaggio che coinvolse uomini delle istituzioni di cui oggi conosciamo nomi e cognomi e altri di cui, invece, ancora oggi ignoriamo l’identità. In corso, infatti, ci sono ancora inchieste e processi che stanno cercando di rimettere insieme i pezzi dopo anni di deviazioni delle indagini sull’eccidio. Dalle nuove sentenze, inoltre, emerge il disegno di chi, all’interno dello Stato, ha lavorato per proteggere soggetti esterni a Cosa Nostra e cancellare le tracce più scomode.

Il furto dell’agenda rossa

I magistrati Giovanni Falcone (a sinistra) e Paolo Borsellino (a destra)

Al centro del depistaggio c’è la sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, il taccuino su cui il magistrato annotava dai giorni della strage di Capaci riflessioni riservate, dal luogo della strage. L’agenda, contenuta nella borsa di cuoio che si trovava sul sedile posteriore della macchina su cui il magistrato aveva viaggiato prima di essere ucciso, venne prelevata dall’auto nei minuti successivi all’esplosione della bomba: sappiamo che passò dalle mani di Rosario Farinella, carabiniere e membro della scorta dell’allora deputato (e precedentemente pm al Maxiprocesso) Giuseppe Ayala, il quale la prelevò dall’auto e la consegnò a una persona non meglio identificata; poi, tra le 17.20 e le 17.30, fu nella disponibilità di un capitano dei Carabinieri, Giovanni Arcangioli, che venne ripreso mentre la portava all’uscita di via D’Amelio. La borsa ritornò poi nell’auto da cui era stata tolta, per poi essere prelevata dall’agente Francesco Paolo Maggi, che la portò in Questura, nella stanza del capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera.

La storica sentenza della Corte d’Assise di Caltanissetta al processo “Borsellino-Quater” – confermata dalla Corte di Cassazione, che l’ha resa definitiva – viene collegato a un altro macroscopico depistaggio che si verificò sulle indagini sulla strage di Via D’Amelio, che fu incarnato dalle false dichiarazioni rese ai magistrati dal finto pentito Vincenzo Scarantino e costituì il frutto di «un proposito criminoso determinato essenzialmente dall’attività degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri». I giudici di Caltanissetta hanno infatti sancito che «c’è un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, sicuramente desumibile dall’identità di uno dei protagonisti di entrambe le vicende», per l’appunto La Barbera, il quale sarebbe stato «intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa» e il cui ruolo fu «fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia». Nel 2023, la Procura di Caltanissetta aveva inviato le forze dell’ordine nella casa della moglie e di una delle figlie di La Barbera, che risultano indagate per ricettazione aggravata dal favoreggiamento alla mafia, dopo che un testimone vicino alla sua famiglia aveva raccontato agli inquirenti che l’agenda rossa di Borsellino era stata nascosta nella casa dell’ex questore. I carabinieri hanno sequestrato una lunga serie di documenti, ma l’agenda non è stata trovata.

La Barbera e Scarantino

In foto: Arnaldo La Barbera

Come già accennato, il secondo pilastro del depistaggio è la “costruzione” di una schiera di falsi collaboratori di giustizia, istruiti e gestiti da una parte degli investigatori per confezionare una ricostruzione artefatta della strage. Il caso più emblematico è quello di Vincenzo Scarantino, piccolo balordo di quartiere non facente parte della compagine di Cosa Nostra, il quale iniziò a “collaborare” nel giugno 1994 e per anni venne ritenuto attendibile. Le sue dichiarazioni portarono a condanne all’ergastolo per innocenti, poi annullate in sede di processo di revisione. Solo nel 2008, le dichiarazioni del vero pentito Gaspare Spatuzza (killer del clan di Brancaccio e vero esecutore materiale dell’attentato a Borsellino) fecero crollare definitivamente il castello di menzogne.

Nel frattempo, gli uomini di fiducia di La Barbera sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa Nostra per aver esercitato un «pressing fatto di minacce, anche psicologiche, maltrattamenti e manomissioni di prove» per indurre Scarantino a depistare le indagini. Eppure, La Corte d’Assise di Appello di Caltanissetta ha confermato la prescrizione del reato di calunnia aggravata per i poliziotti Mario Bo e Fabrizio Mattei, dichiarandola anche per un terzo poliziotto imputato, Michele Ribaudo, che in primo grado era stato assolto. Molto esplicite, però, le motivazioni, che hanno evidenziato che «non vi possono essere dubbi sul fatto che tutti e tre gli imputati aderirono alle direttive impartite da La Barbera consapevoli di stare instradando un ‘collaboratore’ inattendibile al fine di costruire attorno a lui un’aura di attendibilità e rafforzarlo nelle sue dichiarazioni calunniose, né si può discutere del fatto che essi potessero avere dubbi legittimi sull’innocenza delle persone da costui accusate».

Di La Barbera, scrivono i giudici, «è emersa la capacità di coltivare relazioni e di accreditarsi non solo negli ambienti delle forze dell’ordine e degli uffici giudiziari, non solo tra gli uomini dei servizi di sicurezza nazionale, ma anche tra gli appartenenti alla criminalità organizzata o alle articolazioni più opache degli stessi servizi di sicurezza». Secondo la Corte d’Appello, se si devono «ricostruire le finalità che volle perseguire La Barbera con la sua azione nel depistare le indagini», le evidenze acquisite permettono di concludere che il poliziotto volle «agevolare chi intendeva tutelare assetti di interessi e di potere diversi e più compositi del sodalizio mafioso che procedette all’esecuzione dell’attentato». Infatti, egli «certamente sapeva che stava coprendo responsabilità diverse da quelle di esponenti di cosa nostra», ma «mostrava anche di volerne colpire articolazioni e struttura in una prospettiva minimalista ma funzionale ad agevolare gli apparati più che l’organizzazione; o meglio ad agevolare alcuni esponenti di cosa nostra laddove accomunati da responsabilità con esponenti degli apparati».

Le bugie di Avola

Il collaboratore di giustizia catanese Maurizio Avola

L’ultimo capitolo di questa storia si è protratto fino al novembre 2025, quando il gip di Caltanissetta Santi Bologna ha accolto la richiesta di archiviazione della Procura, chiudendo un’inchiesta che per anni aveva alimentato polemiche e speranze. Al centro, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia catanese Maurizio Avola, che si era autoaccusato di aver fatto parte del commando che uccise Paolo Borsellino e aveva coinvolto nell’esecuzione anche i boss Aldo Ercolano, Marcello D’Agata ed Eugenio Galea. I magistrati non hanno però mai creduto a quella versione, ritenendola un cumulo di menzogne. Le ragioni del diniego sono molteplici e puntuali. Innanzitutto, la «tardività della scelta collaborativa»: Avola iniziò a parlare delle stragi dopo venticinque anni, un ritardo che il gip ha ritenuto incompatibile con un percorso genuino di collaborazione, a differenza di quanto avvenuto con Gaspare Spatuzza, il cui percorso fu «certamente sofferto sul piano intimistico, ma lineare sul piano dell’esternazione». Avola, divenuto collaboratore nel 1994, era già stato espulso dal programma di protezione per la commissione di nuovi reati, circostanza che minava ulteriormente la sua credibilità.

Ma la prova decisiva è un documento del 1992 ritrovato dalla Dia: il giorno prima della strage di via D’Amelio, Avola fu fermato a Catania da una pattuglia della polizia. Nella relazione di servizio, un agente annotò: «Ha il braccio ingessato». Avola tentò di sostenere che si trattava di un falso gesso, creato per procurarsi un alibi, ma gli investigatori hanno rinvenuto anche la radiografia che confermava la frattura. Impossibile, dunque, che potesse trovarsi a Palermo per partecipare all’attentato. Il gip ha inoltre sottolineato le contraddizioni emerse durante il sopralluogo in via Villasevaglios, dove sorgeva il garage utilizzato dai boss di Brancaccio per imbottire l’autobomba. Condotto sul luogo da pm e Dia, Avola non seppe indicare né lo scivolo del garage né riconoscere la saracinesca. Spatuzza – il vero esecutore della strage – non lo ha mai identificato come presente. Le rivelazioni di Avola avevano suscitato grande clamore mediatico, anche perché raccolte in un libro dal giornalista Michele Santoro e presentate in prima serata su La7. Il gip ha evidenziato come «in alcuni punti il narrato di Avola è anche contraddittorio» e che «le captazioni effettuate non hanno consentito di accertare se e in che misura le sue dichiarazioni siano state eterodirette», lasciando aperto il dubbio (mai chiarito) che dietro le sue parole potesse esserci una regia occulta.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

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