Mafie e scommesse: l’alleanza tra criminali e professionisti nell’azzardo di Stato

Il gioco d’azzardo legale in Italia è un colosso da circa 150 miliardi di euro all’anno, un volume in costante crescita che lo rende uno dei mercati più redditizi al mondo. Proprio nei meandri di questo settore, nato – almeno sulla carta – per sottrarre business alla criminalità, le mafie hanno però trovato il loro nuovo eldorado: la liberalizzazione, infatti, non ha eliminato il gioco illegale, ma semplicemente spostato gli interessi mafiosi verso l’ambito legale, protetto e iper-regolamentato dallo Stato. Le mafie non gestiscono più solo bische clandestine, ma controllano pezzi della filiera del gioco pubblico. Secondo quanto messo nero su bianco dalla Direzione Investigativa Antimafia (DIA), il gioco d’azzardo rappresenta oggi per molte consorterie mafiose «una fonte primaria di guadagno, presumibilmente superiore al traffico di droga, alle estorsioni e all’usura». Parole che rendono al meglio l’idea del peso di questo oliato sistema criminale.

I metodi di infiltrazione 

Le mafie hanno adottato strategie sofisticate e diversificate per penetrare nel mercato legale, sfruttandone le vulnerabilità. Le indagini e le ricerche più puntuali sul tema, come il report dal titolo Il gioco delle mafie. Regolazione, mercati e criminalità nell’azzardo, recentemente pubblicato dagli studiosi Federico Esposito, Lorenzo Picarella e Rocco Sciarrone, fotografano un’infiltrazione che avviene principalmente in due segmenti: le slot machines (in particolare le AWP) e il gioco online. Nel settore delle slot, le cosche agiscono spesso nel segmento dei “gestori”, ovvero gli intermediari tra i grandi concessionari e i bar o le tabaccherie.

Le cosche agiscono spesso nel segmento dei “gestori”, ovvero gli intermediari tra i grandi concessionari e i bar o le tabaccherie.

I metodi principali sono due: la diffusione di apparecchi modificati (truccati per alterare le vincite a danno dello Stato o del giocatore) e l’imposizione violenta dei cosiddetti “totem”, dispositivi ibridi che permettono di scommettere su piattaforme online non autorizzate. Come da tradizione, anche in questa filiera il ricorso dei mafiosi all’intimidazione e alla violenza è frequente al fine di eliminare la concorrenza e costringere gli esercenti a scegliere di installare le macchine controllate dai clan. Nel gioco online, le mafie sono in particolare abili a sfruttare le asimmetrie normative tra Italia e altri Paesi europei. Il loro baricentro operativo sono i Centri di Trasmissione Dati (CTD) e i Punti di Vendita e Ricarica (PVR), locali fisici che fungono da ponte per operatori esteri. Le cosche (spesso come “master”) si incaricano di diffondere sul territorio queste strutture, offrendo ai bookmaker stranieri servizi di “protezione” e garantendo l’accesso al mercato italiano in cambio di una lauta percentuale. Qui il fulcro del business mafioso è il riciclaggio: si accettano scommesse in contanti, violando palesemente la normativa, e si ripuliscono i capitali illeciti attraverso vincite fasulle o complesse operazioni finanziarie.

L’“area grigia”  

Come è facile immaginare, cruciale è il ruolo dell’“area grigia”: le mafie raramente operano in prima persona, ma stringono alleanze con imprenditori e professionisti – avvocati, commercialisti, esperti informatici – che forniscono il know-how tecnico, legale e logistico necessario. Viene così resa possibile la creazione di reti criminali a geometria variabile, dove il confine tra legale e illegale è volutamente sfumato. Le mafie mettono a disposizione capitale, controllo territoriale e capacità intimidatoria quando serve, ottenendo in cambio ricavi continuativi e canali per il riciclaggio. Una importante relazione sul tema dell’influenza e del controllo criminali sulle attività connesse al gioco d’azzardo nelle sue varie forme è stata prodotta dalla Commissione Parlamentare Antimafia relativa alla XVIII Legislatura. Nello specifico, il documento è stato redatta dal IV Comitato, coordinato dal senatore del Movimento 5 Stelle Giovanni Endrizzi.

Il Comitato ha evidenziato l’aspetto centrale della “vulnerabilità” del settore, provocata non soltanto dall’appetibilità economica dello stesso, ma da una problematica più strutturale: «Le pene edittali per questo tipo di reati sono inspiegabilmente troppo miti – si legge nella relazione –. Quest’ultimo aspetto preclude alla polizia giudiziaria di ricorrere a speciali tecniche investigative». Nella relazione si spiega che il gioco d’azzardo è attrattivo per i clan dal momento che essi «riescono a controllare sale giochi, punti scommesse e bar e quindi questo tipo di infiltrazione è congeniale a quello che le organizzazioni mafiose devono necessariamente fare, cioè controllare il territorio». Grazie alle caratteristiche del segmento criminale, le mafie sono in grado di «entrare in contatto con soggetti del mondo imprenditoriale, a volte in possesso di elevate competenze tecniche, e anche di entrare in contatto con soggetti delle pubbliche amministrazioni, attraverso metodologie di tipo collusivo», spiega la relazione. Come appurato da diverse indagini dell’autorità giudiziaria, le varie organizzazioni criminali di stampo mafioso, in primis Cosa Nostra, ’Ndrangheta e Camorra sono solite riunirsi «in partnership» al fine di «sfruttare il business dei giochi e delle scommesse». Il Comitato inquadra inoltre «la gestione su piattaforme illegali di scommesse su eventi sportivi, l’accesso a giochi da casinò online attraverso siti internet dislocati in Paesi esteri privi di concessione a operare in Italia e che consentono quindi il gioco in violazione della normativa nazionale» come «ulteriore aspetto che merita particolare approfondimento».

Le inchieste

La cronaca giudiziaria degli ultimi anni offre un campionario impressionante di casi. Negli ultimi vent’anni la magistratura italiana ha avviato decine di indagini che attestano la presenza mafiosa nelle filiere dell’azzardo. In particolare, sono innumerevoli le operazioni giudiziarie sul tema svolte nel meridione, sia nelle regioni a tradizionale insediamento mafioso che non, le quali documentano sia l’utilizzo delle AWP e dei totem per ricavare profitti illeciti sia l’uso di strutture societarie e licenze estere per le scommesse online. Solo per citare i casi più emblematici finiti sotto la lente della magistratura negli ultimi anni, a Napoli un imprenditore è riuscito a costruire un vero e proprio impero delle slot machines alleandosi con decine di clan camorristici per imporre i suoi apparecchi nelle province di Napoli e Caserta (Tribunale di Napoli, 2009).

Le indagini lo descrivono come il “contraente forte” dello scambio, capace di usare strumentalmente la violenza mafiosa per dominare il mercato. A Bari, un imprenditore ha stretto accordi con diversi clan locali – anche in contrapposizione tra loro – per conquistare il monopolio della distribuzione delle slot in tutti i quartieri della città (Tribunale di Bari, 2019). In Calabria, un imprenditore legato alla ’Ndrangheta è diventato operatore di scommesse a Malta, per poi diffondere in tutta la regione una rete di CTD illegali affiliati a bookmaker esteri, avvalendosi della consulenza di professionisti per aggirare le norme (Tribunale di Reggio Calabria, 2015). A Catania, un clan di Cosa Nostra ha compiuto un salto di qualità: da semplice “master” per un operatore estero, è riuscito ad acquisire una licenza a Curaçao e a diventare esso stesso concessionario illegale, sfruttando la propria rete territoriale per diffondere le proprie piattaforme (Tribunale di Catania, 2018 e 2021). Un compendio di circostanze che dimostra un’evoluzione strategica: le mafie non si limitano a estorcere o a infiltrarsi, ma diventano attori imprenditoriali a tutti gli effetti in un settore iper-tecnologico e globalizzato.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

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1 commento

  1. Se questo rappresenta la nuova imprenditoria mafiosa, fotografa comunque l’immagine di uno Stato che supporta il sistema mafioso e alimenta il mercato di milioni di persone ludopatiche.
    Uno Stato che regolamenta e tiene sotto controllo il gioco è un istigatore non un garante.
    E come su tutte le altre vendite patologiche dal fumo all’alcool ne trae profitto.
    E tutti i partiti di qualunque colore non sono stati in grado di promuovere alternative sane e serie a queste debolezze sociali.

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