Il sequestro, le botte, le urla. Il sangue. E poi il silenzio, prima di altre botte, di altre urla e di altro sangue. Simona Zecchi ha passato buona parte della sua vita professionale a cercare di capire, e di ricostruire, cosa sia successo la notte del 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia, a due passi dal delta dove il Tevere si tuffa pigramente in mare. Sul fango e tra le buche di un campo di calcio dove perfino un filo d’erba era un miraggio, tutt’intorno una distesa di baracche in lamiera e le promesse mai mantenute di tanti politici di farlo diventare un posto più dignitoso. Bisogna capire i luoghi, a volte, prima di capire le cose che gli succedono dentro. Con tre libri negli ultimi dieci anni, l’ultimo uscito da poco (Pasolini: ordine eseguito, Ponte alle Grazie, pagg. 336), con un poderoso archivio di documenti, una memoria da elefante divisa e ordinata in cassetti e scomparti, e con un serie di indizi suffragati da testimonianze e atti giudiziari, Simona Zecchi è riuscita in buona parte a dare risposte alle domande che in questo Paese si fanno in tanti – ma non tutti – ormai da mezzo secolo: cosa e chi c’è davvero dietro al delitto di Pier Paolo Pasolini, il Poeta dell’impegno civile nato il 5 marzo 1922 nel quartiere Santo Stefano a Bologna (compirebbe 104 anni), l’intellettuale totale che coi suoi libri, le poesie, i film e gli articoli sui giornali, ha raccontato, scavato e denunciato e si è spinto dove nessuno osava?
Soprattutto tra il 1969 e il 1973, quando è iniziata la stagione delle stragi e delle trame oscure, e lui si è via via allontanato dalla letteratura e dalla cultura per diventare un cronista dei fatti che succedevano, firmando di fatto e consapevolmente la sua condanna a morte, come ha dimostrato l’imponente lavoro dell’autrice. Pasolini giornalista di inchiesta nel suo significato più vero, disposto ad andare avanti a costo di pagare il prezzo più alto, la propria vita. Quello che cerca la verità e non si ferma né davanti ai potenti né tantomeno ai prepotenti, quello che si interrogava sulle responsabilità dello Stato e delle istituzioni negli orrori di quell’epoca in cui si pianificavano colpi di Stato, e in cui il confine tra la democrazia e il mostro che stava per fagocitarla è stato più volte molto, molto sottile. La piovra oscura di affari, intrecci, politica e violenza che aveva cominciato a soffocare questo Paese e lo avrebbe fatto per i decenni a seguire: «Io so, ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi» l’incipit del suo pezzo sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974, un anno prima di essere ammazzato di botte la notte dei Morti. In quell’anno, nel corso di quei dodici mesi, gli antefatti di quella che sembra sempre più la cronaca di un delitto annunciato. Un precipitare di eventi e di personaggi che ha avuto il suo Zenith all’Idroscalo.
Un perfetto capro espiatorio

Un processo, nel 1979, concluso dopo tre gradi con una condanna a 9 anni e sette mesi per Pino Pelosi, il ragazzo di vita che era in compagnia di Pasolini quella notte e a cui è stata data la colpa di tutto, anche se il Tribunale dei Minorenni lo aveva inizialmente assolto: la Corte di Assise e poi la Cassazione hanno stabilito che è stato lui ad uccidere il poeta, al culmine di una lite e durante un’intimità omosessuale rubata ad occhi indiscreti. Una sentenza così poco convincente che la Procura di Roma per tre volte ha poi riaperto l’inchiesta, e per tre volte ci sono state altrettante archiviazioni: l’ultima nel 2015, quando fu lo stesso pm Francesco Minisci a chiederla al Gip. Un lavoro imponente degli inquirenti che ha prodotto sette faldoni, nei quali sono confluiti molte carte delle precedenti inchieste, un plotone di 120 sospettati e gli accertamenti scientifici con i reperti raccolti dai Ris e con le tracce di Dna evidenziate. Da questa montagna, che ha prodotto un topolino chiamato Pelosi, un capro espiatorio perfetto ma non puro, come spiega la stessa Zecchi («anche lui aveva i pantaloni sporchi di sangue, e non era il suo»), dopo un lavoro che per lustri ha cercato e verificato indizi, particolari, testimonianze, ha riletto le carte e ha collocato il tutto sotto una luce diversa. L’autrice è riuscita a mettere gran parte delle tessere al proprio posto, raccogliendo pezzi sparsi e impauriti di verità, testimonianze in gran parte inedite, riannodando i fili di una vicenda che era stata definita, e tale doveva rimanere, ”una faccenda tra froci”.
«Pelosi sapeva della trappola»

Tutto parte dalla ricostruzione dell’ultima notte di Pasolini, i pezzi del tetro mosaico e della bestiale violenza. L’agonia del poeta è durata molto più di quello che hanno poi certificato i verbali e il referto dell’autopsia, è stato tutto molto peggio del già terribile che ci si potrebbe immaginare. Gli orari sono cruciali e quelli ufficiali non coincidono con quello che è poi venuto fuori nel corso di questa lunghissima istruttoria giornalistica. Prima di tutto, appunto, “Pino la Rana” ha condotto Pasolini in fondo ad un buco da cui non poteva uscire vivo: può darsi che nell’incoscienza dei suoi 17 anni non lo immaginasse, può darsi che non abbia realizzato che lo stava “portando a dama”, come dicono a Roma. Ma Pasolini certamente ha avuto tutto il tempo di rendersi conto che andava incontro ad un’agonia e che non ne sarebbe uscito vivo. Il retroscena è noto e ha aperto, se possibile, altre porte su altri possibili personaggi coinvolti. Riguarda infatti la quindicina di “pizze” del film Salò o le 120 Giornate di Sodoma sottratte dagli studi della Technicolor, sulla Tiburtina, il 15 agosto 1975. Gli ignoti ladri avevano rubato anche 9 bobine del Casanova di Fellini e una cinquantina dello spaghetti-western Un genio, due compari e un pollo di Damiano Damiani. Un furto con riscatto ideato dalla mala romana che però nel caso degli ultimi due cineasti, non ha cavato un ragno dal buco, perché sul set di quei film fecero a meno delle bobine sottratte. Nel caso di Pasolini, invece, ci fu una richiesta di denaro molto elevata e si aprì una trattativa per la restituzione tra il poeta e Sergio Placidi, un personaggio appartenente al sottobosco del crimine capitolino e dalle ampie zone d’ombra. Ma anche Sergio Citti ha poi confermato che il furto delle “pizze” fu l’esca con cui Pasolini fu attirato all’Idroscalo quella notte. Per l’argomento del film Salò e le attinenze con quello che è racchiuso negli Epstein files, Simona Zecchi suggerisce un paragone e una circolarità tra due vicende molto lontane nel tempo, ma effettivamente non così diverse nelle loro dinamiche, nei loro segreti inconfessabili e nei potenti coinvolti. Resterebbe solo da capire, in quest’epoca balorda, a chi possa toccare il ruolo che fu di Pasolini che aveva «un’enorme capacità di guardare avanti e vedere le cose prima degli altri».
Sequestro di persona ad Acilia
Contrariamente a quello che ha raccontato Pelosi in un libro autobiografico vergato come per togliersi un macigno dal cuore, lui e Pasolini non sarebbero arrivati da soli all’Idroscalo per poi incontrare gli aggressori. A bordo dell’Alfa Romeo GT argento metallizzato del poeta, su cui i due viaggiavano dopo aver cenato al “Biondo Tevere”, in prossimità di Acilia – dove Pelosi ha chiesto una sosta per andare in bagno – è salita almeno un’altra persona. Ed è andato in scena il sequestro mai raccontato di Pier Paolo Pasolini. Li aspettavano proprio lì, Pelosi lo ha fatto apposta, e li hanno bloccati. Qualcuno ha preso il volante dell’auto al posto di Pasolini, sulla vettura sono stati poi trovati vestiti non appartenenti né al poeta e neppure al giovane amico, e l’ha condotta al campo di calcio dove è iniziato il massacro. Verosimilmente, tenendo Pasolini sotto la minaccia di un’arma da fuoco. E quando l’Alfa è arrivata all’Idroscalo, c’erano almeno tredici persone ad attenderla, questo è venuto fuori dal lavoro investigativo di Zecchi. Il delitto – una feroce esecuzione in piena regola – è stato preparato con meticolosa precisione. Dopo aver costruito l’alibi perfetto, un litigio tra omosessuali sfociato nel dramma e col colpevole già pronto e impacchettato (Pelosi ha scritto di essere stato minacciato: o vai in galera, o vai sottoterra), tutta la scena del massacro e le conseguenze sono state apparecchiate con cura. Per dare la lezione che meritava allo scrittore che continuava a ficcare il naso nei misteri italiani e nei loro burattinai, è stata allestita una specie di squadra della morte con una composizione piuttosto variegata. Secondo Simona Zecchi, c’erano almeno tre personaggi appartenenti all’eversione di destra che in quegli anni bui aveva le sue frange più estreme in Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo. Con loro, una variegata manovalanza di balordi e malavitosi di borgata, come Johnny lo Zingaro che a 14 anni aveva già compiuto il suo primo omicidio, e sulla piazza di Roma era un “cane sciolto” a chiamata, come si direbbe oggi. Molto apprezzato soprattutto per le qualità nel pilotare fuoriserie. Come la Ferrari che Antonio Mancini, uno dei fondatori della Banda della Magliana, gli vide portare con maestria tra sgommate e piroette.
È passata mezzanotte quando Pasolini viene tirato giù di prepotenza dalla sua Alfa GT e, proprio davanti allo scheletro della porta di calcio, viene colpito violentemente con una sbarra di ferro, per stordirlo e fiaccarlo, e successivamente con un violento calcio ai testicoli. Quando crolla a terra succede il primo “sormontamento” del suo corpo con le ruote dell’auto, uno dei tanti che sono stati fatti fino a ridurre pietosamente il cadavere di Pasolini. Non tutti quelli che sono sul posto, non tutto il branco, però, partecipano al pestaggio mortale. Non lo fa, per esempio, Antonio Pinna, un meccanico di Monteverde legato al clan dei marsigliesi – che in qualche modo era presente, e che proprio in quel periodo stava passando il bastone del comando di Roma a quelli della Magliana – tanto abile coi motori quanto a guidare auto in fuga dalla “madama”. Pinna conosceva Pasolini da anni, il poeta attingeva a lui anche per il suo vocabolario popolare, e in un parola pare non se la sia sentita di infierire sul suo amico erudito e gentile. Sul suo conto girano anche strane storie, come quando fu fermato nel 1979 per guida senza patente, anche se lui ufficialmente è scomparso tre anni prima, ammazzato con un colpo di rivoltella sparato a bruciapelo dal francese Albert Bergaminelli, uno dei boss dei marsigliesi. Quella volta, però, Pinna aveva un’Alfa GT uguale a quella di Pasolini e per questo fu arruolato per la spedizione all’Idroscalo, due auto uguali in scena per confondere più possibile le acque. Anzi, pare che addirittura fossero tre le Alfa gemelle. La terza apparteneva a Dino Pedriali, un fotografo legato da amicizia a Pasolini da lui ritratto in alcune pose poi diventate famose. Gliela rubarono qualche tempo prima del delitto e la fecero ritrovare a Catanzaro dopo l’esecuzione all’Idroscalo. Un furto senza apparente spiegazione, se non quella di rientrare in un’esecuzione pianificata nei dettagli per confondere e annebbiare tutto, più velocemente possibile.
«Sono tornati indietro a finire il loro lavoro»

Anche perché Pasolini non sarebbe morto dopo la prima violenta aggressione, che lo ha lasciato esanime a terra. Secondo i verbali, il cadavere è stato rinvenuto alle 6.30. L’autopsia data la morte nelle 16/48 ore precedenti, non proprio un capolavoro di precisione. Fatto sta che le indagini di Simona Zecchi rivelano un particolare agghiacciante: il branco, che se n’era andato dopo aver infierito sul poeta, fa marcia indietro e torna all’Idroscalo. Forse non sono sicuri di aver portato a termine la loro missione, gli viene forse il dubbio che Pasolini sia sopravvissuto e le sue grida abbiano potuto attirare l’attenzione di qualcuno. Infatti Bruna e Rita Formichetti, 7 e 9 anni che vivono proprio davanti al campo di calcio dove stanno massacrando Pasolini, poco prima della “marana” – la palude in romanesco – di acqua e di fango dove giocano tutti i giorni con altri bambini, incuranti dell’umidità e dei fetori, sperando di non calpestare qualche siringa usata, in piena notte sono attirate dal rumore e dalla luce e dei fari. Si svegliano e coi genitori si affacciano sul balcone, per vedere le sagome di una o più auto che rombano e passano come sopra a qualcosa, sobbalzano, e poi tornano indietro e ci ripassano, e ci ripassano ancora, finché non vedono un gran tramestio di gambe in controluce che si muovono e di portiere che si aprono e chiudono, finché non finisce tutto, col corpo irriconoscibile di Pasolini supino a terra.
Forse il più grande poeta del ‘900 ridotto ad una maschera di sangue e fango, inerte e oltraggiato. Nel mezzo, nell’intermezzo di tempo tra quando il branco finalmente sgomma via e quando invece era tornato indietro, altre prolungate torture sul suo corpo e la sua agghiacciante consapevolezza di tutto quello che gli stava succedendo. Se si pensa come per mezzo secolo sia stata orchestrata la narrazione dell’omicidio a sfondo omosessuale, si può avere un’idea anche vaga di come in questo Paese la libera informazione sia un problema piuttosto datato. Succedono poi altre cose che rendono la vicenda, già di per sé agghiacciante, ancora più cupa. C’è un ebreo russo che vive nei paraggi e che testimonia di aver visto una gazzella dei carabinieri in giro da quelle parti alle cinque di mattina, poco dopo che il branco ha fatto perdere le proprie tracce, ma molto prima di quello che risulta essere l’orario ufficiale di scoperta del cadavere di Pasolini: avvisata da chi? O in zona di sua iniziativa? A fare cosa? Poi c’è il fermo di Pelosi che vaga sul lungomare, sempre ben prima degli orari riportati dai verbali, e c’è l’Alfa GT di Pasolini che viene poi ritrovata abbandonata sulla Tiburtina e condotta per competenza nella caserma dei carabinieri di Castro Pretorio. Chi ce l’ha portata, visto che è un bel pezzo lontano dall’Idroscalo di Ostia?
Un omicidio di Stato
Simona Zecchi spiega molto bene che per capire cosa sia successo la notte del 2 novembre 1975, bisogna riavvolgere il nastro di qualche mese. Diversi mesi. Bisogna arrivare a marzo di quell’anno, quando comincia uno scambio di corrispondenza molto particolare. Ossia quella tra lo stesso Pasolini e Giovanni Ventura, il terrorista di Ordine Nuovo coinvolto insieme a Franco Freda nella strage di Piazza Fontana per la quale vengono condannati in primo grado all’ergastolo a Catanzaro (dove il processo viene spostato da Milano per «mancanza di serenità»), per poi essere assolti in via definitiva dalla Corte di Appello di Bari. Ventura, scappato in Argentina dove è morto a 65 anni per distrofia muscolare, all’epoca cercava probabilmente uno “sdoganamento” a sinistra. Una specie di salvacondotto. E forse aveva individuato in Pasolini il Caronte che avrebbe potuto aiutarlo a togliersi di dosso i panni del killer senza scrupoli al servizio di qualche potere oscuro. Forse voleva semplicemente lavarsi la coscienza, vai a sapere. Per questo, comunque, lo cerca, gli scrive, lo invita a dialogare. Anche se Pasolini che gli risponde una sola volta e lo invita ad «uscire dall’ambiguità» e a fare i nomi dei politici coinvolti.

Simona Zecchi ha avuto modo di accedere all’archivio di Ventura e alle lettere che il terrorista ha inviato al poeta fino ad ottobre 1975. L’ultima missiva ricevuta da Pasolini è dell’8 ottobre 1975: meno di un mese prima di essere ucciso. Difficile non pensare che non ci sia un nesso con la fine che ha fatto quella notte. La ricostruzione compiuta dall’autrice, in modo inequivocabile, offre una chiave di lettura al delitto dell’Idroscalo che appare sempre di più come un omicidio di Stato. A Pasolini che, in quegli anni di piombo di strage, di misteri e di forze occulte e deviate, voleva mettere sotto processo la Democrazia Cristiana al governo con Moro IV, Ventura gli vuole offrire le prove del coinvolgimento della Balena bianca, o meglio di alcuni suoi esponenti, nelle stragi che hanno insanguinato l’Italia, a cominciare proprio da quella di Piazza Fontana che in un certo senso è la madre di tutte le altre e per la quale Pasolini ha iniziato il proprio impegno civile, sperando forse che il poeta gli possa regalare una nuova vita. Il movente per l’omicidio dell’Idroscalo ci sarebbe già: Pasolini lo aveva in tasca, nero su bianco, e questo probabilmente non poteva lasciare tranquilli certi segmenti delle istituzioni e della politica.
Ventura consegna a Pasolini una polpetta avvelenata, sapendo di farlo, ma sapendo anche che potrebbe essere il suo salvacondotto per voltare pagina. Anche Pasolini lo sa, ne è consapevole. Una volta dice «se vogliono vengano pure a prendermi, basta che non tocchino mia madre». Saltano fuori anche strane storie di soldi del piano Marshall utilizzati per tutt’altro di quello che doveva essere, un piano di ricostruzione e ripartenza, oggi si direbbe di resilienza. Salta fuori, soprattutto, che Pasolini era intercettato da tempo. Avevano cominciato a spiarlo mesi prima dell’omicidio, con un finto attentato ad una centralina della Sip che permise a qualcuno di mettergli sotto controllo il telefono di casa. Era controllato anche Ventura, però. In carcere le sue mosse e le sue parole non cadevano nel vuoto. Qualcuno lo ascoltava e aveva probabilmente capito la strana ma pericolosissima liason – per il Palazzo che tanto Pasolini aveva osteggiato – tra il poeta civile e il terrorista nero di Ordine Nuovo. Il generale e agente segreto Gianadelio Maletti, ex capo del controspionaggio Sid, condannato per il depistaggio sulla strage di Piazza Fontana, parlando con Simona Zecchi aveva definito Pasolini «un uomo pericoloso per le istituzioni». Avrebbe anche confermato che il poeta era pedinato dall’Ufficio Stragi del Sid: erano loro che ascoltavano le chiamate di Pasolini, ignaro di essere pedinato per quello che sapeva e per quello che avrebbe ancora potuto scoprire. Curiosamente, il giudice istruttore Gianfranco Migliaccio che ha curato la terza istruttoria sul processo di Catanzaro sulla strage di Piazza Fontana, occupandosi soprattutto del ruolo dei servizi segreti deviati nella vicenda, pur essendo a conoscenza del carteggio tra Ventura e Pasolini, non l’ha mai acquisito agli atti semplicemente perché gli era «passato di mente». Lo stesso carteggio, tuttavia, è misteriosamente scomparso dagli archivi di Pasolini, tanto è vero che Simona Zecchi vi ha avuto accesso tramite la famiglia di Ventura. Sulle vicenda torbida eppure forse molto chiara di Pier Paolo Pasolini e sui segreti inconfessabili della politica e delle istituzioni di quegli anni, si è occupata genericamente l’Antimafia nel 2022, ma non è mai stato creato nessun organo monocamerale dedicato. Anche se, come ha detto qualcuno, «in Italia, se vuoi tenere nascosta una cosa, fai una commissione parlamentare».




Illuminante…