La sterilizzazione dei non idonei: l’eugenetica di ieri, di oggi e di domani

Numerosi Paesi occidentali prevedono il ricorso alla sterilizzazione forzata di soggetti ritenuti dallo Stato non idonei alla riproduzione, nonostante sia considerata una pratica lesiva dei diritti umani e vietata da diverse convenzioni internazionali, tra le quali la Convenzione di Istanbul e lo Statuto di Roma. Questa pratica è l’esempio lampante di ciò che Michel Foucault chiamava biopolitica, descrivendo l’implicazione diretta tra potere politico e vita biologica. Sviluppato negli anni ’70, questo pensiero spiega come lo Stato gestisca i processi biologici (natalità, mortalità, salute) della popolazione, trasformando la vita stessa in oggetto di gestione politica e capitalistica.

I giustificativi e il lessico si sono evoluti nel tempo. Oggi gli Stati che praticano la sterilizzazione parlano di «migliore interesse», concetto cardine della violenza burocratica al servizio dell’eugenetica del nuovo millennio. Con sterilizzazione forzata si intende il procedimento eseguito senza conoscenza libera, preventiva e informata del soggetto sul quale verrà praticata. In altre parole, i soggetti sottoposti non sanno cosa viene fatto loro oppure subiscono pressioni tali da accettare senza però aver compreso appieno ciò che viene fatto loro. 

Come evidenziato da Human Rights Watch, queste pratiche non sono “cure”, ma violazioni fondamentali dei diritti umani che alimentano lo stigma e l’esclusione sociale. Sono operazioni che vengono effettuate senza necessità mediche urgenti, ma semplicemente per un pregiudizio sociale radicalizzato. Nel corso della storia eugenetica della sterilizzazione possiamo osservare l’intersezionalità tra etnia, genere e disabilità delle persone che subiscono tale violenza. 

«Tre generazioni di imbecilli sono sufficienti» 

Il giudice Oliver Wendell Holmes Jr.

Il 2 maggio 1927, con un voto di 8 a 1, la Corte Suprema degli Stati Uniti emise una sentenza che avrebbe segnato la vita di decine di migliaia di persone. Il giudice Oliver Wendell Holmes Jr., nel caso Buck v. Bell, scrisse parole che ancora oggi risuonano come una condanna biologica: «È meglio per tutto il mondo se, invece di aspettare l’esecuzione della prole degenerata per un crimine o di lasciarla morire di fame per la sua imbecillità, la società può impedire a coloro che sono manifestamente inadatti di continuare la loro specie. Tre generazioni di imbecilli sono sufficienti». 

Contrariamente a quanto si possa sperare, quella sentenza non è un reperto archeologico. Non è mai stata annullata. Ancora oggi l’ombra di Carrie Buck si allunga sui tribunali di 31 Stati americani, rivelando come il controllo dello Stato sul corpo dei “non conformi” non sia una deviazione storica, ma una costante della coercizione burocratica. Un incubo che crederemmo confinato al passato ma che invece appartiene anche al presente. 

Stati Uniti: il laboratorio mai chiuso 

Negli Stati Uniti la sterilizzazione forzata non è una pratica confinata ai libri di storia che narrano le atrocità del primo Novecento, come accaduto alle donne native americane agli inizi del secolo scorso. Un rapporto del Government Accountability Office del 1976 mostrò come, nel giro di pochi anni, la percentuale di donne native americane in età fertile che erano state sterilizzate senza il loro consenso era compresa in una forbice tra il 25 e il 50%.

E non solo loro erano nel mirino. La politica eugenetica statunitense prevedeva la sterilizzazione di tutte le donne appartenenti a minoranze etniche che fossero ritenute “inadatte” o comunque un peso per il welfare. Sebbene oggi i casi in cui si può procedere con sterilizzazione forzata siano in numero minore rispetto al passato, un rapporto dettagliato del National Women’s Law Center (NWLC) mostra che sono ancora 31 gli Stati americani, più il District of Columbia, che consentono legalmente la sterilizzazione forzata. Solo due Stati, Alaska e Connecticut, hanno reso illegale questa pratica nella sua interezza. 

Nel 2020, ben prima che l’ICE diventasse famosa come oggi, sono emersi dettagli agghiaccianti riguardanti procedure ginecologiche non consensuali nei centri di detenzione dell’agenzia governativa in Georgia, dove le donne immigrate venivano sottoposte a interventi di rimozione dell’utero senza una reale necessità medica e senza il loro consenso. In altre parole, venivano effettuate sterilizzazioni forzate. Uno scandalo che portò, nel 2021, alla chiusura di due centri di detenzione dell’ICE. È la dimostrazione che, quando il corpo appartiene a un soggetto “indesiderabile”, lo Stato si sente autorizzato a reclamarne il controllo biologico. 

Il meccanismo è ancora più subdolo che in passato e si muove nelle pieghe del sistema delle tutele legali (conservatorship o guardianship). In gran parte del territorio statunitense, i giudici conservano il potere di autorizzare isterectomie o vasectomie su individui considerati “incapaci”, spesso senza che questi abbiano espresso un consenso o siano stati pienamente informati. La decisione si basa esclusivamente su una valutazione esterna del “migliore interesse” della persona, un concetto elastico che spesso maschera la comodità dei tutori e il risparmio per le casse pubbliche, oltre che soddisfare certe idee di purezza della razza e della società che negli USA piacciono molto di più di quel che si potrebbe pensare. 

Europa: il faro opaco dei diritti umani 

L’Europa, che spesso si erge a paladina globale dei diritti civili, nasconde una realtà altrettanto inquietante. Secondo l’European Disability Forum (EDF), la sterilizzazione forzata è ancora legale e istituzionalizzata in almeno 14 Stati membri. In tre di questi, Repubblica Ceca, Ungheria e Portogallo, è permessa anche la sterilizzazione dei minori. Solo 9 Paesi hanno criminalizzato esplicitamente la pratica. Eppure, alcuni di questi, mantengono comunque delle eccezioni circoscritte. 

Nel maggio 2024, l’Unione Europea ha adottato la sua prima direttiva sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica. Sebbene il testo riconosca finalmente la sterilizzazione forzata come una forma di violenza, il compromesso politico ha portato a un risultato amaro: la pratica non è stata resa un reato penale obbligatorio in tutti gli Stati membri. Questa “timidezza” legislativa lascia migliaia di donne con disabilità in una zona grigia giuridica, dove la loro integrità fisica è subordinata alla decisione di un medico o di un tutore legale. 

Questo avviene nonostante la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (CRPD), ratificata da quasi tutti i membri UE, proibisca esplicitamente ogni forma di trattamento medico forzato. La discrepanza tra il diritto internazionale e la prassi nazionale crea cittadini di “serie B”, la cui dignità di genitori è giudicata a priori come “non idonea”. 

Eugenetica: un’ideologia trasversale e transnazionale 

Alberto Fujimori, presidente del Perù dal 1990 al 2000, responsabile di uno dei più vasti programmi di sterilizzazione forzata dell’era moderna

Per comprendere quanto l’eugenetica sia un fenomeno globale e non un’anomalia isolata, è necessario osservare come nazioni tra loro opposte per cultura e politica abbiano adottato protocolli identici per gestire i soggetti considerati “non funzionali” al progetto nazionale. 

Negli anni ’90, sotto la presidenza di Alberto Fujimori, il Perù ha attuato uno dei più vasti programmi di sterilizzazione forzata dell’era moderna. Presentato ufficialmente come una campagna di salute pubblica per ridurre la povertà, il Programa Nacional de Salud Reproductiva y Planificación Familiar si rivelò una brutale operazione di ingegneria demografica. Oltre 270mila persone, in stragrande maggioranza donne indigene di lingua quechua e residenti in aree rurali povere, furono sterilizzate. L’obiettivo non era il controllo della povertà, ma la limitazione biologica delle popolazioni indigene, percepite come un freno allo sviluppo della “nazione moderna”. 

Il caso svedese rappresenta forse il paradosso più inquietante. Tra il 1934 e il 1975, la Svezia, modello globale di democrazia e diritti civili, ha sterilizzato circa 63mila persone sulla base di una legge eugenetica finalizzata a purificare il “patrimonio genetico svedese”. Le vittime non erano solo persone con disabilità fisiche o mentali, ma anche soggetti considerati socialmente devianti: donne giudicate “promiscue”, madri single, individui con scarso rendimento scolastico o appartenenti alla minoranza etnica rom. Molte di queste persone venivano poste davanti a un ricatto burocratico: la sterilizzazione era la condizione necessaria per ottenere la scarcerazione, sussidi statali o l’affidamento dei figli. Solo nel 1999 il governo svedese ha ufficialmente chiesto scusa e avviato un programma di risarcimento, sollevando il velo su come lo Stato sociale possa trasformarsi in un regime biopolitico oppressivo. 

Il Giappone ha mantenuto in vigore la sua Legge sulla Protezione Eugenetica fino al 1996. Sotto questa normativa, almeno 25mila persone sono state sterilizzate per impedire la nascita di “prole di cattiva qualità”. Il sistema giapponese era particolarmente rigido: le decisioni venivano spesso prese da commissioni prefettizie senza alcuna consultazione con i diretti interessati. È solo in tempi recentissimi, tra il 2019 e il 2024, che la Corte Suprema del Giappone ha emesso sentenze storiche, dichiarando la legge incostituzionale e ordinando risarcimenti per le vittime sopravvissute, molte delle quali oggi anziane. 

Il futuro dell’eugenetica 

Illustrazione dello strumento di editing genetico CRISPR-Cas9. Oggi non è più necessario “tagliare” tubi per impedire la vita; è possibile “correggere” il codice genetico prima che la vita si manifesti

Se il passato e il presente sono dominati dalla chirurgia, il futuro si prospetta come l’era dell’eugenetica genomica. L’avvento di strumenti come CRISPR-Cas9 e le tecniche di editing genomico avanzate pongono dilemmi etici senza precedenti. 

Oggi non è più necessario “tagliare” tubi per impedire la vita; è possibile “correggere” il codice genetico prima che la vita si manifesti. Sebbene la ricerca miri a curare malattie rare, il rischio è che si scivoli verso una forma di eugenetica liberale, applicata con la forza coercitiva dello Stato ma determinata dal mercato e dalla pressione sociale. 

Se la società continua a permettere la sterilizzazione forzata dei “disabili” oggi, quale sarà la barriera etica che impedirà domani di eliminare preventivamente ogni diversità biologica? Il rischio è la creazione di una nuova stratificazione sociale: da una parte un’élite geneticamente potenziata o selezionata, dall’altra una classe di cittadini considerati “errori biologici” da contenere o impedire. L’integrazione di dati genetici e algoritmi predittivi potrebbe portare a un monitoraggio sistematico delle capacità procreative. Il Center for Genetics and Society, organizzazione impegnata da anni su questo tema, avverte che, senza una regolamentazione globale ferrea, le biotecnologie potrebbero realizzare il sogno degli eugenisti del primo Novecento: una popolazione standardizzata, libera da quelle “imperfezioni” che la società (la loro) non vuole. Sarebbe il trionfo totale del razzismo scientifico

La battaglia contro il razzismo scientifico 

La persistenza della sterilizzazione forzata è il segnale che la cultura dell’eugenetica non è mai stata realmente sconfitta; anzi, oggi è ben più strutturata che in passato benché molto più discreta. 

Affrontare questo tema non significa solo difendere il diritto alla riproduzione, ma rivendicare il valore intrinseco di ogni vita umana, indipendentemente dalla sua funzionalità o produttività all’interno della struttura sociale. Se permettiamo che il corpo di una persona sia considerato proprietà dello Stato o di un tutore, allora il concetto stesso di “diritti umani universali” diventa una menzogna confortevole. 

La lotta per l’abolizione totale di ogni forma di sterilizzazione non consensuale è la frontiera ultima della democrazia: il riconoscimento che la dignità non si misura in cromosomi o quozienti intellettivi, ma nel diritto inviolabile di essere gli unici custodi del proprio corpo.

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Michele Manfrin

Laureato in Relazioni Internazionali e Sociologia, ha conseguito a Firenze il master Futuro Vegetale: piante, innovazione sociale e progetto. Consigliere e docente della ONG Wambli Gleska, che rappresenta ufficialmente in Italia e in Europa le tribù native americane Lakota Sicangu e Oglala.

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