«A volte vagavo fino ai boschi di pini che si ergono come templi o flotte marine, completamente attrezzati con i loro rami ondeggianti e increspati di luce, talmente soffici, verdi e ombrosi che i Druidi avrebbero abbandonato le loro querce per venire a pregare fra questi». Henry D. Thoreau annota così in Walden (1854) i dati di una realtà trasfigurata nei suoi anni di vita solitaria, quando andava a cercare determinati alberi come fossero suoi nobili amici a cui ispirarsi o anche come dei santuari da visitare.
La natura offre nei boschi sia una speciale solitudine sia l’occasione di incontri con entità misteriose; rende protagonisti i suoi camminatori come filosofi della natura, come biologi della sopravvivenza, come pensatori di intense riflessioni, come scrittori scanditi dal respiro e dagli sguardi: così gli scrittori romantici, così gli autori dei numerosi libri sul camminare usciti in questi ultimi anni, per cui il camminare accanto o nei boschi ti focalizza sui ritmi vitali e su inediti pensieri, rendendo sorprendente qualsiasi quadro visivo ti si presenti. Il bosco dunque come occasione di scoperta.
La fiaba italiana dà al bosco un forte compito simbolico. Il bosco sembra quasi inghiottire chi vi si addentra, è il luogo come “selva oscura” in cui ci si può perdere, dove si possono fare brutti incontri, la sede dei malefici e dei tradimenti, è il luogo degli smarrimenti e degli abbandoni: questi ultimi spesso favoriti dalla matrigna che convince l’uomo a lasciare nel bosco i suoi figli, tra i quali però si nasconde quella o quello astuto che trova un sistema per tornare a casa. Il bosco allora come luogo sperimentale di una nuova razionalità. Gli incontri nel bosco si legano anche all’intervento da parte di una fata o di una strega, che dopo aver sottoposto l’eroe a una prova, gli dà un consiglio prezioso o gli dona un oggetto magico che gli permette di portare a termine il suo compito. Il bosco dunque come luogo di una esperienza iniziatica. Ma il bosco ha anche una sua densità, una sua musica: può succedere, ad esempio, a chi sale su un albero di ascoltare la conversazione delle streghe. Oppure ecco il bosco ospitale: ecco la casa nel bosco, l’inaspettato segno di presenza umana, dove può succedere che un fratellino e una sorellina smarriti trovino protezione e ospitalità, oppure ecco una giovane, in cerca dei suoi dodici fratelli, che scopre che sono diventati pericolosi briganti e che, ritrovatili, va a vivere con loro nella casa nascosta nel bosco.
Il bosco nasconde spesso personaggi trasformati in animali a causa di un incantesimo o compare magicamente all’improvviso per proteggere la fuga dell’eroe. Il bosco denso di magie e di espedienti, primi fra i quali quelli della sopravvivenza. Ma c’è anche un’azione del bosco di tipo sovversivo: il principe altezzoso va alla caccia ma incontra una strega e la maltratta, col risultato di essere trasformato in civetta.
La fiaba maestra di vita perché amministra la socialità e la solitudine come due forze da bilanciare, così come il proprio “io” con il “tu” che ogni giorno ci si presenta, anche soltanto virtualmente.
Il bosco dunque come luogo di appagamento del desiderio, come orizzonte denso di sorprese e di meravigliose trasformazioni: il lago che vi nasconde, osservava Thoreau, poteva apparire come «un anfiteatro allestito per qualche spettacolo silvestre».
Insomma, come diceva il noto sciamano curandero andino, Hernan Huarache Mamani, «cambia strada, ritorna sul tuo cammino».
Un teatro dunque che accoglie il mistero dei confini naturali e soprannaturali, dove le antiche religioni allestivano ritualità e riti di passaggio, dove tra l’entrare e l’uscire si manifestano nuove conoscenze, nuovi suggerimenti per le proprie scelte.





C’è chi nel bosco non va in visita, ma ci abita. Chi lo ha voluto attorno a sé come scelta di vita, piantando albero per albero, ettaro per ettaro, fino a costruire un mondo. È il caso di chi ha circondato una casa colonica ristrutturata con tre ettari di bosco, completato da un lago di ninfee progettato da Paghera — maestro del giardino italiano — dove l’acqua e la vegetazione dialogano come in un’antica cosmogonia.
In questo bosco non si entra solo per passeggiare. Ci si allena arrampicandosi ai rami elastici, ci si insinua tra tronchi aperti come porte naturali, ci si misura con i piani tagliati degli spezzoni su cui fare esercizio fisico. Il corpo impara la grammatica del bosco — i suoi ostacoli, le sue soglie, i suoi inviti. Tutta la famiglia lo frequenta, bambini compresi, come fosse una palestra antica, una sala giochi senza soffitto.
In autunno, poi, accade qualcosa di straordinario: il tartufo melanosporo affiora sotto certi alberi, eredità silenziosa di piantine acquistate un tempo dai vivai di Stato, quando costavano poco e nessuno immaginava ancora il tesoro che portavano nelle radici. Un regalo rimasto nascosto per anni, che si rivela solo a chi sa aspettare e sa guardare in basso.
Eppure — e qui la fiaba mente, o almeno semplifica — il bosco vero non è mai davvero buio. Chi lo conosce davvero sa che la luce non scompare: si trasforma. Si attenua, si filtra, si inserisce tra i rami con una precisione quasi architettonica. E chi cammina nel bosco impara a cercare quelle macchie di luce particolari — una radura improvvisa, un raggio obliquo tra i fusti, un bagliore che tocca l’acqua ferma del lago — come se fossero luoghi sacri dove portare i propri desideri più nascosti.
È forse questo il segreto più antico del bosco: non è un luogo di tenebra, ma un luogo dove la luce impara a essere selettiva. E dove anche l’uomo, finalmente, impara a fare lo stesso.