Il Brasile restituirà 10 territori indigeni alle comunità native

In Brasile, dieci nuovi territori saranno ufficialmente riconosciuti come terre indigene. La firma è arrivata pochi giorni dopo le proteste organizzate a Belém, dove si sta tenendo la COP30, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima che quest’anno conta il numero più alto di delegati indigeni mai registrato. Migliaia di attivisti, molti dei quali appartenenti a comunità native, hanno marciato fuori dalla sede del summit chiedendo la demarcazione immediata degli ambienti abitati e protetti dalle comunità ancestrali. 

Le richieste sono state ascoltate. Con la nuova misura, i territori ufficialmente riconosciuti salgono a ventuno, ponendo fine a un lungo periodo di stallo. Durante la presidenza di Jair Bolsonaro, le politiche indigene sono state infatti lasciate ai margini e l’idea di sviluppo è rimasta strettamente legata soprattutto all’espansione di miniere, infrastrutture e agricoltura commerciale, persino nelle aree più sensibili. 

Oggi, i territori indigeni coprono quasi 118 milioni di ettari, pari al 13,8% del territorio nazionale. Si tratta di aree strategiche non solo per chi le abita, ma per l’intero equilibrio ambientale del Paese. Molte si trovano nel cuore dell’Amazzonia o lungo la costa atlantica, e rappresentano alcune delle più grandi estensioni continue di foresta tropicale ancora intatte. Uno studio condotto da tre organizzazioni – Apib, IPAM e il Comitato Indigeno per il Cambiamento Climatico – stima che l’ampliamento di queste zone potrebbe prevenire fino al 20% di ulteriore deforestazione e ridurre del 26% le emissioni di carbonio entro il 2030. Un ruolo centrale che i territori ancestrali ricoprono in tutto il mondo. Le popolazioni native, che rappresentano solo il 6% della popolazione globale, custodiscono infatti l’80% della biodiversità residua del pianeta. Tutelare loro, dunque, significa proteggere anche gli ecosistemi più vulnerabili: In queste aree, grazie all’opposizione indigena, spesso sono vietate le attività estrattive, la deforestazione e l’agricoltura intensiva. 

I dieci territori brasiliani appena “riconsegnati” si distribuiscono in diverse regioni del Paese e sono abitati da popoli con storie, lingue e culture differenti. Tra questi, c’è Tupinambá de Olivença, nello stato di Bahia, la cui demarcazione era stata promessa l’anno scorso durante la restituzione del Mantello cerimoniale del popolo Tupinambá, rimasto in un museo danese per tre secoli. Altri territori si trovano nella foresta amazzonica, come Vista Alegre e Sawre Ba’pim, oppure lungo la Vale do Ribeira, uno degli ultimi polmoni verdi dello Stato di San Paolo. Le aree riconosciute vanno da piccoli insediamenti di pochi ettari fino a estensioni immense come i 150mila ettari di Sawre Ba’pim, in larga parte sovrapposti al Parco Nazionale dell’Amazzonia.

Molti di questi territori si sovrappongono a parchi naturali, progetti di colonizzazione agricola o aree di interesse commerciale, rendendo urgente una tutela chiara e formalizzata. È in questi casi che l’importanza della demarcazione diventa ancora più evidente: non come limite o confine in senso stretto, ma come strumento di tutela e garanzia per evitare conflitti, proteggere le terre e chi ci vive e le cura da generazioni.

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Gloria Ferrari

Laureata in Culture e Letterature del mondo moderno a Torino. Scrive di diritti umani e ambiente per diverse testate giornalistiche italiane. Collabora con L’Indipendente dal 2021.

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