Una Fender Telecaster sdraiata sul suolo e collegata a un amplificatore, vari dischi sparsi sul tavolo e un leggero odore d’incenso lascia spazio alla cenere in un vasetto. Questo è ciò che appare davanti ai miei occhi, aperta la porta di un appartamento situato al ventesimo piano di un palazzo nel quartiere di Hongshang, a Wuhan. «Domani ho un esame all’università» mi dice Chen, dopo aver fatto gli onori di casa. Finita la frase, si siede sul divano e dopo aver imbracciato la sua Fender, inizia a strimpellare.
Chen, un ragazzo di diciannove anni proveniente da una cittadina non lontana da Wuhan, studia Ingegneria nell’University of Technology della città, ma, al secondo anno di studi, non cela un pentimento nei confronti della sua scelta. «Non so perché studio Ingegneria, la mia famiglia dice che così posso trovare un buon lavoro, ma io amo l’arte, voglio fare musica», racconta.
Queste riflessioni, che accomunano miliardi di ragazze e ragazzi in giro per il mondo, qui in Cina stanno iniziando solo adesso a prendere timidamente piede tra la gioventù cinese. L’intervallo generazionale ha visto alternarsi i giovani impiegati dapprima nelle campagne e poi nelle fabbriche durante gli anni di Mao; poi quelli che, mossi dal mantra «arricchirsi è glorioso» coniato e concesso da Deng Xiaoping, hanno concentrato tutte le proprie forze per sollevare le sorti della propria famiglia, anche perdendo ogni tipo di assistenza sociale dopo aver abbandonato la propria provincia natale. Ma dopo anni passati a glorificare il «699» – il modello che avrebbe reso grande il magnate e fondatore di Alibaba Jack Ma, basato su un ritmo di lavoro di sei giorni alla settimana, dalle 9 alle 21 – i giovani cinesi sembrano non poterne più. La soluzione è sdraiarsi.

Questo nuovo modello ha preso piede rapidamente dopo la pandemia da Covid-19, in un contesto economico nel quale la difficoltà di accedere al mercato del lavoro e l’inflazione si sono scagliati soprattutto sulle persone appartenenti alla fascia d’età compresa tra i 18 e i 24 anni. Iniziato come rifiuto ad avere figli, il movimento è dilagato in ogni aspetto della vita. Una rivoluzione portata avanti senza cortei, né manifestazioni. La protesta si svolge in silenzio, tra le pagine di Weibo e Baidu, i più frequentati social network cinesi, senza assolutamente fare alcunché. L’attuale dibattito etico cinese, fortemente fondato sulle stringenti e pragmatiche dottrine confuciane, sembra rivivere lo scontro filosofico tra le teorie del padre della morale Confucio e l’artefice della teoria della «non-azione», Lao Tsu. Gli Sdraiati protestano senza farlo materialmente, perché in fondo il loro rifiuto a intraprendere il cammino verso la propria realizzazione economica e lavorativa può risultare ben più pericoloso per un Paese già compromesso da un tasso di natalità sempre più in calo. Verso le 10 del mattino fa capolino dalla stanza anche la sorella diciottenne di Chen, Lake. Dopo avermi fatto un cenno e rivolto un saluto nel suo traballante inglese, inizia a giocare con l’esuberante gattino, apparentemente l’unico impegno che i due fratelli sembrano voler mantenere. «A me piacerebbe avere un impiego grazie al quale è possibile viaggiare, organizzarsi in autonomia, senza essere obbligato a dover andare al lavoro tutti i giorni, dalla mattina a sera» mi spiega Chen, mentre versa del cibo per il gatto.
«Qui è difficile fare come in Europa, dove ci sono molti nomadi digitali, io vorrei fare un lavoro così». Ci prepariamo così a uscire. La giovane, indossata una giacca di pile, chiude la porta dietro di sé senza levarsi il pigiama.
Si parla, dunque, di una vera e propria resistenza passiva, dove l’obiettivo ultimo è l’ottenimento di una libertà individuale reale, non tanto nello sviluppo economico, quanto nella possibilità di scelta. È infatti necessario notare che, se durante il governo maoista la popolazione era stata forzata al concetto di comunità, dal 1978, a due anni dalla morte di Mao, repentinamente furono imposti i dettami dell’individualismo, della proprietà privata e, di conseguenza, del capitalismo. Nonostante siano passati quasi cinquant’anni dall’insediamento di Deng Xiaoping, la struttura sociale dell’intero Paese è fortemente legata alla concezione politica del «Piccolo timoniere».

Questo paradigma, che ai nostri occhi appare come fortemente meritocratico, non può che lasciare indietro chi non ce la fa, dando forma a una struttura sociale piramidale che al suo vertice vede le persone “migliori” (magari per il semplice fatto di aver avuto risultati migliori). Chi si sdraia osserva tutto questo da lontano, arrivando in alcuni casi a compiere gesti estremi come vendere la propria carta d’identità per non poter accedere ad alcun tipo di impiego. È interessante notare, però, che a differenza del fenomeno giapponese degli Hikikomori, dove le persone giovani (ma non solo) rifiutano per disagio sociale alcun tipo di contatto con l’esterno isolandosi all’interno della propria casa o stanza, gli Sdraiati vogliono semplicemente godere della propria vita come più piace a loro.
«Non mi piace la Cina» mi racconta Chen davanti a vari piatti in un ristorante nel quartiere universitario, «c’è troppa pressione e inoltre chi lavora ha diritto a pochissime vacanze all’anno». Le persone che lavorano in Cina, infatti, se hanno lavorato da dipendenti per almeno dieci anni, hanno la possibilità di concedersi dieci giorni di ferie all’anno, mentre chi ha superato i venti anni di lavoro può concedersi ben quindici giorni di ferie. Questo sistema asfissiante si somma a un mercato del lavoro stantio, nel quale la precarietà giovanile è molto elevata. Se fino a qualche tempo fa studiare portava la certezza di ottenere un buon lavoro, adesso le maglie della competizione si sono strette al punto da raggiungere un tasso di disoccupazione del 17,1%, dopo un picco del 21,3% nell’estate del 2023.
L’esame di Chen si avvicina, ma la voglia di studiare proprio non sembra arrivare. Sua sorella, liceale che vive con lui durante le vacanze scolastiche invernali, lo osserva suonare mentre gioca con l’irrequieto gattino. «Un mio amico è autonomo», mi svela Chen, «lo stimo moltissimo, per lavoro legge i tarocchi». Questa frase, che può sembrare spiritosa, in realtà conferma esattamente quanto detto finora. Gli Sdraiati non sono pigri, né rifuggono il lavoro: vogliono lavorare con i loro ritmi e nel campo che più li soddisfa. Tutto questo sfocia nella teoria del Nèijuǎn (内卷, letteralmente “arrotolarsi verso l’interno”), ovvero l’assenza di crescita che porta all’involuzione.
Questo fenomeno non è isolato nel mondo: già negli anni Novanta in Inghilterra si diffuse l’acronimo NEET (Not in Education, Employment, or Training), con il quale si identificavano tutte quelle persone che non avevano ricevuto educazione, non lavoravano, né si mantenevano in forma. La grande differenza è che qui, con la diffusione di questo movimento, vengono meno i nuovi pistoni di un motore economico inarrestabile. Non a caso le autorità non sono rimaste in silenzio davanti alla diffusione del fenomeno. Vari rappresentanti mediatici legati al Partito Comunista Cinese hanno immediatamente frenato l’entusiasmo giovanile, affermando che «stare sdraiati è vergognoso» e iniziando a censurare le discussioni legate ai Tang Ping. Partendo da uno dei racconti che hanno reso più famoso il fenomeno, la storia di Luo Huazhong – un giovane che nell’aprile del 2021 fece un viaggio in bicicletta dal Sichuan al Tibet cinese, vivendo con poco denaro e avvicinandosi alla filosofia -, la censura online cinese si è abbattuta su migliaia di post e thread che trattavano l’argomento. Inoltre, lo stesso presidente cinese Xi Jinping si è espresso in merito su Qiushi, la rivista più importante del Partito Comunista Cinese, riprendendo letteralmente la parola neijuan prevalentemente utilizzata nel mondo del web, e affermando il suo impegno nell’evitare la stagnazione, nello sbloccare i canali per la mobilità sociale e creare ulteriori opportunità per permettere alle persone di arricchirsi, oltre che nel «formare un ambiente di miglioramento in cui tutti partecipino, evitando l’involuzione e l’appiattimento».

Tra le difficoltà che i giovani cinesi si trovano ad affrontare, una delle più importanti (come in Europa) è sicuramente trovare un alloggio. «I tre problemi fondamentali delle persone cinesi sono: comprare una macchina, fare figli e trovare una casa» mi spiegano Bian Qian e Davide Martinotti, una coppia che vive qui e si occupa di divulgazione di cultura e società cinese attraverso i social network con il progetto Dazibao. «Il problema dell’automobile adesso è facilmente risolvibile, grazie al prezzo piuttosto economico delle automobili elettriche. Restano gli altri due e la casa è il più complicato» chiosa Bian. Anche qui, infatti, specialmente nelle grandi città come Shanghai, Pechino e Shenzhen, il prezzo di una casa al metro quadro si aggira intorno ai 9000 euro. Anche per questo motivo, quindi, sempre più persone rifiutano di occuparsi di questi tre capisaldi della società cinese. «Il profilo stereotipato di uno sdraiato, generalmente, è quello di una persona molto giovane, senza automobile, con un piccolo appartamento in condivisione, con alcune passioni come la musica e con un animale domestico a fargli compagnia». Nonostante sia conveniente preservare un certo scetticismo davanti alla superficialità degli stereotipi, Chen sembra rientrare perfettamente in queste caratteristiche.
Davanti ai disagi del nostro millennio, come la depressione giovanile o la sindrome da burnout, anche qui le nuove generazioni cercano di trovare una soluzione. C’è chi sogna di trovare un lavoro da remoto, da nomade digitale o semplicemente qualcosa che permetta di viaggiare. «Sto organizzando un viaggio in Thailandia, sto cercando qualcuno che mi ospiti attraverso couchsurfing. Mi piacerebbe molto visitare la Grecia, ho un amico che vive ad Atene. Ma per noi non è facile ottenere il visto» commenta Chen, menzionando la recente possibilità dei cittadini europei di alcuni Paesi, tra cui l’Italia, di andare in Cina per un mese senza la necessità di richiedere il visto turistico.
«Il mio sogno?» mi risponde Chen; «Non saprei, vorrei andare a vivere in Europa, a Cipro. Lì comporre musica per film». Quello che per molti giovani nelle nostre latitudini costituisce un obiettivo, neanche troppo utopico, qui sta gradualmente iniziando a smuovere le fondamenta di una società fondata rigidamente sul lavoro, sull’arricchimento individuale e sulla carriera personale. Questa rivoluzione sociale, nel suo fragoroso silenzio, anche se osteggiata dalle autorità del Paese, sta serpeggiando nell’animo di sempre più persone che stanno semplicemente scoprendo la possibilità di aprire gli occhi e scardinare un’ideologia che non li rappresenta, cercando la propria verità nella propaganda sociale. Non tutti riusciranno a trovare la propria strada. Ma la possibilità di sognare un nuovo stile di vita, libero dai risultati numerici di un esame, dalla pressione sociale di dover rendere economicamente grande il proprio Paese, sarebbe già una vittoria per il movimento a favore dell’involuzione.
«Non so come sia andato l’esame» mi dice Chen con poco interesse. «Ma tanto domani ne ho un altro» commenta, mentre si siede sul divano, imbraccia la sua Fender Telecaster e si mette a strimpellare.
[testo e foto di Armando Negro]




Mia figlia non mi ha mai avvisato di parlare Cinese, ma sta sdraiata talmente tanto, che da qualche parte l’avrà imparato.
Interessante. Il giovane cinese desidera venire in Europa. Glielo auguro. Forse però se le cose andranno qui avanti così, potrebbe passare dalla padella alla brace.