Parlando di supremazia globale, è naturale che il pensiero corra verso le armi di distruzione di massa o, alternativamente, alla formazione di coalizioni politiche inarrestabili e capaci di imporre i loro interessi a Paesi terzi. Tuttavia, spesso non si realizza che questi obiettivi elevati sono fortemente dipendenti da elementi molto più piccoli e apparentemente scontati. Questi dettagli rimangono invisibili per la maggior parte delle persone, almeno fino al momento in cui qualche fenomeno esterno non ne mette brutalmente in luce l’importanza strategica. Tra le sfumature che stanno attualmente scaldando la geopolitica internazionale, c’è un aspetto di importanza prioritaria che tendiamo a non notare: la produzione di semiconduttori, cioè la fabbricazione di quei microchip che sono sempre più al centro di continue tensioni internazionali, sia a livello economico che militare.
Una filiera sghemba che non regge il consumismo sfrenato
La produzione e la distribuzione dei semiconduttori e delle schede grafiche (GPU) a esse connesse sono state messe a dura prova nel corso degli anni a causa di una catena di approvvigionamento, storicamente insufficiente a sostenere la domanda del mercato. L’espansione inarrestabile dell’Internet delle cose (IoT), l’ampio utilizzo di elettrodomestici sempre più smart, la proliferazione di giocattoli che richiedono fino a 85 microchip per funzionare e un crescente interesse verso la tecnologia blockchain hanno però esercitato una pressione aggiuntiva su quelle fabbriche che già lottavano per appagare le esigenze delle categorie che tradizionalmente fanno parte di questo settore: l’intrattenimento digitale, i computer e, soprattutto, l’industria automobilistica. L’accento sulla precarietà del settore è ulteriormente rafforzato dal fatto che le fabbriche produttrici di semiconduttori siano principalmente concentrate nel sud-est asiatico. Secondo l’Observatory of Economic Complexity (OEC), Taiwan, Cina, Malesia, Singapore, Corea del Sud e Giappone svolgono da tempo un ruolo predominante nella produzione di chip; solo Stati Uniti e Germania riescono in parte a competere con loro. Fintanto che le operazioni sono proseguite senza intoppi, questa centralizzazione dell’industria non ha manifestato apertamente problemi significativi, tuttavia l’esternalizzazione della produzione ha nondimeno minato la resilienza della catena di approvvigionamento.
Si è creato, dunque, un contesto in cui un unico grande contrattempo ha potuto innescare un effetto domino, le cui ripercussioni si avvertono ancora. Nel primo trimestre del 2020, il mondo intero è stato sconvolto dall’espansione pandemica del Covid-19. La Cina, generalmente riconosciuta come l’epicentro dell’epidemia, ha intrapreso misure decisive per contenere la diffusione, ricorrendo a rigide e inappellabili quarantene che hanno fermato buona parte delle fabbriche locali. Questa dibattuta scelta politica ha contribuito ad accentuare una serie di eventi che hanno messo definitivamente in ginocchio la catena produttiva dei chip, causando disagi in ogni settore dell’economia globale.
Una sfida di natura anche politica
I danni e i rallentamenti alle economie globali sono stati tangibili e hanno messo in luce molteplici criticità proprie del sistema neoliberista di scala globale, prima tra tutte l’eccessiva dipendenza dell’Occidente dalle industrie cinesi. Da che, nel 2001, Pechino è entrata nell’Organizzazione mondiale del commercio, il deficit commerciale si è sbilanciato sempre più a favore del Gigante Rosso. Le aziende hanno guardato all’Oriente per trovare soluzioni di approvvigionamento che fossero economiche, ma ciò ha contribuito a rafforzare quello shock cinese che ha successivamente scatenato una vera e propria crisi di dipendenza. La Cina, sfruttando a proprio vantaggio accordi commerciali con partner stranieri, ha rafforzato notevolmente la sua posizione finanziaria e aspira esplicitamente a superare gli Stati Uniti in modo da divenire la prima economia globale per portata e peso. La concretezza di questa eventualità alimenta numerose speculazioni di natura geopolitica, terreno fertile per alimentare le propagande di entrambe le superpotenze e, pertanto, vanno sempre prese con il debito scetticismo. Tuttavia, non si può ignorare il fatto che Washington, a causa delle proprie sfide economiche, abbia risposto a questa pressione riconoscendo in Pechino un avversario da contrastare a ogni costo. Durante le elezioni presidenziali statunitensi del 2016, la lotta al disavanzo commerciale nei confronti della Cina è emersa come uno dei principali temi portati avanti da Donald Trump. Una volta eletto, Trump ha introdotto una serie di dazi volti a riequilibrare la situazione commerciale e a stimolare il mercato interno del lavoro. L’efficacia di questa strategia e i suoi presunti vantaggi sono a loro volta oggetto di un acceso dibattito all’interno degli ambienti economici e accademici. La lettura dei fatti è d’altronde fortemente dipendente dalle tinte politiche assunte dall’osservatore di turno e non esiste una risposta definitiva che possa da sola incasellare l’estrema complessità del fenomeno. Ciò che risulta chiaro è che l’approccio adottato ha concretamente intensificato l’eterna sfida economica tra USA e Cina, una guerra che ha assunto toni fortemente accentuati e che ha finito con l’avviluppare anche il mondo imprenditoriale.
Quando agli USA non piace il libero mercato
Spesso sentiamo parlare delle “leggi del Mercato” al pari di una realtà dogmatica, di un motore che si assesta naturalmente per assecondare le necessità sviluppate dalle varie società globalizzate. I fatti dimostrano la natura ingannevole di questa narrazione. Aziende di rilievo come Apple, Qualcomm, Tesla, Coca-Cola e Starbucks non sentono il peso del patriottismo quando si tratta di intraprendere affari in nazioni che non condividono le dottrine etiche promosse dagli Stati Uniti. Potendo scegliere liberamente, molti grandi brand preferiscono il ritorno economico ai valori di natura sociale. Per assecondare le proprie mire politiche, vari governi si sono dunque trovati a emanare leggi e decreti progettati per intervenire direttamente nel Mercato al fine di destabilizzare le relazioni commerciali internazionali. Nel caso degli USA, la Casa Bianca ha scelto di penalizzare tutte le aziende interessate a mantenere legami con la Cina, introducendo restrizioni che si sono perlopiù focalizzate sul frangente tecnologico. Le lobby, preoccupate di tutelare i propri interessi, hanno cercato di opporsi. Gli Stati Uniti hanno accusato gli imprenditori e le aziende cinesi di volersi infiltrare nelle realtà americane al fine di appropriarsi dei progressi tecnico-scientifici maturati in America, di praticare spionaggio e di portare avanti attraverso app e social delle campagne di indottrinamento. Dall’altra parte, Pechino ha accusato gli Stati Uniti di travisare la realtà per ottenerne sedicenti benefici, quindi ha minacciato l’introduzione di soluzioni draconiane da adottare per difendersi dalle mosse della superpotenza avversaria. Facendo leva sulla necessità di tutelare la sicurezza nazionale, nell’anno 2020 l’amministrazione Trump ha preso la decisione di applicare restrizioni significative sul trasferimento di tecnologie tra Cina e Stati Uniti. Questa mossa ha essenzialmente consolidato un ordine esecutivo che sin dal 2019 aveva concesso al governo americano di ostacolare Huawei e altri possibili giganti tecnologici orientali.
Un simile intervento politico d’emergenza ha posto limiti sul trasferimento di quei componenti che potrebbero essere sfruttati potenzialmente da Pechino per sviluppare armamenti e sistemi di sorveglianza, tuttavia le limitazioni influenzano fatalmente anche ogni altro aspetto relativo all’evoluzione dell’economia dell’era digitale. L’aumento dei divieti imposti alle imprese statunitensi sta complicando notevolmente il panorama tecnologico cinese del futuro. In risposta, le autorità di Pechino hanno scelto di contraccambiare ampliando l’ambito delle leggi antispionaggio e promettendo restrizioni significative per quanto riguarda la commercializzazione all’estero dei pannelli fotovoltaici di ultima generazione, un settore in cui la nazione comunista detiene una posizione di dominio indiscusso.
La carta di Taiwan

La situazione in Europa
Nel 2020, l’ascesa al potere del Presidente statunitense Joe Biden ha segnato molte discontinuità rispetto alle politiche adottate dall’amministrazione precedente. Tuttavia, l’approccio ostile nelle relazioni con la Cina è stato preservato e, in alcuni casi, addirittura intensificato. Un ordine esecutivo emesso il 9 agosto 2023 ha significativamente ostacolato le opportunità delle aziende statunitensi di investire nei settori dei microchip, dell’intelligenza artificiale e dei computer quantistici cinesi. Il 15 giugno 2021, Stati Uniti hanno poi persuaso l’Unione Europea a dare vita al Trade and Technology Council (TTC), una strategia condivisa che mira a “costruire una collaborazione finalizzata a riequilibrare la filiera globale dei semiconduttori”. L’obiettivo è esplicitamente quello di consolidare “la sicurezza delle forniture reciproche e la capacità di progettare e produrre” chip. La vicepresidente della Commissione Europea, Margrethe Vestager, ha in tal senso fatto riferimento alla Cina come a un «rivale sistemico» del quale è opportuno essere cauti.
Sotto la pressione diplomatica di Washington, i Paesi Bassi hanno dunque limitato l’esportazione dei sistemi litografici utilizzati per la produzione di microchip, una mossa che ha indispettito il governo cinese. Pechino ha imposto immediatamente restrizioni all’esportazione di gallio e germanio, terre rare indispensabili per la costruzione dei semiconduttori. L’Unione Europea dipende dalla Cina al 98% per quanto riguarda queste materie prime. L’Unione Europea si trova in una posizione difficile, schiacciata tra due superpotenze, costretta tra l’incudine e il martello. Nel tentativo di evitare di essere completamente trascinata dalla corrente, Bruxelles ha introdotto il suo personale Chip act, un’azione volta ad attenuare la dipendenza tecnologica che altrimenti avrebbe con le parti in causa. Il clima di preoccupazione viene ben sintetizzato dal punto di vista di Pasquale Stanzione, presidente dell’Autorità Garante per la Privacy italiana. «La guerra dei chip è, in fondo, solamente un’altra faccia della stessa, silente ma nettissima, contrapposizione tra Stati Uniti e Cina», ha dichiarato Stanzione. «Sembra delinearsi una nuova, ma non meno temibile, guerra fredda, sempre più privatizzata e ibrida, per l’incidenza delle Big Tech nelle dinamiche belliche: sullo sfondo jet a guida autonoma e droni kamikaze. Il segretario generale delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per la potenziale applicazione dell’intelligenza artificiale nel settore delle armi, auspicando la definizione di alcune linee rosse».
Un mondo ancora troppo coeso

[di Walter Ferri]





Non capisco perchè nell’articolo si faccia riferimento esclusvamente alle GPU (processori grafici) e non (anche) alle CPU (tipologia di processori presente in un numero ben maggiore di attività).
Quando non si capisce la storia recente occorrerebbe andare al Bar invece di scrivere e questo articolo dimostra incapacità critica totale: Non vi è nulla di eterno nella sfida tecnologica tra USA e Cina.
La realtà è semplice l’Occidente con gli omicidi dei Kennedy, Malcom X, Rabin etc. non viene guidato dai leader naturali, ma da assassini che nel buio decidono, tant’è che la Clinton che lo disse pubblicamente a Obama, venne da lui nominata Segretario di Stato USA.
Ovviamente l’effetto di farsi guidare da assassini invece che da Saggi è di finire ultimi, alto che eterna sfida: USA ultimi subito!