giovedì 18 Luglio 2024

Il negoziato ONU sulla plastica si piega agli interessi dei petrolieri

Venerdì 2 giugno si è concluso a Parigi il secondo dei cinque incontri che le Nazioni Unite hanno voluto organizzare per tentare di arrivare, alla fine, a stipulare entro il 2024 un accordo internazionale per ridurre la produzione di plastica in tutto il mondo. Durante l’ultima riunione, oltre duemila rappresentanti provenienti da quasi duecento Paesi si sono confrontati e scambiati opinioni, ma di fatto hanno concluso poco o niente. Il trattato, infatti, non esiste ancora, e per il momento ci si dovrà accontentare della promessa di elaborare una bozza iniziale prima del prossimo incontro di novembre.

Al momento è piuttosto difficile credere che alla fine si arriverà ad un accordo universale significativo – che determini cioè un vero cambio di rotta – per via degli ostacoli già emersi durante queste prime fasi preliminari. Tra questi ci sono, ad esempio, gli interessi dell’industria petrolifera, che fornisce il materiale fossile per produrre la plastica. E che quindi vuole vedere approvato un trattato quanto meno stringente possibile. Tant’è che effettivamente a Parigi i Paesi hanno avuto modo di parlare poco di quanto e in che modo ridurre la plastica e di come finanziare la manovra, persi piuttosto in discussioni – sollevate soprattutto da Cina e Arabia Saudita, ma anche dal Brasile – sulle modalità di voto e sulla scaletta. Una strategia che di fatto ha funzionato, visto che non si è parlato di plastica almeno fino al terzo dei cinque giorni di incontro. Un ritardo che in realtà ha giocato a favore di molti, visto che anche il nostro Paese, ad esempio, qualche settimana fa ci ha dato prova del suo attaccamento a plastica e combustibili fossili.

Dopo la nuova proposta di regolamento sugli imballaggi in plastica presentata dalla Commissione Europea – che intende abolire, tra le altre cose, le confezioni monouso per frutta e verdura di peso inferiore a 1,5 chilogrammi – in Italia si sono subito sollevate voci contrarie. Come quelle di Coldiretti e di alcuni politici, tra cui l’eurodeputato della Lega Angelo Ciocca, che è intervenuto al Parlamento europeo mostrando una confezione di insalata in busta e denunciando, a suo dire, lo sbaglio della Commissione europea: a suo dire eliminare gli imballaggi plastici avrebbe ripercussioni negative sull’economia nazionale.

È evidente che mettere d’accordo tutti sarà un’impresa ardua, almeno finché non saranno esclusi dalle discussioni gli interessi dell’industria fossile. Che, di certo, non mollerà la presa facilmente visto che i signori del greggio iniziano a guadagnare più di quanto avessero messo in conto. Infatti, se da una parte l’occidente sta tentando di limitare il suo consumo di plastica dopo anni di eccessivo utilizzo, dall’altra i Paesi con un’economia in via di sviluppo hanno appena iniziato a vivere quel boom da cui il resto del mondo sta provando ad allontanarsi. Un mercato che alle imprese petrolifere fa gola: la loro strategia, a questo punto, è convincere che non è tanto la plastica a inquinare, quanto il suo scorretto smaltimento.

Purtroppo, però, il riciclo, per quanto corretto, non può essere l’unica soluzione. La sua efficacia è limitata, per diversi motivi. Il processo che porta allo sminuzzamento della plastica è lungo e complicato, e spesso si inceppa prima di arrivare alla fine. Non tutti i tipi di plastica sono adatti al riutilizzo, e quelli che lo sono, per la maggior parte, dopo un paio di cicli di vita – che abbassano la qualità del materiale di volta in volta – diventano praticamente inutilizzabili. La plastica, infatti, non si può riciclare all’infinito. Considerato quanto detto e che gli esseri umani producono più di quattrocentotrenta milioni di tonnellate di plastica all’anno – e che molti oggetti finiscono per disperdersi nell’ambiente, rilasciando sostanze chimiche – è ormai evidente che la strada maestra non può che essere una netta riduzione della sua messa in circolo.

[di Gloria Ferrari]

L'Indipendente non riceve alcun contributo pubblico né ospita alcuna pubblicità, quindi si sostiene esclusivamente grazie agli abbonati e alle donazioni dei lettori. Non abbiamo né vogliamo avere alcun legame con grandi aziende, multinazionali e partiti politici. E sarà sempre così perché questa è l’unica possibilità, secondo noi, per fare giornalismo libero e imparziale. Un’informazione – finalmente – senza padroni.

Ti è piaciuto questo articolo? Pensi sia importante che notizie e informazioni come queste vengano pubblicate e lette da sempre più persone? Sostieni il nostro lavoro con una donazione. Grazie.

Articoli correlati

Iscriviti a The Week
la nostra newsletter settimanale gratuita

Guarda una versione di "The Week" prima di iscriverti e valuta se può interessarti ricevere settimanalmente la nostra newsletter

Ultimi

Articoli nella stessa categoria

Grazie per aver già letto

10 dei nostri articoli questo mese.

Chiudendo questo pop up potrai continuare la lettura.
Sappi però che abbiamo bisogno di te,
per continuare a fare un giornalismo libero e imparziale.

Clicca qui e  scopri i nostri piani di abbonamento e supporta
Un’informazione – finalmente – senza padroni.

ABBONATI / SOSTIENI