L’ambiente paga la guerra all’Iran: il petrolio avvelena lo Stretto di Hormuz

Dopo i nuovi attacchi statunitensi, lo Stretto di Hormuz è ripiombato nella stasi. Nelle ultime settimane il traffico marittimo di uno degli snodi commerciali più importanti al mondo stava gradualmente tornando ai livelli pre-guerra. La chiusura dello stretto, con centinaia di petroliere al suo interno, ha fatto impennare gli sversamenti di greggio nel Golfo Persico, oltre a frenare i mercati internazionali. Diverse navi sono state affondate dai fuochi incrociati; gli Stati Uniti hanno preso di mira le infrastrutture energetiche iraniane, rendendo impossibili gli interventi di bonifica e messa in sicurezza. Gli studi effettuati dal Laboratorio di Oceanografia Ottica dell’Università della Florida del Sud (USF) hanno rivelato che, già a marzo, le chiazze di petrolio coprivano un’area quattro volte superiore rispetto allo stesso periodo del 2025, minacciando ecosistemi dall’alto valore naturalistico.

Perdite di petrolio nel Golfo Persico (in foto chiazze nere), elaborazione del Laboratorio di Oceanografia Ottica dell’UFS.

Anche l’ambiente paga il prezzo dell’aggressione israelo-americana all’Iran. In appena un mese, dall’inizio della guerra alla fine di marzo, «le perdite di petrolio nel Golfo Persico sono aumentate in modo drammatico», come sottolineato dai ricercatori dell’USF. Confrontando le immagini satellitari a distanza di un anno, sono state individuate «anomalie nella frequenza e nell’entità degli sversamenti». La superficie coperta dalle chiazze di petrolio è cresciuta di quattro volte rispetto ai livelli registrati nel 2025, quando il traffico attraverso il Golfo Persico e dunque lo Stretto di Hormuz operava a pieno regime. Utilizzando radar ad apertura sintetica, telerilevamento ottico e sensori termici a infrarossi, i ricercatori hanno rilevato perdite provenienti dalle petroliere ferme nello stretto e da quelle affondate, oltre che dalle infrastrutture energetiche colpite dagli attacchi israelo-americani.

L’analisi pone l’attenzione sull’impatto della guerra e delle fuoriuscite di petrolio sugli ecosistemi costieri, come la riserva di mangrovie di Hara o il Parco Naturale Marino della Penisola di Musandam, entrambi situati nello stretto. Come spiegano i ricercatori, la bonifica dei danni ecologici è ostacolata dal conflitto in corso, riattivatosi dopo un breve periodo di relativa calma. «Un fattore che spesso manca nelle discussioni sulla guerra in Iran è l’impatto sull’ambiente», ha dichiarato Brian Barnes, co-autore della ricerca, attualmente in fase di revisione scientifica. L’isola di Kharg, più volte colpita negli ultimi mesi dai bombardamenti israelo-americani, è stata usata come caso di studio per l’intensità delle fuoriuscite di petrolio. L’isola ospita il principale centro di esportazione del greggio iraniano. Al 7 marzo 2026, nei suoi dintorni venivano registrate chiazze di petrolio per una superficie pari a 52,4 chilometri quadrati; a fine mese, l’area aveva raggiunto i 255,5 km².

In generale, nell’intera area del Golfo Persico le fuoriuscite di petrolio sono cresciute di quattro volte tra il marzo del 2025 e lo stesso periodo nell’anno successivo, aggravando un quadro di per sé cronico, associato al traffico portuale di routine e alle attività estrattive.

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.

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