Dopo i nuovi attacchi statunitensi, lo Stretto di Hormuz è ripiombato [1] nella stasi. Nelle ultime settimane il traffico marittimo di uno degli snodi commerciali più importanti al mondo stava gradualmente tornando ai livelli pre-guerra. La chiusura dello stretto, con centinaia di petroliere al suo interno, ha fatto impennare gli sversamenti di greggio nel Golfo Persico, oltre a frenare i mercati internazionali. Diverse navi sono state affondate dai fuochi incrociati; gli Stati Uniti hanno preso di mira le infrastrutture energetiche iraniane, rendendo impossibili gli interventi di bonifica e messa in sicurezza. Gli studi effettuati dal Laboratorio di Oceanografia Ottica dell’Università della Florida del Sud (USF) hanno rivelato che, già a marzo, le chiazze di petrolio coprivano un’area quattro volte superiore rispetto allo stesso periodo del 2025, minacciando ecosistemi dall’alto valore naturalistico.
[2]Anche l’ambiente paga il prezzo dell’aggressione israelo-americana all’Iran. In appena un mese, dall’inizio della guerra alla fine di marzo, «le perdite di petrolio nel Golfo Persico sono aumentate in modo drammatico», come sottolineato [3] dai ricercatori dell’USF. Confrontando le immagini satellitari a distanza di un anno, sono state individuate «anomalie nella frequenza e nell’entità degli sversamenti». La superficie coperta dalle chiazze di petrolio è cresciuta di quattro volte rispetto ai livelli registrati nel 2025, quando il traffico attraverso il Golfo Persico e dunque lo Stretto di Hormuz operava a pieno regime. Utilizzando radar ad apertura sintetica, telerilevamento ottico e sensori termici a infrarossi, i ricercatori hanno rilevato perdite provenienti dalle petroliere ferme nello stretto e da quelle affondate, oltre che dalle infrastrutture energetiche colpite dagli attacchi israelo-americani.
L’analisi pone l’attenzione sull’impatto della guerra e delle fuoriuscite di petrolio sugli ecosistemi costieri, come la riserva di mangrovie di Hara o il Parco Naturale Marino della Penisola di Musandam, entrambi situati nello stretto. Come spiegano i ricercatori, la bonifica dei danni ecologici è ostacolata dal conflitto in corso, riattivatosi [4] dopo un breve periodo di relativa calma. «Un fattore che spesso manca nelle discussioni sulla guerra in Iran è l’impatto sull’ambiente», ha dichiarato [3] Brian Barnes, co-autore della ricerca [5], attualmente in fase di revisione scientifica. L’isola di Kharg, più volte colpita negli ultimi mesi dai bombardamenti israelo-americani, è stata usata come caso di studio per l’intensità delle fuoriuscite di petrolio. L’isola ospita il principale centro di esportazione del greggio iraniano. Al 7 marzo 2026, nei suoi dintorni venivano registrate chiazze di petrolio per una superficie pari a 52,4 chilometri quadrati; a fine mese, l’area aveva raggiunto i 255,5 km².
In generale, nell’intera area del Golfo Persico le fuoriuscite di petrolio sono cresciute di quattro volte tra il marzo del 2025 e lo stesso periodo nell’anno successivo, aggravando un quadro di per sé cronico, associato al traffico portuale di routine e alle attività estrattive.