Sono state più o meno 6mila le persone che il 28 gennaio, in tutta la provincia di Torino, si sono svegliate ancora prima dell’alba per mettersi in coda davanti agli uffici competenti per la “presentazione dell’istanza per il rilascio del passaporto”. Una situazione che in realtà si è ripetuta in maniera piuttosto simile in diverse città italiane, accomunate dallo stesso identico problema: ritardi nella ricezione o rinnovo del passaporto, liste di attesa lunghe fino a 8 mesi e pochi posti liberi a disposizione per gli appuntamenti. Difficoltà che si sommano alle già complicate e infinite procedure previste dal normale iter di rilascio. Tant’è che attorno al problema, sensibilmente peggiorato negli ultimi mesi, si è creato un movimento di protesta cittadino arrivato fino al Ministero, messo al corrente dei disagi tramite lettere private o per mezzo della stampa.
Per rendersi conto dei danni che i ritardi si stanno trascinando dietro basta sapere che secondo il ‘Passport Index’, la classifica che la società di consulenza britannica Henley & Partners stila annualmente dal 2006, il passaporto italiano è il quarto – su 199 – più potente al mondo. Il dato, basato sui dati forniti dall’Associazione Internazionale del Trasporto Aereo e che tiene conto del numero di destinazioni raggiungibili senza bisogno del visto nel 2023, stabilisce che con il solo passaporto italiano è possibile accedere a 190 mete di viaggio in tutto il mondo – su 227 tenute in considerazione dall’indice.

Praticamente, con il nostro documento possiamo permetterci di viaggiare in lungo e in largo, ma senza la certezza di poterne avere uno entro una certa data, sono molti i cittadini che hanno rinunciato a muoversi fuori dall’Unione europea o che hanno disdetto biglietti già prenotati. Prima di occuparci dei danni economici, però, capiamo quali cause ci hanno portato fino a qui.
Perché tutto questo ritardo
È una domanda a cui i funzionari delle questure di tutta Italia hanno dovuto far fronte più volte, e che in tutti i casi la risposta è simile: è colpa del Coronavirus e della Brexit – l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea avvenuta circa due anni fa. «Chi non ha richiesto il passaporto nel periodo caratterizzato dal Covid lo sta facendo adesso» ha detto Giovanna Sabato, a capo della Divisione di polizia amministrativa che si occupa di passaporti, armi e licenze nella questura di Parma. Durante la pandemia, periodo durante il quale i viaggi sono stati ridotti al minimo, le richieste di passaporto sono calate notevolmente, per poi riprendersi in maniera piuttosto massiccia una volta rimosse le restrizioni – che tra l’altro potrebbero aver acceso in molte più persone il desiderio di esplorare il mondo.
E, alle nuove domande, si sono sommate anche quelle di chi, nei precedenti tre anni, ha rimandato il rinnovo in attesa di potersi muovere di nuovo liberamente. Tradotto in cifre, comunicate dallo stesso Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi a fine gennaio, nel 2022 sono stati rilasciati 1,8 milioni di passaporti, con una media di 151mila documenti al mese: complice, oltre al virus, pure la Brexit. Da quando il Regno Unito è uscito dall’Unione Europea, raggiungere il Paese è diventato più complicato: centinaia di studenti italiani che ogni anno pianificano la propria gita di classe a Londra, per poterlo continuare a fare dovranno ora munirsi – e quindi fare richiesta – di passaporto, perché la sola carta d’identità non basta più. Non solo: nei primi due mesi del 2023 la maggior parte degli immigrati trasferitisi a Londra è di nazionalità italiana. L’ONS (Office for National Statistics, una specie di Istat inglese), ha detto che i residenti nostrani nel Regno Unito sono praticamente raddoppiati dal 2016 – e che ad oggi siano almeno mezzo milione. Prendendo anche solo in considerazione l’eventualità del ricongiungimento familiare (amici e parenti che decidono di andare a trovare la persona che si è trasferita a Londra, ad esempio), tralasciando l’ambito lavorativo, vacanziero e così via, è chiaro, visti i numeri, che le richieste di passaporto non possono che mandare in tilt il sistema.
Poi, se si mette pure «la difficoltà, registratasi soprattutto nei comuni più popolosi, di conseguire in tempi rapidi la carta d’identità, con la conseguenza che il passaporto viene richiesto non solo ai fini dell’espatrio, ma anche per disporre di un documento di identità», come ha spiegato Piantedosi, il danno è assicurato. Un loop di ritardi che si accumulano, tra l’altro, anche fra pratiche diverse, e che mandano in confusione, oltre al sistema, pure i cittadini. Il Ministro ha comunque ribadito che «quasi tutte le questure, una volta acquisita l’istanza, rispettano i tempi normativamente previsti per la conclusione del procedimento, che sono 15 giorni più altri 15 in caso di ulteriori accertamenti». Il problema è che nella maggior parte dei casi, le criticità segnalate riguardano non tanto l’emissione del passaporto, quanto la possibilità di ottenere in tempi brevi un appuntamento tramite il sistema Agenda Online.

Ok Coronavirus e Brexit, ma non scordiamoci delle ‘solite’ cause
Arrivati a questo punto è piuttosto chiaro che ottenere un appuntamento online per la richiesta di passaporto in tempi non biblici è praticamente impossibile – altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di organizzare open day e mettersi in fila dalle 5 del mattino. Un intoppo non da poco, visto che a non funzionare a dovere è praticamente l’unico canale a disposizione dei cittadini – e che tra l’altro, a detta dei cittadini stessi, è praticamente sempre offline. «Sono arrivato, come tante altre persone, ad un punto di esasperazione e di impotenza», ha scritto Vincenzo Giannattasio in una lettera indirizzata alla Gazzetta di Parma. Ma le mancanze si susseguono a catena, e sono un po’ quelle di cui siamo abituati a lamentarci in moltissimi altri ambiti: manca il personale – e quello che c’è fa spesso ore di servizio fuori turno non pagate come straordinarie perché moltissimi dipendenti sono andati in pensione, ma non ci sono stati reintegri – e di conseguenza gli uffici sono aperti per troppo poco tempo.
Come ha fatto notare Fabrizio Benzoni, membro della Camera dei deputati del gruppo Azione – Italia Viva, se l’obiettivo è velocizzare le procedure, una delle soluzioni potrebbe essere quella di eliminare il vincolo di territorialità per permettere ai cittadini di andare a fare il passaporto in Questure meno congestionate – e non per forza nella provincia di residenza. «Ci sono province in cui si riesce a ricevere il passaporto in pochissimi giorni ed altre in cui si aspettano dei mesi. Bisogna lasciare libero il cittadino di prenotare dove è più comodo e dove c’è spazio». E poi c’è la questione dell’online, che non fa per tutti. «Le persone vanno la mattina alle 8, a cercare di trovare un posto che alle 8,05 è già esaurito per i prossimi sei mesi. Questo non può essere un sistema», anzi, non può essere l’unico sistema in un Paese democratico e inclusivo.

Per tutti questi motivi i consigli comunali di diverse città hanno approvato mozioni per chiedere al Ministero risposte rapide e concrete, che partano principalmente da una strada: aumentare il numero di giorni di apertura al pubblico degli uffici, con la possibilità quindi di poter prendere e gestire più appuntamenti. Certo, a patto che sia prima varato un piano di assunzioni straordinario. Da parte sua, il ministro Piantedosi assicura di stare lavorando alla soluzione del problema «facendo circolare le best practices messe in campo da alcune Questure, effettuando un lavoro di reingegnerizzazione dell’applicazione Agenda online e fornendo a chi ne farà richiesta nuove postazioni di lavoro più performanti». Il rischio, però, è che il problema si troppo radicato per essere eliminato in questo modo – soprattutto se le promesse rimangono tali e basta – e che alla fine i cittadini debbano arrangiarsi aggirando il sistema. Come sta già succedendo.
Molte persone stanno ad esempio acquistando biglietti low cost di sola andata e per una data qualunque da presentare in commissariato per accelerare le procedure, richiedere quella d’urgenza e scavalcare la fila – si può chiedere la procedura d’urgenza se esistono motivi di salute, studio, lavoro, familiari o vacanza. Questo ‘trucco’ ha intasato ulteriormente la situazione.
«Ho sentito il centralino del Ministero e mi dicono che loro non possono fare niente. L’unica cosa che posso fare è un esposto da presentare direttamente in questura. In pratica la questura non riesce ad erogare un servizio e il ministero dice di andarli a denunciare», ha proseguito nella sua lettera Giannattasio.
Danni economici non indifferenti
Assoviaggi, l’associazione del turismo organizzato Confesercenti, dopo un sondaggio rivolto alle agenzie di viaggio italiane, ha calcolato che il 96,5% di queste ha visto svanire o spostare prenotazioni per colpa del caos-passaporti – con una perdita di circa 13mila euro per agenzia. Nel rapporto si legge che il 39,7% delle imprese riporta di aver visto sfumare fino a 10 viaggi individuali o di gruppo, il 46,1% tra 10 e 30; ma c’è anche un 10,6%, che segnala di averne persi oltre 30. Complessivamente, ne sono saltati in media 7 per agenzia. In generale, l’ingorgo passaporti ha fatto perdere fino ad oggi circa 80mila viaggi organizzati, con 150 milioni di euro di mancate vendite. «Si tratta, in primo luogo, di un disservizio per la cittadinanza: il passaporto non serve solo per andare in vacanza, ma anche per ricongiungimenti familiari, lavoro, per i figli che non lo possiedono. Insomma, non è solo una questione di business, ma anche di diritto alla libertà di movimento fuori dai confini europei», ha commentato il Presidente Nazionale di Assoviaggi Gianni Rebecchi. E anche se le ragioni del caos attuale sono la somma di nuove richieste e di quelle ‘arretrate’ a causa del Covid «adesso occorre trovare una soluzione che non può essere quella degli Open Day, che inevitabilmente si trasformano in nuovi ingorghi. Serve maggiore efficienza informatica».
Le città che hanno registrato più ritardi
In attesa di un intervento del Governo a livello nazionale, le singole questure si stanno organizzando come possono. La provincia di Torino e la città di Parma hanno lanciato delle giornate di “open day”, in cui recarsi senza appuntamento – ma le code sono comunque interminabili, si creano già in piena notte e le persone che si presentano sono molte più dei posti a disposizione – mentre in Lombardia alcune città hanno previsto uno sportello dedicato solo alle emergenze.
Ma la condizione generale delle nostre province è piuttosto complicata. Secondo l’indagine di Altroconsumo – un’organizzazione nata per informare e tutelare i consumatori – svolta il 15 novembre in 13 città italiane sparse in tutta Italia, ci sono città come Genova e Padova, in cui non ci sono affatto disponibilità per un appuntamento, e altre – come Parma – in cui l’attesa si protrae anche per quattro, cinque, o sei mesi (solo per l’appuntamento in questura, ricordiamolo). Non va meglio a Bolzano e a Torino dove bisogna aspettare fino ad aprile e a maggio per avere una disponibilità. Ma tra le città più lente sono state messe anche Cagliari, Ancona (tre mesi) e Reggio Calabria (due mesi e mezzo). “Interessante notare come nel capoluogo calabrese la piattaforma abbia dato come prima disponibilità il 18 novembre, solo tre giorni dopo, ma a Bovalino cittadina distante 85 km. Infatti, il sistema dà le disponibilità della provincia, ma non è pensabile che il cittadino debba fare 170 km per avere un documento così importante in tempi ragionevoli. Lo stesso è accaduto a Bari, dove si poteva andare il giorno dopo, ma in un commissariato di Monopoli, ben 86 km andata e ritorno”. Per arrivare in questura i tempi si allungano anche per Milano (circa un mese), mentre a Roma, Napoli e Palermo la media è tra i 15 e i 10 giorni. “Un colpo di fortuna?”, ironizza Altroconsumo. Molto probabilmente sì, visto che nelle ultime settimane i problemi sono decisamente peggiorati.
Le lamentele infatti continuano ad arrivare, i viaggi saltano e gli operatori turistici sono sempre più arrabbiati. Nonostante ciò, dai Ministeri (Interno e Turismo) ancora nessuna risposta concreta, se non la promessa di agire «nelle prossime settimane». Un rimando continuo, che lede un principio chiave: il passaporto non è una concessione dello Stato, è un diritto dei cittadini.
[di Gloria Ferrari]





Ci hanno fatto due zucche così per 30 anni con la libertà di circolazione ed è finita così
Che schifo