In tutto il mondo la censura si abbatte su giornalismo e dissenso

La libertà di stampa e il dissenso si trovano sempre più soffocati dai poteri autoritari. Potrebbe sembrare un’ovvietà, se non addirittura un luogo comune qualunquista, eppure il fenomeno risulta evidente e misurabile. Per ogni scenografico scandalo in stile Jamal Khashoggi, per ogni vergognosa applicazione dello spyware Pegasus, esistono un’infinità di stratagemmi politici ben più discreti che stanno progressivamente logorando le possibilità di manovra del giornalismo, se non addirittura della libertà di parola. Si tratta di una deriva che tendenzialmente attribuiamo a nazioni lontane e illiberali, ma che a ben vedere si dipana quotidianamente anche sotto i nasi della democraticissima Unione Europea. 

Internet: da sogno anarchico a strumento di censura

Per comprendere il clima globale che aleggia in capo alla libertà di espressione, vale la pena consultare i dati sintetizzati dall’associazione no-profit Access Now, realtà che ha documentato l’oscurantismo internettiano dello scorso anno in un report dal titolo più che esplicito: “il ritorno dell’autoritarismo digitale”. Il documento evidenzia come sempre più nazioni – 34, nel 2021 – siano inclini a imporre alla Rete dei blackout strategici al fine di “preservare l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale”, obiettivo che spesso si concretizza con una censura che si abbatte su folle di vocali contestatori pronti a muoversi contro l’establishment da cui si sentono oppressi.

Al blocco totale, nazionale o locale del web si affianca dunque la più insidiosa pratica del Deep Packet Inspection (DPI), una pratica informatizzata capace di analizzare i dati che fluiscono all’interno di un determinato network e che alcuni Governi sfruttano per intercettare i contenuti a cui non vogliono concedere rilevanza pubblica. Un vero e proprio filtro che, a seconda dei casi, può essere raffinato al punto che molti cittadini non sono neppure consapevoli del fatto che alcuni argomenti siano stati completamente espulsi dal dibattito pubblico. D’altronde lo scopo della censura è proprio questo, silenziare alcune voci affinché le loro parole vadano a soffocare nel silenzio.

La situazione in Asia

Dalla persecuzione dei giornalisti di Hong Kong, all’influenza determinante che il cosiddetto “Great Firewall” vanta sulla fruizione del web cinese, Beijing risulta certamente in cima alla lista dei protagonisti di coloro che fanno del controllo delle informazioni un tratto essenziale delle proprie manovre strategiche. Il Partito Comunista si è assicurato che argomenti quali l’indipendenza tibetana o il massacro di piazza Tiananmen del 1989 vengano accuratamente intercettati prima ancora di finire online, mentre l’ordinanza n. 292 del Consiglio di Stato si è invece assicura che la pubblicazione sulla Rete delle news sia mantenuta completamente nelle mani degli organi di stampa autorizzati dal Governo. La posizione censoria della Cina è però già ben nota al mondo ed è anzi parte integrante dei suoi rapporti politici internazionali. Piuttosto che attardarsi a esplorare questo frangente, già ampiamente dibattuto, vale la pena dedicare attenzioni a realtà più ambigue e sfumate, ovvero menzionare quei Paesi che, pur essendo noti per i loro abusi, mantengono rapporti sereni e proficui con l’Occidente.

La detenzione di Mohammed Zubair, giornalista mussulmano cofondatore del sito di fact-checking Alt News, ci offre un ottimo spaccato di quale sia il corrente clima autoritario dell’India. L’uomo è stato prelevato lo scorso 27 giugno dagli agenti di polizia, i quali erano ansiosi di porgli domande sui contenuti di un tweet del 2018 in cui avrebbe denigrato la fede induista. Zubair, da sempre critico nei confronti del partito Bharatiya Janata Party (BJP) guidato dal Primo Ministro Narendra Modi, si è trovato in questa condizione a causa di una segnalazione partita da un account non autenticato che, curiosamente, non aveva mai prodotto contenuti online fino al momento della denuncia incriminatoria. Una coincidenza incredibile, o perlomeno degna di sospetto.

Il BJP ha dalla sua una lunga storia di distribuzione di bufale e di incitazioni all’odio create ad arte per rafforzare il potere e l’influenza dei gruppi suprematisti induisti, inoltre gli indiani sono per numero le prime vittime dello spyware prodotto dagli israeliani dell’NSO Group, anche se non è tuttora chiaro se questi sia stato diffuso dall’establishment o da elementi esteri. D’altro canto, il Governo Modi si staglia più per le sue doti oscurantiste che per la sua trasparenza: nel 2021 ha sospeso la connettività delle regioni ribelli del Kashmir e di Jammu per ben 85 volte, quindi si era assicurato di bloccare i servizi di Rete anche nel distretto di Delhi Centro, giusto in tempo per silenziare migliaia di contadini pronti a contestare i controversi piani agricoli imposti dalla sfera politica. Grazie a questo approccio censorio, l’India è per la quarta volta consecutiva a capo della classifica delle nazioni che hanno imposto alle telecomunicazioni il maggior numero di intermittenze annuali, record che viene messo a dura prova dalla Birmania, la quale ha puntato più sulla qualità che sulla quantità, arrivando a bloccare i servizi internet per un lasso di tempo che ha superato i due mesi e mezzo. Storicamente è dunque drammatica la situazione del Pakistan, nazione che dal 2016 al 2021 ha isolato l’accessibilità al web dei 4,5 milioni che abitano nelle aree tribali di amministrazione federale (FATA), zona geograficamente confinante con l’Afghanistan. 

Asia Centrale, Africa e Medio Oriente

In Uzbekistan i giornalisti devono agire sotto le costanti minacce dello State Security Services (SSS), il quale si assicura di evitare che siano mosse indagini capaci di creare problemi al sistema corruttivo che domina la nazione. La situazione non è certamente più rosea in Turkmenistan, ove oltre a censurare internet ci si assicura che l’apertura di nuovi contratti di Rete siano subordinati a lunghe scartoffie, nonché a un giuramento sul corano in cui ci si impegna a non adoperare servizi Vpn che potrebbero aggirare le capacità di controllo dello Stato. Tagikistan e Kazakistan bloccano portali e programmi di messaggistica per reprimere più efficacemente le proteste, mentre la Russia continua a destreggiarsi tra il tentativo di formare un suo network personale, il Runet, e il perseguire per legge qualsiasi testata che non sia in risonanza con la narrativa ufficiale propagandata dal Cremlino.

Nel lontano 2000, anche le Filippine avevano provato a istituire una visione locale del web, ma il progetto è rapidamente naufragato e i potenti hanno piuttosto imparato a sfruttare al meglio i social messi a disposizione dalle Big Tech statunitensi. Forse in conseguenza a tale adattamento, Manila non è soggetta a interventi particolarmente oppressivi nel castrare quanto viene pubblicato online, piuttosto sono giornalisti e pubblico che finiscono con l’autocensurarsi per paura di delle pesanti ripercussioni in cui potrebbero imbattersi nel manifestare opinioni sgradite. Il giornalista radio Jaynard Angeles stava per iniziare un percorso politico quando, il 12 gennaio 2022, è stato freddato a colpi di armi da fuoco, poche settimane prima lo stesso destino era invece toccato al collega Jesus Malabanan. Nel frattempo, l’Amministrazione Duterte si sta muovendo per far chiudere Rappler, testata locale co-creata dalla giornalista premio Nobel per la Pace Maria Ressa, la quale approfitta di ogni occasione per spiegare al mondo quanto sta succedendo nel suo Paese.

Meglio non va a coloro che si impegnano a coprire gli scontri in Palestina. L’11 maggio 2022 la giornalista Shireen Abu Akleh è caduta vittima di una sparatoria mirata che le indagini delle Nazioni Unite hanno ricondotto senza troppe ambiguità alle Forze di sicurezza israeliane. Un anno prima, il 15 maggio 2021, aerei israeliani bombardavano la torre Al-Jalaa, sede delle testate Al Jazeera e Associated Press. Gli abitanti della Striscia di Gaza non hanno neppure troppe possibilità di usare internet per denunciare la situazione: ammesso che la Rete non sia stata danneggiata, i social media tendono a bloccare e rimuovere i contenuti relativi alle zone in cui intervengono violentemente le Forze di sicurezza. Fatali errori, assicurano Twitter e Meta, i quali si ripropongono però con una regolarità matematica. Nel frattempo, la Giordania si è praticamente assicurata il monopolio della stampa e non si fa problemi a chiedere che i contenuti scomodi vengano rimossi dalle pubblicazioni, l’Egitto continua a limitare lo spazio di manovra dei quotidiani, l’Iran sospende a singhiozzo i servizi di banda larga e nel 2020 ha impegnato 660 milioni di dollari per creare un “National Information Network” indipendente, gli Emirati Arabi Uniti hanno introdotto leggi che possono essere sfruttate per arginare la libertà di stampa e di parola.

Repubblica del Congo, Ciad, Niger, Uganda, Zambia si sono tutti assicurati di staccare la spina a internet in occasione dei reciproci periodi elettorali, Eswatini, Etiopia, Gabon, Senegal e Sud Sudan hanno invece inibito le connessioni per arginare le proteste civili. In Nigeria i social si trovano al centro degli attriti tra indipendentisti e Governo, con l’establishment che ha provveduto a sospendere temporaneamente i servizi telefonici pur di garantirsi un vantaggio strategico durante le guerriglie identificati dalle autorità come banditi. Il continente africano può altresì godere di una stampa relativamente libera, tuttavia la situazione è estremamente frastagliata, con l’Eritrea che è notoriamente tra le nazioni in cui non è insolito che qualche giornalista finisca a marcire nelle prigioni locali fino alla fine dei suoi giorni.

Cosa succede oltreoceano

Sul fronte dell’America Latina possiamo riscontrare la persistenza della tradizione cubana di arginare tecnologie e informazioni provenienti dall’esterno, mentre più a nord si riconferma la costante fiumana di morti giornalistiche che appesta il Messico. Nel frattempo, gli USA stanno cercando di risaldare i rapporti con il Venezuela, nazione che soffoca con la tortura e con le persecuzioni le denunce di coloro che danno voce all’emergenza umanitaria in corso. Grave anche la situazione di Haiti e El Salvador, nazioni che mettono da parte i diritti umani dei propri cittadini per fronteggiare le guerre contro le gang locali e le gravissime crisi economiche che si stanno abbattendo su di loro.

Negli Stati Uniti la questione è più evanescente. Il diritto alla libertà di parola è un diritto costituzionale estremamente caro agli americani, per quanto questi finiscano spesso per citarlo a sproposito. Rimane altresì aperta la questione di come i social possano o debbano intervenire per arginare le frange più estreme del discorso pubblico e a chi tocchi il complesso compito di definire quando ci si sia spinti troppo oltre nella polarizzazione delle opinioni. La situazione statunitense non è tuttavia idilliaca: persistono – e in alcuni casi si ampliano – le iniquità sociali che sfavoriscono le possibilità di espressione delle minoranze, inoltre la Casa Bianca si sta impegnando massivamente per assicurarsi di mettere le mani su Julian Assange, editore reo di aver rivelato al mondo gli abusi e i crimini di guerra perpetrati dal Governo a stelle e strisce. Agnes Callamard, Segretaria generale di  Amnesty International ha riassunto puntualmente la situazione nel sottolineare che l’estradizione dell’uomo non solo metterebbe a rischio la sua stessa vita, ma «trasmetterebbe un messaggio inquietante ai giornalisti di tutto il mondo».

Persino il tanto civile Canada inizia a mostrare qualche vena oscura che vale la pena monitorare da vicino. Solo qualche mese fa, Ottawa si è dimostrata pronta a invocare leggi speciali pur di mettere a tacere le vocali proteste del movimento Freedom Convoy, inoltre il Governo ha recentemente autorizzato una legge che è stata pensata per combattere la diffamazione internettiana, ma che potrebbe aprire anche la strada a quella che alcuni commentatori iniziano già a considerare una potenziale censura di Stato. 

Un’Europa che la prende larga

Sostenere che in Europa non vi sia censura è menzognero. La Turchia ha passato gli ultimi anni ad assicurarsi che cittadini, giornalisti e accademici non potessero mettere in discussione le sue narrazioni ufficiali, la Bielorussia ha esplorato nel 2020 l’oscuramento della Rete e nel 2021 ha introdotto nuove norme per sedare i mass media, mentre in tempi prebellici l’Ucraina si preoccupava di revocare le licenze ai notiziari vicini ai corridoi del potere del Cremlino. Una volta subita l’invasione Russa, motivando la scelta con la lotta alla disinformazione, l’Amministrazione Zelensky si è quindi appoggiata ai poteri garantiti dalla legge marziale per addensare tutti i notiziari nazionali su di un’unica piattaforma così da consolidare un megafono capace di sostenere e diffondere le posizioni espresse dal Governo. 

Immergendosi entro i confini dell’Unione Europea ci si trova davanti a panorami perlopiù pacati, ma in cui la censura rischia di prendere forme tanto discrete da risultare quasi invisibili. Stando ai risultati pubblicati dal Media Pluralism Monitor 2022, l’ecosistema dell’informazione UE si sta appiattendo fino a divenire un canto monotonale, un problema che in molti casi si connette a un mercato del lavoro giornalistico debole ed estremamente vulnerabile. Le redazioni sono sempre più propense ad ammortizzare i costi affidandosi a collaboratori esterni, i quali, oltre a reggersi su situazioni retributive allarmanti, sono facilmente attaccabili da processi legali che magari vengono avviati solamente al fine di metterli a tacere. Per chi non è tutelato dai legali di una redazione dalle spalle forti, il difendersi in tribunale rappresenta un costo economico e professionale spropositato, con il risultato che gli autori preferiscono dunque evitare argomenti complessi che potrebbero costare loro fastidiose ripercussioni. La Polonia ci offre un modello perfetto di questo genere di abuso politico ed economico, senza contare che il Governo Duda si è assicurato di arginare con l’intimidazione la presenza di attivisti e stampa sul confine Bielorusso, così che nessuno potesse documentare i soprusi inferti sugli immigrati assiepati al confine.

L’indice degli standard di professione e di protezione giornalistica sono in deterioramento e non è raro che reporter finiscano con l’incappare in minacce e vessazioni che le autorità poliziesche non sono in grado – o non desiderano – combattere. Da che ha pubblicato una notizia che mette in cattiva luce il Primo Ministro rumeno, la giornalista investigativa romena Emilia Sercan si trova per esempio a dover subire impotente ogni forma immaginabile di vessazione digitale, compresa la pubblicazione sul web di alcune sue vecchie foto erotiche. Gli investigatori non solo non hanno posto un freno alla situazione, ma ci sono diversi indizi che suggeriscono che sia la stessa questura a foraggiare indiscrezioni a coloro che gestiscono la gogna pubblica. E a lei va anche “bene”. Nel 2021 sono stati assassinati due giornalisti sul suolo UE – il greco Giorgos Karaivaz e l’olandese Peter R. de Vries – e altri ancora attendono la giustizia di sistemi politici che non sempre dimostrano di avere il desiderio di rispettare il loro ruolo di tutori della legge.

Le ristrettezze economiche vanno dunque a ledere anche gli editori. Condizionate perlopiù da monetizzazioni pubblicitarie che premiano l’economia dell’attenzione, le testate finiscono spesso con il concentrarsi su alcuni argomenti chiave incanalati in un numero estremamente contenuto di intermediari digitali, Google su tutti. Facendo a sua volta leva sul portafoglio delle aziende, l’Ungheria ha dunque iniziato a offrire sgravi fiscali alle edicole che distribuiscono testate filogovernative, elemento che va a strangolare ulteriormente la pluralità delle fonti d’informazione. In altre parole, tutto indica che l’aver legato il giornalismo a un sistema rimunerativamente precario, l’aver sottovalutato il ruolo che la Stampa ha all’interno di una democrazia sana, non sia stata un’idea vincente e abbia finito anzi con il danneggiare la qualità e la varietà delle notizie messe in circolazione. La buona notizia è che l’Unione Europea stia iniziando a prenderne atto, che stia pensando di introdurre una proposta di legge nota come European Media Freedom Act. Presentato probabilmente il prossimo luglio, il pacchetto dovrà affrontare un percorso in salita poiché dovrà risultare digeribile sia a quelle nazioni UE che stanno abbracciando la deriva illiberale, sia a quei poteri che, come la Germania, si dimostrano adeguati alla situazione e non desiderano che Bruxelles modifichi il loro modus operandi. Il rischio è dunque che vengano effettivamente determinati nuovi standard relativi alla trasparenza e alle retribuzioni, ma che poi i Paesi Membri preferiscano fare orecchie da mercante.

Modifica del 03/07/2022: correzione relativa al nome della capitale canadese, identificata erroneamente dal pezzo originale.

[di Walter Ferri]

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5 Commenti

  1. Articolo interessante. Concordo con i commenti precedenti. Magari avrei ricordato che i “due governi palestinesi” (Gaza e Ramallah) non brillano per eccessi di democrazia e libertà di stampa. Non credo che sia consentito a nessun giornalista palestinese approfondire sui temi legati alla corruzione in Palestina (che fine fanno gli ingenti finanziamenti occidentali?).

  2. Un refuso: Canberra con c’entra nulla con il Canada (peraltro anche in Australia la libertà di stampa e di espressione sono pesantemente compromesse).

    Nell’Occidente “democratico” è in atto da anni una lotta contro la crittografia – l’elemento tecnologico alla base della privacy online che è anche necessaria ad uno scambio realmente libero di opinioni. Nella UE si assiste da tempo alla messa in discussione della libertà di espressione: molte istituzioni sono favorevoli alla censura sui social, al controllo ex lege delle fake news (eufemismo moderno usato continuamente per etichettare non già le notizie false, ma le opinioni del campo avverso), e tante altre belle iniziative.
    L’ultima novità in termini di tempo è la richiesta di registrare i documenti identificativi di ogni utente dei social – per combattere l’estremizzazione delle opinioni online, si dice. Intento indubbiamente positivo, ma misura per nulla idonea allo scopo e per di più potenziale fonte di ulteriori abusi.
    Neanche l’Italia poi è messa bene sul lato libertà di stampa…

    • Concordo, l’articolo fa una bella sintesi ma avrei anch’io usato parole più chiare per indicare questa tendenza pericolosa tutta occidentale del considerare le opinioni simili alle proprie come controinformazione e quelle opposte alle proprie come fake news.

      Bene invece aver detto chiaramente la pericolosità di una narrazione mono tono che sta prendendo sempre più piede in Europa.

    • Ti ringrazio Antonio per la segnalazione del refuso, ho provveduto a sistemare. Colgo l’occasione per sottolineare che il pezzo non ambisca a proporre un’immagine completa, piuttosto offre uno spaccato d’insieme. Australia, Spagna, Turchia e Corea del Sud sono tutte nazioni che ho preso in considerazione di citare o di approfondire, tuttavia le loro realtà sono estremamente articolate e ho preferito metterle da parte in favore di un articolo che si ponesse in maniera più lineare. Anche la situazione delle nazioni africane non è che toccata superficialmente. In Algeria, Marocco, Libia, Sudan si registra un repressione crescente di attivisti e giornalisti, mentre dal sahel verso sud vi è un panorama in costante evoluzione. Della Corea del Nord e dell’Arabia Saudita non abbiamo neppure fatto menzione, così come abbiamo sorvolato anche sulla temibile legge di lesa maestà della Thailandia.

      Di omissioni ne sono rimaste molte, ma cerchiamo di tenere sempre gli occhi aperti su quanto avviene nel mondo e sicuramente provvederemo a seguire alcune di queste tematiche con pezzi dedicati. Sventuratamente, d’altro canto, non mancheranno mai occasioni per approfondire il tema della repressione.

      • Confermando i complimenti per l’articolo. Ma non mi è chiaro perché parlare di Israele e non della Palestina … anche solo per completezza di una realtà che ha un destino comune.

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